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La rivoluzione tradita del cavaliere

10 Febbraio 2013

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 10 febbraio 2013)

Forse Berlusconi e le sue bugie ce le meritiamo. Non come cittadini, magari, visto che il cittadino è largamente impotente. Ma come mass media, e soprattutto come servizio pubblico televisivo, direi proprio di sì.

Breve spiegazione. E’ da almeno tre settimane che, ogni volta che accendo il televisore e mi becco Berlusconi, immancabilmente gli sento dire che lui, in realtà, le promesse le ha sempre mantenute. Le ha mantenute tutte. Legge le clausole del «Contratto con gli italiani » del 2001, e sciorina una raffica di «fatto ». Legge il programma elettorale del 2008, e di nuovo si auto-loda per averli rispettati, gli impegni che ha preso.

La cosa non mi stupisce, perché siamo abituati all’uomo. Ma i conduttori delle trasmissioni televisive, dove stanno con la testa quando gli sentono fare affermazioni del genere? Davvero sono convinti che siamo di fronte alla libera espressione di opinioni e valutazioni? Non hanno mai visto un dibattito o un talk show di una tv estera? Non sanno che in un normale Paese europeo, come la Germania, il Regno Unito o la Francia, mai e poi mai un politico potrebbe mentire spudoratamente sui dati di fatto, perché il conduttore tv lo incalzerebbe senza pietà, e la stampa del giorno dopo ne farebbe a pezzi l’immagine?

Sia ben chiaro, qui non mi riferisco a impegni secondari, o alle promesse più vaghe e generiche dei politici, tipo riformeremo questo, cambieremo quello, metteremo al centro la tal cosa, tuteleremo la tale categoria. No, qui mi riferisco a cose precise e importanti, a impegni che Berlusconi ha preso ripetutamente e solennemente, e che sono il nucleo – il piatto forte – del programma politico del centro-destra: abolire l’Irap, far scendere al 33% l’aliquota Irpef massima. Era ed è fondamentale per ridare ossigeno alle imprese e alle famiglie, è stato promesso decine di volte, non è stato fatto. Possibile che nessuno di quelli che lo intervista, quando gli sente dire che ha mantenuto tutte le promesse, non scoppi in una fragorosa risata? Possibile che non senta il dovere di ricordargli (almeno) questi due dati di fatto, assolutamente incontrovertibili? Come si fa ad andare avanti con le domande se l’intervistato può negare l’evidenza? Ma soprattutto: come non vedere che passato e futuro sono intimamente connessi, che non si può essere credibili su quel che verrà se non si ammette la verità su quel che è stato? I grandi leader politici che chiedono all’elettorato di essere confermati, spesso ottengono la conferma proprio perché ammettono i limiti di quel che hanno fatto, proprio perché sanno trasmettere l’idea di un’opera largamente incompiuta. E’ quel che ha saputo fare Barack Obama l’anno scorso, è quel che a suo tempo fece Tony Blair per ottenere il secondo mandato.

Fine dello sfogo. Che, vorrei fosse chiaro, non riguarda il merito delle proposte del centro-destra, alcune delle quali anzi io trovo sensate ed apprezzabili (ad esempio l’idea di azzerare per 3-5 anni tutte le tasse sui giovani neoassunti). La mia stanchezza per le chiacchiere berlusconiane, la mia insofferenza per la rassegnazione dei media di fronte ad esse, derivano anzi proprio dalla convinzione che la «rivoluzione liberale » più volte promessa e mai realizzata dal centro-destra sia tuttora una delle poche idee buone in circolazione ma che, sfortunatamente, non vi sia oggi alcuna grande forza politica che la incarni credibilmente. Insomma, secondo me la vera critica che si deve fare a Berlusconi non è quella di avere determinate idee, ma di averle tradite, o meglio ancora di avere tradito il nucleo migliore del proprio programma.

Ecco perché, con l’approssimarsi del voto, sono sempre più perplesso, per non dire depresso. Sono fra quanti pensano sia giunto il momento di archiviare Berlusconi e il berlusconiano, se non altro perché la sensazione di essere presi continuamente in giro è estremamente sgradevole, e poi perché la mera presenza di Berlusconi sulla scena politica basta ad avvelenare il clima, rendendo la sinistra stessa più irragionevole di quel che sarebbe altrimenti. Nel medesimo momento, tuttavia, penso che l’uscita di scena di Berlusconi, ammesso che si realizzi, stia avvenendo sulla base di una serie di false credenze. La credenza, ad esempio, che rimosso il «tappo » del Cavaliere, l’Italia rimuova con ciò stesso molti dei suoi problemi, una credenza che un anno di governo dei tecnici avrebbe già dovuto spazzar via da un pezzo. Ma soprattutto mi preoccupa la credenza che i mali dell’Italia vengano tutti dalla medesima parte politica, e che l’enorme espansione della spesa pubblica e del debito non siano anche il prodotto delle politiche progressiste. Una credenza cui se ne lega un’altra, e cioè che il ritorno della sinistra al potere potrà risolvere i nostri problemi. No, non credo che andrà così, e non andrà così proprio perché – con Berlusconi – esce di scena anche l’idea migliore che, sia pure timidamente, la cultura di destra aveva fatto propria in questi anni, quella di una rivoluzione liberale che riducesse l’invadenza dello Stato e trasformasse gli italiani, finalmente, da sudditi a cittadini.

