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STORIA: Berta contro Berengario (11)

16 Giugno 2010

di Vincenzo Moneta

BERTA REGGENTE DEL POTERE MARCHIONALE
17 AGOSTO 915
Muore il marchese di Toscana Adalberto II
 A Berta la reggenza per il figlio Guido

 “In pari tempo veniva a morte Adalberto, il potente marchese di Toscana, e re Berengario eleggeva marchese, al posto del padre, il figliolo di lui Guido. La consorte del defunto, Berta, dopo la morte del marito, divenne insieme col figlio, di potenza non minore di quella che il marito stesso godeva.

 Liutprando da Cremona – Opere,Grandi Ritorni ,Tutte le opere,La restituzione, Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli- (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag. 103, Bompiani Editore.  

Liutprando da Cremona

A LUCCA I SOLENNI FUNERALI DI ADALBERTO  

Il 17 del mese di agosto morì il marito della marchesa di Toscana, Adalberto II, e Berta balzò veramente in primo piano divenendo la reggente del figlio Guido, concentrando di fatto nelle sue mani il potere del marchesato[1].

I marchesi   di Toscana, in espiazione delle loro colpe, fecero larghe donazioni alla chiesa ed ai canonici di S. Martino, consistenti nelle decime di Brancoli, Pescia, Lucca e S. Ginese.

Per questo, quando Adalberto morì, gli furono fatti solenni funerali, fu sepolto nel Duomo di Lucca e sembra che gli stessi canonici avessero composto l’epitaffio di lode.

+ HIC POPULI LEGES SAXI SUB MOLE – SEPULTAE. HIC IUS PAXQUE IACET – HIC PATRIE AUXILIU(m). HIC – CHUBAT ALA SCUTU(m) DOLOR LAC-(r)IMEQ(ue) REPOSTE. HIC OCULUS – CECI HIC PIETAS VIDUE. PES CLAUDI VESTIS NUDI SOLAMEN – EGENI. NOSTER ADELBERTUS – DUX PIUS ATQ(ue) BONUS. GEN-TIBUS EXTERNIS

TIMOR ATQ(ue) PAVOR MINITANDUS. MILIT-IBUS PROPRIIS GLORIA SUM(m)A SUIS – QUA(m) FORTIS FUERIT NOVE-RU(n)T ULTIMA TILE. QUA BONITATE FUIT DICERE LINGU-A NEQUIT. IN SESTO DECIM-O SEPTE(m)BRE NOTA(n)TE CALEND-AS. HIC POSUIT ME(m)BRA FU-NEREO GEMITU. QUISQ(uis) LEGIS – TUMULU(m) CULPARU(m) FACTA SUA-RU(m). ANTE DEU(m) RECITA – IN PRECIBUSQ(ue) IUVA.

Le leggi del popolo qui sono sepolte sotto il peso della pietra, qui giace il diritto e la pace, il soccorso della patria. Qui riposa l’esercito e la difesa; il dolore e le lacrime sono qui raccolte.

Qui la vista del cieco, qui la pietà della vedova, il piede dello zoppo, la veste del nudo, il sollievo del bisognoso, il nostro Adalberto, condottiero   pio e buono, spavento e terrore   minaccioso ai popoli stranieri, gloria somma ai suoi soldati.

L’ultima Tule [2] conobbe il suo valore, la lingua non sa dire quanta bontà fu.

Nel giorno 17 di agosto qui ebbe sepolte le membra con funebre lamento. Chiunque tu sia che leggi questa iscrizione, chiedi a Dio mercé delle sue colpe e aiutalo nelle preghiere.

Dalla lapide, posta nella cattedrale di S. Martino in Lucca,

 proveniente dalla tomba di Adalberto II[3].

La morte di Adalberto II, fiero oppositore di Berengario, facilitò al re il raggiungimento del suo sogno imperiale. La via per Roma era libera. La via Francigena, con il punto nevralgico del Passo di Monte Bardone, non poteva essere sbarrata dall’erede di Adalberto II Guido, che, anzi, dovette riconoscere ufficialmente il re e fargli atto di vassallaggio (probabilmente nel novembre, quando Berengario sostò a Lucca nel suo viaggio verso Roma, per l’incoronazione imperiale), se voleva ottenere l’investitura del marchesato.

