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La manovra economica è in Commissione al Senato

16 Giugno 2010

Il decreto legge sulla manovra economica è già stato assegnato in commissione al Senato: “Assegnato alla 5 ª Commissione permanente (Bilancio) in sede referente il 1 giugno 2010. Annuncio nella seduta pom. n. 392 dell’8 giugno 2010.” (qui). E  ieri ha iniziato i suoi lavori: “L’iter della manovra si preannuncia complicato al Senato dove di fatto è partito oggi in commissione Bilancio per essere licenziato dall’Aula entro il 9 luglio. C’è spazio per modifiche, spiega il relatore del provvedimento Antonio Azzollini, «ma non per cambiare il saldo »” (qui).
Dunque che vuole Fini? Scippare al Senato l’esame del decreto legge e portarselo sottobraccio alla Camera?

Se non ricordo male, il governo può decidere da dove far partire l’esame di un provvedimento legislativo, sia esso un decreto legge o un disegno di legge. È un suo diritto. Dunque, il governo ha scelto di cominciare con il Senato. Perciò il governo non sta affatto rigirandosi i pollici e Fini non dovrà temere alcun ritardo. Quando il Senato avrà deliberato, il dl passerà alla Camera. I tempi per la conversione in legge saranno rispettati.

Anche se quello della formazione delle nostre leggi è un combinato farraginoso, lo sappiamo bene; per questo è importante mettere mano alla riforma del sistema bicamerale e prevedere una sola Camera che approvi le leggi dello Stato.

Fini ci gioca su questo tortuoso bicameralismo. Infatti, se il ddl sulle intercettazioni dovesse subire una piccola modifica alla Camera (finanche una virgola) dovrebbe tornare al Senato, e via di questo passo, così che un disegno di legge potrebbe perfino riuscire a scavare una fossato profondo durante  il percorso tra le due Aule. Proprio come accade nel bel film di Walt Disney, Il brutto anatroccolo. Il ddl finirebbe dentro un tunnel e chi sa quando tornerebbe a vedere la luce.
Qualcosa di orripilante, dunque, da farci ricordare i tempi dei Borbone e dei Bizantini.

Fini aspetta al guado la maggioranza. Ha già fatto sapere che il ddl può ancora essere migliorato, ma soprattutto ha dichiarato che il ddl può aspettare: Ha aspettato due anni, aspettare un altro po’ non gli farà male. Questa è la mentalità efficiente e moderna del nostro presidente della Camera, erede dei tempi in cui ha visto insabbiare molti disegni di legge e ne ha assimilato la mentalità.

Eppure il buon senso dovrebbe suggerirgli che prima un ddl diventa legge, prima un governo può passare ad altro. Questo dovrebbe essere il comportamento di chi si mette seriamente al servizio del Paese. Impantanare, alimentare la palude è una carognata che merita la gogna. Non è solo la magistratura ad accumulare arretrati, dunque, ma il presidente della Camera vuole stare al passo con lei. La pratica della lentezza burocratica, dell’insabbiamento, ha raggiunto così la terza carica dello Stato. Un bel traguardo, non c’è che dire. Un bell’esempio di efficienza per i cittadini.

Ma a Fini succederà di mettere la coda tra le gambe, come sta succedendo al Pd, che si è messo a cavalcare lo scandalo dei lavori del G8 ed è stato disastrosamente disarcionato. Sta emergendo, infatti, che la famosa cricca, è stata battezzata e attrezzata dai governi della sinistra, come si legge da un’inchiesta apparsa ieri su Il Giornale a firma Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica.

Del resto, sempre così è successo. Gli scheletri nell’armadio della sinistra sono tanto mai numerosi che fanno il paio con le sue contraddizioni e le sue giravolte. La verità per la sinistra è sempre quella che fa al caso suo. Non può mai essere quella degli altri. Guai. Non saprebbe come nutrirsi, questo vampiro assatanato della politica italiana.

Fini, come presidente della Camera – lo si sa da sempre – ha il potere di organizzare i lavori dell’Aula. Dunque, ha già detto la sua: La manovra economica è più urgente. Perciò prima quella e poi il ddl sulle intercettazioni. Mi domando: E se il ddl è all’esame della Commissione del Senato, la Camera che fa nel frattempo? Se li rigira lei i pollici? C’è tutto l’agio, mi pare, per approvare definitivamente il ddl sulle intercettazioni e farlo diventare legge dello Stato. A meno che Fini non sia contrario. E allora non si nasconda dietro un dito. Abbia il coraggio di dirlo.

Non so prevedere se sia arrivato il momento dello scontro. Ma se Fini lo vuole e metterà i bastoni tra le ruote, questa è l’ora della resa dei conti. Una specie di Sfida all’Ok Corral, in cui sono convinto che Fini ha tutto da perdere. È un politico alla deriva. Ha solo poche cartucce da sparare, può con quelle far male, ma sono le ultime rimaste. Dopodiché dovrà fare i conti con gli elettori, ai quali non piacciono i voltagabbana.

Chi sa che questa non sia addirittura l’ultima presenza di Fini in Parlamento. Che gli elettori non decidano – come spero – di lasciarlo a casa per sempre a coccolare la giovane moglie, che gli ha fatto perdere la testa.

Se la Commissione del Senato ha già avviato, come sembra, i lavori sulla manovra economica, vedremo come si comporterà Fini. Credo che non potrà più continuare ad opporsi all’esame del ddl sulle intercettazioni. Non ci sono più i presupposti. O perlomeno dovrà inventarsi un’altra giustificazione. Che puzzerà come il pesce marcio.

