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LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (1)

15 Giugno 2010

di Nino Campagna
[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

ELEZIONI POLITICHE DEL 14 SETTEMBRE 1930

In seguito alla paurosa crisi del 24 ottobre 1929, provocata dal crollo della borsa di New York, si ebbero pesanti ripercussioni anche in Germania, da dove, in tutta fretta, i finanzieri di oltre oceano ritirarono i loro capitali. Furono migliaia le bancarotte e tantissimi i suicidi per insolvenza. Cominciava così un periodo veramente buio, in un clima di diffuso scontento, di acceso risentimento e di cupa disperazione. Era il clima ideale per le rivendicazioni di Hitler, uno spregiudicato parvenu della politica tedesca, vecchia conoscenza della polizia di Monaco, che già lo aveva arrestato e messo in prigione in occasione del fallito putsch del novembre del 1923. Questo personaggio, umanamente squallido e molto probabilmente affetto da turbe mentali, cominciava la sua scalata al potere tra la colpevole indifferenza dei politici di professione e lo scetticismo dei circoli economici che contavano.

Quello che di lì a poco sarebbe diventato il Führer della Germania comincia subito a mettere in atto la sua spregiudicatezza, stringendo una “innaturale” alleanza con i tedesco-nazionali di Alfred Hugenberg, un prussiano tradizionalista con ampie disponibilità economiche. Questa alleanza, molto avversata dall’ala sinistra dello stesso partito nazionalsocialista, consentiva all’apolide Hitler di propagandare le sue rivendicazioni e di scagliarsi contro la repubblica “giudaica”. Per questi motivi, che egli giudicava prioritari,   aveva adesso a sua disposizione l’intera catena di giornali di Hugenberg. Nei primi mesi del 1930 la crisi economica insieme ai contrasti sempre più accesi in seno al governo portava alla fine della “grosse Koalition”, formatasi in seguito alle elezioni politiche del maggio 1928, e con essa della Repubblica di Weimar. Con la fine della grande coalizione usciva definitivamente dal governo la SPD, il partito dei socialdemocratici, che, come ha sostenuto Golo Mann riferendosi alla Repubblica di Weimar, “non avevano il coraggio di essere socialisti”. Infatti la SPD, che già alle prime elezioni del 1919 aveva avuto una lusinghiera affermazione raccogliendo dal quaranta al quarantacinque per cento dei voti, aveva rimesso il mandato al popolo, per non aver raggiunto la maggioranza… Ai socialisti mancava la   volontà di potere e, pur rimanendo il più grande partito nel Reichstag, essi ricaddero a recitare la parte ingrata a cui erano abituati fin dall’ultimo decennio dell’Impero del Kaiser. Essi pertanto un po’ collaborando, un po’ opponendosi, lasciarono al centro il compito della costante e generale partecipazione al governo. Al   socialdemocratico Hermann Müller, alla guida di un governo di coalizione che andava dalla SPD   alla Deutsche Volkspartei (Partito popolare tedesco), con Stresemann Ministro degli Esteri, succedeva, nel marzo 1930, l’uomo forte dell’ala sindacale del Zentrum, Heinrich   Brüning. Questi, pur presiedendo un governo minoritario, si era impegnato ad   evitare il pericolo degli opposti estremismi e quindi fece di tutto per imbrigliare sia nazisti che comunisti, ricorrendo a tutta una serie di decreti presidenziali d’emergenza; decreti che egli, come Cancelliere, poteva emanare, ma che dovevano essere ratificati dal Reichstag. Temendo, e forse non a torto, una più che probabile bocciatura in sede parlamentare egli, convinto che la politica di moderazione intrapresa potesse trovare   ampi consensi tra gli elettori, indisse nuove elezioni per settembre. I risultati però contraddissero le sue attese e mandarono all’aria i suoi progetti. Infatti a crescere furono proprio quei partiti che egli intendeva sconfiggere; così i comunisti dal 10,6 passarono al 13,1 per cento, forse a scapito della stessa SPD, che scendeva   dal 29,8 al 24, per cento. La vera sorpresa comunque fu costituita dall’inaspettata crescita dei nazionalsocialisti, che, grazie all’affluenza di voti liberali e conservatori,   raggiunsero un 18,3 per cento, risultato al di là di ogni attesa anche per i più accesi sostenitori di quel partito.   Nel Reichstag adesso sedevano ben 107 deputati del partito di Hitler (nella precedente legislatura erano solo 12!), mentre il partito nazionalpopolare di Hugenberg si dimezzava, scendendo dal 14,2 al 7 per cento.

