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La memoria della Repubblica

3 Novembre 2013

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 3 novembre 2013)

Tra i partiti oggi esistenti solo il Partito democratico (se si esclude la microscopica Udc) può essere considerato in qualche modo erede della Prima Repubblica: se non altro perché già allora la grande maggioranza dei suoi esponenti era sulla breccia e spesso in prima fila. Tra gli attori politici odierni solo il Pd, insomma, può essere considerato rappresentante della memoria storica di quei decenni; non immemore di quella che è stata la loro vicenda. Proprio da ciò, tra l’altro, nella Seconda Repubblica esso ha ricavato non pochi vantaggi: a cominciare dal ritrovarsi ad essere l’unico rappresentante di una certa continuità istituzionale, della tradizione politica del Paese formatasi nel dopoguerra, venendo così ad essere il naturale interlocutore della sua classe dirigente tradizionale, degli ambienti economici e finanziari consolidati, delle magistrature dello Stato, dei grandi burocrati. Tutti costoro, avendo a suo tempo appreso quanto il Pci (Partito comunista italiano) contasse, quanto fosse utile non averlo nemico, e quanto di esso ci si potesse per così dire «fidare », non hanno avuto problemi a trasferire sul Pd suo erede e su molti suoi esponenti quell’antica immagine positiva e, spesso, anche una più o meno antica consuetudine di rapporti.

Ma proprio per tutto questo oggi il Pd dovrebbe sentirsi investito di quello che può ben definirsi un dovere civile prima che politico. Il dovere cioè di testimoniare – lui che ben la conosce – la verità di ciò che la Prima Repubblica è realmente stata. Un dovere civile, ho detto, perché solo da una piena consapevolezza (e conoscenza) di quel passato, degli errori e delle responsabilità di allora, l’Italia di oggi può sperare di imboccare la via della rinascita. Solo se ci convinceremo che oggi paghiamo scelte sbagliate, compiute però con il concorso più o meno generale, solo così saremo capaci di trovare un minimo di accordo preliminare sulla necessità di cambiare. Non già, sia chiaro, in vista di qualche nuova versione delle «larghe intese », ma per poter muovere – sia pure ognuno con la propria identità politica e con il proprio programma – almeno da un punto di partenza e da una diagnosi comuni. Da un’opinione condivisa circa i nodi da sciogliere e il perché della loro esistenza.

Il nostro passato, dunque. Il Pd sa bene che non è certo tangentopoli la verità della Prima Repubblica. Gli uomini e le donne che lo dirigono conoscono bene quale fu il tormentato cammino del Paese dalla fine dei Sessanta agli anni Novanta: quale fu la realtà di quel consociativismo, delle leggi di spesa fatte tutt’insieme senza curarsi troppo del futuro, dei danni prodotti nel pubblico impiego da leggi che vollero i sindacati e i grandi partiti. Ricordano senz’altro il clima di colpevole ottimismo nel quale fu dato avvio all’esperimento regionalistico; sanno la miriade di elargizioni e sussidi, concessi a chiunque o quasi li chiedesse e fosse abbastanza forte da alzare la voce; dei favori fatti alle tante corporazioni, ai tanti interessi costituiti, protetti dall’una o dall’altra parte. Avendo avuto dirette responsabilità di governo non ignorano di quante impensabili complicità ha potuto godere da sempre l’evasione fiscale: non l’evasione dei super ricchi, che percentualmente è poca cosa, ma quella delle affollatissime categorie professionali e commerciali. Soprattutto essi sanno bene come il Paese, finché c’era il Partito comunista, fosse condannato a non poter cambiare mai il proprio governo: e come questo abbia avuto la sua parte (e quale parte!) nel produrre i danni che oggi lamentiamo. Gli uomini e le donne del Pd sanno tutto. E semmai l’avessero dimenticato possono leggere i libri di tanti bravi storici di sinistra – da Silvio Lanaro ad Aurelio Lepre, a Guido Crainz, ad Andrea Graziosi – che lo hanno raccontato bene e con dovizia di particolari.
Proprio oggi, pertanto, essi dovrebbero sentire il dovere di parlare, di restituire alla Repubblica la verità del suo passato. Senza di ciò, infatti, il Pd resterà sempre prigioniero di quella parte dell’opinione pubblica di sinistra – numericamente minoritaria, ma vocalmente prevalente sulla scena pubblica – la quale non solo, ebbra com’è di antiberlusconismo, è portata a vedere esclusivamente nel «fare giustizia » la soluzione di tutti i problemi del Paese, ma è convinta che la responsabilità di questi sia sempre e solo degli «altri », chiude gli occhi di fronte alla complessità delle questioni per la varietà degli interessi in gioco, spasima perché ogni contrasto sia tagliato con l’accetta, perché chi non la pensa come lei sia collocato all’istante tra i «nemici » e possibilmente consegnato a un tribunale. È fatto di questi ingredienti il volto nuovo dell’antico estremismo italiano che oggi ha preso le sembianze di un radicalismo iperdemocratico nutrito di un’ossessiva rivendicazione di «trasparenza » e di «diritti » quanto della più schietta ignoranza di ogni passato. Un estremismo che proprio per la sua forma «democratica » è capace, però, d’infiltrarsi per mille rivoli anche nell’opinione «media » di sinistra, finendo in tal modo per prendere in ostaggio e condizionare lo stesso Pd.

È dunque soprattutto per avere la libertà d’azione necessaria che oggi il Pd dovrebbe sentirsi spinto a contrapporre a tale estremismo una battaglia di verità sul passato italiano di cui è figlio il nostro (e dunque anche il suo) presente. Una battaglia del genere avrebbe un ulteriore e ben maggiore significato. Essa sarebbe infatti, nella sostanza, una cruciale battaglia per l’egemonia sul futuro sviluppo politico del Paese. In una situazione incerta, fluida, com’è quella odierna dell’Italia, dove i profili politico-sociali hanno confini così mal definiti, in una situazione di marasma profondo privo di punti di orientamento, riuscire a stabilire una narrazione credibile del passato, una narrazione inclusiva capace di accogliere in modo equo torti e ragioni di tutti i principali attori, evitando di racchiudersi in una prospettiva esasperatamente di parte: se il Pd fosse in grado di tanto, porrebbe di certo una premessa decisiva per ottenere il consenso necessario a governare. Non nascondere al Paese alcuna difficoltà, alcun problema, né addebitarne con leggerezza le colpe solo agli «altri »; non «farla facile » insomma. Ma al contrario mettere tutti davanti alla cruda verità ammettendo anche le proprie colpe: è solo così che ci si può conquistare un capitale di fiducia e quindi chiamare tutti ai sacrifici necessari. L’Italia ha bisogno di una forza politica, di un leader, che sappiano fare questo. Che abbiano l’intelligenza e il coraggio di farlo.


La zona grigia
di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 3 novembre 2013)

C’È UNA ZONA GRIGIA che rende inquietante la vicenda Cancellieri- Ligresti e che svela la natura compromissoria e forse compromessa del potere. Il ministro dice «non mi pento », evocando quasi una categoria religiosa, che nel caso in questione non ha alcun senso perché in gioco c’è invece un problema politico.

Non è un «pentimento » che si chiede al ministro, ma semmai un «chiarimento » sulla natura dei rapporti che la legano alla famiglia di don Salvatore. Fino ad obbligarla a telefonare al fratello del «padrino » per garantirgli il suo interessamento, come testimoniano le intercettazioni agli atti dell’inchiesta di Torino.

