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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

La realtà schiaffeggia il potere

6 Aprile 2013

di Massimo Gramellini
(da “La Stampa”, 6 aprile 2013)

Che per un attimo cali il silenzio sulle danze consumate intorno alle poltrone del potere. La realtà pulsa altrove e oggi urla. Oggi muore. Anna Maria Sopranzi e Romeo Dionisi erano una coppia intorno alla sessantina che tutti conoscevamo perché tutti ne abbiamo incontrata una al supermercato o in coda alla posta. Abitavano la vita con riservatezza, troppa riservatezza. E con dignità, troppa dignità per un mondo di vittimisti e di pagliacci.

Il signor Dionisi era un muratore di Civitanova Marche che a sessantatré anni era stato lasciato a casa dalla ditta, ma dopo una vita coi calli alle mani non riusciva ancora ad andare in pensione. Cercava lavoro e ne raccattava soltanto briciole, mezze giornate a spezzarsi la schiena per una manciata di euro in nero. Andava bene tutto, pur di onorare il debito con l’Inps per i contributi obbligatori che avrebbero dovuto consentirgli di traghettare le sue ossa stanche sulla riva della pensione. Nel frattempo lui e la moglie Anna Maria tiravano avanti con quella di lei: meno di 500 euro al mese.

Ma quel debito era diventato un’ossessione che toglieva il respiro a entrambi. La paura, questo mostro che ti sale dalla pancia e ti conquista i pensieri fino a sottometterli, aveva trasformato la vecchiaia serena di un uomo e di una donna perbene in un inferno zoppicante sull’orlo della depressione. Ancora l’altro giorno il presidente del consiglio comunale di Civitanova, che abita nello stesso condominio, ha consigliato al signor Dionisi di rivolgersi ai servizi sociali, ma l’orgoglio e la dignità di una vita intera hanno impedito a quella coppia in disgrazia di rendere pubblico il proprio disagio. Nella rovina economica c’è sempre una componente di vergogna che si allea con la solitudine nell’annerire scenari già cupi. Così Romeo e Anna Maria hanno preso l’ultima decisione. Riservati e dignitosi fino alla fine, hanno scritto un biglietto di scuse e lo hanno appoggiato sul cruscotto dell’utilitaria di un’amica. «Guarda nello sgabuzzino ». E nello sgabuzzino l’amica ha trovato i loro corpi appesi al soffitto. Ah, come vorrei che l’ombra – solo l’ombra – di quell’immagine venisse proiettata nelle stanze del potere, quasi un pendolo che detti il tempo a chi deve cambiare le leggi e non lo fa, a chi deve dare risposte ai deboli e non le dà, a chi deve trovare parole nuove e non ne ha, ma proprio per questo continua a usare solo quelle vecchie, intrise di caos. Come vorrei che quell’immagine diventasse il loro tormento, il loro fantasma di Banquo, mentre si accingono a celebrare i loro incomprensibili riti. Invece purtroppo l’ha vista il fratello di Anna Maria, un altro anziano solo e impaurito, che è scappato dalla scena del suicidio per correre al molo ad affogarsi, completando con un tuffo nel blu questa carneficina familiare e nazionale.

Non c’è più niente da dire. Niente. Soltanto un avvertimento alla politica, che ha già cominciato ad agitare i morti di Civitanova come miccia della prossima polemica. Che non si azzardi a utilizzarli per i suoi scopi di fazione. Il signor Romeo Dionisi, la signora Anna Maria Sopranzi e il signor Giuseppe Sopranzi non appartengono al mondo dei giocatori del potere, ma all’immensa tribù degli italiani normali che hanno lavorato una vita e che in questo Titanic di popolo hanno maturato una sorta di prelazione, un sacrosanto diritto di essere salvati per primi. In fretta. Prima che arrivino altri biglietti sul cruscotto, altri drammi inaccettabili, altri articoli dolorosamente inutili come questo.