C’è stato un momento, negli ultimi tempi, in cui è sembrato che quella idea potesse avere qualche chance, e che la crisi dei partiti potesse preludere alla nascita, se non di un partito liberaldemocratico, almeno di una cultura politica con quella ispirazione. Le forze e le persone c’erano, ma è mancato il cemento. Sul filo di lana ognuno è andato per la sua strada. Così oggi la cultura liberale sopravvive minoritaria come i cristiani nelle catacombe e, a parte la generosa scommessa della lista Giannino, non ha alcuna chance di rappresentanza in Parlamento. C’è solo da augurarsi che abbiano torto quanti, come me, pensano che di quelle idee non si possa assolutamente far a meno se si vuole ridare una speranza a un Paese che non spera più.


I capponi di Renzi
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 10 febbraio 2013)

Il sindaco di Firenze, anzi di Firenzi, Matteo Renzi accusa Ingroia e Rivoluzione Civile di “autogol” perché farebbe “vincere Berlusconi”. Bersani ripete che “c’è un solo voto utile per battere la destra ed è il voto al Pd”. Per carità, in politica e soprattutto in campagna elettorale ciascuno tira l’acqua al suo mulino.

Ma c’è qualcosa di intellettualmente disonesto nel ricatto “o voti Pd o vince B.”. Non stiamo qui a ricordare tutte le volte in cui il centrosinistra resuscitò B. da morte sicura, o accusò noi antiberlusconiani di impedire il dialogo con B. e il reciproco riconoscimento fra destra e sinistra (prima l’accusa colpì i girotondi, poi fu usata dai vertici Ds per cacciare Colombo e Padellaro dall’Unità). Nel 2008 il neonato Pd predicava “le riforme insieme” a B., tant’è che in tutta la campagna elettorale Veltroni evitò accuratamente di nominare “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. E nel 2011 gli astuti strateghi del Pd dichiararono chiusa l’era del berlusconismo e dunque dell’antiberlusconismo (posti sullo stesso piano). I più furbi studiavano un salvacondotto per accompagnare B. alla tomba, essendosi bevuti l’ennesima balla: quella del suo ritiro in favore di Alfano (figuriamoci), con tanto di primarie Pdl (rifiguriamoci). Del resto, sentir dire da Bersani “faremo subito le leggi sul conflitto d’interessi, il falso in bilancio e la corruzione”, fa cascare le braccia: se fosse Renzi a dirlo, qualcuno potrebbe anche crederci, perché Renzi non era al governo né in Parlamento nelle cinque legislature della Seconda Repubblica in cui non si fece nessuna di quelle leggi, anzi se ne fecero parecchie di segno opposto. Ma Bersani in Parlamento e al governo c’era, dunque farebbe bene a non pronunciare più le parole conflitto d’interessi, falso in bilancio e anticorruzione finché le relative leggi non saranno sulla Gazzetta Ufficiale. E poi una legge anticorruzione il Pd l’ha appena votata assieme ai suoi alleati nella maggioranza che sostiene Monti, guidata dal Pdl, con cui governa da 14 mesi.

Una legge finta, anzi dannosa, che riduce le pene per la concussione: guardacaso, proprio il reato di cui risponde B. al processo Ruby. Come può chi governa da 14 mesi con B. accusare Ingroia o Grillo di fare il suo gioco? Dei leader attualmente in campo, gli unici che non hanno mai governato con B. sono proprio Ingroia e Grillo (Monti, Bersani, Fini, Casini e Maroni sono stati tutti in maggioranza con B., chi una, chi più volte). Ma soprattutto: se il Pd teme di perdere le elezioni a causa di Rivoluzione civile, perché non si è alleato con Rivoluzione civile prima del voto e non vuol farlo nemmeno dopo? Ingroia aveva offerto un’alleanza prima del voto: nessuna risposta. Ora offre un’alleanza dopo il voto: nessuna risposta. Anzi, picche. Invece Bersani annuncia a ogni pie’ sospinto che, dopo il voto, governerà con Monti (e tutto il cucuzzaro dei Fini e dei Casini), logorando Vendola ed escludendo a priori Ingroia. Di chi è dunque l’autogol? Renzi voleva addirittura cacciare Vendola dal centrosinistra, col risultato di sprecare i suoi voti, visto che Sel è data dai sondaggi sotto la soglia minima del 4% richiesta per entrare almeno alla Camera. Intanto B., com’è giusto fare col Porcellum che Pdl, Pd e Centro non han voluto cancellare, schiera una coalizione che tiene dentro tutta la destra. La sinistra invece, come al solito, è in ordine sparso.

