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LETTERATURA: I MAESTRI: Una stanza con vista

19 Agosto 2013

di Alberto Arbasino
[da “Quindici”, numero 8, 15 febbraio – 15 marzo 1967]

Ezio Raimondi, « Tecniche della critica lette ­raria », Einaudi, 1967, pp. 130, L. 1.000

La Critica Letteraria dopo il boom linguisti ­co somiglia alla Cina dopo la rivoluzione cul ­turale: un subcontinente illimitato e misterio ­so, soddisfatto della propria cultura specifica. Tutti paiono ansiosi di visitarlo. Taluni viag ­giatori lo percorrono in fretta; e raccontano subito il poco che hanno visto. Non di rado, mentre constatavano che l’ordine regna a Sciangai, scoppiavano improvvisamente tumul ­ti a Canton (e loro li apprendono dal New York Times, sull’aereo del ritorno). Osserva ­tori contraddittori tendono il collo dai con ­fini… Ma dall’interno del vastissimo territorio escono solo relazioni burocratiche, propagandi- stiche.

Ecco: cattedratico al Magistero in Bologna, curatore (per Ricciardi) dei Trattatisti del Sei ­cento, nonché collaboratore del Giornale Storico (nonché della Rassegna della Letteratura Italiana), Ezio Raimondi si potrebbe definire un mandarino curioso extra muros. Come Ma ­ria Corti, Cesare Segre, D’Arco Silvio Aval ­le: commandos che sortono di tanto in tanto dall’Establishment universitario a caccia di ciclamini o di funghi tra le ortaglie del Ven ­tesimo Secolo, e non disdegnano un «giro » di Mercante in Fiera col vendemmiatore o con la spigolatrice.

Ma è difficile immaginare cosa avvenga den ­tro quella Città Proibita. Forse cori alpini, forse minuetti di Boccherini? O dialoghi fra sordi, cioè fra la cattedra di un oratore sordomuto, e le seggiole degli scolari inesistenti?… Forse il Professore è una figura equivoca e cangian ­te, come sostiene Ivor Winters ricordando che quand’era giovane â— molti anni fa la figura « tipica » del Professore sembrava ai suoi coe ­tanei Irving Babbitt. « Aveva cattedra a Har ­vard, aveva letto moltissimo, era complicatis ­simo quando spiegava la Poesia. Esponeva idee magari usabili, se non le avesse confuse lino al pasticcio… Invece, per tutto il Corpo Ac ­cademico, Babbitt era un innovatore fastidioso e isolato: non perché scrivesse dei libri me ­diocri (loro erano incapaci di valutarli), ma solo perché scriveva libri di critica… Invece, per gli studenti, gli altri professori erano cre ­tini inesistenti, Babbitt era la macchietta ti ­pica dell’accademico barboso, e tutti leggevano appassionatamente Ezra Pound, trovandolo modernissimo, e senza accorgersi (nella loro ignoranza) che rimasticava tutte le più viete solfe del Settecento associazionista… ».

I patroni dinamici di Raimondi paiono invece Emanuele Tesauro e E.M. Forster. Come nel « Cannocchiale aristotelico », la sua indagine procede volentieri « in senso orizzontale, senza discutere tutti i fenomeni del gusto contem ­poraneo, limitandosi a proporre una linea sto ­rica di sviluppo dove la “ svogliatura ” del se ­colo, a parte i pericoli della bizzarria e del turgore decorativo, rappresenta la fase più al ­ta, la pienezza dell’eleganza umanistica ». Da parte di Forster, la savia massima « only connect ». Connettere: cioè, indagare il senso del ­le operazioni culturali attraverso una ricerca di nessi, e una verifica di strutture. Basta, qui, « riscoprire » il sorprendente finale « formali ­stico » di « Aspects of the Novel », dedicato non per nulla â— e nel 1927! â— a Charles Mauron… Ma le vie dell’attività critica stanno mol ­tiplicandosi con rapidità sconcertante. Proli ­ferano le giunzioni e i crocicchi, ancora più confusamente che la Malacca e le Molucche nel ­le relazioni di Padre Daniello Banoii… Quale bussola, allora, usare? Raimondi non espone slogans sui fianchi della nave, né infila fiori

nei suoi cannoni. Avanza qualche formula tentativa: una « forma di gusto » come « primo dovere di un critico ” esatto ” … una formula di moralista pluralistico » … Cioè, un atteg ­giamento fortemente analogo all’eccellente eclettismo di Frank Kermode nella critica in ­glese attuale. E molto insolito, in una Italia Che Legge anche più gregaria e modista dei ricchi in villeggiatura: l’anno scorso ha sco ­perto in Marcuse la sua Costa Smeralda, trova ­va il suo Argentario in Bulgakov e Sklovski, e poco distingue ormai il recupero di Lukàcs dal rilancio di Ischia (mentre su Brecht, quest’in ­verno, pare proprio che non vada più a sciare nessuno).

Raimondi non si rifiuta né la golosità né il rigore: Matthew Arnold e Walter Benjamin, gli adepti di Critique e i discepoli ormai in cattedra del Dr. Lea vis; la diaspora linguistica fra Praga e il Massachussetts, le vastissime terre (per noi) incognite dei morfologi di Tubingen, dei tipologi di Gottingen, dei cibernetici di Baden-Baden… Dev’essere rimasto l’unico a men ­zionare « The Craft of Fiction » di quel Percy Lubbock che parlava ancora, appunto, nei sag ­gi di Forster, ma è morto da qualche tempo nelle prime pagine di « Tanto gentile e tanto onesta », dove Gaia Servadio ne dà un’affettuo ­sa testimonianza di prima mano… Però, spul ­ciando qualche più riposto abbandono, si affer ­ra una « connessione » piuttosto affascinante fra la sua « gioia di archivista ghiribizzoso » e un vivo gusto per la neo-retorica alla Northrop Frye gemellata al formalismo « di ritor ­no » dei Russi. Così, fra le salse densissime dello smisurato menu mandarinesco, s’indivi ­duano due linee dominanti: la Panoramica Eclettica e l’itinerario Problematico.

