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La richiesta di grazia non arriverà. Né da Berlusconi, né dai suoi figli

18 Agosto 2013

di Paola Di Caro
(dal “Corriere della Sera”, 18 agosto 2013)

La decisione è presa e l’ha comunicata ai suoi. «Non mi passa nemmeno per la testa di chiedere la grazia. Non lo farò io, non lo faranno i miei figli, non lo faranno i miei avvocati. E non chiederò nemmeno i servizi sociali, né i domiciliari. Io continuerò la mia battaglia a testa alta, anche dal carcere se servirà. Non l’avranno vinta ».

Non è servito un lungo vertice venerdì con i suoi legali, con i familiari, con i collaboratori più stretti ad ammorbidire la posizione di Silvio Berlusconi. Non sono valse a nulla le obiezioni degli avvocati secondo i quali, se accedesse ai servizi sociali, se il clima si rasserenasse e il Pd si disponesse ad attendere almeno la fine dei nove mesi di pena prima di decidere sulla sua decadenza da senatore, magari si riuscirebbe a salvare il salvabile, a tutelarlo, a tenere in piedi il governo e assieme l’agibilità politica del leader del centrodestra.

No, raccontano, Berlusconi non ci sta. Non crede più alle promesse. È talmente deluso e infuriato e amareggiato e ferito che adesso vuole vedere i fatti da chi, ne è convinto, glieli aveva promessi. Da quel Quirinale dal quale nel Pdl si aspettavano di più, magari un provvedimento di grazia motu proprio che avrebbe fermato le macchine, cambiato il clima. E dal Pd che non risponde e che, si sta convincendo Berlusconi, porterà il Paese al voto anticipato presto, forse entro l’anno.

Infatti, confermano i suoi, alle richieste corali e accorate di tutto il Pdl perché la politica intera si faccia carico – dal Quirinale al Pd – del destino del leader se davvero tengono alla sopravvivenza del governo, non sono arrivate risposte. Né dal Colle né dal Pd né dal capo del governo sarebbero giunte aperture o sarebbe stata manifestata alcuna disponibilità, per ora, a compiere ulteriori passi. Per questo il Cavaliere sembra ormai convinto che la strada del governo sia segnata, e non per colpa sua: «L’atteggiamento del Pd è suicida – è il messaggio consegnato ai suoi in queste ore -, per colpa loro finiremo al voto anticipato ». Perché loro, che dovrebbero «votare contro le mie dimissioni da senatore » non lo faranno, e perché Napolitano difficilmente inventerà un sistema che possa fargli scudo dal rischio, una volta persa l’immunità parlamentare, di essere oggetto dell’attacco delle Procure di mezza Italia, da quella di Milano a quella di Napoli a quella di Bari.

E se le cose stanno così, è il ragionamento che Berlusconi fa con quelli dei suoi che, come Daniela Santanchè, riescono a parlargli direttamente ad Arcore o gli altri che lo raggiungono al telefono in queste giornate infinite, è chiaro che lo scontro è inevitabile. Quando in Giunta per le Elezioni, il 9 settembre o quando sarà, si voterà per la sua decadenza da senatore e Pdl e Pd si troveranno l’uno contro l’altro «un minuto dopo, Alfano e gli altri ministri si dimetteranno, e sarà la fine dell’alleanza ».

Già, e poi? Ormai ad Arcore e nelle bollenti telefonate tra big del Pdl si esamina già lo scenario della crisi conclamata. E raccontano che Berlusconi sia piuttosto scettico sull’ipotesi che possa davvero nascere un governo di scopo per varare almeno la riforma della legge elettorale e la legge di stabilità: «Mi pare molto difficile che Grillo si allei con il Pd per fare un governo ». E questo perché, è il ragionamento che fanno nel Pdl, per lui sarebbe molto meglio andare a votare subito, con questa legge elettorale. Ipotesi, quella di elezioni anticipate già entro l’anno, che lo stesso Berlusconi al momento ritiene la più probabile.

Quanto ci sia di reale convinzione, quanto di speranza o quanto di tattica nell’evocazione di questi scenari è da capire nelle prossime ore. Non c’è dubbio che l’alzarsi rapido e drammatico della tensione sia dovuto alla reale angoscia e preoccupazione di Berlusconi, che non vede vie d’uscita dai suoi guai. Ma è anche vero che è proprio la minaccia della crisi e del voto subito l’ultima arma che il Pdl può agitare per tentare di convincere il colle e il Pd a «scendere a patti, trovare una soluzione perché tutto non salti per aria », come dicono ormai anche le colombe.

E però, allo stato, spiragli per uscire dal cul de sac non se ne vedono, né disponibilità a passi che, ammettono anche nel Pdl, sarebbero pesanti sia per Napolitano da una parte che per il Pd dall’altra.

Dunque, la sensazione è che ormai la strada sia imboccata: è tempo di accelerare per arrivare a una soluzione che sia un vero salvacondotto, o di andare alla rottura. Per non chiudere la finestra elettorale (strettissima, ma teoricamente ancora percorribile) dell’autunno, e per sfruttare comunque la figura del leader ancora pienamente nel suo ruolo, o addirittura icona del «martirio giudiziario » se in piena campagna elettorale fosse costretto ai domiciliari, impedito ma mai domo, pronto appunto a condurre «la mia battaglia di libertà ». E ormai a dirgli che la via potrebbe essere sbagliata, che c’è da essere cauti, sembra non esserci più nessuno. Volenti o nolenti, nel Pdl sono pronti a seguire il capo in questa sfida. Se fino alle estreme conseguenze, lo diranno le prossime, drammatiche settimane.