Nonostante questo innegabile successo non tutti in Germania si resero subito perfettamente conto del potenziale pericolo di una formazione di violenti, che aveva già avuto modo di qualificarsi nel fallito Putsch di Monaco del 1923. Molti anzi sottovalutarono il fenomeno, considerando Hitler ed i suoi più stretti accoliti rappresentanti più o meno “folkloristici” della Baviera, senza nessun futuro politico. Tra coloro che in seguito dovranno rimproverarsi questa “colposa” sottovalutazione c’era anche Willy Brandt,   che ancora si chiamava   Herbert Frahm. Questo giovane, che non ha la fortuna di conoscere il padre, viene cresciuto dal nonno, un convinto socialista della scuola di August Bebel.   E si deve proprio a questa importante figura del nonno materno se Frahm inizia già   nell’estate del 1930 la sua “carriera” politica, eccezionalmente ammesso a soli diciassette anni nella SDP, il partito socialdemocratico di Lubecca, che aveva dovuto forzare lo statuto per ammettere un giovane non ancora diciottenne. Anni dopo, nel fare una lucida analisi dell’ascesa del nazismo, confesserà questo peccato di gioventù, condiviso purtroppo con   tanti “compagni” della sinistra tedesca: “Non ho imparato nella mia città a prendere sul serio Hitler ed i suoi seguaci. In loro non potevo riconoscere né il nazionale, né il socialista. Non consideravo la loro ostentazione tanto provocatoria quanto piuttosto intollerabile. Ma era proprio l’indistinto e il morboso quello da cui fette sempre più consistenti di un popolo divenuto volubile si sentivano attratte…”. (da “Erinnerungen”, Ricordi).

I nazionalsocialisti col successo insperato di settembre diventavano il secondo partito del Reichstag, un’istituzione in cui non credevano e che apertamente consideravano   una palla al piede per le loro mire autoritarie. Così questa folta truppa di deputati volle fin dall’inizio lasciare un segnale   inequivocabile del proprioo disprezzo verso le istituzioni democratiche. Il Parlamento fu teatro, proprio in occasione della prima seduta, di una manifestazione indegna e offensiva, inscenata proprio dai   parlamentari nazionalsocialisti, presentatisi nell’aula in stivaloni e camicia bruna. Per far capire subito anche all’opinione pubblica di che pasta erano fatti, nelle strade di Berlino alcuni reparti delle SA, una formazione paramilitare nazista sorta col movimento ma non disposta a confondersi con esso, invadevano e devastavano una decina di negozi di ebrei della Postdamerplatz. Queste azioni non rimasero purtroppo isolate, visto che sia nel Reichstag, che nelle strade gruppi di facinorosi si abbandonarono ad ulteriori gravi provocazioni. I nazisti, forti anche dei successi elettorali conseguiti in tutti i Länder, avevano gettato la maschera, ormai convinti di aver posto una pesante ipoteca sul potere. La netta vittoria elettorale tra l’altro consentì a Hitler di liberarsi degli oppositori interni e di assumere un ruolo di predominio assoluto nel partito. Adesso si spalancava la porta per conquistare strati più ampi di popolazione e per stringere ufficialmente alleanze con il capitalismo e la grande industria. Per rassicurare quanti, a ragione, temevano gli aspetti illegali e violenti di frange consistenti del suo partito, il Führer confermava la scelta di legalità, blandendo i vertici delle forze armate, cui poneva una scelta vitale: la vittoria della rivoluzione nazionale da lui capeggiata o quella del marxismo. La Nsdap, assurta adesso a   secondo partito nel Reichstag, costringeva i politici a fare i conti con una formazione fino ad allora presa in scarsa considerazione e, da molti – almeno per certe manifestazioni   folcloristiche cui si abbandonava la base – addirittura schernita. Il   Cancelliere Brüning fu quindi costretto a convocare Hitler, anche se, come tanti, lo continuava a sottovalutare, non avendo alcuna stima di un personaggio superficiale, spregiudicato e per nulla affidabile. La convocazione, sotto certi aspetti dovuta, ebbe l’effetto di   un insperato riconoscimento ufficiale. Il presidente von Hindenburg, da parte sua,   trattò quel capo politico, così diverso da quelli con cui nella sua lunga esperienza era stato abituato a trattare, con molto distacco, marchiandolo con l’irriverente epiteto di piccolo “caporale boemo”.

