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Cari Travaglio & Co., i folli non sono gli elettori del Cav ma le toghe senza credibilità

26 Agosto 2013

di Massimo De’ Manzoni
(da “Libero”, 26 agosto 2013)

Da giorni Michele Serra su Repubblica si arrovella su come chiamare, se non pazzia, il rifiuto degli elettori di centrodestra di accettare che Berlusconi sia un bandito, già condannato in via definitiva per un reato gravissimo e in procinto di essere colpito da altre sentenze sfavorevoli, e che quindi il suo posto sia in galera o, nella migliore delle ipotesi, agli arresti domiciliari. Comunque finalmente fuori dalla vita pubblica. È la sintesi estrema di un ragionamento che da un mese a questa parte si ripete ossessivamente in ogni dichiarazione di esponenti del Partito democratico, in ogni articolo di Repubblica e del Fatto Quotidiano, in non pochi interventi anche sugli altri organi di stampa. La questione non è politica ma giudiziaria, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, c’è stata una sentenza della Cassazione, ora basta: Berlusconi sconti la pena e non ci rompa più. E i suoi elettori che ancora non se ne fanno una ragione sono alternativamente pazzi, complici, criminali anch’essi. Con il trionfante epitaffio: «In nessun Paese normale assisteremmo a un dibattito come questo ».

Già ma questo non è un Paese normale e il difetto di tutti questi virtuosi predicozzi da legalisti assoluti (ineccepibili in teoria, fasulli nella pratica) sta nelle premesse, che regolarmente vengono saltate. In nessun Paese normale la classe politica è stata privata dei suoi scudi, originariamente previsti anche qui dalla «Costituzione più bella del mondo » ma all’occasione sfregiabile senza problemi. In nessun Paese normale la magistratura inquirente e giudicante è una camerata comune in cui ci si scambiano in allegra promiscuità ruoli, favori e protezioni. In nessun Paese normale il giudice gode dell’impunità assoluta di fronte ai suoi errori come in Italia. In nessun Paese normale i magistrati tengono comizi politici, si fanno eleggere in massa in Parlamento, fondano partiti, svelano il desiderio di «sfasciare » un imputato, anticipano le sentenze a cena. In nessun Paese normale le toghe sono organizzate in correnti che elaborano manifesti politici nei quali si esprime chiaramente l’impegno a trasformare la società e ad abbattere il nemico di classe, anziché limitarsi a perseguire i reati. In nessun Paese normale il capo di un grande partito viene fatto oggetto di decine e decine di processi, spesso indirizzati in corsie preferenziali.

In altre parole, in nessun Paese normale la magistratura è riuscita ad azzerare la propria credibilità in meno di un ventennio. Col corollario inevitabile che non è affatto detto che la sentenza definitiva chiuda la partita. Anzi, rischia di essere vista con sospetto da chi ha assistito a tutto questo e magari ha nel frattempo provato sulla propria pelle l’arroganza, l’inefficienza, l’incompetenza, la sciatteria, quando non la malafede, di alcuni tra coloro che sono chiamati ad amministrare la giustizia.

Forse Berlusconi è davvero colpevole, forse no. Ma non è più questo il punto. Il fatto drammatico è che una larga fetta di italiani non riconosca a chi è chiamato a stabilirlo l’autorità morale per farlo. Che per una moltitudine di cittadini non sia dal tribunale di Milano o da Esposito e la sua band che ci si possa aspettare la verità. Ed è per questo che la questione non è affatto giudiziaria, ma politica.

Ecco, caro Serra: nessuna pazzia, nessuna cecità, nessuna correità. Semplicemente, molti milioni di italiani (e non sono tutti ultrà berlusconiani, non raccontiamoci storie) non credono più nella giustizia. E quindi non ne riconoscono le sentenze.