Silvio Berlusconi incandidabile, il Consiglio di Stato ha già bocciato la tesi del Cavaliere
di Redazione
(da “L’Uffington Post”, 18 agosto 2013)

Il Consiglio di Stato ha già “bocciato” una delle tesi difensive del Cavaliere sull’incandidabilità dopo la condanna definitiva per frode fiscale. A ricordarlo è Andrea Mazziotti, responsabile Giustizia di Scelta Civica. “Leggo ogni giorno – dice – discussioni sul presunto ‘problema giuridico’ dell’applicabilità del decreto Monti-Severino quando i reati sono anteriori alla legge. Alcuni hanno addirittura detto che il tema è aperto visto che non esistono precedenti”. Ma il deputato montiano spiega: “In realtà il problema è già stato risolto dal Consiglio di Stato con una sentenza del febbraio 2013 (che potete leggere qui), nei confronti di Marcello Miniscalco, candidato nelle liste del centrosinistra in Molise. La corte ha escluso Miniscalco, affermando che l’incandidabilità non ha natura sanzionatoria, che vale anche per i reati commessi prima dell’entrata in vigore del decreto e che la norma è assolutamente costituzionale”.

Intanto tra i berlusconiani inizia a farsi strada la tesi che la questione non può essere affrontata solo dal punto di vista giuridico, ma anche politico. “Chiunque abbia onestà intellettuale – afferma il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone – e senso della realtà comprende bene che la vicenda riguardante Silvio Berlusconi non può essere guardata solo in termini giudiziari. Silvio Berlusconi è il destinatario del consenso di molti milioni di italiani, il cui diritto ad una piena rappresentanza politica e istituzionale non può essere dimidiato o messo tra parentesi. E Silvio Berlusconi è anche ‘azionista’ di una maggioranza chiamata – insieme – al rilancio economico e alla pacificazione del Paese”.

Capezzone prosegue: “Che pacificazione può esservi se alcuni milioni di italiani vengono colpiti nella loro rappresentanza istituzionale, e se contemporaneamente l’italiano più votato degli ultimi vent’anni viene accompagnato fuori dal Parlamento dalle altre forze della sua stessa maggioranza? Sono interrogativi politici, che fanno riferimento a una questione massimamente politica. Ed è tutta politica la soluzione che istituzioni e forze politiche, ciascuna per la propria parte, sono chiamate a trovare”.

A invocare una “soluzione politica” prima della pronuncia della giunta del Senato sulla decadenza e incandidabilità di Berlusconi è Sandro Bondi. Altrimenti, nel caso il Pd votasse per l’immediata estromissione del Cavaliere dal Parlamento, “sarebbe difficile, se non impossibile, continuare a sostenere questo governo”. Bondi, in un’intervista a ‘Libero’, afferma: “Sono convinto che una soluzione politica debba essere trovata nell’ambito dei poteri che la democrazia prevede in capo alle istituzioni democratiche, fra cui la presidenza della Repubblica, in modo da garantire la governabilità e tutelare la dignità di un leader come Berlusconi, che tanti meriti può vantare di fronte all’Italia e agli italiani”.

Duro con gli alleati di governo, Osvaldo Napoli: “Se il Pd continua ad arrovellarsi sul modo di far fuori Berlusconi – dice -, forse si accorgerà che deve far fuori il governo per questo obiettivo. Vedano un po’ loro dove stanno gli interessi del paese”. E osserva: “Nel Pd sono in tanti a fingere di non aver capito la posta in gioco. E in tanti continuano a indicare falsi bersagli polemici al solo scopo di posizionarsi in vista di una battaglia congressuale che rischia di soffocare il governo”.


Avvertimento dei giuristi: far decadere Berlusconi è contro la Costituzione
di Laura Cesaretti
(da “il Giornale”, 18 agosto 2013)

Qualche dubbio sulla legge Severino e sulle sue norme sulla decadenza dei parlamentari, tra i giuristi, si affaccia. La materia è delicata, e la Costituzione, all’articolo 66 parla chiaro: «Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità ».

In più, come ha fatto notare il costituzionalista Giovanni Guzzetta, la legge Severino rispetto al caso Berlusconi avrebbe una applicazione retroattiva, visto che i fatti per cui è stata comminata la condanna risalgono a tempi ben precedenti il varo della legge. Questione che, secondo Guzzetta, «suscita notevoli dubbi sul piano della costituzionalità e di una possibile violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ».

Dello stesso parere è il professor Paolo Armaroli, che insegna Diritto pubblico e Genova: «È possibile applicare una regola per un supposto reato commesso prima dell’ entrata in vigore della legge Severino? Io non sono un penalista, ma a me pare che debba valere la regola per cui non si applica sicuramente la norma meno favorevole al condannato ». Altrimenti, ragiona il professore, «bisognerebbe dire che anche in campo penale c’è la retroattività della legge. Gli unici casi in cui si applica la retroattività dalla legge penale si verifica quando si passa da un regime all’altro, per esempio dal fascismo alla democrazia ». Insomma, la applicazione della legge Severino e della «sopravvenuta » incandidabilità «dovrebbe riguardare i reati commessi a partire dal 2013, cioè dopo l’entrata in vigore della legge. E dovrebbe rimanere fuori ciò che è avvenuto prima ».