Tuttavia proprio a Berlino i Comunisti (KPD) con 739.235 voti rimanevano il partito più forte. Peccato che questo grosso potenziale di voti non sia stato mai utilizzabile per la Repubblica di Weimar. Infatti gli strateghi di Mosca erano per la rivoluzione e la conseguente dittatura del proletariato e, non credendo assolutamente nella democrazia parlamentare, si guardavano bene dall’essere in qualche modo coinvolti nella formazione di governi democratici, che per loro erano strutture da abbattere. Per di più, perseguendo l’obiettivo di essere egemoni nell’ambito della sinistra, consideravano la SPD   il primo partito da affrontare e liquidare. Una volta levati di mezzo i socialdemocratici, questa la strategia moscovita, si sarebbero rivolti alle forze politiche moderate, conservatrici e della destra più becera.

Proprio a Berlino i Nazisti, che nel frattempo si erano riorganizzati accogliendo Röhm dall’esilio volontario di La Paz (Bolivia) e   riaffidandogli   il comando delle “sue”   “Sturmabteilungen”, pensavano di imperversare e soprattutto di intimidire, cercando lo scontro fisico con gli avversari politici. Hitler, da sempre abbastanza diffidente nei confronti delle SA, che in effetti sfuggivano al suo e ad ogni controllo, guardava con sempre maggiore attenzione alla crescita di un’altra struttura, le SS (Schutzstaffeln), nata per garantire la sua incolumità ed   affidata ad un uomo di assoluta fiducia (Heinrich Himmler), già distintosi nel fallito putsch di Monaco del novembre 1923. Le operazioni di disturbo messe in atto dalle SA, seguite da vere e proprie aggressioni, non si limitavano solo agli avversari politici, ma avevano come finalità chiara quella di terrorizzare l’opinione pubblica e di iniettare insicurezza in tutti gli strati della popolazione. Sempre a Berlino, alla fine di quell’anno, veniva orchestrata dal Gauleiter Goebbels un’azione dimostrativa che doveva suscitare molto clamore. Il pretesto fu offerto dalla proiezione del film di Remarque “Im Western nichts Neues” (All’ovest niente di nuovo), considerato disfattista e soprattutto offensivo nei confronti dell’eroica “Wehrmacht” tedesca, “tradita” alla fine della prima guerra mondiale dai politici. In occasione della prima, in programma nel cinema Mozart, nella Nollendorfplatz, viene organizzata una violenta campagna di diffamazione, culminata in un’operazione di vera e propria pesante gazzarra che lasciò inorriditi gli spettatori presenti (5.12.1930).

Il fenomeno del nazismo e l’ascesa di Hitler tuttavia non si capirebbero a pieno se non si tenessero presenti   le condizioni della Germania in quel periodo. Tre milioni di disoccupati, che all’inizio del 1932 diventeranno ben sei milioni, rappresentavano un’enorme folla di affamati, in linea di massima molto sensibile a qualsiasi promessa e praticamente disposta a tutto per rimediare qualcosa da mangiare. Queste turbe di delusi e scontenti erano un terreno di coltura ideale per chi predicava odio, minacciava rivincite e soprattutto prometteva lavoro e benessere. Si profilavano così gli elementi base per rappresentare una vera lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori.