Bene ha fatto, a sua volta, la Commissione giustizia della Camera a fissare per domani – a dispetto delle dichiarazioni di Fini – la prima riunione per l’esame del ddl sulle intercettazioni. La maggioranza sta andando avanti come un ariete. Mi fa un enorme piacere. Continui così. Traccheggiare è nocivo. Il Paese non lo vuole.

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“Fini si rimangia l’accordo sulle intercettazioni” di Adalberto Signore. Qui.

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“Intercettazioni, Bossi media con Fini: per accelerare serve un patto col Colle”. Qui.

Da cui estraggo:
“Le ipotesi che circolano ora sono dunque sostanzialmente due: la prima è che nel provvedimento verranno inserite quelle due-tre modifiche chieste a gran voce dai finiani e che riguardano essenzialmente la durata degli “ascolti”; tempi e modalità delle intercettazioni ambientali; la possibilità di poter intercettare anche i “reati satelliti” (tipo l’usura) come se fossero reati di mafia. Punti sui quali aveva messo i suoi paletti anche il Capo dello Stato il 2 giugno scorso e in altre successive occasioni. Fatte queste modifiche, magari in commissione Giustizia, l’esame in Aula, si spiega nel Pdl, potrebbe avvenire in tempi brevi. Si parla addirittura della possibilità di votarlo nelle due settimane durante le quali la Manovra resterà all’ attenzione delle commissioni competenti al Senato. Dopodichè la quarta lettura a Palazzo Madama, volendo, potrebbe essere rapidissima «così com’è stato per il legittimo impedimento ». In questo modo, si osserva tra i finiani, il ddl intercettazioni potrebbe venire approvato prima dell’estate. L’alternativa, invece, è che l’intero esame del testo slitti a settembre.”


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4 Comments

  1. Commento by Mario Di Monaco — 16 Giugno 2010 @ 14:37

    Il comportamento ondivago dei finiani e l’inaffidabilità del loro leader stanno rianimando una sinistra che fino a poco tempo fa giaceva in uno stato di coma che gli esperti definivano di tipo irreversibile.

    Il calvario che sta affrontando il governo per far approvare il ddl sulle intercettazioni telefoniche ha ridato fiato al partito di Bersani a cui interessa poco di trattare per trovare un giusto punto di equilibrio. L’unico che continua a condurre una seria protesta sul contenuto della legge è il partito di Di Pietro. Al PD interessa invece cavalcare l’ostruzionismo di Fini che crea enormi difficoltà all’esecutivo proponendo continuamente pretestuosi approfondimenti che, in una materia così complessa, hanno il solo scopo di tirare avanti l’impasse.

    Io spero che il grave danno che Fini sta procurando al PDL sia solo frutto della sua incoscienza perché altrimenti dovremmo considerarlo una serpe in seno a cui non si può far altro che schiacciare la testa.

    Va poi considerato che a causa del suo insistito anomalo comportamento, il governo è costretto, per evitare possibili imboscate, a ricorrere ogni volta  al voto di fiducia per far approvare una proposta di legge.

    Ciò finisce per svilire il ruolo del Parlamento che proprio lui, nella sua veste di Presidente della Camera, dovrebbe invece cercare di agevolare.

     

  2. Commento by Ambra Biagioni — 16 Giugno 2010 @ 22:28

    Padre Guardiano, si è aggiunto un frate…

    Brodo lungo e seguitate.

  3. Commento by Felice Muolo — 17 Giugno 2010 @ 07:54

    Ora si sta parlando continuamente di Fini, invece di Bossi.  Era quello che Fini cercava, non altro, sostenevo. Fini era stufo di vedersi oscurato. Non vuole la caduta di Berlusconi ma prenderne il posto, un domani. Quel posto che temeva che  Bossi gli soffiasse, per sè o qualcuno dei suoi. Starò a vedere fino a che punto avevo ragione.        

  4. Commento by Mario Di Monaco — 17 Giugno 2010 @ 09:15

    La strategia di logoramento del governo condotta da Fini e dal suo manipolo di guastatori ieri ha segnato un importante risultato.

    Nel suo intervento all’assemblea di Confcommercio Berlusconi ha dovuto ammettere le molte difficoltà che incontra per far approvare il ddl sulle intercettazioni tanto da indurlo ad accettare il rinvio della discussione alla Camera a dopo l’estate.

    Ha voluto accennare anche all’abuso della minaccia pretestuosa del ricorso al Capo dello Stato e alla Corte Costituzionale che viene agitata dai giacobini per bloccare ogni iniziativa.

    Questa situazione di stallo è stata colta al volo stamani da Corradino Mineo, di Rai news24, per bacchettare la sinistra, che non riesce ad approfittarne, e per invitare il capo gruppo al senato dell’UDC a cui ha riproposto l’idea di un governo di salute pubblica che potrebbe operare già dal prossimo autunno.

    E’ ovvio che continuando ad incassare colpi bassi, senza reagire, Berlusconi rischia di finire al tappeto, con buone possibilità, vista anche l’età, di non riuscire più a rialzarsi.    Dovrà perciò  decidersi quanto prima, per non essere  sconfitto, a concordare un nuovo e più stringente patto con il cofondatore del suo partito, su cui però continuerebbero ovviamente  a gravare i dubbi di inaffidabilità, o rompere definitivamente con lui e con il gruppo dei suoi fedelissimi ed affrontare eventualmente nuove elezioni.

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