I pm “accontentano” Ruby: interrogata
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 6 aprile 2013)

«Chiedo di essere sentita dai giudici di Milano per raccontare la verità », aveva detto giovedì Ruby Rubacuori: passa un giorno appena, e l’appello non cade nel vuoto.
Davanti al tribunale di Milano Ruby mostra il passaforto falso

All’indomani della apparizione di Kharima el Mahroug sulla scalinata del palazzo di giustizia milanese, finalmente un giudice apre una finestra: «vogliamo sentire la verità di Ruby ». Come era in teoria ovvio che accadesse, visto che si tratta della vittima principale dei reati contestati a Silvio Berlusconi per le allegre notti di Arcore; ma bizzarramente finora nessuno – né pm, né giudici, né difensori – aveva ritenuto doveroso vederla in faccia. Ieri invece è Annamaria Gatto, giudice del cosiddetto processo Ruby 2, a prendere atto dell’inevitabile. Se, come qualcuno sospetta, quello di Ruby è un bluff, il giudice ha deciso di vederlo. E in una delle prossime udienze la ragazza dovrebbe venire in aula, a ripetere sotto giuramento quello che giovedì ha detto nel pigia pigia sulla scalinata: che Berlusconi è innocente, e che i pm hanno cercato di costringerla ad incastrarlo.

La svolta arriva al termine della ennesima udienza a carico di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, tutti accusati di induzione alla prostituzione. Anche questo processo è agli sgoccioli, con gli ultimi interrogatori dei testimoni a difesa. Ieri gli avvocati di Lele Mora, che avevano inserito Kharima tra i testi, annunciano che rinunceranno a interrogarla. E a quel punto il giudice Gatto sfodera tutto il suo buon senso e dice: «Allora credo che dovremo interrogarla noi ». È la possibiltà che il codice assegna ai giudici, se arrivati alla fine del processo c’è ancora qualche tassello che manca per capire come le cose sono andate davvero. E come si può pensare che la versione di Ruby, vera o falsa che sia, non sia essenziale?

C’è ancora una sola possibilità che potrebbe impedire l’apparizione in aula della ragazza: che tutti gli avvocati degli imputati e delle parti civili diano il loro consenso all’utilizzo dei verbali – contraddittori, e in alcuni passaggi vistosamente fantasiosi – riempiti da Ruby durante le indagini preliminari. La Procura ieri si precipita a dire che a lei va bene così: i pm, che dovrebbero essere i primi a voler accertare la verità dei fatti, sono i primi a non volere Ruby in aula, come se temessero di non saperle tener testa. Ma è improbabile che anche gli avvocati di Emilio Fede e Nicole Minetti diano il loro consenso. E addirittura inverosimile è che diano compattamente il loro consenso i legali delle cinque ragazze che si sono costituite parte civile. Insomma, per impedire a Ruby di presentarsi in aula a rispondere servirebbe una inspiegabile alleanza trasversale tra accusati e accusatori.

La certezza si avrà nel giro di un paio di udienze, ma nel frattempo bisogna prendere atto che Ruby con la sua scelta ha ottenuto di smuovere le acque. Anche se per questo si è tirata addosso un coro di accuse di complicità a pagamento con Silvio Berlusconi. E se ieri le piombano addosso via twitter le contumelie, feroci e a volte razziste di altre ragazze ospiti delle feste a Villa San Martino: «tornatene in Marocco col gommone come sei arrivata! », scrive Barbara Guerra, che aggiunge garbatamente «si è fatta mezza Milano in sei mesi! ». E Ioanna Visan: «Si, con quella faccia brufolosa e le ascelle puzzolenti! ».