Anno 915 – Città di Roma –
Berengario I incoronato imperatore
dal Papa Giovanni X

Era ancora vivo in Provenza l’imperatore Ludovico III il Cieco, ma la sua autorità in Italia era solo nominale: non era sentita né riconosciuta sia dal potere laico che ecclesiastico.

 Per la Chiesa era importante favorire la fazione nazionalista, che si identificava nei marchesati italici, in quanto per lo Stato pontificio rappresentava una protezione da eventuali colpi di mano interni ed esterni.

Finalmente Berengario, dopo aver combattuto contro Guido di Spoleto, Ageltrude di Benevento e il loro figlio Lamberto nell’889 e nell’893, contro Arnolfo di Carinzia nel 894 e nell’899, contro Ludovico III di Provenza nel 900 e nel 905, contro Rodolfo di Borgogna nel 922 e 923, contro i marchesi di Spoleto e contro i marchesi di Toscana: Adalberto II e Berta, che tutti si opponevano alla sua incoronazione imperiale poteva vedere realizzato il suo sogno.

Contribuirono a questo anche i sottili calcoli politici di papa Giovanni X, arrivato al soglio pontificio nel marzo 914, uomo di grande esperienza diplomatica, fin dagli anni in cui era vescovo di Ravenna.

Le premesse di questa incoronazione, che veniva a premiare la costanza, dell’ormai sessantacinquenne re d’Italia, stavano in una giornata dell’agosto precedente, che aveva visto la distruzione del campo fortificato del Garigliano, fonte principale delle temute scorrerie saracene nell’Italia centrale e quindi la vittoria della coalizione formata dalle truppe del papa, dell’imperatore di Bisanzio, dei potentati dell’Italia meridionale e di Alberico di Spoleto. L’assenza di Berengario dal campo di battaglia aveva evitato al re attriti con l’impero bizantino e, a lunga scadenza, la diffidenza di Roma.

Ma l’elezione di Berengario fu dovuta soprattutto all’ampia visione politica del papa Giovanni X che preferiva un imperatore già marchese di una città italiana e di cui il papa stesso conosceva bene la personalità, e che quindi non lo avrebbe intralciato nell’opera di recupero dei beni della Chiesa, piuttosto che uno straniero, fonte di possibili imprevisti[4].

Durante il viaggio verso Roma, Berengario si era fermato a Lucca, dove, accanto a Berta, c’era ormai Guido, figlio e successore di Adalberto. Guido accompagnò a Roma Berengario, che, nel diploma del 15 dicembre 915, lo menzionò come “filiolus noster”.

Berengario giunse davanti alla città di Roma alla fine di novembre 915 e fu accolto con le cerimonie di rito.

 Prima di entrare, secondo il rituale che onora re ed imperatori, ricevette l’omaggio del clero e della nobiltà. Gli andarono incontro Pietro, fratello del Pontefice Giovanni X, e il figlio del console Teofilatto, a simboleggiare i due poteri cittadini.

Il papa lo attese, secondo la tradizione, davanti alla basilica di S. Pietro e, dopo che Berengario ebbe giurato di proteggere la Chiesa, le porte della basilica si spalancarono.

L’incoronazione si ebbe nei primi giorni di dicembre e per la terza volta, benché un altro imperatore, cieco e lontano, fosse ancora in carica, un nobile italiano arrivava alla corona imperiale.

Tra le acclamazioni, Berengario si assunse il dovere di proteggere la Chiesa e confermò tutte le donazioni che essa aveva ricevute fino ad allora[5].

Ma queste conferme si rivelarono presto solo impegni formali: festeggiato il Natale, ripartì per il Settentrione, da dove arrivavano inquietanti notizie di rivolte in atto o in preparazione da parte di personaggi minori, come Olderico, conte palatino di Milano e Gisalberto, marchese di Bergamo ma alle cui spalle c’era la famiglia di Berta di Toscana nella persona del genero Adalberto di Ivrea marito della figlia Ermengarda[6], che appoggiava le rivendicazioni alla corona d’Italia del fratello Ugo di Provenza.