Perché la Cancellieri si è sentita in dovere di farlo? Questo chiarimento non è arrivato. Il movente che ha spinto il ministro a sollecitare la scarcerazione di Giulia Ligresti non sembra il «volto umano della giustizia », ma semmai la faccia complice dell’amicizia. Se il Guardasigilli non è libero nei confronti di chi gli chiede un passo improprio, non può restare al suo posto.


Cancellieri, ‘Avvenire’ e la calda umanità mediterranea del ministro
di Ines Tabusso
(da “il Fatto Quotidiano”, 3 novembre 2013)

Diceva ieri un comunicato del Governo: “Siamo sicuri che le argomentazioni che il ministro Cancellieri svilupperà convinceranno le Camere e fugheranno ogni dubbio. Le parole del procuratore Caselli hanno peraltro già dato un fondamentale contributo di chiarezza”.

Che cosa aveva detto Gian Carlo Caselli? Che gli arresti domiciliari a Giulia Ligresti “sono stati concessi esclusivamente sulla base di due fatti concreti, obiettivi, provati: le condizioni di salute assolutamente incompatibili con il carcere – come una perizia di un qualificato professionista ha certificato – e la richiesta di patteggiamento intervenuta ben prima che ci fossero le telefonate di cui le cronache di questi giorni sono piene”.

Chiaro? Come dire che un pizzico di fiducia e di rispetto in più per la giustizia, di cui è ministro, avrebbe evitato ad Anna Maria Cancellieri un intervento superfluo e che non sembrerebbe rientrare tra le sue competenze.

Quanto alle argomentazioni che il ministro Cancellieri svilupperà davanti alle Camere, se dovessero consistere nell’elenco degli “oltre cento interventi per persone che ho incontrato nel corso di mie visite in carcere o i cui familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail” avremmo solo una moltiplicazione per cento dello stesso equivoco: il mancato riconoscimento della differenza tra un ministro, che dovrebbe identificare e affrontare problemi di carattere generale e possibilmente risolverli attraverso l’azione di governo, e una dama di San Vincenzo il cui raggio d’azione non si estende oltre pochi casi personali, per ciò stesso privilegiati, in quanto escludono tutti gli altri ugualmente degni di attenzione.

“Il mio è stato un intervento umanitario” ha dichiarato il ministro, che ha trovato ieri il massimo appoggio in una serie di articoli su  Avvenire,  il quotidiano dei vescovi: “Fortunatamente il ministro Cancellieri dimostra di conoscere la Costituzione meglio di certi settori della grande stampa e di alcuni cultori (in toga e no) delle manette facili. Anche perché basta un po’ di umano buon senso”,   e ancora: “Ma si può già dire che la stimabilissima attenzione, persino umanamente appassionata, di Anna Maria Cancellieri al tema delle condizioni dei carcerati non è un mistero: sono proprio le cronache dei giornali ad averne dato a più riprese ampia testimonianza”.

Sembra di assistere alla realizzazione e messa in opera di quella “combinazione di calda umanità mediterranea e influenza della Chiesa cattolica” che, secondo il politologo Edward Luttwak, non permette agli italiani di considerare le leggi dello Stato una cosa seria:  “Agli occhi della Chiesa solo la Chiesa è sacra. Essa nega qualsiasi autorità morale allo Stato. Una conseguenza di questi atteggiamenti è che non si esita ad aggirare o addirittura ignorare la legge nel nome della pietà umana, se non dell’opportunità.  Un’altra è che gli italiani sono portati ad affidarsi al potente di turno, perché non esiste alcuna maestà della legge che governi su tutti allo stesso modo.  Una terza conseguenza è che i titolari di cariche pubbliche non sono soggetti a regole più rigorose di quelle che si applicano nei confronti dei comuni cittadini. Perché un uomo politico dovrebbe andare in prigione per aver violato la pubblica fiducia nello Stato quando lo Stato è così poco meritevole di rispetto?”.


Il «pasticcio » inutile di Giulia. Col patteggiamento era libera
di Rachele Gonnelli
(da “l’Unità”, 3 novembre 2013)

Un pasticcio, ecco cosa sembra nella ricostruzione degli inquirenti il caso delle presunte indebite pressioni della ministra di Grazia e Giustizia Anna Maria Cancellieri per la scarcerazione di Giulia Ligresti. Un pasticcio inutile senza alcuna rilevanza sul piano giudiziario. Inutile perché la procura di Torino era più che convinta che la condizione carceraria della figlia di Salvatore Ligresti fosse destinata a risolversi nel giro di una settimana. Una settimana di attesa che non avrebbe pregiudicato di molto il suo stato di salute, anche se aveva perso peso e si trovava in uno stato di prostrazione psicologica.

L’estate di Giulia Ligresti è stata dura ma la ricostruzione dei tempi di questa vicenda parlano di un ritmo veloce, non biblico come spesso succede nel nostro inceppato sistema giudiziario. Giulia è stata arrestata insieme agli altri membri della sua famiglia a capo dell’impero Fonsai il 17 di luglio. È dello stesso giorno la telefonata di solidarietà del ministro Cancellieri a Gabriella Fragni, compagna nella vita di don Salvatore e amica di lunga data della stessa Cancellieri. Gabriella piange al telefono. Anna Maria la consola dicendo a più riprese «non è giusto, non è giusto » e le offre qualcosa di più di una spalla su cui piangere. Nella registrazione della telefonata, che viene intercettata, come del tutto prevedibile essendoci un’inchiesta in corso, la ministra si spinge a dire la frase di rito: «Per qualsiasi cosa conta su di me ».

Che l’abbia fatto effettivamente, che si sia interessata personalmente al caso di Giulia, è la stessa Cancellieri ad ammetterlo, dopo una seconda pressione degli amici di famiglia. Questa volta è Antonino Ligresti, fratello di Salvatore e nipote di Giulia, a farsi avanti, sollecitato dalla cognata Gabriella preoccupata per un peggioramento dello stato nervoso di Giulia in un mese di detenzione. È Antonino, Nino, il contatto vero dei Ligresti con la ministra. È lui l’ex vicino di casa a Milano e amico carissimo di Nuccio Peluso, il marito della Cancellieri. Il figlio della Cancellieri, il manager Pier Giorgio Peluso risulta invece del tutto estraneo alla vicenda. Anzi, è proprio Pier Giorgio Peluso, entrando per un anno in Fonsai con il ruolo di direttore generale a facilitare l’ingresso nella compagine azionaria del fondo d’investimento americano Amber, proprio quel fondo che, grazie a un esposto della sua filiale italiana, schiude il vaso di Pandora delle irregolarità nella società del gruppo Ligresti consentendo l’apertura delle due inchieste a Torino e a Milano.

Zio Nino interviene un paio di volte per chiedere l’interessamento della Guardasigilli al caso della nipote alla fine di agosto. Il 22 agosto la Cancellieri, chiamata a deporre a Torino, ammette di aver «sensibilizzato » i due vicecapi del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano perché «facessero qualcosa di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati ». La Procura non sente il bisogno di verificare se poi Cascini e Pagano siano stati effettivamente sentiti. Intanto a fine luglio la difesa di Giulia Ligresti ha chiesto il patteggiamento e la procura di Torino il 2 agosto dà parere favorevole per gli arresti domiciliari. Il Gip però il 6 agosto respinge l’istanza di scarcerazione. Pesa la scelta del fratello di Giulia, Paolo Gioacchino, di espatriare in Svizzera sottraendosi alla cattura. Avendo i mezzi finanziari e un familiare ora cittadino svizzero si teme una fuga anche della sorella.