Un altro potenziale profilo di incostituzionalità viene individuato dal professor Antonio Leo Tarasco, che insegna diritto alla Pontificia università gregoriana di Roma: se la Carta costituzionale «pone nel popolo e non nella magistratura la sovranità (articolo 1), è solo la deliberazione popolare e non quella giudiziaria il fattore ultimo che può condizionare la dinamica politica e democratica ». Insomma, non può essere una sentenza a decidere della permanenza o decadenza di un eletto: «La magistratura non può annullare il voto popolare, essendo una decisione del genere sempre rimessa a ciascuna Camera di appartenenza, come recita l’articolo 66. Il giudizio parlamentare non può assumere carattere vincolato ma sempre libero e incondizionabile; diversamente, si giungerebbe per legge a legittimare un golpe per mano giudiziaria senza che il Parlamento possa difendersi ».

Anche il professor Alessandro Mangia, docente di Diritto costituzionale all’Università Cattolica intervistato dal Sussidiario.net, insiste su questo punto: con il divieto di candidatura per Berlusconi in base alla sentenza Mediaset, si sancirebbe la prevalenza del potere giudiziario su quello legislativo: «finché c’è l’articolo 66 della Costituzione, la legge non può stabilire l’interruzione del mandato parlamentare senza un voto delle Camere senza violare la Carta. E, piaccia o non piaccia, non lo può fare neanche la magistratura. Le Camere devono operare una valutazione di carattere squisitamente politico, insindacabile se non dagli elettori: il voto non può ridursi a una pura e semplice presa d’atto di quanto deciso dalla magistratura ».


Berlusconi pronto allo scontro finale
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 18 agosto 2013)

Agli occhi di Berlusconi, il governo è già virtualmente caduto. Dai discorsi che faceva ieri in privato, e puntualmente filtrati all’esterno, la crisi sembra ineluttabile, forse pure nuove elezioni. Questione di settimane. Se il 9 settembre il Pd voterà in Giunta al Senato per cacciarlo dal Parlamento, entro pochi minuti i ministri Pdl rassegneranno le dimissioni perché, confida uno di loro, «perfino se Berlusconi non ce lo chiedesse, mai potremmo restare al fianco di chi avrà sancito la decadenza del nostro leader ».

Il Cavaliere è arci-convinto che l’esito sia scolpito nel marmo, che né i Democratici né Napolitano faranno nulla per scongiurare l’ineluttabile, anzi. Considera una pia illusione la speranza, coltivata tra le «colombe » del suo partito, di strappare al Pd almeno una dilazione. Si va convincendo che, se scontro finale dovrà essere, meglio affrontarlo subito con l’animo determinato di chi non ha più nulla da perdere, neppure la libertà personale. Per cui in queste ore, vissute nel centrodestra con un senso di crescente sfiducia nel Capo dello Stato, nel premier «che se ne lava le mani » e nelle larghe intese, il barometro politico volge decisamente al peggio. Berlusconi è più «falco » dei suoi «falchi ».

C’è chi, come il presidente di Mediaset Confalonieri, ancora spera che Silvio si fermi un attimo prima del patatrac. Ma nel gruppo dirigente Pdl non c’è uno cui sfugga la gravità della situazione. È tutto un tambureggiare di altolà, un martellamento di ultimatum, confusamente rivolti al Pd, al Capo dello Stato o a entrambi. Capezzone: «Tutti sono chiamati a trovare una soluzione ». Bondi: «Deve arrivare prima che si pronunci la Giunta, altrimenti sarebbe estremamente difficile, se non impossibile, continuare a sostenere questo governo ». Osvaldo Napoli: «Se il Pd continua ad arrovellarsi su come far fuori Berlusconi, si accorgerà che dovrà prima far fuori il governo ». Cicchitto: «Per tenere in piedi il governo occorrono spirito costruttivo e volontà di mediazione, cioè l’opposto di quanto mostrano alcuni esponenti del Pd, da Zanda alla Bindi ».

La via d’uscita non c’è, eppure si vorrebbe che qualcuno la trovi. Lo stesso Berlusconi, secondo chi l’ha sentito, è vittima di una certa confusione. Da una parte manifesta sfiducia verso Napolitano, «non mi darà mai una mano »; dall’altra gradirebbe che fosse proprio il Presidente a tirarlo fuori dai guai giudiziari. E ciò sebbene risulti chiaro ai suoi avvocati (ieri Ghedini era inchiodato al lavoro) che il Quirinale nulla può. Neppure una grazia tanto generosa quanto immediata eviterebbe al Cavaliere la decadenza da senatore, in base alla legge Severino, con conseguente rischio di arresto su mandato di qualche Procura. Per restare in Parlamento, a Berlusconi servirebbe disinnescare la legge con l’aiuto (o la complicità) del Pd. Sa benissimo che non avrà né questa né quello. Dunque si prepara a vendere cara la pelle.

