di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, sabato 25 gennaio 1969]
Discorrendo e ascoltando discorrere, nel recente con gresso internazionale in Fi renze, della morte e delle sue peculiarità fenomeniche, ho fatta un’osservazione e m’è nata un’idea. La prima mi sembra da dire, la seconda da ripensare, benché mi sia come sfumata in favola.
Gli insigni scienziati con venuti d’ogni parte, e specialmente gli eminenti chirur ghi addetti alla terapia dei trapianti, a mano a mano che questa specialità dell’arte loro si sviluppa e si raffina e perfeziona in uno dei fatti tecnici odierni più complessi ed ardui e delicati, attraver so i successi e gli insuccessi, sviluppano e raffinano e per fezionano il senso e la coscien za, il sentimento e il concetto dei tanto numerosi e compli cati, sottili e imponenti, ardui e delicati problemi che sor gono e si connettono dalla e con la pratica dei trapianti. E sono, e più saranno, mo rali e giuridici, umani e so ciali, filosofici e religiosi pro blemi.
E’, negli operatori, il sen so e l’ansia di una respon sabilità e di uno scrupolo, che vanno assai di là da quelli tecnici, superando quelli spe cifici della sala operatoria e del letto del paziente, e in vestendo la personalità non pur professionale ma ben an che umana dell’operatore.
I recenti trapianti del cuo re hanno colpito le fantasie popolari, ma non sono i pri mi né gli unici a destare e involgere tali e tanti quesiti e problemi. Capitale e co sternante fra questi, data la urgenza con cui occorre pro cedere al prelievo del visce re dal corpo del defunto, quello che riguarda la cono scenza, la presenza, la sicu rezza dei sintomi della mor te, la sua certezza, più che mai difficile e sottile ad ac quisirsi. Ma questione più ar dua e controversa e comples sa sorge dal quesito se sia lecito, e come e quando sia lecito, violare una salma mu tilandola.
In genere, a tutt’oggi, l’uomo, in vita, non si cura, e né si ricorda, di negare o di dare il suo consenso ad esser sezionato in morte: ma chi glielo chiede? e quanti, se richiesti, sarebbero espli citi nel negarlo o concederlo? La tacita negazione dell’indif ferenza, della noncuranza, della dimenticanza, può, in coscienza e razionalmente essere interpretata come l’ac quiescenza di un tacito con senso? Io, semplicemente, o se si vuol semplicisticamente, direi di no; per altro è quel che si usa nei « teatri anato mici », se non c’è opposizio ne di aventi diritto a farla; ed è il fatto che avviene, quando lo ordina la legge, nelle autopsie.
E, per l’appunto, la vasta ed intensa passione destata dai trapianti, e specialmente dai trapianti cardiaci e dalle particolari e appassionanti esigenze del prelievo, ha con ferito risalto al consenso dei parenti, lo neghino o lo con cedano. Ma se contrasta, scientemente, con la volontà del defunto, è un inganno e un abuso; se crede di testi moniarla, andrebbe verificata e provata con indagini im possibili a condursi efficace mente; infine, la volontà del defunto è pur libera di cam biare e di ritrattarsi fino all’ultimo istante di vita e di coscienza. A me sembra che il ricorso, e il valore decisi vo che gli si attribuisce, al consenso dei parenti, sia una finzione e un arbitrio. L’una e l’altro come tali si impon gono e gravano sulla decisio ne dell’operatore, mentre que sti ha necessità, cioè diritto e dovere, di aver norme scien tifiche e legali ed etiche, che, regolando la sua azione, li berino lui da ogni dubbiez za e perplessità inerenti a un’eccessiva e arbitraria li bertà di decisione. Il caso e le sue circostanze sono infat ti tali da potersi dire di qua lità veramente insondabile.
Ma quando tal materia ve nisse regolata e disciplinata per legge e nel costume civi le, sarà imposto ad ognuno, e fino all’ultimo respiro e lu me di vita e di coscienza, di dichiarare la sua volontà d’es sere o no sezionato e stirpato? oppure costume e legge lo imporranno indistintamente a tutti e a ciascuno, lo voglia o no, d’autorità di stato, e per interesse pubblico, e sotto la pressione del sentimento del la maggioranza?