Del resto, in materia, proprio voi di Repubblica siete maestri assoluti. A parte il doppiopesismo che avete sempre sfoderato a proposito delle disavventure giudiziarie del vostro editore Carlo De Benedetti (le cui sentenze sfavorevoli erano abbondantemente criticabili), basta pensare al caso di Adriano Sofri. Reato ben più grave della frode fiscale del Cavaliere: omicidio aggravato dalle finalità di terrorismo. Accusa condotta da magistrati da voi sempre portati in palmo di mano. Sentenza di colpevolezza passata in giudicato. Campagna di stampa contro il verdetto che conduce alla riapertura straordinaria del caso. Nuovi processi (altro che «quarto grado di giudizio », qui siamo arrivati al sesto o al settimo, roba mai vista), medesimo esito, analoga reazione: verdetto inaccettabile. Successiva campagna martellante per far ottenere a Sofri una grazia che lui si rifiutava ostinatamente di chiedere così come si incaponiva a non riconoscere la sentenza. Vi ricorda niente?

E a proposito di coerenza. Vorreste per favore mettere d’accordo Gad Lerner, che sulla vostra prima pagina di ieri definisce l’eventuale amnistia una porcata sulla pelle di chi soffre fatta solo per salvare Berlusconi, e Liana Milella, che sulla medesima prima pagina, a pochi centimetri di distanza, sostiene che per il Cavaliere l’amnistia è inutile? E, visto che ci siete, volete tentare nell’impresa (difficile, lo sappiamo) di mettere d’accordo Lerner con se stesso, dal momento che in passato, quando non contemplava la possibilità che potesse riguardare anche l’odiato Caimano, dell’amnistia Gad era un acceso fautore? Forse basterebbe porgli una semplice domanda: se fa schifo il Pdl che vuole salvarne uno «abusando della sofferenza altrui », che sentimento ispira lui incitando a prolungare ora la «sofferenza di decine di migliaia di persone » solo per il gusto di spedirne al gabbio una?

Coraggio, ragazzi: ogni tanto si può anche scollegare il pilota automatico e pensare con la propria testa. Consigliatelo anche ai vostri amici del Pd. Qualche lettore/elettore con la bava alla bocca magari si incazzerà, ma fare due passi fuori dalla gabbia dell’antiberlusconismo può avere effetti miracolosi sulla vostra salute mentale. E dare finalmente un po’ di pace ai tormenti del povero Serra.


La solitudine dei moderati
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 26 agosto 2013)

Se le cose continueranno a essere come sono oggi (ed è molto probabile), Berlusconi ha verosimilmente una sola via possibile per restare davvero al centro della vita politica italiana. Ma è una via che ha le tinte cupe dell’Apocalisse: andare ai «domiciliari », far saltare il governo, puntare al più presto alle elezioni anticipate con l’attuale legge elettorale, vincerle. Una via non solo carica d’incognite per lui temibilissime (a cominciare dalle reazioni del presidente della Repubblica per finire con le ripercussioni sull’immagine e sulla tenuta economica del Paese), ma interamente all’insegna del «tutto o niente ». E il «tutto o niente », se può sedurre la psicologia del giocatore, può anche condurre lo stesso alla rovina totale.

Esclusa l’Apocalisse non resta che il Tramonto: a oltre 75 anni di età (ma anche a 45 forse non farebbe differenza) non si può fare il leader effettivo di un partito e di un Paese nelle condizioni in cui si troverebbe Berlusconi stando ai «domiciliari ». Dunque il Tramonto. E con esso la domanda inevitabile: che effetto avrebbe la scomparsa del Sole sulle sorti del Pdl? È ragionevole pensare che l’effetto sarebbe la sua virtuale dissoluzione. Un partito personale ben difficilmente riesce a fare a meno del fondatore-padrone, e Berlusconi lascia dietro di sé il vuoto, a cominciare dall’assenza di qualunque meccanismo collaudato in grado di prendere decisioni minimamente vincolanti per tutti. Esito più probabile, pertanto, una rissa inconcludente e feroce di cacicchi e cacicche minacciati di disoccupazione, di tutti contro tutti, con implosione finale del Pdl.