Pare crollata anche l’ultima diga capace di trattenere l’ira del Cavaliere: cioè la paura che dopo Letta non si torni immediatamente alle urne. E invece di sciogliere il Parlamento, Napolitano riesca a mettere in piedi un altro governo finalizzato a colpire il Pdl (riforma elettorale tipo Mattarellum) e le aziende del Biscione (legge sul conflitto d’interessi, tetti alla pubblicità televisiva). «Ci provassero », è la sfida lanciata da Arcore. Dove hanno fatto i loro conti, non credono che in Senato quel governo avrà mai i numeri. E pure se li trovasse, vivrebbe di vita effimera, un ottimo punching-ball per la campagna elettorale della destra.


I falsi del “Fatto” per difendere Esposito
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 18 agosto 2013)

Aspettando i lunghi iter delle annunciate querele di Antonio Esposito, a processare il Giornale, per fortuna solo a mezzo stampa, provvede il Fatto quotidiano.
Che ci bacchetta per i «falsi più falsi » messi nero su bianco ovviamente ad arte per screditare l’alto magistrato, presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato Berlusconi.

Quali sono i falsi, secondo il Fatto? Il primo è la notizia del bonifico da 974,56 euro (il Fatto scrive 914 euro, non è un falso ma un errore al ribasso) che riporta nella causale, come compenso per la direzione di un centro di consulenza aperto dall’Ispi, l’associazione culturale/agenzia di formazione di famiglia del magistrato, tra i beneficiari il nome di Esposito e quello della moglie. Nemmeno per Esposito, bontà sua, quel bonifico è falso, infatti è vero. Il magistrato ha sostenuto solo di avere un conto cointestato con la moglie (ipotesi tra l’altro contemplata esplicitamente nell’articolo), affermando che era lei l’unica e sola beneficiaria di quella somma.
Ma il falso più falso, secondo il quotidiano di Padellaro e Travaglio, è un altro estratto, anzi, uno stralcio. Quello dell’ordinanza di arresto del prefetto Franco La Motta.

Nello specifico un passaggio in cui il gip di Roma, per motivare il rischio di inquinamento delle prove da parte dell’uomo poi arrestato, parla delle «aderenze » del prefetto, riportando una nota del Ros su due telefonate intercettate a La Motta. Che chiama prima un tal F.E. [mi è stato chiesto il 6 agosto 2020 dall’avv. Letizia Bonelli di indicare solo le lettere iniziali del soggetto, esplicitamente nominato nell’originale]. – identificato dal Ros nel pm milanese figlio di Antonio – a cui rivolge un frettoloso saluto «affettuoso » per poi liquidarlo, e poi un altro Ferdinando, al quale chiede di far da «ponte » con il padre. Il secondo Ferdinando, che usa un’utenza dell’amministrazione penitenziaria (utenza presente anche nell’annuncio di vendita di una moto messa online da un certo ferdinando.esposito), non è il pm ma il suo omonimo cugino, come hanno appurato dopo la notifica dell’ordinanza gli investigatori. Il Giornale ha ricostruito, basandosi su quegli atti giudiziari che sono gli stessi in seguito depositati al Riesame, quel passaggio della nota del Ros. Spiegando chiaramente la strana successione delle telefonate e l’unica individuazione certa al momento in cui l’ordinanza è stata redatta: quella della prima utenza. E mantenendo la stessa cautela di Ros, procura e inquirenti sull’identità del secondo Ferdinando. Il passaggio sulle «aderenze » con le due telefonate ai «Ferdinandi », tra l’altro, aveva avuto ampio risalto su diverse testate il 15 giugno scorso, giorno successivo all’arresto. Non sul Fatto quotidiano, che pur riportando ampi stralci dell’ordinanza s’è limitato a citare generiche «aderenze » da quest’ultimo vantate.

Il non aver intercettato la precisazione post-arresto della procura, diffusa solo il giorno dopo e via agenzia di stampa, mica recapitata in redazione, è dunque «il falso più falso » per il Fatto. Che è più fortunato. Quando per esempio a giugno 2012 il quotidiano di Padellaro ha raccontato di pranzi tra il pm F. E. [mi è stato chiesto il 6 agosto 2020 dall’avv. Letizia Bonelli di indicare solo le lettere iniziali del soggetto, esplicitamente nominato nell’originale] e il «presunto riciclatore della ‘ndrangheta » Giulio Giuseppe Lampada, il giovane Esposito, per smentire, ha girato la richiesta di rettifica direttamente al quotidiano, che l’ha pubblicata in calce e via in pace.

A noi, ovviamente, non è invece bastato darne conto il giorno dopo il pezzo, dopo aver intercettato – meno male – l’ennesima richiesta di querela dell’alto magistrato.