Non è difficile immaginare in una e nell’altra ipotesi, am bedue implicanti una siste matica violenza alla libertà della persona umana, quale condizione verrebbe o verrà fatta ai renitenti, ai refrat tari, agli obbiettori, agli eva sori. Una fantasia umoristica ma non allegra, si figura i trucchi, le gherminelle, le scappatoie, magari le ribellio ni, di quelli a cui ripugnasse d’esser sezionati e che cercas sero di sottrarvisi. Si può pen sare al nascere di una setta segreta o addirittura a tentativi di secessione, con le conseguenti repressioni, se non fosse uno sbrigliar la fantasia al paradosso e alla bizzarria. Ma supponiamo che in un re gime pur di piena libertà si formi un sindacato, oppure un’impresa commerciale che raccolga in una specie di cen simento, e registri e paghi e stipendi quanti sian disposti a vendere il loro consenso e, s’intende, idonei a fornir vi sceri adatti. E dunque, da parte del compratore, seduzio ni e pressioni e ingerenze e sorveglianze per ottenere che il venditore dia il consenso e poi lo mantenga fino in punto di morte; e, da parte del ven ditore, ricatto, anche fino in punto di morte, con la minac cia di ritirarlo, il consenso, e di revocarlo. E che deleterio e subdolo giro d’interessi di ogni specie, quando, come non è imprevedibile, avvenga che qualche molto facoltoso, bisognoso di un pezzo di ri cambio, offra un prezzo al lettante e si faccia un alle vamento e stalla!
Fantasie, si dirà, d’un umo rismo nero, ma, da parte che nero è, sta di fatto che nel congresso e nelle conversazio ni i convenuti manifestavano coscienza della necessità, cioè del diritto e dovere di tutti, ma di essi in primo luogo, che la pratica del trapianto riceva norma legale, regola sociale, criterio sanitario. Ed era coscienza severa, non pri va di una gravità forse ansio sa, in ciò umana e, come si usa dire, umanistica. Anche grazie a tale coscienza severa ho sentito augurare che la tecnica possa presto perveni re a fabbricare organi di ri cambio artificiali di sufficien te perfezione: e sarebbe la miglior soluzione, davvero provvidenziale.
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Quanto all’idea che m’è na ta dal molto sentir disquisire sulla morte, forse non è pri va d’originalità, per lo me no nel modo e carattere che ha preso nell’aggredirmi e nel- l’esprimersi.
Diceva che l’esistenza fisica è concepibile estinta, anzi, so lo in quanto estinguibile, estinguenda, in via d’estin guersi; che ogni naturale esi stenza è immaginabile mor ta. Per contro, la vita, non che impensabile, è inimmagi nabile, indicibile, insopporta bile a supporsi perpetua fisi camente, in una perpetuità di luce tenebrosa, di oscena ma terialità della carne, allo spi rito orrenda. Inconcepibile, inimmaginabile la vita senza la morte.
Sarebbe, tanto per un esem pio, un pensiero simile a quel lo che all’irruente sensibilità fi losofica di Nietzsche diede un mezzo deliquio, in Engadina, quel giorno che gli abbagliò la mente l’idea dell’eterno ri torno d’ogni cosa, senza libe razione, senza redenzione. E non era, come ogni consimi le, altro che un’illusione di ragionamento, procedente dal l’ignoto all’ignoto.
Non così, se riconosciamo che quando non fosse la mor te, non ci sarebbero religione e filosofia, arti e poesia, le lingue, l’esprimersi. Che avrebbe infatti a credere, a ragionare, a esprimere l’uomo in simile inconcepibile iner zia, incapace di mistero e libe razione, di verità e pensiero, di dolore e d’amore? Se la vera, la suprema grandezza dell’uomo è d’inseguire un ir raggiungibile, che l’immortalità fisica sia, non che incon seguibile, impensabile, inim maginabile, è una grazia.
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Una grazia, secondo l’an tica favola savia ed ironica, chiese Aurora per l’amato Ti fone: ch’egli non morisse; ma dimenticò di chiedere che non invecchiasse. Così fu ch’egli le venne a noia; ma in ogni modo sarebbe venuto a noia a sé stesso, se la geniale ma lizia degli antichi non avesse ignorata l’ironia metafisica.