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LETTERATURA: I MAESTRI: Scienza e favola a un congresso

4 Novembre 2013

di Riccardo Bacchelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 25 gennaio 1969]

Discorrendo e ascoltando discorrere, nel recente con ¬≠gresso internazionale in Fi ¬≠renze, della morte e delle sue peculiarit√† fenomeniche, ho fatta un’osservazione e m’√® nata un’idea. La prima mi sembra da dire, la seconda da ripensare, bench√© mi sia come sfumata in favola.

Gli insigni scienziati con ¬≠venuti d’ogni parte, e specialmente gli eminenti chirur ¬≠ghi addetti alla terapia dei trapianti, a mano a mano che questa specialit√† dell’arte loro si sviluppa e si raffina e perfeziona in uno dei fatti tecnici odierni pi√Ļ complessi ed ardui e delicati, attraver ¬≠so i successi e gli insuccessi, sviluppano e raffinano e per ¬≠fezionano il senso e la coscien ¬≠za, il sentimento e il concetto dei tanto numerosi e compli ¬≠cati, sottili e imponenti, ardui e delicati problemi che sor ¬≠gono e si connettono dalla e con la pratica dei trapianti. E sono, e pi√Ļ saranno, mo ¬≠rali e giuridici, umani e so ¬≠ciali, filosofici e religiosi pro ¬≠blemi.

E’, negli operatori, il sen ¬≠so e l’ansia di una respon ¬≠sabilit√† e di uno scrupolo, che vanno assai di l√† da quelli tecnici, superando quelli spe ¬≠cifici della sala operatoria e del letto del paziente, e in ¬≠vestendo la personalit√† non pur professionale ma ben an ¬≠che umana dell’operatore.

I recenti trapianti del cuo ¬≠re hanno colpito le fantasie popolari, ma non sono i pri ¬≠mi n√© gli unici a destare e involgere tali e tanti quesiti e problemi. Capitale e co ¬≠sternante fra questi, data la urgenza con cui occorre pro ¬≠cedere al prelievo del visce ¬≠re dal corpo del defunto, quello che riguarda la cono ¬≠scenza, la presenza, la sicu ¬≠rezza dei sintomi della mor ¬≠te, la sua certezza, pi√Ļ che mai difficile e sottile ad ac ¬≠quisirsi. Ma questione pi√Ļ ar ¬≠dua e controversa e comples ¬≠sa sorge dal quesito se sia lecito, e come e quando sia lecito, violare una salma mu ¬≠tilandola.

In genere, a tutt’oggi, l’uomo, in vita, non si cura, e n√© si ricorda, di negare o di dare il suo consenso ad esser sezionato in morte: ma chi glielo chiede? e quanti, se richiesti, sarebbero espli ¬≠citi nel negarlo o concederlo? La tacita negazione dell’indif ¬≠ferenza, della noncuranza, della dimenticanza, pu√≤, in coscienza e razionalmente essere interpretata come l’ac ¬≠quiescenza di un tacito con ¬≠senso? Io, semplicemente, o se si vuol semplicisticamente, direi di no; per altro √® quel che si usa nei ¬ę teatri anato ¬≠mici ¬Ľ, se non c’√® opposizio ¬≠ne di aventi diritto a farla; ed √® il fatto che avviene, quando lo ordina la legge, nelle autopsie.

E, per l’appunto, la vasta ed intensa passione destata dai trapianti, e specialmente dai trapianti cardiaci e dalle particolari e appassionanti esigenze del prelievo, ha con ¬≠ferito risalto al consenso dei parenti, lo neghino o lo con ¬≠cedano. Ma se contrasta, scientemente, con la volont√† del defunto, √® un inganno e un abuso; se crede di testi ¬≠moniarla, andrebbe verificata e provata con indagini im ¬≠possibili a condursi efficace ¬≠mente; infine, la volont√† del defunto √® pur libera di cam ¬≠biare e di ritrattarsi fino all’ultimo istante di vita e di coscienza. A me sembra che il ricorso, e il valore decisi ¬≠vo che gli si attribuisce, al consenso dei parenti, sia una finzione e un arbitrio. L’una e l’altro come tali si impon ¬≠gono e gravano sulla decisio ¬≠ne dell’operatore, mentre que ¬≠sti ha necessit√†, cio√® diritto e dovere, di aver norme scien ¬≠tifiche e legali ed etiche, che, regolando la sua azione, li ¬≠berino lui da ogni dubbiez ¬≠za e perplessit√† inerenti a un’eccessiva e arbitraria li ¬≠bert√† di decisione. Il caso e le sue circostanze sono infat ¬≠ti tali da potersi dire di qua ¬≠lit√† veramente insondabile.

Ma quando tal materia ve ¬≠nisse regolata e disciplinata per legge e nel costume civi ¬≠le, sar√† imposto ad ognuno, e fino all’ultimo respiro e lu ¬≠me di vita e di coscienza, di dichiarare la sua volont√† d’es ¬≠sere o no sezionato e stirpato? oppure costume e legge lo imporranno indistintamente a tutti e a ciascuno, lo voglia o no, d’autorit√† di stato, e per interesse pubblico, e sotto la pressione del sentimento del ¬≠la maggioranza?