I Saggi inutili e le elezioni anticipate
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 6 aprile 2013)

Nessuno dubitava che il lavoro dei Saggi incaricato dal Presidente della Repubblica di stilare un programma minimo per il futuro governo fosse assolutamente inutile. Può aver stupito che a dirlo sia stato uno dei Saggi in questione, il costituzionalista Valerio Onida, con una ingenuità più da “Alice nel paese delle meraviglie” che ex giurista ormai da tempo impegnato in politica in funzione di fiancheggiatore della sinistra di osservanza post-dossettiana. Ma si è trattato di uno stupore illuminante. Perché l’ammissione di Onida che i Saggi servono solo a far passare il tempo che manca all’elezione del nuovo Capo dello Stato rende più facile comprendere il reale significato della decisione di Giorgio Napolitano. Quest’ultimo , rispondendo a Matteo Renzi, ha negato che in questo modo si stia perdendo tempo. E dal suo punto di vista non ha pronunciato una affermazione scorretta. Il suo proposito, infatti, non è di perdere tempo ma di prendere tempo. Quello necessario a far insediare al Quirinale il nuovo Presidente della Repubblica, chiudere il semestre bianco e consentire al proprio successore di favorire la nascita di un governo attraverso la minaccia di mandare a casa il Parlamento appena eletto e di andare immediatamente alle elezioni anticipate. Napolitano, in sostanza, si è convinto che il blocco provocato dalla incomunicabilità ed indisponibilità alla collaborazione tra i tre blocchi rappresentati da Pd, Pdl e Movimento Cinque Stelle può essere rimosso solo con la pistola puntata di un ricorso alle urne entro giugno o luglio. È vero che i partiti a parole dicono di non temere una prospettiva del genere. Che Grillo la richiede, Bersani finge di volerla e Berlusconi la persegue apertamente. Ma è altrettanto vero che sotto le dichiarazioni ufficiali ognuno di loro ha ragionevoli motivi per non gioire di fronte ad una prospettiva del genere. Grillo sa bene che la fortuna è girevole e che il voto anticipato potrebbe smentire tutte le speranze di arrivare al cinquanta per cento e provocare il drastico ridimensionamento della consistenza parlamentare del Movimento Cinque Stelle. Bersani è perfettamente consapevole che il suo competitore interno Matteo Renzi non potrebbe subire per la seconda volta l’ostracismo del notabilato del Pd e potrebbe arrivare anche a provocare la scissione del partito per non perdere il giro nella candidatura a Premier. E Berlusconi, che pure sarebbe il più favorito in caso di nuove elezioni, si troverebbe a correre nella campagna elettorale con la preoccupazione costante di sfuggire ad un fuoco di fila di bordate giudiziarie dirette a metterlo fuori gioco. Non è peregrino, allora, il calcolo di Napolitano. Che è quello di prendere tempo con l’inutile lavoro dei Saggi e mettere in condizione il proprio successore (o se stesso ) di rimuovere le resistenze all’accordo tra Pd e Pdl (i grillini sono fuorigioco per loro scelta dichiarata) con l’arma dello scioglimento di un Parlamento appena nato ed in cui le resistenze al voto sono nascoste ma largamente diffuse. Se l’obbiettivo del Quirinale è questo, va però messo in conto che il futuro governo, sempre che possa effettivamente nascere, non potrà venire alla luce prima della fine di aprile, probabilmente a maggio. E che difficilmente potrà avere l’aspetto di una larga e solida coalizione ma, molto più facilmente, potrà essere al massimo un esecutivo di scopo, con una maggioranza precaria fondata sulla non sfiducia piuttosto che sul sostegno aperto del centro destra. Insomma, un governicchio dalla vita travagliata e destinato a durare il tempo necessario per una nuova legge elettorale e qualche misura tampone sul fronte della crisi economica. Questo passa il convento. E bisogna accontentarsi. Con la speranza, però, che nel frattempo tutti quelli che irridevano alla democrazia dell’alternanza, che la sera dei risultati elettorali indica il vincitore ed il governo, vengano zittiti una volta per tutte!


Renzi, l’uomo giusto nel partito giusto
di Federico Punzi
(da “L’Opinione”, 6 aprile 2013)

All’indomani delle primarie del centrosinistra da cui uscì sconfitto, anche se con un risultato lusinghiero, si moltiplicarono gli inviti e gli appelli rivolti a Matteo Renzi perché abbandonasse il Pd, i cui vertici avevano ancora una volta mostrato di considerarlo alla stregua di un corpo estraneo e di essere incapaci di accogliere il rinnovamento. Appelli, inviti, semplici auspici, che tornano a manifestarsi oggi, dopo che il sindaco di Firenze ha attaccato frontalmente, dalle pagine del Corriere della Sera, la linea della “perdita di tempo” portata avanti dal suo segretario. Per alcuni dovrebbe andarsene e fondare la sua forza politica, per altri semplicemente migrare nel centrodestra o approdare nel centro montiano per risollevarne le sorti. Quasi tutte queste provocazioni almeno in parte colgono nel segno, evidenziando contraddizioni e ritardi sia della sinistra che della destra.