De Benedetti, quando la Cassazione gli cancellò due condanne per un cavillo
di Pierangelo Maurizio
(da “Libero”, 18 agosto 2013)

Uno dice: la legge è uguale per tutti. Ma c’è modo e modo di interpretare la cosa. E c’è modo e modo di accogliere le sentenze, soprattutto se definitive. Se per il Cavaliere il primo agosto 2013 – conferma dalla Cassazione della condanna per i diritti Mediaset a quattro anni (più cinque di interdizione dai pubblici uffici) – è il giorno nero, per il suo antagonista di sempre, l’Ingegnere, il 22 aprile ’98, ultimi scorci del governo Prodi, è stato un giorno di festa. Sempre i giudici supremi – a lui e solo a lui – hanno cancellato le due precedenti condanne per bancarotta fraudolenta (6 anni e 4 mesi in primo grado, 4 anni e 6 mesi in secondo). La storia è quella del suo oscuro passaggio nella vicenda ancora, dopo trent’anni dal crack, oscurissima del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Piccolo riassunto. Quando il Banco era ormai sull’orlo del disastro Carlo De Benedetti entrò come vicepresidente e azionista il 19 novembre dell’81 e ne uscì 65 giorni dopo, il 22 gennaio ’82, con 81 miliardi 470 milioni di lire. Un miliardo 253 milioni al giorno. Un record. L’Ingegnere riebbe i 51,4 miliardi con cui aveva pagato – virtualmente, solo virtualmente – il 2 % di azioni Ambrosiano più 2,5 miliardi per interessi e spese. E, incredibile, Calvi gli versò anche 27 miliardi cash per le “emittende” azioni Brioschi, titoli cioè che ancora non esistevano. De Benedetti intascò una plusvalenza di 30 miliardi. Almeno.

Ma come mai tanta generosità da parte dello spregiudicato, cinico Calvi, il «banchiere dagli occhi di ghiaccio »? L’Ingegnere ha alternato due versioni: era stata un’offerta di Calvi e lui non aveva potuto rifiutare, versione ripetuta dalle prime firme di Repubblica, come Peppino Turani. Lo vedremo nella prossima puntata. Dall’altra parte, De Benedetti ha sempre respinto le accuse con “amarezza”: «È noto a tutti che mi sono sempre mosso con determinazione nel tentativo di oppormi all’opaca gestione dell’ Ambrosiano e che non ho mancato a nessuno dei miei doveri. Né io né le mie società abbiamo del resto guadagnato una lira e nemmeno il Banco ha perso una lira … ». Ecco, almeno quest’ultima parte è opinabile.

Secondo il Tribunale di Milano e poi la Corte d’appello era stato il prezzo del silenzio pagato da un Calvi ormai terrorizzato. Il Tribunale di Milano il 16 aprile ’92 ha condannato l’Ingegnere a 6 anni e 4 mesi per bancarotta fraudolenta. La sua posizione era diversa da quella dei coimputati. Comunque fu condannato con i comprimari e protagonisti dell’assalto all’Ambrosiano, dal capo della P2 Licio Gelli, al banchiere Umberto Ortolani, Flavio Carboni, Francesco Pazienza, l’imprenditore Giuseppe Ciarrapico. Verdetto confermato il 16 giugno ’96 dalla Corte d’Appello di Milano, con le pene diminuite, 4 anni e 6 mesi a De Benedetti, “perché non devono essere afflittive”. Ma il 22 aprile ’98 la V Sezione penale della Corte di Cassazione – solo per lui, è bene ribadirlo – ha cancellato le due sentenze “senza rinvio” (cioè senza un nuovo processo): fine della storia. Per tutti gli altri condanne confermate. La Suprema corte non ha confutato i fatti, ovviamente. Ha passato un colpo di spugna sulla fedina penale dell’Ingegnere con una capriola sul filo del “tecnicismo”: per «precluso esercizio dell’azione penale in relazione alla bancarotta ».

Per capire le motivazioni, bisogna addentrarsi nell’iter giudiziario, un po’ noioso e con anomalie. Il 24 settembre ’82 la procura di Milano invia all’Ingegnere, come a tutti gli altri personaggi coinvolti, una comunicazione giudiziaria per la bancarotta dell’Ambrosiano. Al giudice istruttore l’Ingegnere spiega che non gli «è mai stato permesso di amministrare l’Ambrosiano », gli è sempre stato impedito «di avviare l’opera di pulizia ». Diciamo che con lui non viene usato il pugno di ferro. Dopo quattro anni, superando non pochi ostacoli e contrapposizioni dei suoi colleghi, il sostituto procuratore Luigi Dall’Osso, che sembra essersi fatto un’idea precisa di come sono andate le cose, il 31 marzo 1987 chiede un mandato di comparizione per De Benedetti, perché «avvalendosi dell’intimidazione da lui esercitata su Calvi » lo aveva indotto a pagargli quella buonuscita faraonica in quanto «un’ulteriore sua permanenza nel consiglio d’amministrazione del Banco Ambrosiano, avrebbe comportato la scoperta dell’occulto meccanismo e del dissesto del Banco ». Art. 629 del codice penale, estorsione. Parola pesante.

Il giudice istruttore si limita a inviare una nuova comunicazione giudiziaria a De Benedetti. Il quale al giudice il 1 ° giugno 1987 esclude «di avere usato intimidazioni o pressioni di alcun genere per ottenere quello che gli era stato riconosciuto ». Ma quale estorsione! Il giudice istruttore quindi restituisce le carte al sostituto procuratore «per le ulteriori valutazioni ». «Vedi, De Benedetti è venuto e ha spiegato tutto ». Dall’Osso però l’8 novembre ’87 insiste, oltre a chiedere un supplemento d’indagine per accertare se De Benedetti sapesse da dove venivano quei soldi e, solo in quel caso, contestargli anche il reato di concorso in bancarotta.

