di Alberto Arbasino
[da “Quindici”, numero 8, 15 febbraio – 15 marzo 1967]
Ezio Raimondi, « Tecniche della critica lette raria », Einaudi, 1967, pp. 130, L. 1.000
La Critica Letteraria dopo il boom linguisti co somiglia alla Cina dopo la rivoluzione cul turale: un subcontinente illimitato e misterio so, soddisfatto della propria cultura specifica. Tutti paiono ansiosi di visitarlo. Taluni viag giatori lo percorrono in fretta; e raccontano subito il poco che hanno visto. Non di rado, mentre constatavano che l’ordine regna a Sciangai, scoppiavano improvvisamente tumul ti a Canton (e loro li apprendono dal New York Times, sull’aereo del ritorno). Osserva tori contraddittori tendono il collo dai con fini… Ma dall’interno del vastissimo territorio escono solo relazioni burocratiche, propagandi- stiche.
Ecco: cattedratico al Magistero in Bologna, curatore (per Ricciardi) dei Trattatisti del Sei cento, nonché collaboratore del Giornale Storico (nonché della Rassegna della Letteratura Italiana), Ezio Raimondi si potrebbe definire un mandarino curioso extra muros. Come Ma ria Corti, Cesare Segre, D’Arco Silvio Aval le: commandos che sortono di tanto in tanto dall’Establishment universitario a caccia di ciclamini o di funghi tra le ortaglie del Ven tesimo Secolo, e non disdegnano un «giro » di Mercante in Fiera col vendemmiatore o con la spigolatrice.
Ma è difficile immaginare cosa avvenga den tro quella Città Proibita. Forse cori alpini, forse minuetti di Boccherini? O dialoghi fra sordi, cioè fra la cattedra di un oratore sordomuto, e le seggiole degli scolari inesistenti?… Forse il Professore è una figura equivoca e cangian te, come sostiene Ivor Winters ricordando che quand’era giovane â— molti anni fa la figura « tipica » del Professore sembrava ai suoi coe tanei Irving Babbitt. « Aveva cattedra a Har vard, aveva letto moltissimo, era complicatis simo quando spiegava la Poesia. Esponeva idee magari usabili, se non le avesse confuse lino al pasticcio… Invece, per tutto il Corpo Ac cademico, Babbitt era un innovatore fastidioso e isolato: non perché scrivesse dei libri me diocri (loro erano incapaci di valutarli), ma solo perché scriveva libri di critica… Invece, per gli studenti, gli altri professori erano cre tini inesistenti, Babbitt era la macchietta ti pica dell’accademico barboso, e tutti leggevano appassionatamente Ezra Pound, trovandolo modernissimo, e senza accorgersi (nella loro ignoranza) che rimasticava tutte le più viete solfe del Settecento associazionista… ».
I patroni dinamici di Raimondi paiono invece Emanuele Tesauro e E.M. Forster. Come nel « Cannocchiale aristotelico », la sua indagine procede volentieri « in senso orizzontale, senza discutere tutti i fenomeni del gusto contem poraneo, limitandosi a proporre una linea sto rica di sviluppo dove la “ svogliatura ” del se colo, a parte i pericoli della bizzarria e del turgore decorativo, rappresenta la fase più al ta, la pienezza dell’eleganza umanistica ». Da parte di Forster, la savia massima « only connect ». Connettere: cioè, indagare il senso del le operazioni culturali attraverso una ricerca di nessi, e una verifica di strutture. Basta, qui, « riscoprire » il sorprendente finale « formali stico » di « Aspects of the Novel », dedicato non per nulla â— e nel 1927! â— a Charles Mauron… Ma le vie dell’attività critica stanno mol tiplicandosi con rapidità sconcertante. Proli ferano le giunzioni e i crocicchi, ancora più confusamente che la Malacca e le Molucche nel le relazioni di Padre Daniello Banoii… Quale bussola, allora, usare? Raimondi non espone slogans sui fianchi della nave, né infila fiori
nei suoi cannoni. Avanza qualche formula tentativa: una « forma di gusto » come « primo dovere di un critico ” esatto ” … una formula di moralista pluralistico » … Cioè, un atteg giamento fortemente analogo all’eccellente eclettismo di Frank Kermode nella critica in glese attuale. E molto insolito, in una Italia Che Legge anche più gregaria e modista dei ricchi in villeggiatura: l’anno scorso ha sco perto in Marcuse la sua Costa Smeralda, trova va il suo Argentario in Bulgakov e Sklovski, e poco distingue ormai il recupero di Lukàcs dal rilancio di Ischia (mentre su Brecht, quest’in verno, pare proprio che non vada più a sciare nessuno).
Raimondi non si rifiuta né la golosità né il rigore: Matthew Arnold e Walter Benjamin, gli adepti di Critique e i discepoli ormai in cattedra del Dr. Lea vis; la diaspora linguistica fra Praga e il Massachussetts, le vastissime terre (per noi) incognite dei morfologi di Tubingen, dei tipologi di Gottingen, dei cibernetici di Baden-Baden… Dev’essere rimasto l’unico a men zionare « The Craft of Fiction » di quel Percy Lubbock che parlava ancora, appunto, nei sag gi di Forster, ma è morto da qualche tempo nelle prime pagine di « Tanto gentile e tanto onesta », dove Gaia Servadio ne dà un’affettuo sa testimonianza di prima mano… Però, spul ciando qualche più riposto abbandono, si affer ra una « connessione » piuttosto affascinante fra la sua « gioia di archivista ghiribizzoso » e un vivo gusto per la neo-retorica alla Northrop Frye gemellata al formalismo « di ritor no » dei Russi. Così, fra le salse densissime dello smisurato menu mandarinesco, s’indivi duano due linee dominanti: la Panoramica Eclettica e l’itinerario Problematico.