Brecht, cui nel frattempo erano giunte dagli Stati Uniti, regno riconosciuto dei capitalisti, allarmanti notizie sulla distruzione sistematica di intere partite di grano per mantenere inalterati i prezzi della farina, coglie le contraddizioni di quel sistema e ne fa un documento di denuncia. Risale a   questo periodo infatti la “Santa Giovanna dei Macelli”, scritta ed elaborata   assieme a Elisabeth Hauptmann. Nell’autunno del 1931 il lavoro era già completo e poteva essere inviato all’editore Felix Bloch di Berlino. Questo dramma, che sarà l’unico a cui faremo riferimento in un lavoro unicamente dedicato alla lirica brechtiana, riflette in modo magistrale la crisi economica di cui fu vittima a cavallo degli anni venti e trenta la società americana ed europea. In esso vengono al pettine le contraddizioni del capitalismo, la sua falsa compassione per gli operai, la cui condizione di miseria poteva essere alleviata solo con opere di beneficenza. La Chiesa con il suo insegnamento a sopportare i mali della vita terrena per meritarsi la felicità del paradiso, diventava complice inconsapevole di questa condizione di sfruttamento. La povera Giovanna, paladina delle rivendicazioni dei poveri, è tra le prime ad intuire la pericolosità di un connubio innaturale (chiesa e capitale) e, in punto di morte, è costretta amaramente ad ammettere, che la sua è stata una battaglia inutile. Il capitalismo si è rivelato “bestiale” e andrebbe combattuto con gli stessi strumenti che esso stesso usava. Alla Santa Giovanna, che aveva cercato di contrapporre la sua “bontà senza conseguenze” ad un sistema di sfruttamento assolutamente insensibile ai bisogni del prossimo, non rimarrà altro che accettare come inevitabile la   sconfitta. Prima di morire tuttavia ha uno scatto di orgoglio e, forte della sua esperienza, denuncia quella subdola alleanza tra capitalismo e   chiesa, consegnando ai compagni di lotta un messaggio inequivocabile: “Solo la violenza può servire, dove domina violenza”.

…

Una cosa ho imparato, una cosa per voi,
Ora che muoio.
Come mai c’è qualcosa in voi che non
Riesce a venir fuori? Che cosa sapete, sapendo
Cose che nulla mutano?
Io, per esempio, non ho fatto nulla.

….

Oh bontà senza conseguenze! O mente ottusa!
Non ho mutato nulla.
Mentre velocemente scompaio da questo mondo senza paura
Io vi dico:
Pensate, per quando dovrete lasciare il mondo,
Non solo a essere buoni, ma a lasciare
Un mondo buono!

….

Ma chi è in basso, in basso è costretto,
Perché chi è in alto, in alto rimanga.
E la bassezza di chi è in basso è smisurata.
E se anche migliorassero, a nulla
Servirebbe. Poiché senza uguale
È il sistema che costoro han costruito:
Sfruttamento e disordine. Bestiale, e quindi,
Incomprensibile.

….

E dunque, se uno sta in basso e dice che c’è un Dio
Che nessuno vede
E che può essere invisibile e che tuttavia li aiuta
A costui bisogna sbattere la testa sulla pietra
Fino a quando crepa.

….

E anche a quelli che vi dicono di potersi innalzare nello spirito
E restano piantati nel fango, anche a quelli
Bisogna sbattere la testa
Sulla pietra. Perché
Solo la violenza può servire, dove domina violenza, e
Solo uomini, dove ci sono uomini, possono dare aiuto.

Sulla “bontà senza conseguenze” Brecht avrà modo di tornare spesso. Ma in proposito ci sembra pregnante una poesia scritta nel 1935, in un periodo in cui in Germania imperversava il regime di Hitler ed il poeta da due anni viveva in Danimarca,   esule, privato della cittadinanza tedesca e braccato da un mandato di cattura:

Was nützt die Güte (A che serve la bontà), 553 – 1935 –

1

A che serve la bontà
Se i buoni vengono immediatamente ammazzati, oppure
vengono ammazzati
Coloro, verso i quali sono buoni?

……

2

Invece di essere buoni, sforzatevi
Di creare una condizione, che renda possibile la bontà, e
                               meglio:
La renda superflua!

……

Le parole di Giovanna contengono già il messaggio brechtiano sulla missione civile dell’uomo. Un uomo che non deve necessariamente misurarsi con l’assoluto, ma che   può contribuire a costruire un mondo migliore anche con piccole azioni quotidiane. . E la poesia “Il ricovero per la notte”, scritta in quello stesso periodo, ne è un’autorevole testimonianza:

Der Nachtlager   (Il ricovero per la notte), 373 -1930 ? –

Sento dire che a New York
All’angolo fra la 26. strada e Broadway
Durante i mesi invernali ogni sera c’è un uomo
E ai senzatetto, che si radunano
Procura pregando i passanti un ricovero per la notte.

Il mondo non diventa per questo diverso
Le relazioni tra gli individui non migliorano
Il periodo dello sfruttamento non viene così accorciato
Ma alcuni individui hanno un ricovero
Il vento per una notte viene tenuto lontano da loro
La neve loro destinata cade sulla strada.

……


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania … — 15 Giugno 2010 @ 08:11

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