E qui avviene qualcosa di insolito. Il 7 aprile 1989 il giudice, con un atto che sarà alla base della decisione della Cassazione, chiude l’istruttoria con un “provvedimento complesso”: proscioglie De Benedetti, perché il fatto non sussiste, dall’accusa di estorsione, dichiarando improponibile l’azione penale per il reato di bancarotta. Il pubblico ministero si oppone ma solo per il proscioglimento dal delitto di estorsione: lui all’accusa di bancarotta per De Benedetti nel crollo dell’Ambrosiano, non ha mai creduto. Nel frattempo, con il nuovo codice di procedura penale, la competenza della Sezione Istruttoria passa alla Corte d’Appello. E il presidente della Corte d’Appello di Milano il 27 novembre 1990 credendo finalmente di sbrogliare l’ aggrovigliatissima vicenda rinvia a giudizio l’Ingegnere per bancarotta. E su questa falsariga procederà il Tribunale che bada alla sostanza del reato, indipendentemente dalla configurazione giuridica, stabilendo «l’inscindibile collegamento » tra l’ipotesi dell’estorsione e la bancarotta: in sostanza, sia estorsione o bancarotta in ogni caso quegli 82 miliardi sono usciti dalle casse del Banco Ambrosiano, ormai sull’orlo del disastro, e sono finiti illecitamente nelle tasche dell’Ingegnere (pardon: della Cir, la holding del gruppo, e della Finco, la cassaforte di famiglia, poi Cofide).

Alla fine dei giochi, la Suprema Corte obietta: e no, cari signori, c’è una contraddizione in termini: l’estorsione si pratica con l’uso della forza, obbligando a pagare, la bancarotta fraudolenta presuppone l’accordo tra i compari. Ragionamento discutibile, ma tant’è. Del resto De Benedetti è stato prosciolto in istruttoria dall’accusa di estorsione.

Per di più l’azione penale si è svolta sulla base di un’accusa – la bancarotta – mai contestata dal pubblico ministero. In sostanza, si perdoni la grossolanità della sintesi, l’Ingegnere viene assolto perché, per due processi, hanno sbagliato il reato da contestargli. Inutilmente Tomaso Staiti di Cudia, deputato del Msi, l’unico a martellare con un’infinità di interrogazioni sulla vicenda, ha continuato a chiedere: «Perché l’Ingegnere non andò, com’era suo dovere, a denunciare ciò che sapeva alla Procura della Repubblica? ». Ecco, perché?


Berlusconi è un leader anche senza seggio
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 18 agosto 2013)

I giornali ostili e faziosi recano la seguente notizia. Berlusconi è alla frutta, è depresso, non vede via d’uscita alla situazione in cui l’ha cacciato la ratifica di un dottore Esposito cassazionista di un processo da incubo la cui conclusione surreale è che il maggiore contribuente italiano faceva parte di un sistema di frode fiscale.

Gli hanno ritirato il passaporto, non può che starsene acquattato ad Arcore in attesa del peggio, intorno a lui si muove la canea degli arcinemici, la sua prospettiva è nera. Così scrive il Giornalista Collettivo. Chi lo vuole da vent’anni disperato, lo descrive disperato. Io la vedo altrimenti. Credo di avere buone ragioni. Credo di saperne di più.

Berlusconi è amaro, sarcastico, ma ne ha viste tante che l’ultima non lo spaventa. Sa che la sua bussola, il suo miracolo, è un rapporto ancora vivo con un pezzo consistente di questa terra, con i suoi abitanti, con la gente comune. Nessuna delle vittime dell’ordalia giudiziaria che da vent’anni pretende di riscrivere, con una parvenza di neutralità, la storia di questo Paese, ha avuto la sua sorte. Una leadership irrecusabile, una posizione determinante relativa al governo del Paese, alla maggioranza che lo sostiene, un partito in cui non emergono i sicari alla Claudio Martelli, i traditori, gli scissionisti, gli assalitori e intruglioni del nostro eterno 25 luglio. E in più – questo è poi il punto decisivo – la concreta possibilità di ribaltare la situazione con mezzi civili e politici capaci di neutralizzare la campagna di odio, di disprezzo antropologico, di cinica malevolenza dedicata a lui, al suo gruppo, al suo partito e al suo popolo elettore. Una campagna che pretende, con il risultato di apparire ipocrita e scandalosamente partigiana, di imbonire gli italiani con una evidente menzogna: si tratta di diritto comune, Berlusconi è stato trattato come gli altri, i processi a suo carico scrivono la parola fine sul suo ciclo umano e politico.