Giulia invece, tramite i suoi legali, accetta il patteggiamento. Quindi il quadro cautelare sarebbe da rivalutare. Nessuno però presenta istanza di riesame, né ricorso al magistrato di sorveglianza. Evidentemente la famiglia privilegia un’altra strada. Passano così una ventina di giorni di calvario, quindi l’udienza del patteggiamento è fissata per il 3 settembre. Ma la macchina delle amicizie parentali è già partita. Il 13 agosto arriva una segnalazione dai servizi sociali penitenziari che denuncia la situazione psico-fisica di Giulia come incompatibile con la carcerazione. La procura dispone una perizia medico-legale. Si tratta di un atto non richiesto, diciamo così, attivato per scrupolo. Bastava attendere ancora pochi giorni e tutto si sarebbe risolto di fronte al nuovo giudice dell’udienza del patteggiamento. Così invece resta il pasticcio e le ombre di quella frase pronunciata da Gabriella Fragni in una telefonata alla figlia in cui dice che la Cancellieri si dovrebbe vergognare, perché «tu sei lì perché ti ci ha messo una persona ». A chi si riferisce? A questa domanda degli inquirenti la moglie di don Salvatore ha risposto con il rituale: «Non ricordo ». Di certo Anna Maria Cancellieri è sempre stata presente nel toto-nomine del governo: prima al Viminale, infine al ministero della Giustizia.


Se vince Grillo, paese a rotoli
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 3 novembre 2013)

GRILLO e l’Europa. Mi sembra questo il tema di maggiore attualità: la campagna elettorale che il proprietario e leader del Movimento 5 Stelle ha già aperto in vista delle elezioni europee del maggio 2014 e di quelle italiane che egli si augura e fa di tutto per provocare il più presto possibile.

Si tratta di una campagna di destra, una destra xenofoba contro gli immigrati, qualunquista contro i partiti (tutti i partiti, nessuno escluso) e contro le istituzioni, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio ai ministri (tutti i ministri) e contro la magistratura e la Corte costituzionale.

Non è più anti-politico il Movimento 5 Stelle poiché ora una politica ce l’ha, l’ha scelta. È a suo modo una politica rivoluzionaria perché vuole abbattere tutta l’architettura esistente ma con un obiettivo reazionario perché vagheggia una dittatura, la sua. Il movimento di popolo che le sue parole d’ordine indicano con chiarezza fa leva sui sacrifici, le speranze frustrate e la rabbia che ne deriva, ormai molto diffusa, che gli italiani sentono con sempre maggiore acutezza.

Di chi è la colpa, chi ne sono i responsabili, stando alle indicazioni di Grillo? I partiti che governano il Paese da oltre mezzo secolo, l’establishment economico, i sindacati, l’Europa. Questi sono i nemici da sconfiggere, mettere in fuga e sostituire. Con chi? Col popolo finalmente svegliato da Grillo, che sarà naturalmente lui a guidare, a istruire e ad educare.

Quando questa opera di lunga lena sarà compiuta lui si ritirerà.
Ovviamente sarà celebrato nei libri di storia come quello che…

Da qualche settimana l’Europa così come è fatta oggi e l’euro che la Banca europea stampa sono diventati i nemici principali e rappresentano i bersagli sui quali sparare per primi. La stessa strategia è quella usata dal Fronte nazionale francese della Le Pen, dal movimento anti-europeo di Germania (dove però non hanno neppure superato la soglia per entrare in Parlamento), in Grecia, in Danimarca, in Olanda.

Grillo ha anche in mente una sua politica economica. Non è mai andato a scuola di economia e conosce per sentito dire le scuole di Cambridge, di Vienna e del Mit degli Usa; ma sa interpretare e semplificare quello che molta gente pensa: ridurre le tasse, combattere evasione e corruzione, infischiarsene del debito pubblico, spendere per creare posti di lavoro senza preoccuparsi delle coperture, rispondere a pernacchie alle direttive europee e mandare per aria l’euro. Chi se ne frega dell’euro. Meglio una moneta nazionale stampata in Italia in quantità capaci a fare star meglio la gente, i giovani, gli anziani, tutti.

L’Europa non reggerà il colpo. Anche la sua architettura attuale crollerà e i movimenti che l’hanno distrutta la ricostruiranno a modo loro. E poiché il movimento principale sarà il 5 Stelle, che guiderà il Paese con il debito più alto di tutti gli altri, sarà dunque il 5 Stelle â— cioè lui â— a guidare la ricostruzione.

Questo pensa Grillo, lo dice e lo diffonde. Ormai è un Verbo, naturalmente incarnato. Ma non è il solo poiché anche a destra c’è qualcuno che â— in modi appena più sfumati nella forma ma identici nella sostanza â— dice cose analoghe. Finora erano due populismi di segno contrario, adesso sono due nazionalismi entrambi di estrema destra, entrambi demagogici, entrambi irresponsabili ed entrambi visti con favore da alcuni milioni di elettori.

Mi direte che questa è una visione pessimistica. Me lo auguro, naturalmente. Di solito tendo all’ottimismo della volontà e della ragione, che unifica la dicotomia di Gramsci. Ma ora, avendo alquanto approfondito il problema, molti dubbi mi hanno assalito. Alcuni li ho già manifestati due domeniche fa discutendo le caratteristiche del circuito mediatico. Oggi torno su questo tema e su quello delle tecnologie che da vent’anni hanno preso il governo del mondo.

Molti amici che illustrano la filosofia italiana, tra i quali nomino qui Severino e Galimberti, hanno già affrontato questo tema; ma a me pare che sia venuto il momento di trarne alcune conclusioni che influenzano direttamente l’assetto della società globale nel quale vive ormai l’intero pianeta.
***
Il cosiddetto “Datagate” rappresenta il centro di questo discorso. Ha agitato e continua ad agitare ormai da molti giorni le Cancellerie e i media di tutto il mondo, ma mi sembra che un punto sia stato trascurato: non esiste un Datagate semplicemente nordamericano che si estende e spia l’intero pianeta.

La raccolta, la registrazione e l’eventuale ascolto delle conversazioni telefoniche esiste in ogni società telefonica locale e â— ecco il punto di fondo â— ciascuna di esse è interconnessa con tutte le altre. Le conversazioni tra telefoni cinesi, sono registrate, classificate e ascoltabili in Cina ma sono interconnesse con quelle Usa e così le conversazioni che si svolgono in India, in Australia, in Brasile, in Gran Bretagna, in Canada, in Germania, in Russia, in Iran, in Siria, in Egitto. Insomma nel mondo intero, ovunque ci sia l’industria telefonica e gli strumenti che consentono le conversazioni.

Il Datagate mondiale non è stato che l’insieme di queste interconnessioni, alle quali si aggiunge un’altra rete che è quella di Internet.

Queste due tecnostrutture ci portano ad una conclusione che non ci piace affatto perché coinvolge un diritto fondamentale: la «privacy »; che è stata infranta e insieme con essa quel tanto di libertà che ne deriva.

La «privacy » e la libertà che da essa discende fanno ormai parte di un’altra epoca, non più della nostra. Sociologi e tecno-operatori di tutto il mondo sono perfettamente consapevoli di questa situazione e si domandano se esista la possibilità tecnica e la volontà politica di resuscitare la privatezza e quel tanto di libertà che vi è comunque connessa. Esiste ma comporta l’uso di regole e strumenti molto sofisticati. Oltre alla volontà politica di applicarli.