Berta e i suoi familiari, Ugo di Provenza, Ermengarda d’Ivrea e il marito Adalberto di Ivrea, contro Berengario

Il marchese Adalberto di Ivrea, dopo la morte   della moglie Gisla, figlia di Berengario (sposata forse nel 905, dopo la tragedia veronese di Ludovico di Provenza) si sentì meno legato all’imperatore.

 Il problema di questo marchese, di tradizione guidesca, ma per anni leale vassallo del suocero, era sopratutto quello della difesa delle sue terre piemontesi contro i Saraceni di Frassineto, e una alleanza familiare col potente duca e marchese Ugo, conte di Vienne, reggitore di Provenza, avrebbe potuto facilitare una risoluzione definitiva contro questi predoni. Così ne sposò la sorella Ermengarda.

Le nozze avvennero probabilmente fra il 916 e 917. Ma per Berta, ispiratrice di tali nozze, voleva dire allearsi, attraverso la figlia, al più potente marchese dell’Italia settentrionale e intrecciare nuove congiure, con più largo raggio di interessi, ai danni dell’ imperatore Berengario

Ugo di Provenza, forte dell’appoggio del cognato Adalberto d’Ivrea e della sorella Ermengarda, promosse una spedizione contro Berengario per la conquista del regno d’Italia. Ma il tentativo fallì, venne accerchiato e messo nell’impossibilità di combattere.

Ugo di Provenza non avrà altra scelta che accettare le condizioni di resa dettate dal vincitore, accettando un patto che oggi si direbbe di non aggressione.

 Berengario, vinto Ugo di Provenza, raggiunse Ivrea da dove era fuggito il marchese Adalberto di Ivrea e si vendicò disponendo liberamente dei diritti del marchesato senza il solito intervento del titolare locale.

…Avvenne in questo frangente, che gli Ungheri, venissero a Verona, e che due loro re, Dursac e Bugat, fossero molto amici di Berengario. Mentre il marchese Adelberto, il conte di palazzo Ulderico, il conte Giselberto e parecchi altri, si riunivano sulle montagne di Brescia, che dista da Verona cinquanta miglia, per abbattere Berengario, questi pregava gli Ungheri di far irruzione sui suoi nemici, se veramente lo amavano. E gli Ungheri, avidi come erano di strage e vogliosi di combattere, dopo aver ottenuta da Berengario una guida, giunsero per vie ignote, fino alle loro spalle,e li trafissero con tanta sveltezza che essi non ebbero neppure il tempo di indossare le corazze e di imbracciare le armi. Molti furono i prigionieri e molti i morti.

Liutprando da Cremona
 
Primavera Anno 920

La rappresaglia di Berengario cade sui marchesi di Toscana:
Berta ed il figlio Guido vengono tratti in arresto
e tradotti in custodia a Mantova

Berengario impostò una politica che tese a diminuire per quanto era possibile il potere marchionale lucchese nella Toscana settentrionale. Nella marca di Tuscia, infatti, da Adalberto I in poi i conti non furono più autonomi, cioè dotati di un proprio potere e soggetti solo al re: erano tutti assoggettati al ducato. Dopo il passaggio di Berengario tuttavia, nei primi anni del ‘900, troviamo attestata a Pistoia una famiglia di conti discendenti da un certo Cadolo, di origine lucchese, e probabilmente vassallo del vescovo, che non era affatto vassallo dei marchesi di Toscana.

Berengario, secondo il collaudato principio del “divide et impera”, conferì titoli, cariche e possessi – in un territorio sul quale da anni ormai era estesa l’influenza lucchese – a rappresentanti della nobiltà lucchese stessa, ma non appartenenti alla famiglia del marchese, nel tentativo palese di creare tanti piccoli poteri alternativi a quello rigidamente retto e fortemente centralizzato della famiglia ducale (di origine bavarese da parte di Adalberto II) .