Ma che ne sarà a questo punto della vasta area elettorale che per un ventennio si è riconosciuta nel Pdl? Oggi come oggi è difficile immaginare che essa possa essere riorganizzata e integrata da un’iniziativa che parta dal Centro. Che sia questa la sola ipotesi ragionevole non vuol dire che sia anche quella che si realizzerà. In realtà, infatti, se Berlusconi è al tramonto, sul Centro si direbbe che la luce del giorno non sia mai neppure spuntata. Dalla batosta elettorale in poi da lì non è venuto assolutamente niente; da quel giorno Casini, Monti e i loro parlamentari avvizziscono, tristemente appollaiati su un inutile dieci per cento, peraltro ormai ridottosi nei sondaggi a poco più della metà.

Il tramonto berlusconiano, insomma, rischia di corrispondere per milioni di elettori, per l’area dello schieramento politico non di sinistra che vede insieme la Destra e il Centro, e che si è soliti chiamare «moderata », a una profonda crisi di rappresentanza politica. È una crisi che viene da lontano, che caratterizza in un certo senso l’intera storia della Repubblica, anche se per mezzo secolo essa è stata tenuta celata dalla presenza surrogatoria del partito cattolico, della Democrazia cristiana. Ma se ci si pensa con attenzione – Dc a parte, che aveva natura e origine diverse, e a parte le formazioni monarco-fasciste ereditate dal passato precedente – una tale area in settant’anni non ha espresso che due formazioni significative: l’Uomo Qualunque (che visse una brevissima stagione dal 1944 al 1947) e Forza Italia. Diverse per consistenza e durata ma entrambe con un fondo comune: fatto di un’insuperabile gracilità organizzativa, della inconsistenza e della contraddittorietà della piattaforma politica, del loro carattere personalistico, di una più o meno strisciante tentazione populista. E al dunque sempre dando l’impressione di un che d’improvvisato e di provvisorio, di una certa labilità, di mancanza di radici; e sempre con una classe politica raccogliticcia e mediocre. Politicamente è questo tutto ciò che sono stati capaci di esprimere i moderati italiani.

Verrebbe quasi da concludere che dietro tali forze politiche non sia mai esistito e non esista ancora oggi alcun retroterra sociale. Ciò che però non è vero, naturalmente. Una società italiana moderata, un’Italia di centrodestra, esiste eccome. Ma il fatto si è che sia per abitudine che per vizio essa si tiene lontana dalla politica: non da ultimo per lo sciocco pregiudizio che se ne possa fare a meno, che la politica debba, e possa, ridursi alla buona amministrazione. La cultura e lo stile di vita di questa Italia moderata la spingono sì, poi, al coinvolgimento sociale, ma solo nella dimensione dell’associazionismo specifico (professionale e di scopo): assai meno la spingono a spendersi in quell’impegno generale nella società – tipicamente preliminare alla politica – per il quale essa non ha vocazione e non prova in genere alcun gusto. Infine, non prefiggendosi poi di cambiare il mondo, non credendolo né utile né possibile, e ricavando per giunta una certa soddisfazione dalla propria attività quotidiana, essa è perlopiù scettica verso tutte le «grandi cause » e le relative mobilitazioni. Salvo casi eccezionali non si sente a proprio agio con assemblee, comizi, ordini del giorno: tutte cose, invece, che fanno la delizia dell’Italia progressista.

Per una tale metà del Paese, così pervasivamente, antropologicamente, antipolitica, il rischio è quello di identificarsi solo nella contrapposizione alla sinistra, di essere sensibile solo a questa parola d’ordine: e di trovare leader esclusivamente capaci di vellicare questa contrapposizione. Laddove, viceversa, alla debole strutturazione politica attuale dell’Italia moderata si dovrebbe, e forse si potrebbe rimediare (cominciare a rimediare), cercando di darle un fondamento in strati culturali i quali, sia pure nascosti, probabilmente esistono al fondo di gran parte di essa. Se non altro come fantasmi di un passato lontano. Un certo senso dello Stato e dell’interesse pubblico, l’idea della Nazione come vincolo di solidarietà e scudo necessario nell’arena internazionale, e poi l’orizzonte della compostezza, del saper leggere e scrivere, del giocare pulito, e sopra e prima di tutto la necessità di essere liberi in modo non distruttivo. Illusioni? Anticaglie? E perché, le idee dei modernissimi intelligentoni di Scelta civica erano per caso più interessanti o più convincenti (alzi la mano chi ne ricorda qualcuna)? E forse sono oggi più profonde e lasciano meglio sperare quelle dell’onorevole Gennaro Migliore o dell’onorevole Pippo Civati?