Naturalmente le due reti planetarie, quella dell’interconnesione e delle conversazioni telefoniche e quella di Internet, hanno effetti travolgenti sul circuito mediatico e quindi sulla formazione delle pubbliche opinioni. Ho già esaminato questo tema due domeniche fa mettendo in luce l’enorme potenza che le nuove tecnologie hanno conferito al sistema mediatico. Sono forze ambivalenti: cercano e possono scoprire la verità sull’andamento dei fatti e possono al tempo stesso manipolarla per meglio catturare l’interesse del pubblico.

In Italia sperimentammo il rischio che questi circuiti possono esercitare su singole persone quali per esempio il capo di un’agenzia di informazioni che aveva ottenuto un contratto operativo dalla Telecom di Tronchetti Provera e se ne valse per ascoltare alcune utenze private che potevano interessare uno dei dirigenti dei Servizi segreti italiani. Il quale ultimo usò in parte quelle intercettazioni per ragioni di sicurezza pubblica ma in parte per propri tornaconti personali. Ci fu un processo che durò alcuni anni arrivando ad una sentenza di condanna per Tavaroli (titolare dell’agenzia) e la sua squadra. Tronchetti fu condannato per la ricettazione di un dossier.

Ricordo questo fatto per dire che per un qualsiasi cittadino può essere molto più pericoloso per la sua privacy la rete locale che lo registra non quella americana o cinese o indiana che dispongono anch’esse di quella conversazione. Che cosa volete che me ne importi se la National Security Agency può accedere alle mie conversazioni? Non le ascolterà mai, non sa neppure chi sono. Se non ho fatto alcuna azione contro la sicurezza pubblica.

Potrò essere invece ascoltato da un Pollari di turno che sa benissimo qual è la mia professione e che può avere sotto gli occhi le mie conversazioni per sessant’anni con capi di partito, capi di imprese, di associazioni, di governi. Questo avviene in ciascun Paese e i mediatori di queste compravendite di conversazioni non fanno altro mestiere che quello di raccogliere materiali potenzialmente ricattatori sulla vita privata di persone che abbiano avuto un peso nella vita pubblica del Paese.
Conclusione: il Datagate abolisce la privacy, le reti locali sono le più temibili per i cittadini comuni, quella generale può esercitare interventi di difesa antiterroristica e/o spiare capi di Stato, di governo, di multinazionali.

Il tutto è integrato con i circuiti mediatici i quali influenzano nel bene e nel male la formazione e l’evoluzione dell’opinione pubblica mondiale. Un esempio: sia Assange sia Snowden disponevano di un enorme fondo di intercettazioni ma per rivelarlo e rivelarsi hanno dovuto ricorrere a due giornali, il Guardian e il New York Times, alla loro carta stampata e ai siti di cui dispongono.

Questo è ormai il mondo in cui viviamo con accresciuta fatica.
***
Se per concludere andiamo dal più grande al meno grande, deriva da questa analisi la vitale importanza che l’Europa divenga al più presto uno Stato federale, l’euro non sia in nessun caso messo a rischio, gli strumenti politici europei si trasformino in strutture federali alle quali i governi, i Parlamenti, le Corti costituzionali, la Difesa, la politica estera dei singoli Stati trasferiscano i loro poteri.

Contro l’irrilevanza degli Stati europei, considerati ciascuno per proprio conto, non esiste altra alternativa.

L’Italia e il suo governo debbono battersi per questo obiettivo. La destra naziona-lista, xenofoba anti-euro, è una catastrofe di fronte alla quale i sacrifici di oggi diventerebbero caramelle.

La ripresa sarà lenta ma comincerà certamente nel 2014, tutti i sintomi ci sono già e tutte le fonti lo confermano.
Ma c’è anche l’incoscienza degli incoscienti e il pericolo è quello. Papa Francesco, lei che ci crede preghi per noi che ne abbiamo bisogno. Sarà comunque una preziosa testimonianza.
________

(E’ andata peggio di quanto avevo immaginato. Scalfari anziché dare un colpo al cerchio e uno alla botte, del caso Cancellieri se n’è proprio infischiato. Ha parlato di massimi sistemi. Troppo rischioso esprimersi! bdm)


Cancellieri, così Letta e Napolitano hanno blindato il ministro sul caso Ligresti
di Redazione
(Da “Libero”, 3 novembre 2013)

Il processo ad Annamaria Cancellieri qualcuno l’ha già fatto: e il ministro della Giustizia ne è uscito assolto, più blindato di prima. La vicenda imbarazzante della telefonata per favorire la scarcerazione di Giulia Ligresti, malata, ha messo in difficoltà sia Palazzo Chigi sia il Quirinale: da una parte c’è la fiducia nella Cancellieri, dall’altra una polemica che da mediatica rischia di diventare velocemente politica, con il Movimento 5 Stelle e parte del Pd che già chiede a gran voce le dimissioni della diretta interessata. Lei tiene duro, dicendo che quella telefonata è stata fatta per motivi “umanitari”: “La rifarei – ha detto il ministro -, ho la coscienza a posto, la Ligresti poteva morire”. Il premier Enrico Letta ha cercato di minimizzare: “Spiegherà tutto, deve fugare ogni dubbio”. Martedì prossimo la Cancellieri riferirà in Parlamento, ma come detto il suo posto sembra blindato.

Il silenzio di due giorni dei Palazzi che contano non è un caso. Sono state 48 ore di telefonate, consultazioni, faccia a faccia. Dalle stanze del Quirinale sarebbe arrivato un sì alla conferma del ministro. Il rischio, ben compreso da Letta e dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è quello di un terremoto nel governo. Certo, le parole del Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, che ha chiarito come la decisione di scarcerare la Ligresti sia stata autonoma e senza pressioni dal Ministero, è stata decisiva. Come dire, un via libera “tecnico” a una fiducia fondamentalmente politica. Il punto però è un altro: come per il vicepremier Angelino Alfano ai tempi del caso Ablyazov, Letta non poteva permettersi di perdere un pezzo da 90 come la Cancellieri e dunque le proteste di grillini e parte di Pd e Pdl non avranno gravi sbocchi in Parlamento. Salvo sorprese delle prossime ore, s’intende.


Il ministro Cancellieri mente
di Ottavia Giustetti – Paolo Griseri per La Repubblica
(da “Dagospia”, 3 novembre 2013)

Amici sul viale del tramonto. La telefonata improvvida del prefetto Annamaria Cancellieri, ministro guardasigilli e per questo suprema responsabile dell’amministrazione della giustizia in Italia è, come si direbbe in un tribunale, un atto dovuto. Non una semplice telefonata ad un’amica. Ma quella telefonata, con quelle parole, in quel preciso giorno. E questo è il vero, grande, problema.

Perché sulla sventurata idea di chiamare la compagna di Salvatore Ligresti per esprimerle solidarietà umana e disponibilità ad agire si gioca gran parte dell’affaire che sta rischiando di travolgere la titolare del ministero di via Arenula in uno dei momenti più delicati della vita della Repubblica.

LA RETATA
Mercoledì 17 luglio 2013 è il giorno del crollo definitivo di un sistema di potere e della famiglia che lo aveva incarnato per oltre trent’anni. Il giorno della grande retata. Le porte del carcere si aprono per i Ligresti. Salvatore, il patriarca, rimane bloccato in casa ai domiciliari, nella sua Milano. La figlia Jonella, è obbligata a lasciare la stanza del Tanka village di Costa Rei per entrare in una cella di Bad’e carros. Non proprio un residence: il carcere di Cagliari.