E’ vero che le idee, ma direi anche il linguaggio, e persino postura e sorrisi di Renzi, sembrano stonati in un partito come il Pd, ancora ostaggio dell’ossessione antiberlusconiana e appesantito dalla tara statalista, dove l’“apparatchik” ha ancora il suo peso, e quindi che in questo senso possa sembrare “l’uomo giusto nel posto sbagliato”. Ma ciò non rende né più probabile né, a ben vedere, auspicabile, un suo “salto” verso altre sponde politiche. Credo che Renzi debba combattere fino in fondo la sua battaglia “blairiana” nel Pd e che il centrodestra debba trovare il suo di Renzi. Dovrebbe essere questo l’ordine normale e non scandaloso delle cose, anche se ammetto che la nostra politica è tutto fuorché “normale”. Innanzitutto, per una banale questione di credibilità personale. La politica italiana è già piena di personaggi che saltano da un partito all’altro, qualche volta per buoni motivi ma più spesso per convenienza, anzi per frustrazioni e piccole miserie personali. Non si vedono riconosciuta dal loro partito la leadership, o la poltrona, che ritengono di meritare, e allora cambiano casacca o se ne vanno e fondano il loro partitino.

E di solito il “salto” non porta molta fortuna, gli elettori tendono a diffidare. Ma anche perché in un certo senso Renzi è proprio l’uomo giusto nel posto giusto: il riformatore con la necessaria sfrontatezza nel partito che ha urgente bisogno di essere riformato – nei contenuti, nello stile politico e nella classe dirigente. Così come dev’essere sembrato un marziano Tony Blair nel Labour dei primi anni ‘90, sarà stato accusato di cripto-thatcherismo, ma era esattamente l’uomo giusto al posto giusto. Che Renzi riesca con il Pd laddove Blair è riuscito con il Labour è tutt’altro che scontato. Anzi, sono molto meno certo di quanto si tenda comunemente ad essere che sia predestinato a vincere trionfalmente le prossime primarie, o il prossimo congresso del Pd. Che sarà proprio lui il futuro leader del centrosinistra ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi. Ma è una battaglia che deve combattere nel Pd, almeno se riteniamo auspicabile avere, prima o poi anche in Italia, un sistema politico maturo, in cui i due principali partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, vincono, perdono, invecchiano, ma sono riformabili e contendibili.

Non possiamo andare avanti con questa maionese impazzita che per rigenerarsi ha continuamente bisogno di veder sorgere come funghi mini-partiti personali, progetti terzisti (o quartisti), tsunami e rivoluzioni più o meno incivili. Né sarebbe auspicabile che sia Renzi a sopperire al vuoto di leadership che si annuncia nel centrodestra con il crepuscolo della leadership berlusconiana. Anche in questa parte dello schieramento politico il rinnovamento dovrà trovare le sue forme, i suoi contenuti e i suoi protagonisti. Comprensibile che Renzi susciti interesse e simpatia in un panorama così avido di novità, ma non bisogna commettere lo stesso errore di chi, per vezzo intellettuale ma con scarsa lucidità politica, addirittura lo voleva a capo di un movimento liberista. Dovremmo forse rassegnarci all’idea che il centrodestra del futuro altro non possa essere che una sinistra in versione “renziana”, solo più moderata e “labour” del Pd?


Quando beffavo politici e stampa imitando Pertini e Scalfari
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 6 aprile 2013)

Cruciani ha fatto benissimo a ingannare Onida con una falsa Margherita Hack. E lo dico da giornalista. I giornalisti, se sono in grado, devono far saltare i politici in padella anche usando voci contraffatte, cantando come sirene e nascondendosi dietro effetti speciali.