Decadenza Silvio Berlusconi, Guglielmo Epifani: “Basta ricatti, la voteremo”. Primi nomi della fronda Pdl
di Redazione
(da “L’Uffington Post”, 26 agosto 2013)

“Il Pd respinge con forza qualunque ricatto o ultimatum del Pdl. Quella di Berlusconi non è una ‘questione democratica’. È un caso di assoluto rilievo politico, ma riguarda principalmente la destra. Non tocca a nessun altro risolverlo: né a Napolitano, né a Letta, né al Pd. Il Pdl decida cosa vuole fare, e se ne assuma la responsabilità di fronte al Paese”.

Guglielmo Epifani, all’indomani del vertice di Arcore, in un‘intervista a La Repubblica parla chiaro: per il leader Pd sull'”agibilità politica” del Cavaliere non si tratta. Il Pd “rispetterà la legge” e voterà sì alla decadenza di Berlusconi. E assicura: “Tra di noi non ci saranno franchi tiratori”.

Spiega il segretario del Pd: “L’unica cosa davvero inaccettabile, in tutta questa vicenda, è la motivazione che spinge Berlusconi a far saltare il tavolo. Vorrei dire una volta per tutte che in gioco non c’è alcuna ‘questione democratica’. C’è solo da uniformarsi alle regole dello Stato di diritto, rispettando la separazione dei poteri, se non vogliamo diventare una Repubblica delle banane”.

La decisione di votare la decadenza, osserva Epifani, “non nasce dal fatto che vogliamo eliminare per via giudiziaria un avversario politico’, cosa che in via di principio va sempre esclusa. Lo facciamo invece perché è giusto così e perché questo è ciò che ci impone il principio di legalità. Nessun giustizialismo da parte nostra, ma nessun salvacondotto per chiunque. Ed è la stessa cosa che abbiamo fatto quando si è trattato di valutare i comportamenti della nostra parte”.

Epifani esclude “tentativi affannosi” e “scorciatoie impercorribili” come grazia e amnistia e insiste: “Qui l’unica cosa che conta è ancora una volta il rispetto della legge”. Il governo Letta è dunque al capolinea? “Solo un cieco non vede che il governo vive ore critiche – risponde – ma la responsabilità non è nostra. Il Pd ha fatto e continuerà a fare ogni sforzo perché il governo vada avanti”. E avverte: “Una crisi al buio adesso ci farebbe precipitare nel caos: i costi sociali sarebbero enormi, i mercati ci punirebbero ancora una volta”.

Da Castiglione a Pagano, la fronda dei senatori Pdl
Cominciano a circolare i nomi dei senatori Pdl moderati pronti a impallinare Silvio Berlusconi al momento del voto del 9 settembre, quando la Giunta per le immunità del Senato sarà chiamata a decidere sulla decadenza da parlamentare del Cavaliere.

Come ha scritto l’Huffington Post, il premier Enrico Letta ha fatto sapere di avere una rosa di 20 nomi disposti a salvare il governo per non portare il Paese a elezioni. Non prima del 2015 almeno.

I primi ad uscire allo scoperto sono i senatori del Sud. Il sottosegretario Giuseppe Castiglione, uno delle voci più autorevoli del Pdl siciliano ha già fatto sapere ad Angelino Alfano che “nessuno vuole aprire una crisi con una prospettiva assolutamente incerta”. E ha aggiunto: “Non venderemo il nostro futuro a Santanché e compagni”.