La sorella Giulia viene spedita al penitenziario di Vercelli. L’unico che riesce a sfuggire all’arresto è il fratello Paolo: miracolosamente da venti giorni è diventato cittadino elvetico e osserva il tramonto della famiglia da Montagnola, piccolo paese ticinese con vista sul confine italiano, già amato da Hermann Hesse.

L’eco degli arresti è notevole: agenzie e tg parlano di falsi in bilancio, centinaia di milioni spariti e nascosti nei conti delle società di famiglia, investitori truffati e ingannati. Chi ricorda ancora i fasti della Milano da bere, gli anni di Bettino prima e Silvio poi, chiude la pratica con un’alzata di spalle: quello dei Ligresti è l’ultimo vagone di un treno da tempo indirizzato su un binario morto.

UN’AMICA IN VIA ARENULA
In quelle ore, in un ufficio di via Arenula, c’è una persona che rimugina sugli avvenimenti. Annamaria Cancellieri è amica di famiglia dei Ligresti. Conosce Antonino, il fratello di Salvatore, dagli anni in cui lei era viceprefetto di Milano. Erano vicini di casa, sono diventati vicini di cordata se si crede a quel che ha raccontato don Salvatore ai pm di Milano: «Ho messo una buona parola per lei con Berlusconi perché rimanesse nell’incarico di prefetto che era in scadenza ».

Così nel giorno in cui i suoi magistrati firmano gli ordini di custodia cautelare, il ministro della Giustizia è in imbarazzo. Alle 15 va alla Camera. Deve rispondere al question time all’interrogazione di un deputato leghista sul sovraffollamento delle carceri. Cancellieri fornisce le cifre: «Al 30 giugno c’erano 66.028 detenuti a fronte di una capienza di 47.022 ». Poi difende la linea del governo: «Puntiamo a meccanismi di decarcerizzazione nei confronti di persone di ridotta pericolosità sociale ».

LA CHIAMATA ALLA COMPAGNA
Il ministro esce dalla Camera. Le agenzie continuano a fornire particolari sulla sorte dei Ligresti e sulle gravi accuse che li stanno travolgendo. Lei salta il Rubicone. Alle 16.42 alza la cornetta e chiama la compagna di Salvatore, Gabriella Fragni. Primo particolare rilevante: è il ministro il primo a chiamare il familiare dei detenuti. Secondo particolare rilevante: non si sentivano da molto tempo. «Sono Annamaria, sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene ».

Il vero problema è che è il secondo particolare a spiegare il primo. All’inizio il ministro tenta di giustificare l’assenza di contatti per mesi con l’indubbia mole di lavoro che le è piombata sulle spalle: «Ho sempre detto: ora la vado a trovare, ora la vado a trovare. Ma poi non so manco come mi chiamo ».

La compagna di Salvatore Ligresti piange, si dispera. Nel tentativo di consolarla il ministro della giustizia si lascia andare: «Ah senti, non è giusto, non è giusto, lo so ». Che cosa non è giusto? L’arresto? Come può un ministro, sia pure nel tentativo di consolare un’amica, definire ingiusto quel che hanno deciso i magistrati dopo mesi di indagini?

IL RUOLO DEL FIGLIO
Ma la vera ragione della lunga assenza di contatti tra il ministro e i Ligresti non è solo la mole di lavoro. Il secondo motivo lo spiega proprio Cancellieri all’amica: «Sono veramente dispiaciuta. Ma sono mesi che ti voglio… Poi ci sono state le vicende di Piergiorgio ». L’amica capisce al volo e replica: «Anche io non ho mai chiamato perché mi veniva sempre in mente quel discorso che mi avevi fatto in cascina: “non sono contenta, non vorrei che ci andasse di mezzo la nostra amicizia” ».

Eccolo il rospo, il particolare sul quale il ministro rimugina da tempo, certamente fin da quando le agenzie del mattino hanno cominciato a dare conto degli arresti. Perché è stato proprio il figlio di Cancellieri, Piergiorgio Peluso, nel suo ruolo di consulente di Unicredit a smascherare i falsi in bilancio dei Ligresti, rendendo inevitabili le inchieste. Il ministro se ne dispera con l’amica: «Ah guarda, maledetto quel momento ».

L’OFFERTA DI AIUTO
È solo a questo punto, al termine di una giornata di ripensamenti, al fondo di una telefonata decisa dopo molte titubanze nel momento meno opportuno, che Annamaria Cancellieri pronuncia la frase che potrebbe farle perdere il posto: «Guarda, qualsiasi cosa possa fare conta su di me, non lo so cosa possa fare però guarda sono veramente dispiaciuta ».

L’AZIONE “UMANITARIA”
Il resto è cronaca. L’intervento “umanitario” del ministro dopo che, il 7 agosto, il gip di Torino respinge la prima richiesta di revoca degli arresti in carcere per Giulia, l’intervento sui vicedirettori del Dap, l’sms rassicurante a Antonino Ligresti. E la scarcerazione di Giulia, il 28 agosto. Certamente Giulia sarebbe comunque uscita il 19 settembre, dopo aver patteggiato la pena. Ma tutto questo è accaduto dopo.

Il problema è quel che è successo prima. Il nodo è la vicenda di un ministro della Giustizia che si sente in colpa verso una delle famiglie più potenti d’Italia, che si sente imbarazzata perché il figlio ha contribuito a smascherarne le malefatte (per questo incassando comunque una buonuscita da 3,5 milioni), che si spinge a definire «ingiusti » gli arresti decisi dai gip.

Per questo la sua offerta di aiuto appare come qualcosa di più di un intervento umanitario: sembra un gesto di riconoscenza, quasi di riparazione. Certo, non appare come la limpida e autonoma determinazione di un Guardasigilli giustamente preoccupato dello stato di salute di uno qualsiasi dei 66.028 carcerati italiani. «Vorrei che tu raggiungessi quella nostra amica. Penso che potrebbe fare qualcosa »: è il 17 agosto quando Gabriella Fragni dà questa indicazione a Antonino Ligresti. L’amica ministro, sventurata, risponderà: «Ho fatto la segnalazione ».


Dietro il muro delle parole c’è Oriana Fallaci
di Cristina De Stefano per il Corriere della Sera
(da “Dagospia”, 2 novembre 2013)

Quando sentono pronunciare il nome di Oriana Fallaci, le persone reagiscono in modo molto diverso, e non solo perché è un personaggio che accende le passioni politiche e le simpatie o antipatie istintive. È anche una questione anagrafica. Se hanno più di 40 anni sanno benissimo di chi si sta parlando, se poi sono donne, la reazione è ancora più netta, perché Oriana Fallaci è stata per decenni un modello di liberazione femminile: conosco più di un’italiana che è stata chiamata Oriana dalla propria madre. Se invece hanno 20 anni possono non averla mai sentita nominare, o ricordare solo vagamente le polemiche sull’Islam che hanno caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.

Io appartengo alla generazione cresciuta negli anni in cui Oriana Fallaci era una star globale. Quando sono nata, nel 1967, lei partiva per il Vietnam, unica donna giornalista italiana a farlo. Quando ho iniziato ad andare a scuola, lei inaugurava la stagione dei suoi best seller mondiali con Intervista con la storia e Lettera a un bambino mai nato . E quando compravo i miei primi libri lei faceva un clamoroso ritorno al giornalismo, dopo anni di silenzio, andando a litigare con Khomeini nella città santa di Qoms e cercando di entrare nell’ambasciata americana a Teheran invasa dai rivoltosi.