Prendete cento italiani, anche di sinistra, e a parte una piccola minoranza faziosetta, sono tutti convinti del fatto che Berlusconi è la vittima speciale di una giustizia speciale, l’obiettivo da abbattere per una casta togata la quale si è arrogata il forte e condizionante potere di selezionare, al posto del popolo sovrano, la classe dirigente del Paese, e fa politica apertamente cercando di abbattere idoli: il generale che arrestò Riina, il presidente della Repubblica non in sintonia con il giustizialismo antimafioso, l’industriale che entrò in politica e sconvolse i giochi dell’establishment arrogandosi il diritto di un discorso pubblico risultato tre, quattro volte più convincente di quello dei suoi avversari trasformatisi in giustizieri dell’Arcinemico. Una parte della pubblica opinione, quella di sinistra, si vieta, con l’eccezione fino a ieri di Matteo Renzi, di dire quel che pensa, ma lo pensa. L’idea che Berlusconi debba essere combattuto con mezzi politici, con una proposta di governo più persuasiva della sua, e che non si debba cambiare la testa a milioni di italiani rimbambiti dalle sue televisioni, ma semmai l’Italia con appropriate riforme del sistema, questa idea in cuor loro la coltivano in tanti a sinistra. La diffidenza verso la magistratura politicizzata non è mai stata così alta come dopo la sentenza Esposito.

Il Ferragosto di Berlusconi non è stato e non doveva essere, preoccupazioni serie a parte, un giorno di disperazione e di solitudine. Il mio amico Piero Ostellino mi dà amabilmente di «mattacchione ». A parte che mio nonno scrisse un famoso articolo dal titolo: «Date un matto ai liberali », io sono un uomo di buonsenso, altro che mattacchione. Sono convinto che nella storia di dolore e di avventura che è tipica della parabola del Cav entra ora un periodo in cui si farà la prova del nove del suo coraggio e della sua capacità di guidare i suoi su un terreno impervio ma a suo modo sicuro. Questo è il momento in cui le tricoteuses sferruzzano sotto il simulacro di patibolo che hanno costruito per mettere a morte politica l’incubo dei giacobini e dei moralisti insinceri di questo Paese, ma quando sarà dimostrato che Berlusconi può resistere come capo politico determinante anche nelle condizioni della legalità non legittima che lo condanna a non avere il passaporto, a uscire dal Senato dove fu eletto da nove milioni di italiani, e a risiedere ai domiciliari, be’, state certi che la figura pubblica e il carisma del leader del centrodestra avranno modo di irrobustirsi e di crescere a dismisura.

Berlusconi è stato vittima di infiniti colpi bassi. È stato origliato e pedinato e scrutato senza pietà nella sua vita privata. È stato fatto a pezzi da cronache italiane e internazionali che si sono segnalate per cinismo diffamatorio. È stato messo nelle condizioni di dimettersi e di lasciare il passo ai tecnici da manovre di palazzo e d’opinione pubblica di una ferocia mai vista. Il tentativo sistematico è stato quello di umiliarlo, di considerarlo un potente, un onnipotente, che un gruppo di eroi del contropotere e della controinformazione era votato a far scendere dal suo piedistallo. Ora le parti si rovesciano. Berlusconi sarà il leader prigioniero di una giustizia ingiusta, l’uomo che unico al mondo potrà varcare la soglia dell’influenza e perfino della vittoria politica costruendo e dirigendo una successione parlamentare ed elettorale ma restando fino in fondo titolare del suo fascino e della sua capacità di infondere ottimismo, speranza e perché no allegria. I diritti politici dei cittadini non li eroga o li ritira la magistratura, sono affare del popolo. No, proprio non vedo un uomo disperato, vedo il solito Berlusconi che ha davanti a sé nuove difficoltà, ma che può rovesciarle come un guanto e riprendere a correre perfino restandosene per otto mesi a casa sua. Chi pensa che Berlusconi smetterebbe di essere Berlusconi senza il suo seggio senatoriale, espropriatogli da una sentenza ingiusta? Nessuno. Figuriamoci lui.


Rivera fa 70
di Gianni Mura per La Repubblica
(da “Dagospia”, 18 agosto 2013)

Non ricordo se fosse un’intervista per i 40, 50 o 60 anni di Rivera, che oggi ne compie 70, ma stavolta sono dispensato. «Cosa ricordo della mia gioventù? Che non sono mai stato giovane ». Così disse Gianni Rivera in quella circostanza. E, più recentemente: «Mai stato un calciatore. Ho semplicemente giocato a pallone ». Sono due frasi, utili a capire che cos’abbia rappresentato nel calcio italiano, e forse anche fuori.

Da quasi coetaneo (ho due anni di meno) potrei dire di quando era già etichettato come golden boy e, Brera scripsit, abatino. E nel condominio di viale Misurata, non certo in centro, dormiva su un letto estraibile. I genitori si chiamavano Edera e Teresio, due nomi ottocenteschi. Lui, ferroviere ad Alessandria, e lei si erano spostati a Milano, ché il figlio non si smarrisse nella città tentacolare. Che non era ancora, per sua fortuna, una città da bere, ma da vivere sì.

C’era tanto lavoro per tutti, c’era la massiccia e rassicurante presenza delle grandi fabbriche, che fasciavano da tutti i lati la città. I grandi manager guadagnavano 20/30 volte il salario di un operaio, non 300/400. E questo valeva per tutti. Anche per gli allenatori, anche per i calciatori.

Chi volesse ora respirare quell’aria può ancora visitare a Palazzo Reale (sì, proprio di fianco al Duomo) la mostra su Herrera e Rocco curata da Gigi Garanzini, c’è tempo fino all’8 settembre. È una delle ultime iniziative varate dall’assessore Boeri, poi sollevato per ragioni a me ignote, alla voce ‘cultura’. Non è un grazioso o gratuito omaggio al calcio, è che veramente queste due squadre erano un pezzo di città, impastate in una città piena di vita e di buona volontà, di cultura e di rispetto, anche di allegria. Era il boom.