La caduta del governo Letta è un salto nel buio anche per il catanese Salvo Torrisi: “Un governo di larghe intese è l’unica soluzione possibile per l’Italia. Almeno la metà dei senatori sono contrari alla crisi”. Dello stesso parere anche Francesco Scoma, senatore vicino a Schifani che pur sottolineando che “l’agibilità del Cavaliere va assolutamente difesa” dice che “una crisi di governo potrebbe anche non portare direttamente alle urne”. Pippo Pagano, di Giarre aggiunge: “La gente non la capirebbe. Non è tempo di mostrare i muscoli. Bisogna essere responsabili”.

Altro nome della fronda pidiellina è Paolo Naccarato, senatore del gruppo Gal. che invia un messaggio chiaro “Se Berlusconi provoca la crisi di Governo, io penso che al Senato verrà fuori una maggioranza silenziosa. E che il Cavaliere in questo caso si troverebbe ad avere a che fare con molte sorprese e moltissime delusioni”, come si legge su La Stampa.

Renato Schifani teme una frana al Senato
Intanto Renato Schifani si mostra molto preoccupato per le eventuali defezioni che potrebbero esserci al Senato. Un Pdl sempre più spaccato e litigioso, diviso tra coloro che sostengono la linea dura (Santanché su tutti) e coloro invece che si mostrano più dialoganti. “Presidente, fra i nostri c’è chi potrebbe abbandonarti per un Letta-bis. Io non posso più garantire” è l’avvertimento a Silvio Berlusconi del capogruppo al senato per Il Popolo della Libertà.

Lupi: “La crisi si può ancora evitare”
“Se cadesse il governo per noi sarebbe un errore non andare subito al voto. Ma ci sono ancora le condizioni perché questo non accada”. Così il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, in un’intervista a Repubblica. E precisa: “E’ chiaro che il governo va avanti solo a precise condizioni”.

Il primo punto, spiega, è rappresentato dal programma: “Ci sono dei paletti che ciascun partito ha piantato e che sono invalicabili. Per noi è l’abolizione dell’Imu”. Quanto alla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, il ministro sottolinea: “Non chiediamo che si superi la legge per Berlusconi ma che venga applicata senza pregiudizio, ascoltando il parere di numerosi e autorevoli costituzionalisti indipendenti che sostengono che la legge Severino non può essere retroattiva. Ci auguriamo che, sul problema della decadenza di Berlusconi, il Pd dia un segnale di apertura”.

Per Lupi nel Pd, infatti, ci sono “persone che hanno capito che si tratta di superare la guerra dei vent’anni e il conflitto permanente che ha bloccato la vita politica italiana”. Quanto al Pdl Lupi afferma: “Concordiamo sulle eventuali conseguenze a un voto del Pd a favore della decadenza. Ma chi dà all’esterno le pagelle tra i buoni e cattivi, chi dà l’immagine di un Pdl dove i falchi battono le colombe, non fa un favore né a Berlusconi ne al partito”.

Silenzio del Quirinale. Oggi forse Alfano al Colle
Faccia a faccia prima del Consiglio dei ministri di oggi pomeriggio che dovrà dare il via libera al pacchetto di misure sulla Pubblica Amministrazione. Enrico Letta e Angelino Alfano si parleranno per tentare di capire se ci sono possibili soluzioni alla questione decadenza-Berlusconi, dopo l’ultimatum di Arcore. Il Cavaliere infatti spera ancora in un intervento decisivo del Colle.

Dal Quirinale tuttavia ancora nessun segnale. Secondo fonti parlamentari Angelino Alfano potrebbe forse già oggi avere un colloquio con Giorgio Napolitano, per tentare di spiegare che la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, ritenuta dai fedelissimi “costituzionalmente inaccettabile”, farebbe da volano alla crisi di governo.