Berengario tentò di eliminare, con un colpo di mano, probabilmente nel 920, la sua principale oppositrice, Berta di Toscana, prendendola sotto la sua custodia insieme al figlio Guido e traducendoli a Mantova, anche per garantirsi, una volta per tutte, la sicurezza delle comunicazioni fra le sue due capitali: Pavia e Roma.

Ma Berengario non aveva potere sufficiente per continuare nel suo tentativo di esautorare i marchesi toscani.

Il gesto non ebbe la forza di scuotere la fedeltà dei vassalli dei marchesi di Toscana, che si rifiutarono di consegnare la città e i castelli. Anche il vescovo di Lucca, Pietro II e i canonici della cattedrale esercitarono forti pressioni su Berengario in favore di Berta, dati gli stretti rapporti che intercorrevano fra la corte comitale ed il potere religioso lucchese.

L’imperatore si risolse a rimettere quasi subito in libertà i prigionieri, di fronte anche al maggior pericolo rappresentato dall’intervento in Italia di Rodolfo di Borgogna, alla conquista, anch’egli, della corona reale e imperiale.

Quanto sia durata la loro detenzione non si sa: è probabile che di fronte al pericolo che veniva dalla Borgogna, l’imperatore pensasse che liberandoli avrebbe potuto assicurarsi la neutralità del fronte meridionale, nelle sue contese con Rodolfo. : Berta era la sola che poteva garantirgli la neutralità della Toscana.

Infatti la vittoria di Rodolfo di Borgogna non poteva portare al figlio di Berta,Ugo, nessun vantaggio, perché ormai egli era già potente in Provenza, dove effettivamente governava al posto dell’imperatore Ludovico III “Il cieco”[7].

…Essa s’era astutamente procurata alcuni fedeli, sia con doni, sia con l’esercizio del dolce imeneo. Avvenne, quindi che, quantunque venisse fatta prigioniera da Berengario insieme col figlio e fosse tenuta in custodia a Mantova, non per questo ella restituisse a lui la città ed i castelli, ma li conservasse saldamente e Berengario finì col lasciarla libera insieme al figlio[8].

Liutprando da Cremona[9]  

Alla fine del 921 il re di Borgogna, Rodolfo, scese in Italia a contendere la corona a Berengario. Ma solo la parte occidentale della valle padana aderì al nuovo sovrano: buona parte dell’Emilia, la stessa Toscana, Spoleto, per non parlare del Friuli, rimasero invece fedeli a Berengario.

Città di Pavia

Febbraio dell’anno 922

Rodolfo di Borgogna prende possesso del palazzo regio di Pavia, mentre Berengario si rifugia a Verona

Rodolfo di Borgogna, chiamato dal marchese Adalberto d’Ivrea e dalla sua fazione, nel febbraio 922 s’insediò nel palazzo regio di Pavia mentre Berengario si rifugiava nella sua marca friulana.

17 luglio del 923

Berengario sconfitto da Rodolfo di Borgogna nella battaglia campale a Fiorenzuola d’Arda[10].

Nella primavera del 923 una rivolta contro Rodolfo, promossa da Guido, vescovo di Piacenza, offrì a Berengario l’occasione di uno scontro armato contro il sovrano rivale.  

Fu solo il 17 luglio che i due eserciti si scontrarono a Fiorenzuola d’Arda presso Piacenza in una sanguinosa battaglia che, dopo esiti incerti, dopo una prima fase favorevole a Berengario, ebbe la vittoria definitiva di Rodolfo.

Forse caddero circa millecinquecento uomini, che era una cifra assai alta per quei tempi. Dalla parte di Berengario combatterono, probabilmente, anche alcune formazioni ungare da lui assoldate in qualità di truppe mercenarie. Rodolfo, pochi mesi dopo la vittoria (dicembre 923), tornò in Borgogna[11].