Io l’ho fatto e lo rifarei. Non si trattava di «scherzi » telefonici. Odio gli scherzi, le burle, i passatempi dei buontemponi ridanciani. Ingannare – the art of deception, cara a Le Carré – è un’attività drammatica, talvolta farsesca ma più spesso tragica. Con la voce di Eugenio Scalfari, quando ero a Repubblica, mi esibii in un licenziamento con annessa scenata (via interfono) ma fu molto più vasto il programma di una notte di tregenda vissuta a casa di Giovanni Minoli con Ezio Mauro e un altro paio di malnati, durante la quale – io con la voce del presidente della Repubblica Sandro Pertini – dettammo farsesche condizioni politiche a tutto lo stato maggiore dei partiti di allora, convocandoli poi a colazione al Quirinale il giorno dopo.

E si presentarono tutti con un lungo corteo di auto blu, benché io avessi usato espressioni surreali che avrebbero dovuto metterli in guardia. Avevo spiegato a ciascuno: «Ti lascio un passi nella garitta dei corazzieri » e «Vieni su al quarto piano », che non esiste. Ho già raccontato questa ed altre imprese in Senza più sognare il padre (Aliberti editore) che è anche la storia di un’epoca ormai tramontata. I politici erano il mio pane quotidiano. Avevo cominciato negli anni Sessanta a spacciarmi per il socialista Riccardo Lombardi e poi per il segretario del Psi Francesco De Martino. Craxi mi affascinava e ne facevo un’imitazione decente, ma non impeccabile, a differenza di quella che faceva Maurizio Sacconi che aveva colto gesti e pause collocandoli nel giusto spartito.

Avevo imparato che per ingannare bisogna sedurre e gratificare. Se fai la voce di un potente, la tua seduzione sarà apprezzata come una parola divina. Quando mi presentai telefonicamente a Renzo Arbore durante l’ultima puntata di Quelli della notte portando i torrenziali e sconclusionati saluti di Pertini («Anch’io ho apprezzato in esilio l’umorismo, quando mi facevo cappelli da muratore con le pagine del Canard Enchaîné ») tutta l’Italia televisiva mi cadde ai piedi. Ciò che ingannava era proprio l’improbabilità quasi demenziale dei miei testi. Ci sono due modi di imitare i politici. Il primo modo è quello a fotocopia: rifai la voce e se sei dotato puoi essere scambiato per l’originale anche perché quel che dici si adatta al personaggio.

Il secondo modo è quello della «personification » che consiste nell’appropriarsi del soggetto prestandogli la tua anima e facendolo agire come una tua marionetta. Quella è l’arte. Restai del resto molto ammirato quando vidi le performance di mia figlia Sabina quando si trasformò in Massimo D’Alema e in Claudio Martelli, massacrando l’anima degli imitati. Sentii il filo genetico che ci univa. Naturalmente occorre essere portati, avere orecchio come per le lingue.

Io non parlo russo, ma so imitare a perfezione il suono globale di un discorso in russo e a una certa distanza, quando non si distinguono le consonanti, inganno anche i russi che pensano, percependomi da lontano, di udire qualche lontano dialetto patrio. Me la sono cavata anche con l’arabo usando, ai tempi delle guerre in Libano, non più di venti parole autentiche. In genere i politici sono anelastici, permalosi, vanitosi, hanno quasi sempre un certo grado di tracotanza e ignorano che cosa sia l’umiltà, anche se imparano alla svelta a fingere, a simulare un pensiero basico politicamente corretto, cioè ipocrita. Sono cioè casseforti penetrabili, se si usa la fiamma ossidrica adatta che li apre come il burro.

Alla Camera mi ero specializzato nelle avvocatese meridionali, non importa se di destra o di sinistra, e nel linguaggio enfatico tipo presentazione della donna cannone. Imitare un deputato che legge gli appunti che gli hanno preparato e che lui non capisce, è un utile esercizio che permette di capire la superficialità politica e – in genere – la quasi totale assenza di qualsiasi forma di umorismo. Il politico raramente sa ridere e far ridere. I siciliani danno soddisfazioni diverse e particolari perché in genere usano un’enfasi perentoria, apodittica, specialmente se proclamano assolute banalità.