Ricordo bene come decisi di fare la giornalista leggendo Intervista con la storia : quel modo nuovo di andare a incontrare il potere, di fare domande come se il microfono fosse una spada a difesa di tutti i lettori del mondo, mi entusiasmava e mi suggeriva la possibilità che il giornalismo fosse un’avventura, forse addirittura una missione.

Per questo motivo mi sono sentita onorata quando Edoardo Perazzi, suo nipote ed erede, mi ha chiesto di scriverne la biografia. Non ci conoscevamo, però lui aveva letto il mio libro Americane avventurose (Adelphi 2007) e pensava che così si sarebbe dovuta scrivere la vita di sua zia: come la storia di una grande pioniera del Novecento. Ho chiesto un po’ di tempo per riflettere, perché era un progetto enorme, ma sapevo fin dal primo momento che avrei accettato.

Oriana Fallaci è l’unica italiana – con Sofia Loren, che fu sua grande amica – a essere famosa in tutto il mondo con il solo nome di battesimo. Ha attraversato il secolo, dal fascismo alla nascita alla liberazione della donna, dalla corsa per lo spazio alla guerra del Vietnam, e ha imposto un suo modo personalissimo di fare giornalismo e, poi, narrativa.

Era giunto il momento di raccontarla con una biografia ufficiale, in vista del decennale della morte e alla vigilia di un periodo di riscoperta che passerà anche attraverso la televisione (dove la Rai manderà in onda nel 2014 una fiction su di lei) e il cinema (dove molti produttori si interessano ai suoi romanzi, primo fra tutti Un uomo , e un maestro come Andrzej Wajda ha scelto come cornice del suo film Walesa , presentato a Venezia, il gesto di una famosissima Oriana Fallaci che nel 1981 vola da New York a Danzica per intervistare il leader di Solidarnosc).

Non l’ho mai incontrata e forse questo è un bene, perché aveva fama di essere aggressiva e per niente simpatica. Inoltre penso che un biografo debba cercare sempre di osservare dall’esterno il personaggio su cui indaga: se l’ha conosciuto rischia di essere parte del quadro e perderne la prospettiva. Molti che le sono stati amici hanno scritto di lei, lunghi articoli oppure libri di memorie o di omaggio.

Io avevo un compito diverso: esplorarla dall’esterno, come quando si arriva in un paese straniero – Oriana Fallaci, scrittore (come ha fatto scrivere sulla sua tomba), nata nel 1929, morta nel 2006 – e lo si visita passo dopo passo, domanda dopo domanda. Uno sguardo nuovo aiuta, in questi casi.

Nonostante questo, non è stata un’impresa facile. Nessun personaggio si apre facilmente a un biografo, e Oriana Fallaci meno di altri. Riservatissima sulla sua vita privata, aveva bloccato tutti i tentativi di girare dei film sulla sua storia. «Che li facciano quando sarò morta », ripeteva. Non aveva mai concesso neanche di realizzare film dai suoi romanzi, nonostante glielo chiedessero molti grandi del cinema, da Robert De Niro a Robert Redford, che conosceva bene perché era di casa a Hollywood fin dagli anni Cinquanta.

Agli aspiranti biografi, poi, non permetteva neanche di avvicinarsi. A uno di loro, americano, che tutto sommato non trattò neanche troppo male, scrisse: «Io non ho mai autorizzato, né autorizzerei mai, una mia biografia personale. Te l’ho detto mille volte. I miei avvocati hanno sempre fermato coloro che volevano scrivere la mia biografia personale cioè la storia della mia vita e della mia famiglia ».

Il mio punto di forza era l’appoggio dell’erede, che per la prima volta apriva l’archivio di Oriana, costituito dalle carte che erano in casa sua al momento della morte. Lettere, agende, appunti, poesie, fotografie, bozze di lavoro, una grande massa disordinata e confusa, che però costituiva un’ossatura affascinante da cui partire.

Mi sono immersa in queste carte per tre anni, mentre due ricercatrici lavoravano a tempo pieno sul versante italiano e americano, setacciando sotto la mia guida archivi e fondazioni e intervistando le persone che l’avevano conosciuta, soprattutto negli anni della giovinezza, meno esplorata della maturità. Ho riordinato le carte di Oriana con un misto di timore e fascinazione, letto passaggi privatissimi con grande cautela, decidendo ogni volta cosa farne.

Un biografo sceglie di continuo. Osserva le tracce lasciate da una vita, come fossero le rovine di una grande città distrutta dal tempo, e segue tutte le piste, alcune feconde altre sterili. A volte si scoraggia. A me è capitato spesso in questi anni. Più avanzavo nelle ricerche più sentivo che questa donna, che si era messa in scena fin dai primi articoli, aveva in realtà raccontato sempre e soltanto alcuni aspetti di sé, nascondendo il resto dietro un muro di parole.

Ho deciso che dovevo insistere sui punti in cui il quadro era meno lineare, quindi forse più vero, indagando le linee di frattura che emergevano sempre più numerose. Fragilità privata e aggressività professionale, vita nomade e attaccamento alle radici, infanzia povera e vita da star milionaria, successo e riservatezza: Oriana si rivelava una donna estremamente contraddittoria. E il titolo del libro si definiva. Avrei raccontato la donna, che sottintendeva e spiegava la giornalista e la scrittrice.

Anche nel momento della scrittura ho dovuto fare delle scelte. Ho deciso di scrivere una biografia che fosse rivolta non solo al pubblico italiano ma anche a quello internazionale, visto che Oriana è conosciuta in tutto il mondo (e infatti già prima della pubblicazione intorno alla biografia si è messa in moto la macchina per le traduzioni nelle principali lingue straniere).

Ho scelto di partire dalla sua vita privata, perché è la parte meno nota di lei e perché è da qui che nasce tutta la sua opera, per gemmazione progressiva: ogni libro uno snodo della sua esistenza. Ho cercato di entrare nel suo laboratorio di scrittura, perché troppo spesso si sottolinea di lei il personaggio, con le sue bizze e il suo caratteraccio, e ci si dimentica di ricordare quanto fosse brava e disciplinata nel suo lavoro.

Infine ho scelto di scrivere una biografia molto narrativa, che si potesse leggere come una grande storia femminile che attraversa il Novecento: il romanzo di una donna italiana che negli anni Quaranta decide di entrare nel mondo tutto maschile del giornalismo, negli anni Cinquanta capisce che il centro della comunicazione globale sono gli Usa e si trasferisce a New York, negli anni Sessanta insiste per andare a vedere il conflitto simbolo del suo tempo, in Vietnam, per conquistarsi il diritto di scrivere di politica a modo suo, e infine negli anni Settanta, diventata una star del giornalismo internazionale, scrive una serie di libri che saranno dei best seller mondiali.

Questo crescendo ha un brusco rallentamento negli ultimi quindici anni di vita. Dopo la prima diagnosi di tumore, nel 1992, Oriana teme che il tempo a sua disposizione sia finito, mentre lei vuole lavorare al grande romanzo familiare che sogna di scrivere fin da ragazzina ma ha sempre rimandato: progetto ambizioso fino alla follia, di ricostruzione infinita del passato, che cresce per anni come un cantiere infinito, simboleggiato da una grossa borsa di cuoio che contiene il manoscritto, da cui non si separava mai.