…si venne a battaglia presso Fiorenzuola a dodici miglia da Piacenza. Quale orrida e funesta battaglia scoppiò il 16 luglio. Re Berengario in persona si precipita in mezzo ai nemici, veloce come folgore che cade dall’alto del cielo. Non diversamente il feroce e crudele re Rodolfo disperde con la spada la misera plebaglia. I soldati di Rodolfo erano fuggiti ormai tutti e quelli di Berengario, conseguita la vittoria, erano occupati a raccogliere il bottino, quando le truppe dei marchesi di Camerino e di Spoleto, alleate di Rodolfo, balzarono all’improvviso dall’agguato e li colpirono facilmente, perché il loro attacco riuscì del tutto inaspettato.Si compì un’immensa strage. Quando fu suonato il segnale della vittoria, si riunirono tutti quelli che tenevano per Rodolfo ed erano fuggiti ed inseguirono i partigiani di Berengario, obbligandoli alla fuga, mentre il   capo di essi si dirigeva al ben noto rifugio di Verona. Fu compiuto, in quell’occasione, tale un eccidio che ancora oggi ci si ritrova con una grandissima scarsezza di soldati. [12]Liutprando da Cremona

Fallimento del secondo tentativo di Ugo di Provenza di “conquistare” la corona d’Italia

La sconfitta di Berengario a Fiorenzuola d’Arda fece supporre a Ugo di Provenza un indebolimento di Berengario e quindi quello sembrava a lui il   momento propizio per ottenere la corona d’Italia. Varcò le Alpi ma, contro Ugo di Provenza, Berengario lanciò gli Ungari, che riuscirono a batterlo duramente, costringendolo ad una rapida ritirata.

Ugo di Provenza dovette impegnarsi a non ritornare mai più in Italia finché Berengario fosse vivo[13].

Dopo tante sconfitte Berengario ottenne la seconda vittoria in campo aperto, contro i tentativi di Ugo di Provenza di togliergli potere e corona.

…Da lungo tempo Ugo tentava in ogni maniera, di impadronirsi del regno italico. Era, difatti, venuto in Italia, con molti soldati, ma dato che non era ancora giunto per lui il tempo di regnare, proprio da Berengario era stato sgominato e messo in fuga[14].
Liutprando da Cremona


[1] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.433.

[2] Tule o Thule. La terra più lontana. Terra favolosa, nominata da geografi antichi (e anche da Virgilio nelle Georgiche) come la più settentrionale del mondo: potrebbe corrispondere all’Islanda o a un punto estremo del Nord della Norvegia. Oggi nome di una stazione danese della Groenlandia occidentale, fondata da Rasmussen nel 1909, a 76 °23′ di lat. N.  

G.M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata ,vol. terzo, pag. 37. Istituto Editoriale Italiano, Milano 1957.

[3] Isa Belli Barsali – Guida di Lucca – II edizione 1970, MPF editore, Lucca, pp.. 61 -62  

[4] P. Brezzi   Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, vol. III, pag. 48–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara, 1980.

[5] Incoronazione Berengario.

Nel “Panegirico dell’imperatore Berengario” si afferma che, durante la cerimonia d’incoronazione, il senato elevò inni “in patrio ore” (cioè in lingua latina), l’oratore del clero parlò “Dedaleis dictis” (cioè in lingua greca) mentre il popolo acclamava “nativa voce” (cioè in lingua volgare) e tutto questo, non sotto la torre di Babele, ma in Roma nel 915. Interessante notare che in questa graduale e generale trasformazione delle antiche lingue nelle nuove :”teudisca” , “francisca”, ecc… si andò modificando quel tipo di musicalità conferita alle parole dall’accento.

L’uso delle tre lingue nella Roma del tempo ci è testimoniato   da un poemetto epico medioevale, Gesta Berengarii imperatoris, scritto da un poeta anonimo fra il 915 e il 924, in cui viene descritta l’incoronazione imperiale di Berengario in San Pietro.

“Avresti visto allora agitarsi la città ed avanzare dalle porte
quante genti accoglie Roma nel suo grembo antico.
Frattanto il principe, dal colle che sovrasta l’Urbe,
si avanza là dove esso si spande in un amena prateria,
e ciascune delle schiere romane alza la voce alle stelle.
Primo invero canta il senato, nella sua lingua avita…
I saggi greci seguono lodando con parole
ben tornite poiché essi emulano lo splendore di Atene…
Il resto del mondo, al pio signore, in natio volgare
acclama e lo annunzia rettore di tutta la terra…
Ciò fatto si accostano all’abside del santuario
i due luminari della terra. Ed ecco che poco dopo il diadema
Cesare reca sul capo, scintillante di oro e di gemme,
e nel contempo è asperso di olio di nettare olivo…
Ormai il sacro tempio rimbomba ed echeggia delle grida
del popolo, che acclama: “Viva il tuo principe, o aurea
Roma, a lungo; e l’impero schiacciato da tragiche calamità
Rialzi e prostri i ribelli con valore supremo!”…