Infine: l’imitazione non è imitabile. Se ben condotta è come il cliché di quelle banconote che nessun contraffattore potrà ripetere. Le imitazioni condotte con spirito dispettoso e curioso, irrispettoso e distruttivo sono opere d’arte. Il difficile, per l’imitatore spietato, è distaccarsi da esse per tornare se stessi. Imitavo molto bene anche Cossiga e riuscii a spacciare su una piccola emittente un dialogo folle e incredibile fra lui e Pertini. Era talmente pazzesco quel che feci dir loro, che nessuno ebbe il minimo dubbio sulla veridicità di quel che fu detto.


A “Repubblica” il diritto alla privacy vale solo per Valerio Onida
di Filippo Facci
(da “Libero”, 6 aprile 2013)

Che bello, hanno tutti ragione. Ha ragione Valerio Onida quando dice che lo scherzo telefonico che gli hanno fatto quelli della Zanzara, fingendo di essere Margherita Hack, è contro la legge perché i due hanno reso pubblica una conversazione privata. Ha ragione chi osserva che per rendere pubblico uno scherzo, telefonico o meno, di norma serve una liberatoria firmata. Hanno ragione i due colleghi insetti, Cruciani e Parenzo, secondo i quali la pubblicazione della conversazione privata tuttavia si ossequiava a una rilevanza pubblica, cioè alla notizia che uno dei «saggi » giudicava inutili proprio i saggi.

Però ha ragione anche Michele Serra, che su Repubblica (su Repubblica, sì) ha scritto che l’uso estorto di immagini e parole ormai viene riconosciuto come accettabile da un’informazione che sconfina nello spettacolo; Serra ritiene che Onida, per esempio, non dovesse scuse a nessuno perché ha soltanto espresso delle private opinioni e di questo non si può essere colpevoli: e ha ragione. Aggiungo che in questo andazzo, come dire, à la guerre comme à la guerre: chi non vuole un tapiro – opinione di chi scrive – farà bene a ritirarlo in testa a chi voglia imporglielo, mentre personalmente aspetterei sotto casa un collega che mi carpisse un fuori onda, e a certi molestatori da talkshow farei volentieri assaggiare la tomaia delle scarpe.

Quindi, in teoria, ha ragione anche Gad Lerner, che sul suo blog è ripartito da Adamo e Eva e ha attribuito la nascita dell’infotainment (informazione mista a intrattenimento) non a una fisiologia d’importazione, bensì a Bruno Vespa, colpevole d’aver affiancato Valeria Marini a Gianfranco Fini sin dal 1996; diciassette anni dopo, invece, Lerner individua Beppe Grillo come catalizzatore di «cercatori di audience con patina d’anticonformismo creativo come i conduttori della Zanzara », definizione oggettiva quanto carica di snobistico sprezzo; dopodiché, sempre sul blog, Lerner giunge a mischiare Vespa, Grillo, Zanzara e Gabibbo in un unico percorso di «abbruttimento dell’umano e ridicolizzazione dell’impegno ». L’umano impegno, presumibilmente, è quello di Gad Lerner, che l’audience in effetti non l’ha mai cercata e neppure casualmente trovata. Nota: tutto questo accade solo perché Valerio Onida è amico suo.