È questo il filo conduttore dell’ultima stagione della sua vita, spezzato da quella brutale irruzione di realtà che è l’attentato dell’11 settembre, che porterà al «sermone », come lo chiamava lei stessa, scritto per il «Corriere » e intitolato La Rabbia e l’Orgoglio , e poi, in risposta all’immediata catena di reazioni e polemiche, a un’intera trilogia di libri.

Al romanzo tornerà appena possibile, angosciata dal poco tempo rimasto, rifiutandosi di mangiare e di vedere i pochi amici per paura di perdere tempo. In una lettera scritta nell’ultimo anno di vita dirà di sentirsi come il grande chimico francese Lavoisier che, condannato alla ghigliottina, chiedeva due o tre giorni in più per concludere una formula rimasta interrotta e, vistosi rifiutare la concessione, salì sul patibolo mormorando: «Che peccato… ». È questo il vero testamento spirituale di Oriana: l’idea che si debba lavorare fino in fondo, con disciplina, con passione, facendo quello per cui ci si è sentiti giustificati sulla Terra.


Brunetta: «No alle dimissioni della Cancellieri ». Letta? «Si è montato la testa dopo il 2 ottobre »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 3 novembre 2013)

Il ministro Cancellieri deve dimettersi? «No ». Il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, si schiera dalla parte del Guardasigilli, al centro delle polemiche per l’intercessione a favore di Giulia Ligresti. Lo fa nel corso dell’intervista di Maria Latella su Sky. «È la mia posizione e dovrebbe essere seguita da tutto il gruppo » ha spiegato Brunetta. Aggiungendo però , con riferimento al caso Ruby, che non si possono adottare due pesi e due misure: «Vi sembra possibile che Berlusconi sia stato condannato a 7 anni per una telefonata alla questura di Milano? » . Poi un dubbio, che chiama indirettamente in causa lo stesso Pd o, quantomeno, una parte di esso, più propenso a concludere l’esperienza delle larghe intese e a tornare al più presto alle urne: «Ma chi ha avuto interesse a fare uscire certe intercettazioni proprio in questo momento? »

LA LEGGE DI STABILITA’ – Brunetta ha poi sottolineato che «il governo Letta più che sulla vicenda che interessa il ministro Cancellieri rischia per la legge di stabilità », sottolineando che la manovra prevede una tassazione eccessiva in particolare sulla casa. «O cambia quel documento – ha sottolineato perentorio – o non ci sarà più il governo Letta ». Di più: «Letta si è montato la testa dopo il voto del 2 ottobre ». E ancora: «Il governo Letta esiste solo perché ci siamo noi ».

RENZI SPACCA-PD – Brunetta parla anche dell’ascesa di Matteo Renzi. «L’ultimo giovane democristiano sta conquistando ciò che resta del Partito comunista -commenta Brunetta- . È una storia bellissima, a parte il fatto che non so cosa possano pensarne i duri e puri del partito ». Secondo il capogruppo del Pdl alla Camera «Renzi è il segno dei tempi, il segno della crisi del Pci-Pds-Ds-Pd, un partito che non si sa più cosa sia, un non partito fatto di ex: democristaiani, comunisti, socialisti e che per questo può avere a buon titolo anche uno come Renzi a segretario. Se Renzi diventerà segretario il Pd si spaccherà, ne sono sicuro ».

MARINA IN CAMPO? – Non crede invece nella discesa in campo di Marina Berlusconi. «Ma se ha dichiarato mille volte che non le interessa, perché questo accanimento giornalistico? Forse non avete altro da fare » si interroga. E poi aggiunge: «Le leadership si conquistano sul campo, non attraverso le fantasie dei giornalisti….Silvio Berlusconi l’ha conquistata sul campo ».

FITTO: «NOI GARANTISTI » – Anche un altro esponente di punta del Pdl, l’ex ministro Raffaele Fitto, oggi a capo dei «falchi » del partito, spende parole in difesa del ministro Cancellieri. «Esprimeremo un giudizio compiuto dopo che avremo ascoltato le sue parole in Aula – ha detto a In mezz’ora su Raitre – . Ma da garantisti non possiamo che dire che è esagerato che rappresenti un problema una telefonata ». «Si pone di certo una questione dei due pesi e delle due misure – ha però aggiunto riprendendo quella che è la linea comune di tutto il Pdl -, nel confronto con Silvio Berlusconi, che è stato condannato a sette anni nel caso Ruby per una telefonata alla questura di Milano. Anche Berlusconi ha agito nel rispetto delle leggi ». Di conseguenza, «non possiamo disporre delle nostre idee in modo strumentale. Non possiamo mettere da parte il nostro principio garantista per indebolire a prescindere il governo ».


Ma quale pacificazione è il governo delle trappole
di Giuliano mFerrara
(da “il Giornale”, 3 novembre 2013)

Le elezioni si avvicinano. Tutto può succedere, anche il miracolo del cosiddetto «semestre europeo » presieduto da Enrico Letta (questa dei semestri in cui un’ora fatale si leva sui colli di Roma è una scemenza fatua: i semestri presieduti a turno dai Ventisette contano quasi nulla).
Più probabile la decomposizione definitiva di una legislatura che doveva essere qualcosa e si rivela una delusione. Bisognava pacificare, e siamo alla ferocia belluina contro l’Arcinemico. Bisognava aggredire la ripresa internazionale con riforme e misure drastiche per la crescita, a partire da un serio calo delle tasse su impresa, lavoro e reddito, e siamo qui che beviamo un tiepido brodino degli chef Letta e Saccomanni. Il Quirinale rieletto a sorpresa aveva tentato il bis dell’operazione Monti, e cioè un esecutivo calato dall’alto per necessità e urgenza nazionale, ma stavolta tutto si è giocato a elezioni avvenute, dopo la presa d’atto dell’impotenza del Pd, e in un contesto in cui la politica doveva riappropriarsi dello spazio dei tecnici, logorati dall’avventura politica anche nell’immagine.
L’operazione è fallita. Direi che peggio non poteva andare. Pacificazione? La magistratura ha proceduto con il machete, una maggioranza parlamentare forcaiola (Pd più Grillo più aggregati al carro) ha stravolto le regole della Costituzione pur di colpire la persona di Berlusconi, contraente maggiore del patto di governo. Napolitano si è rassegnato, e ha fatto molto male a farlo, a un’umiliante trafila testimoniale davanti ai gestori di un processo grottesco su Stato e mafia. Il suo appello all’amnistia è stato disertato. Ripresa e crescita? La Confindustria, che non è la Leonessa d’Italia, ha vomitato il tiepido pallore della manovra di stabilità. I sindacati, in automatico, hanno proclamato uno scioperuccio. Gli economisti giudicano tecnicamente la performance come si può giudicare un’aspirinetta data a un tubercolotico.
Ma la faccenda è risibile sopra tutto dal punto di vista politico. Un Paese deve essere guidato. Quel che resta del sistema dei partiti deve avere dei riferimenti. Se il capo del governo e della maggioranza si comporta da persona perbene e da leader mediocre, non si scappa, tutto rotola verso il peggio o il meglio. Fai il Ponzio Pilato, te ne lavi le mani, non costruisci ponti e legami? La tua maggioranza si sfarina, ovvio. Ti impicci degli affari interni a un partito della coalizione, in modo anche pubblico e pesante, lavori per la formazione di un nucleo di opportunisti ministeriali? Non puoi aspettarti gratitudine dagli alleati. Vai a ricasco dei pm e dei giudici alla Esposito, scansi la questione dell’amnistia e della grazia? Avrai quel che hai donato. L’indifferenza e una certa dose di inimicizia.