Non √® difficile immaginare in una e nell’altra ipotesi, am ¬≠bedue implicanti una siste ¬≠matica violenza alla libert√† della persona umana, quale condizione verrebbe o verr√† fatta ai renitenti, ai refrat ¬≠tari, agli obbiettori, agli eva ¬≠sori. Una fantasia umoristica ma non allegra, si figura i trucchi, le gherminelle, le scappatoie, magari le ribellio ¬≠ni, di quelli a cui ripugnasse d’esser sezionati e che cercas ¬≠sero di sottrarvisi. Si pu√≤ pen ¬≠sare al nascere di una setta segreta o addirittura a tentativi di secessione, con le conseguenti repressioni, se non fosse uno sbrigliar la fantasia al paradosso e alla bizzarria. Ma supponiamo che in un re ¬≠gime pur di piena libert√† si formi un sindacato, oppure un’impresa commerciale che raccolga in una specie di cen ¬≠simento, e registri e paghi e stipendi quanti sian disposti a vendere il loro consenso e, s’intende, idonei a fornir vi ¬≠sceri adatti. E dunque, da parte del compratore, seduzio ¬≠ni e pressioni e ingerenze e sorveglianze per ottenere che il venditore dia il consenso e poi lo mantenga fino in punto di morte; e, da parte del ven ¬≠ditore, ricatto, anche fino in punto di morte, con la minac ¬≠cia di ritirarlo, il consenso, e di revocarlo. E che deleterio e subdolo giro d’interessi di ogni specie, quando, come non √® imprevedibile, avvenga che qualche molto facoltoso, bisognoso di un pezzo di ri ¬≠cambio, offra un prezzo al ¬≠lettante e si faccia un alle ¬≠vamento e stalla!

Fantasie, si dir√†, d’un umo ¬≠rismo nero, ma, da parte che nero √®, sta di fatto che nel congresso e nelle conversazio ¬≠ni i convenuti manifestavano coscienza della necessit√†, cio√® del diritto e dovere di tutti, ma di essi in primo luogo, che la pratica del trapianto riceva norma legale, regola sociale, criterio sanitario. Ed era coscienza severa, non pri ¬≠va di una gravit√† forse ansio ¬≠sa, in ci√≤ umana e, come si usa dire, umanistica. Anche grazie a tale coscienza severa ho sentito augurare che la tecnica possa presto perveni ¬≠re a fabbricare organi di ri ¬≠cambio artificiali di sufficien ¬≠te perfezione: e sarebbe la miglior soluzione, davvero provvidenziale.

*

Quanto all’idea che m’√® na ¬≠ta dal molto sentir disquisire sulla morte, forse non √® pri ¬≠va d’originalit√†, per lo me ¬≠no nel modo e carattere che ha preso nell’aggredirmi e nel- l’esprimersi.

Diceva che l’esistenza fisica √® concepibile estinta, anzi, so ¬≠lo in quanto estinguibile, estinguenda, in via d’estin ¬≠guersi; che ogni naturale esi ¬≠stenza √® immaginabile mor ¬≠ta. Per contro, la vita, non che impensabile, √® inimmagi ¬≠nabile, indicibile, insopporta ¬≠bile a supporsi perpetua fisi ¬≠camente, in una perpetuit√† di luce tenebrosa, di oscena ma ¬≠terialit√† della carne, allo spi ¬≠rito orrenda. Inconcepibile, inimmaginabile la vita senza la morte.

Sarebbe, tanto per un esem ¬≠pio, un pensiero simile a quel ¬≠lo che all’irruente sensibilit√† fi ¬≠losofica di Nietzsche diede un mezzo deliquio, in Engadina, quel giorno che gli abbagli√≤ la mente l’idea dell’eterno ri ¬≠torno d’ogni cosa, senza libe ¬≠razione, senza redenzione. E non era, come ogni consimi ¬≠le, altro che un’illusione di ragionamento, procedente dal ¬≠l’ignoto all’ignoto.

Non cos√¨, se riconosciamo che quando non fosse la mor ¬≠te, non ci sarebbero religione e filosofia, arti e poesia, le lingue, l’esprimersi. Che avrebbe infatti a credere, a ragionare, a esprimere l’uomo in simile inconcepibile iner ¬≠zia, incapace di mistero e libe ¬≠razione, di verit√† e pensiero, di dolore e d’amore? Se la vera, la suprema grandezza dell’uomo √® d’inseguire un ir ¬≠raggiungibile, che l’immortalit√† fisica sia, non che incon ¬≠seguibile, impensabile, inim ¬≠maginabile, √® una grazia.

*

Una grazia, secondo l’an ¬≠tica favola savia ed ironica, chiese Aurora per l’amato Ti ¬≠fone: ch’egli non morisse; ma dimentic√≤ di chiedere che non invecchiasse. Cos√¨ fu ch’egli le venne a noia; ma in ogni modo sarebbe venuto a noia a s√© stesso, se la geniale ma ¬≠lizia degli antichi non avesse ignorata l’ironia metafisica.


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Bart