Di chi è dunque l’autogol? Forse occorrerebbe un po’ più di umiltà e di rispetto per gli elettori. Chi vota Ingroia o Grillo lo fa perché preferisce programmi e comportamenti magari ingenui o sbagliati, ma radicalmente diversi dalla solita minestra fallimentare vista e rivista per vent’anni. Quei voti non appartengono a Ingroia o a Grillo, ma a quei cittadini. E chi vuole quei voti deve parlare a quei cittadini. Anzi, avrebbe dovuto.


I cachet delle star che la Rai nasconde
di Laura Rio
(da “il Giornale”, 10 febbraio 2013)

Due milioni di euro annuali a Fazio? Più i 600 mila per Sanremo? Un milione e 500 mila ad Antonella Clerici? Un milione e 400 mila a Carlo Conti? Sono cifre «rubate », non ufficiali, che non potete trovare su alcun documento pubblico, su nessun sito della Rai.

Cifre enormi che, nelle maggior parte dei casi, sono meritate perché a loro volta, con i loro programmi, le star televisive fanno guadagnare la Tv di Stato, come i campioni del calcio. La differenza è che i soldi per questi compensi vengono direttamente dalle tasche dei cittadini che pagano il canone e che dunque avrebbero a buon ragione il diritto di verificare come vengono spesi. Invece, nonostante una legge imponga la pubblicazione dei cachet sul sito web, la Rai ha deciso di opporsi a un obbligo che la costringerebbe a rivelare «dati sensibili » che potrebbero metterla in difficoltà con la concorrenza. Essendo la Rai un organismo di diritto pubblico – spiegano in viale Mazzini – l’azienda deve rispettare alcuni obblighi sulle gare d’appalto, ma questi non valgono per la parte artistica, altrimenti non potrebbe stare sul mercato. Questi compensi, dunque, non sono soggetti al limite massimo pari allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione (274 mila euro annui), come invece è diventato d’obbligo per i dirigenti. La querelle va avanti da anni, con pareri discordanti e contrastanti tra ministero della Funzione pubblica, Parlamento e Garante della concorrenza (quest’ultimo ha dato parere favorevole alla Rai). Motivo per cui, sul sito apposito, dove si dovrebbero leggere i cachet, campeggia ancora la scritta: «Lavori in corso. A breve sarà disponibile la documentazione relativa ». Ma l’onorevole Renato Brunetta non demorde e continua la sua battaglia avviata quando era ministro della Funzione pubblica: giorni fa ha chiesto in una lettera alla presidente Anna Maria Tarantola di procedere alla pubblicazione. Altrimenti, minaccia, si rivolgerà alla Corte dei Conti.

In attesa di sapere come la questione andrà a finire, per chi vuole rodere d’invidia, ecco un assaggio dei compensi dei volti più noti della Tv di Stato, ovviamente tutti rintracciati di straforo, a spanne e non certificati da nessuno. Si sa, l’abbiamo detto altre volte, il più pagato dalla Tv pubblica è Fabio Fazio: il suo contratto per Che tempo che fa vale due milioni di euro l’anno cui si aggiungono i 600 mila per condurre il Festival. Totale per la stagione televisiva 2012/2013 due milioni 600 mila euro, cifra in effetti da capogiro. Altri compensi di tutto rispetto, pur se a notevole distanza dal capofila, sono quelli di Antonella Clerici e Carlo Conti. La conduttrice de La prova del cuoco e Ti lascio una canzone mette insieme un milione e mezzo di euro (cui si aggiungono ovviamente molti altri soldi per le telepromozioni). Invece il capitano de L’eredità, i Migliori anni e tanti altri show arriva a un milione e 400mila (più telepromozioni). Tra i giornalisti, il compenso di Giovanni Floris (Ballarò) si aggira sui 550 mila euro, quello di Bruno Vespa, sui 600. La Littizzetto, partner di Fazio, prende 20mila euro a puntata per Che tempo che fa e 350mila euro per il Festival. Mara Venier, per la Vita in diretta guadagna mezzo milioni annui. Gli altri contratti, delle presentatrici dei programmi mattutini o pomeridiani, come Elisa Isoardi o Veronica Maya, si aggirano sui 200mila euro. Tutte cifre che, ovviamente, saremmo pronti a correggere, se potessimo leggerle sul sito ufficiale della Rai.


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Bart