Poi sarebbe arrivato un terribile bum, la bomba di piazza Fontana, e la tristezza di Vincenzina davanti alla fabbrica è del ’72 (”sto Rivera che ormai non mi segna più’). Del ’73 è l’intervista di Beppe Viola a Rivera sul tram numero 15, tutti a dire quant’è bella e non a riflettere sul perché una cosa del genere non è più realizzabile. Semplice, perché non c’è più Beppe Viola e, a livello di calciatore in attività, non c’è più Rivera, e nemmeno c’è più quel frammento di Milano-Italia che stava in testa al tram, vicino al conducente, e non voleva prendersi la scena.
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Fare il giornalista era più difficile, perché non c’erano i telefonini. Ma anche molto più facile, perché non c’erano i telefonini. A Milanello bastava un cenno con l’indice rotante (ci vediamo dopo?) e Rivera (ma anche Mazzola sull’altro fronte) faceva segno di sì con la testa. Oppure diceva: tra le sei e le sette mi trovi a casa, poi ceno fuori. Mai tirato un bidone, Rivera. E nemmeno Mazzola. E nemmeno tutti gli altri.

Non c’erano procuratori né addetti-stampa: una pacchia. Ovviamente, Rivera era molto intervistato dalle grandi firme: Giorgio Bocca, Oriana Fallaci, Lietta Tornabuoni. Che scrisse: «Corre sul campo con la faccia esultante e ridente, con le braccia tese vicino al corpo e i pugni chiusi: senza grida né sguaiataggini né gesti osceni. Un’immagine così perfetta di felicità, così composta, così piemontese, impossibile da dimenticare ».

Rivera non era solo il golden boy (el bambin de oro, tradotto in rocchiano) e l’abatino. Era anche chiamato Nureyev, per l’eleganza dei movimenti. Il poeta Alfonso Gatto aveva un suo grande poster sulla parete dello studio. E per scrivere due libri autobiografici Rivera non s’era rivolto a un giornalista sportivo, ma ad Oreste del Buono.

Dopo un po’ che ci andava seppi che Rivera era tra le voci di Telefono amico. Un’iniziativa di padre Eligio. Del ’73 è anche il processo arbitri-padre Eligio, visto come portavoce di Rivera. In quel periodo ero al Corriere d’informazione, quotidiano del pomeriggio, e il direttore Gino Palumbo voleva che si tastasse il polso dei contendenti, così da pubblicare qualcosa di diverso rispetto ai quotidiani del mattino.

Ergo: cene semiclandestine con Paolo Casarin, in un locale pugliese vicino al tribunale, e più allargate, in un locale di piazza S. Eustorgio (nessuno dei due c’è più). Prima di uscire Rivera disse a mia moglie: «Se non vuoi figurare sui giornali come la mia ultima fiamma, stai lontana una decina di metri ». Il marciapiede era pieno di paparazzi. Preferivo le cene fuoriporta, a base di salame e rane (fritte, in umido, in frittata, col risotto). Si svoltava dalla Rivoltana, ricordo l’incrocio, ma nemmeno quell’osteria c’è più, e dai fossi sono sparite le rane. L’anziana cuoca si scioglieva (ghé chi el noster Giani) e tagliava il salame spesso il doppio. E poi, fuori, non c’era nessuno.

Al di là dei miei ricordi georgico- gastronomici, va detto in chiusura che il ragazzino gracile (e per questo scartato dalla Juve, cui l’Alessandria l’aveva proposto), sostenne il provino per il Milan su un campo allagato, e furono le garanzie di Schiaffino a rimuovere i dubbi del presidente Rizzoli. Prime partite col 9 sulla schiena, poi il 10, solo con Marchioro il 7.

Con la maglia del Milan 19 stagioni, da capitanobandiera, più altre da vicepresidente, fino all’arrivo di Berlusconi. In rossonero il suo zampino nei due gol in contropiede (oggi ripartenza) di Altafini al Benfica, il primo dopo un pressing su Cavém (allora, portando via la palla). E nella mattanza con l’Estudiantes, tra calci, gomitate e carognate assortite, segnò lui, dopo aver dribblato anche il portiere.

In azzurro la fatal Corea (in quella circostanza Brera non infierì, anzi riconobbe che era il solo a non aver meritato di perdere) ma anche il 4-3 alla Germania che unì l’Italia e i 6 minuti col Brasile che tornarono a dividerla. È stato un grande numero 10, senza una favela o un barrio miserabile a spiegarne la vocazione e il talento. Si è sempre esposto in prima persona pagando di persona e non ha mai dato una mano alla costruzione di un suo monumento celebrativo.

Se proprio era il caso, sapeva correre, ma al Milan i compagni capirono presto (lo ammise Lodetti) che correre per lui era meglio. Nel ’68, con Mazzola, De Sisti, Bulgarelli e altri capitani famosi fondò il sindacato dei calciatori. Altri tempi, appunto. Era tutto più chiaro, nel calcio e fuori. I numeri parlavano, ma adesso che il 10 lo possono portare anche i portieri conviene chiudere qui. Auguri.


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Bart