I saggi Problemi della critica contemporanea e Tecniche e strutture narrative si presentano come una Tate Gallery o un Museum of Mo dem Art: sale e corridoi che espongono i più svariati tentativi di « scoperta dei vari strati di significato » e « riscoperta dell’oggetto poe tico nella totalità del suo linguaggio », di « mo vimento interiore che opera all’interno di un linguaggio » e « recupero dietro la parola… di una struttura nascosta di esperienze tipiche e situazioni simboliche ». Ovvero, le Avventu re della Metacritica, dal New Criticism alla Nouvelle Critique: allargandone le tentazioni oltre lo « studio stereoscopico delle metafore », a una ricca galleria Art Déco di « ipotesi par ziali », da Lukàcs a Della Volpe fino a Cur tius e Auerbach, fino al dibattito tedesco con temporaneo, inaspettatamente vasto e profon do, intorno alle strutture e ai procedimenti e ai « punti di vista » della Narrativa.
Filologia e tecniche dell’età industriale si può leggere in diversi modi. Come divertissement sulle esasperazioni della specializzazione « alienata », eseguito da un computer malinco nico e altero. Come intreccio di « partite » sportive-musicali fra coppie successive (Ettore Romagnoli & Giorgio Pasquali, W.W. Greg & W.P. Shepard, Joseph Bédier & dom Quentin) sulla tormentosa applicazione dei metodi logici-matematici alla filologia, e delle Oppo sizioni Binarie al tennis da tavolo. Ma dietro la trama dei rapporti fra umanismo e statisti ca affiora presto la vera frizione fra Letteratura e Testo: cioè fra Idea e Struttura, mimando come in un apologo sceneggiato la maestosa opposizione « graduale » fra scienze della na tura e scienze umane.
L’industrializzazione della critica letteraria interpella quei critici â— non di Gusto, né di Stile â— che « di fronte alle trasformazioni del la realtà sociale e delle strutture letterarie, so no stati condotti a riflettere sul fenomeno del l’industrializzazione e hanno cercato di fissar ne alcuni caratteri in rapporto più o meno diretto con determinate esperienze d’arte e di pubblico ». Da Sainte-Beuve a Adorno, da Burkhardt a Enzensberger: attraverso la poetica della Città Moderna e la critica dell’Alienazione, il puritanesimo laburista di Scrutiny, e l’attitudine italiana a trasformare ogni idea seria in prèt-à-porter stagionale. Qui, però, in un contesto che discute con indulgenza Fiedler e Cowley, non mi par giusto sbrigare senza commenti Wyndham Lewis a cui dopo tutto si devono le intuizioni più brillanti di McLuhan, e d’altri. Né condividerei proprio tutte i le osservazioni di Tocqueville sul mercato letterario nella società moderna democratica e di sumanizzata. Eccellenti, certo, previsioni sulla straordinaria inclinazione al consumo di so stantivi astratti: « tendono a personificarsi e diventano degli ” individui ” che prendono corpo via via nel linguaggio della letteratura i industrializzata ». Ogni numero del Menabò conferma infatti Tocqueville. Però, anche pro fezie sbagliate: un’abbondante genealogia di narrativa « gentilizia » (da Via col vento a Lampedusa e Bassani) prova che il pubblico « democratico » non domanda affatto agli scrit tori « industriali » il Nuovo e l’inatteso. Esige invece un déjà vu preciso e immutabile: pre tende la sua lacrima sopra la sconfitta storica di una famiglia signorile capace sia di Roman ce Cavalleresco sia d’ironia Amara, secondo l’eterna ricetta-della-nonna « disfacimento & presagio ».
Saggi così concentrati e stimolanti solle citerebbero anche una recensione tutta dispet tosa, come quelle del Times Literary Supplement zitellescamente basate solo sull’omissio ne e la svista, ma non già â— come si suol dire â— « da arcigna vestale », dal momento che il T.L.S. è semmai (notoriamente) un Barbanera teppista… Qui vorrei solo segnalare: peccato non trovar citati, fra i cattedratici inglesi, gli ottimi saggi di Helen Gardner (di Oxford) sul « business » della critica letteraria, e di Graham Hough (Cambridge) sulla rivoluzione letteraria del ‘900. Duole anche non incontrar mai Starobinski e Rousset insieme a Blanchot e Poulet e Picon e Richard nella galleria della metacritica. In quanto a Richard (Jean-Pierre), vittima di continui, ripetuti, errori di stam pa, viene sempre indicato senza nome, e magari con una « s » in più, anche a poche righe di distanza (pag. 13) da I.A. Richards. Cosi, im battendosi più avanti in un « Knights », solo il contesto dissipa il dubbio se si tratti del positivo L.C. Knights o del fantasioso G.W. Knight, critici shakespeariani tutt’e due, ma il secondo assai più prolisso del primo.
E incontrando « Burke » senza nome, non so se s’intenda subito che a pag. 47 si tratta di Edmund Burke, il politico del Settecento, e a pag. 16 di Kenneth Burke, il retore ameri cano (di cui non mi fiderei sempre: ha scritto un certo saggio sul dadaismo di Erskine Calwell …).