Più che di infotainment, però, Serra e Lerner dovrebbero occuparsi di double standard: il loro, o perlomeno quello del quotidiano che ospita i loro corsivi. Perché stiamo parlando di Repubblica, l’organo ufficiale della pubblicazione di ogni fotografia, filmato, colloquio, telefonata, fuori onda, qualsiasi cosa che riguardi il nemico politico o perlomeno chi a Repubblica stia fieramente sulle balle. Lecito, illecito, penalmente irrilevante, vero, falso, depositato o meno: Repubblica in questi anni ha pubblicato ogni cosa e ne ha fatto una religione, la stessa contro la quale – accoratamente – Michele Serra ora mostra un’antipatia peraltro condivisibile. Ma è un dibattito già fatto, a pensarci: precisamente nell’estate 2009, quando il gruppo Repubblica pubblicò le registrazioni privatissime (anche queste «carpite con l’inganno ») che Patrizia D’Addario aveva fatto nella camera da letto di Berlusconi; si parlava di dolori rettali, preservativi e altri affari di Stato. E ci hanno fatto scioperi e manifestazioni – sul tema, non sui dolori – e hanno gridato al golpe nell’ipotesi di una legge che regolasse meglio la privacy: la quale, pure, risulterebbe già regolata. Repubblica del resto ha diffuso ampiamente anche la presunta intercettazione (presunta perché non è neppure mai stata depositata agli atti) in cui Angela Merkel fu definita «culona » e altri dettagli irrinunciabili.

Ecco perché – mancava – forse ha «storicamente » ragione anche Marco Pannella, che il giorno dopo lo scherzetto a Onida ha semidistrutto lo studio della Zanzara buttando all’aria tutto – microfoni, computer, Parenzo e altri oggetti – perché è pazzo, va bene, ma anche perché vede lungo. Non puoi pretendere di invitare in trasmissione Giacinto Pannella detto Marco (classe 1930) e poi imbrigliarlo come vuoi tu, dicendogli pure che «non ce ne frega un cazzo » dei suoi appelli; Pannella faceva appelli quando Cruciani e Parenzo erano due embrioni, e da lui devi sempre aspettarti l’inaspettabile perché è sempre in anticipo di dieci anni: anche stavolta, probabilmente, ha già disegnato e combattuto un fantasma prossimo venturo, il mobbing mediatico. Ma naturalmente certo, hanno ragione anche loro, Cruciani e Parenzo: chiedono che gli ospiti non sfascino tutto e che non li mandino al pronto soccorso, cortesemente: dove peraltro – reparto neuro – da tempo è giusto che vadano.


«Basta complessi, dialogo con Berlusconi »
Aldo Cazzullo intervista Dario Franceschini
(dal “Corriere della Sera”, 6 aprile2013)

«Siamo entrati in una stagione del tutto nuova, e continuiamo a ragionare con gli schemi di una stagione finita ».

Che cosa intende, Dario Franceschini?
«Dal bipolarismo siamo passati al tripolarismo. Spero e credo che il Movimento 5 Stelle sia transitorio, e si torni presto alla normalità del confronto tra progressisti e conservatori; ma nel frattempo gli schieramenti sono tre. Nessuno supera il 30%. Se si vuol dare un governo al Paese, in questa fase si debbono accettare forme di collaborazione ».

Bersani ci ha provato con i grillini. Pensa anche lei, come Renzi, che sia stato umiliato?
«No. Penso sia stato generoso. Grazie alla diretta streaming, gli italiani hanno visto una certa volgarità, e il rifiuto di qualsiasi forma di dialogo. Abbiamo provato a capire se lo schema era imperforabile; ma mi pare ormai chiaro che loro si collocano fuori. Non c’è nessuno spazio su nulla: si scelgono addirittura il candidato al Quirinale online. O scegliamo di tornare al voto, con l’ulteriore paradosso che chiunque vinca alla Camera quasi certamente non avrà la maggioranza al Senato… ».

Si potrebbe e dovrebbe fare una nuova legge elettorale.
«Ma neppure con i collegi uninominali uscirebbe una maggioranza assoluta. Non resta che un’altra strada: uscire dall’incomunicabilità. E abbandonare questo complesso di superiorità, molto diffuso nel nostro schieramento, per cui pretendiamo di sceglierci l’avversario. Ci piaccia o no, gli italiani hanno stabilito che il capo della destra, una destra che ha preso praticamente i nostri stessi voti, è ancora Berlusconi. È con lui che bisogna dialogare ».