E allora un lettore dritto sull’alta scalinata legge dei villaggi
Concessi in dono dall’augusto come omaggio al papa,
affinché tutti sappiano che sono stati donati alla Chiesa ed i prepotenti temano d’ora in poi di appropriarsi delle terre della Chiesa.

-M. Chechi Come si improvvisa cantando, Edito dal Ministero per i beni culturali e ambientali, Archivio di Stato di Grosseto, 1997.

-Dal CD-Rom del Corriere della Sera – “I percorsi della storia – Il Medioevo”

“L’incoronazione di Berengario I” In collaborazione con ACTA -1998

[5] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.433.

   

[7] Anche per questi avvenimenti la cronologia è quanto mai controversa: Liutprando da Cremona (Antapadosis, III, 12 ) parlando dell’offerta della corona italica ad Ugo, dopo l’esperimento di Rodolfo II di Borgogna, accenna ad un tentativo del provenzale al tempo di Berengario e terminato appunto con una fuga, mentre Costantino Porfirogenito (De administrando imperio, XXVI), male interpretando o Liutprando o una fonte italica simile, pone la prima comparsa di Ugo nel 923. Ma da ciò che risulta dai diplomi berengariani, dal marzo 922 al giugno 923 B. rimase in Verona e vi tornò subito dopo la sconfitta di Fiorenzuola d’Arda.

Altri (De Manteyer, Fasoli)pensarono al 912, legando il tentativo di Ugo all’arresto di Berta e del figlio Guido, che, però, Liutprando (Antapadosis, II, 55) pone (paulo post) l’assunzione di Guido alla carica di Marchese di Toscana.

L’infedele Bosone (I diplomi di Berengario I , XCI, 19 settembre 913) non può esser il fratello di Ugo, che non aveva rapporti di vassallaggio con Berengario. E d’altra parte se l’arresto di Berta e Guido – contro la testimonianza di Liutprando – si dovesse porre al 912-13, non si capisce perché non sia stato arrestato anche il marchese Adalberto. Al 916 non è neppur possibile di pensare: fino al dicembre dell’anno precedente   i rapporti del re con Lucca furono più che cordiali (Guido è detto addirittura: filiolus), un arresto per i fatti del 912 sarebbe tardivo: Rimane quindi plausibile proprio l’estate del 919 a cui seguì nell’ottobre la puntata su Ivrea e nella primavera del 920 l’azione dimostrativa su Lucca: dal giugno 920 al febbraio 921 Berengario rimase tra Pavia, Mantova e Verona.

-G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.433.

[8] Liutprando da Cremona , Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione,Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag.102-103, Bompiani, Milano.  

[9] Liutprando, Antapodosis, lib. Cap. 55, p. 63).

[10] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica – Vol. III, pag. 48–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250) – Istituto Geografico De Agostini – Novara – 1980.

[11] M.Milani –Storia d’Italia a puntate, n. ° 5 , Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag 82. Sta in STORIA Illustrata, A. Mondadori Editore, n. 246,maggio 1978.

[12] Liutprando da Cremona – Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione, Le Gesta di Ottone I ,La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli- (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag.106 –108, Bompiani Editore, Milano.

[13] – G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, Costantino Porfirogenito, De administrando imperio, cap. 26, p. 110, 41-53. pp. 431-434.

[14] Liutprando da Cremona , Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione,Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo, Editore Valentino Bompiani, Milano, 1945.

Vincenzo Moneta
Via G.B. Giorgini, 195/B – San Vito
55100 – Lucca – cell. 3737144575 – 0583999358
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Berta, Berta di Toscana.Brani tratti dal libro inedito “Berta di Toscana e il suo …
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Bart