Che succede ove si arrivi al voto? Succede che a destra ancora non si sa bene se mai sarà possibile tecnicamente la leadership diretta di Berlusconi, che gli elettori vorrebbero e la nomenclatura da vent’anni cerca di impedire con ogni mezzo lecito e illecito. A sinistra invece un vincitore virtuale della gara c’è, e si chiama Matteo Renzi, un capo giovane e ambizioso che si è ripromesso di piacere trasversalmente a tutti e di prendersi anche una fetta del consenso moderato. Renzi però sta vincendo in mezzo al massimo del caos, tra storiacce di tessere gonfiate, tra polemiche dure sulla qualità delle forze interne che lo appoggiano, in particolare nel Sud, e restituisce colpi distruttivi, perché è un becerone che non le manda a dire. Il risultato è che la destra appare ed è la vittima di un accanimento, la sinistra sembra di nuovo un pescecane senza denti, un coagulo di forze disparate che non trova un centro unificatore al di là della voglia di potere.

C’è poi un fattore davvero distruttivo. Che ne direste se al pubblico di Forza Italia si presentasse in una contesa per la leadership un Cofferati? Il potenziale divisivo di Renzi è superiore, in relazione al partito di cui è parte riluttante, senza la voglia di esporne le bandiere, alla speranza di vincere che incarna. Non credo affatto che riusciranno, nel Pd e nella sua area di riferimento, a mettere tra parentesi le questioni decisive dell’identità, che pesano in particolare nel momento del voto. Un candidato di sinistra contro la Cgil, contro il giro degli intellettuali e dei militanti del partito maggiore, ecco uno strano animale che si deve preparare a curiosi avvitamenti e capitomboli, un principe alla ricerca di un principato nuovo che però nessuno conosce. Osservando l’evoluzione del cosiddetto congresso del Pd, un finto vecchio congresso degli iscritti a cui si sovrappone una conta primaria astiosa tra gli elettori mobilitabili, e tenendo conto della tensione tra la leadership che si fa largo e il governo piccolo che si fa anche stretto, ho capito meglio che cosa voleva dire Berlusconi quando ha proverbialmente pregato i presenti di non credere che sia stata detta l’ultima parola.


Le bugie di Fini dilettante della politica
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 3 novembre 2013)

S i è già parlato diffusamente del libro di Gianfranco Fini (Il ventennio, Rizzoli) in cui vengono raccontate tante vicende della politica, ma non tutte nel modo giusto. Ovvio. Ciascuno tira l’acqua al proprio mulino e cerca di apparire migliore di quanto non sia, pertanto è normale che dimentichi qualcosa.

L’ex presidente della Camera, per esempio, si è scordato di spiegarci per benino come andò davvero la curiosa faccenda della casa di Montecarlo. Intendiamoci, l’autore per parlarne ne parla, eccome se ne parla. Ma non è molto convincente. Nel senso che dalla sua ricostruzione non si capisce ancora come mai quell’immobile di Alleanza nazionale, ricevuto in eredità da una nobildonna, sia stato venduto a prezzo stracciato a una società strampalata (estera) e poi sia finito nelle mani di Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del leader postfascista.

Non dovendo sostenere un contraddittorio, Fini ha buon gioco nell’affermare che dietro l’affaire non ci fosse nulla di irregolare. Non solo. Egli liquida l’incidente come una sciocchezza trasformata in scandalo dall’apparato mediatico di Silvio Berlusconi, un uomo capace di comandare a bacchetta i «suoi » giornalisti, ben lieti di obbedirgli azionando la «macchina del fango » contro gli avversari. La solita lagna di coloro i quali non hanno argomenti polemici per confutare la realtà. Fini sorvola. E a forza di sorvolare si smarrisce nel vuoto e non atterrerà più.

Non lo seguiremmo nelle sue giravolte celesti se non fosse che tira in ballo la mia trascurabile persona. Per dire a quale livello siamo, egli sostiene che il centrodestra, nel 1996, non vinse le elezioni (contro Romano Prodi) per colpa mia, e così mi attribuisce un’importanza che, se fosse vera, dovrebbe obbligare il centrosinistra a erigermi un monumento. Come avrei esercitato il mio potere antiberlusconiano? Organizzando all’epoca un’inchiesta – documentata – sulle eccessive agevolazioni di cui godevano le donne in maternità. In effetti, Il Giornale segnalò, tra le spese eccessive che l’Italia non poteva permettersi, quella degli assegni versati per mesi e mesi alle neomamme. Assegni record, sia per importo sia per durata del periodo di erogazione. In nessun altro Paese europeo era consentito astenersi dal lavoro dal terzo mese di gravidanza e rimanere a casa (con tanto di retribuzione) finché il bimbo non fosse grandicello.

Ecco. Questa verità incontestabile sarebbe stata la causa della sconfitta elettorale di Forza Italia e alleati. Pur di non ammettere che la rottura con la Lega di Umberto Bossi sia stata esiziale, Fini non esita ad addossare a me la responsabilità del successo prodiano. Un’analisi politica dilettantesca, per non dire ridicola. Se un solo giornalista, o un solo giornale, fosse in grado di determinare il risultato di una consultazione, i partiti, anziché investire milioni e milioni nelle campagne elettorali, si limiterebbero a strapagare un cronista come me. Magari!
Ma l’ex terza carica dello Stato non se ne rende conto. E insiste. Scrive che nel 2009 il mio ritorno alla guida del Giornale coincise con l’inizio di una campagna stampa contro di lui orchestrata da me su ordine del Cavaliere. Figurarsi. Il problema era un altro. Fini da tempo, ogni qual volta si presentava in pubblico, esprimeva critiche feroci verso il governo e il suo capo. I discorsi dell’ex missino suonavano simili a quelli degli esponenti di spicco del centrosinistra, i quali infatti erano generosi di applausi nei confronti di chi li pronunciava con crescente veemenza.

Era imbarazzante ascoltare il numero due del Pdl aggredire lo stesso Pdl per la linea politica adottata. Fatale che prima o poi sarebbe scoppiata una lite interna. Il Giornale non provocò l’esplosione, ma la annunciò con largo anticipo. Ed è falso dichiarare che il regista della querelle fosse il Cavaliere. Il quale – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – non mi fece una sola telefonata né di incoraggiamento né di scoraggiamento: ignorò completamente la mia iniziativa, suggeritami piuttosto dall’osservazione del comportamento pubblico di Fini. Al quale farei notare una contraddizione. Da un canto mi rimprovera di aver fatto perdere le elezioni al centrodestra nel 1996, poiché attaccai il sistema protettivo della maternità; dall’altro dichiara che nel 2009 fu Berlusconi ad armarmi la mano contro di lui.

Si decida, caro Gianfranco: sono o non sono sotto tutela di Berlusconi? Se non lo ero nel 1996, è improbabile che lo fossi 13 anni dopo. Evidentemente lei non concepisce che il direttore di un quotidiano, avendo firmato un contratto che gli assicura piena libertà finché non viene licenziato, non penda dalle labbra dei familiari dell’editore. Pensa, Fini, che sia un burattino, un mero esecutore di ordini, un soldatino al servizio del principe? Non mi stupisco che abbia queste idee – se mi permette, un po’ fasciste – ma non le attribuisca a me. La mia storia professionale è piena di errori, ma li ho commessi io e li rivendico. So sbagliare da solo. Non ho bisogno dell’aiuto né di Berlusconi né di altri per farlo.


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Bart