I saggi Problemi della critica contemporanea e Tecniche e strutture narrative si presentano come una Tate Gallery o un Museum of Mo ­dem Art: sale e corridoi che espongono i più svariati tentativi di « scoperta dei vari strati di significato » e « riscoperta dell’oggetto poe ­tico nella totalità del suo linguaggio », di « mo ­vimento interiore che opera all’interno di un linguaggio » e « recupero dietro la parola… di una struttura nascosta di esperienze tipiche e situazioni simboliche ». Ovvero, le Avventu ­re della Metacritica, dal New Criticism alla Nouvelle Critique: allargandone le tentazioni oltre lo « studio stereoscopico delle metafore », a una ricca galleria Art Déco di « ipotesi par ­ziali », da Lukàcs a Della Volpe fino a Cur ­tius e Auerbach, fino al dibattito tedesco con ­temporaneo, inaspettatamente vasto e profon ­do, intorno alle strutture e ai procedimenti e ai « punti di vista » della Narrativa.

Filologia e tecniche dell’età industriale si può leggere in diversi modi. Come divertissement sulle esasperazioni della specializzazione « alienata », eseguito da un computer malinco ­nico e altero. Come intreccio di « partite » sportive-musicali fra coppie successive (Ettore Romagnoli & Giorgio Pasquali, W.W. Greg & W.P. Shepard, Joseph Bédier & dom Quentin) sulla tormentosa applicazione dei metodi logici-matematici alla filologia, e delle Oppo ­sizioni Binarie al tennis da tavolo. Ma dietro la trama dei rapporti fra umanismo e statisti ­ca affiora presto la vera frizione fra Letteratura e Testo: cioè fra Idea e Struttura, mimando come in un apologo sceneggiato la maestosa opposizione « graduale » fra scienze della na ­tura e scienze umane.

L’industrializzazione della critica letteraria interpella quei critici â— non di Gusto, né di Stile â— che « di fronte alle trasformazioni del ­la realtà sociale e delle strutture letterarie, so ­no stati condotti a riflettere sul fenomeno del ­l’industrializzazione e hanno cercato di fissar ­ne alcuni caratteri in rapporto più o meno diretto con determinate esperienze d’arte e di pubblico ». Da Sainte-Beuve a Adorno, da Burkhardt a Enzensberger: attraverso la poetica della Città Moderna e la critica dell’Alienazione, il puritanesimo laburista di Scrutiny, e l’attitudine italiana a trasformare ogni idea seria in prèt-à-porter stagionale. Qui, però, in un contesto che discute con indulgenza Fiedler e Cowley, non mi par giusto sbrigare senza commenti Wyndham Lewis a cui dopo tutto si devono le intuizioni più brillanti di McLuhan, e d’altri. Né condividerei proprio tutte i le osservazioni di Tocqueville sul mercato letterario nella società moderna democratica e di ­sumanizzata. Eccellenti, certo, previsioni sulla straordinaria inclinazione al consumo di so ­stantivi astratti: « tendono a personificarsi e diventano degli ” individui ” che prendono corpo via via nel linguaggio della letteratura i industrializzata ». Ogni numero del Menabò conferma infatti Tocqueville. Però, anche pro ­fezie sbagliate: un’abbondante genealogia di narrativa « gentilizia » (da Via col vento a Lampedusa e Bassani) prova che il pubblico « democratico » non domanda affatto agli scrit ­tori « industriali » il Nuovo e l’inatteso. Esige invece un déjà vu preciso e immutabile: pre ­tende la sua lacrima sopra la sconfitta storica di una famiglia signorile capace sia di Roman ­ce Cavalleresco sia d’ironia Amara, secondo l’eterna ricetta-della-nonna « disfacimento & presagio ».

Saggi così concentrati e stimolanti solle ­citerebbero anche una recensione tutta dispet ­tosa, come quelle del Times Literary Supplement zitellescamente basate solo sull’omissio ­ne e la svista, ma non già â— come si suol dire â— « da arcigna vestale », dal momento che il T.L.S. è semmai (notoriamente) un Barbanera teppista… Qui vorrei solo segnalare: peccato non trovar citati, fra i cattedratici inglesi, gli ottimi saggi di Helen Gardner (di Oxford) sul « business » della critica letteraria, e di Graham Hough (Cambridge) sulla rivoluzione letteraria del ‘900. Duole anche non incontrar mai Starobinski e Rousset insieme a Blanchot e Poulet e Picon e Richard nella galleria della metacritica. In quanto a Richard (Jean-Pierre), vittima di continui, ripetuti, errori di stam ­pa, viene sempre indicato senza nome, e magari con una « s » in più, anche a poche righe di distanza (pag. 13) da I.A. Richards. Cosi, im ­battendosi più avanti in un « Knights », solo il contesto dissipa il dubbio se si tratti del positivo L.C. Knights o del fantasioso G.W. Knight, critici shakespeariani tutt’e due, ma il secondo assai più prolisso del primo.

E incontrando « Burke » senza nome, non so se s’intenda subito che a pag. 47 si tratta di Edmund Burke, il politico del Settecento, e a pag. 16 di Kenneth Burke, il retore ameri ­cano (di cui non mi fiderei sempre: ha scritto un certo saggio sul dadaismo di Erskine Calwell …).

 


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Bart