Lei di Berlusconi ha detto cose orribili.
«Da segretario del Pd sono stato accusato di essere troppo antiberlusconiano. Ma una cosa è lo scontro politico, che resta sano. Un’altra è pensare di scegliersi l’avversario. So che è altamente impopolare, so che si rischia di scatenare le reazioni negative del proprio stesso campo, ma voglio dirlo: se noi intendiamo mettere davanti l’interesse del Paese, dobbiamo toglierci di dosso questo insopportabile complesso di superiorità, per cui se l’avversario ti piace ci parli, altrimenti non ci parli nemmeno. Il leader della destra è ancora Berlusconi, e la sua sconfitta deve avvenire per vie politiche. Non per vie giudiziarie o legislative ».

Dunque la tentazione di votare con Grillo l’ineleggibilità di Berlusconi è sbagliata?
«È un dibattito molto approssimativo. Si possono fare norme nuove per il futuro. La norma vigente è del 1957. Già due volte il centrosinistra è andato al governo, nel ’96 e nel 2006, e Berlusconi non è stato dichiarato ineleggibile. Non vedo cosa sia cambiato ».

Il Pdl vi propone di fare un governo insieme. Oppure di sostenere un vostro governo, ma a patto di portare un suo uomo al Quirinale.
«Proposte respinte al mittente. Non si può scambiare la nascita di un governo con la scelta di chi sta al Quirinale per sette anni che si annunciano burrascosi. Il prossimo capo dello Stato deve essere in ogni caso una persona di garanzia eletta con una intesa più larga possibile. Per sua natura, non può essere eletto con un mandato. Deve essere libero fin dalla prima scelta: assegnare l’incarico di formare il nuovo governo ».

L’incaricato potrebbe essere ancora Bersani? Il vostro segretario esclude intese con il Pdl.
«Credo sia logico che il leader del partito di maggioranza possa ancora tentare. Bersani si è sempre rivolto all’intero Parlamento. Non ha escluso nessuno ».

Ha sempre detto di non volere un governo di larghe intese.
«E io sono d’accordo con lui. Non ci sono in Italia le condizioni per una grande coalizione come c’è stata in Germania. Ma tra un governo in cui siano insieme La Russa e Vendola e nessun governo ci sono vie di mezzo ».

Quali?
«Un esecutivo di transizione, che prenda le misure necessarie per dare ossigeno all’economia mentre in Parlamento si fanno le riforme istituzionali: Senato federale, con conseguente riduzione dei parlamentari, e legge elettorale ».

E al Quirinale chi va?
«Niente nomi. Immagino che serva una persona con un’esperienza politica e parlamentare. Non possiamo fare un’operazione di immagine, scegliere uno scienziato o un attore che piaccia ai blog o alla Rete. Il prossimo presidente dovrà difendere il ruolo del Parlamento che lo eleggerà, aiutandolo a ritornare per i cittadini da palazzo della casta a tempio della democrazia repubblicana ».

Il Pd rischia una scissione?
«Vedo con grande preoccupazione la leggerezza con cui si evocano scenari di scissione, da “destra” o, se dovesse prevalere Renzi, da “sinistra”. Siamo in una tale crisi istituzionale e sociale che ci manca pure questo. Con tutta la fatica che abbiamo fatto per costruirlo, il Pd… Ognuno si morda la lingua e si metta in testa che il Partito democratico deve restare unito e stringersi attorno a chiunque vinca le primarie, quando ci saranno ».

E se si andasse a votare subito?
«Si farebbero le primarie lo stesso. Indietro non si torna. Siamo in grado di organizzarle in una settimana ».

Che effetto le fanno le parole di Renzi e le repliche che ha ricevuto?
«Vedo che praticamente tutti nel Pd dicono di volere a ogni costo un governo, ma poi si accusano reciprocamente di essere pronti ad accettare i voti del Pdl. Vorrei dire a tutti che la situazione è abbastanza confusa per confonderla ancora di più, tacendo una semplice verità: chiusa la possibilità di un rapporto con Grillo, per sua scelta, i numeri dicono che o si accetta un rapporto con il Pdl, o non passerà nessun governo ».


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Bart