Decadenza Berlusconi, parla uno dei ‘traditori’ Pdl. Scoma: “Responsabilità”
di Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 agosto 2013)

Né falchi né colombe, provare a salvare B. ma evitare a tutti i costi la crisi, cercare la cosiddetta agibilità politica del leader senza però mettere in dubbio il governo Letta. La truppa dei senatori del Popolo della libertà al Senato è tutt’altro che solida. Parola di capogruppo pidiellino a Palazzo Madama Renato Schifani, che al Messaggero ha rivelato chiaro e tondo: “non abbiamo un gruppo compatto come quello del 2006. Se andiamo alla rottura e non c’è la sicurezza dell’esito elettorale, il gruppo chi lo tiene?”. Sintomi di crepe interne più che evidenti, di schegge che sfuggono alla logica dei falchi e delle colombe tutta interna al Pdl.

Il quotidiano romano aveva anche fornito una lista di senatori azzurri pronti a dare fiducia al governo Letta, sganciandosi dalle posizioni ufficiali del partito. Una lista di una ventina di senatori quasi tutti siciliani, peones inseriti nella lista dei “nomi sospetti”, che hanno tutti subito smentito il retroscena disegnato dal quotidiano. Quasi tutti a dire il vero, perché il palermitano Francesco Scoma, berlusconiano di lungo corso alla prima esperienza da senatore, preferisce argomentare. “E’ ovvio che Berlusconi rimane il leader assoluto del partito, ed è normale che il partito si muova per tutelarlo – dice al fattoquotidiano.it – ma qui non si può mettere sul piatto della bilancia il nostro senso di responsabilità nei confronti del Paese: la situazione è grave e noi non possiamo parlare di guerra civile”.

Il senatore siciliano, quindi, ha una visione decisamente più laica rispetto ai principali volti del partito del predellino: nessuna chiamata alle armi in stile Bondi, Verdini o Santanchè. “Non è che se una cosa la dice la Santanché vuol dire che la pensiamo tutti: qui non bisogna essere né falchi e nemmeno colombe, bisogna pensare a ricostruire il partito e a lavorare con responsabilità. Non si può certo dire che se a settembre non arrivano soluzioni certe poi si molla nel caos: bisogna fare un ragionamento politico. Mi riferisco anche a certi esponenti del Partito Democratico, autori di dichiarazioni belligeranti, quando invece dovrebbero comunque essere grati a Berlusconi che ha fatto nascere questo governo”.

C’è quindi la possibilità che alcuni pezzi del Pdl diano comunque la fiducia a Letta, andando contro gli ordini di scuderia? “Mi sembra abbastanza presto per ipotizzare una situazione del genere- risponde il senatore siciliano – certo è che non si può pensare di risolvere tutto già a settembre, bisogna avere pazienza, pensare a lavorare per Berlusconi ma garantendo anche il Paese da una possibile crisi”. Una posizione, quella di Scoma, che sarebbe condivisa anche da altri senatori pidiellini e che Schifani ha sintetizzato nella sua dichiarazione al quotidiano romano. “Per carità – mette le mani avanti Scoma – io non credo che quella di Schifani fosse un’intervista vera e propria: non ci sono spaccature di questo tenore, e non riesco ancora ad immaginare un Pdl senza Berlusconi. Ma è anche vero che il partito va riempito di contenuti, non basta cambiare il nome. Poi l’articolo del Messaggero mi ha definito peones, a me che ho fatto per cinque volte il deputato regionale in Sicilia e il vice sindaco di Palermo. Io che i voti li ho sempre presi da vent’anni senza essere garantito dal listino bloccato”. L’aria che tira tra i banchi azzurri di Palazzo Madama suggerisce che a pensarla così ci siano anche altri senatori oltre a Scoma: né falchi e né colombe.


Sinistra coda di paglia
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 26 agosto 2013)

Abbiamo un problema, e non è l’ingiusta condanna inflitta a Silvio Berlusconi. Il problema è l’ambiguità e l’ipocrisia di una sinistra che ancora una volta non si dimostra all’altezza di proporsi come guida del Paese.

Se pensiamo che in queste ore da quelle parti stanno pensando, in caso di caduta di Enrico Letta, di continuare a governare con qualche scarto del Pdl o transfuga di Grillo, viene solo da ridere. Se immaginiamo che sempre da quelle parti c’è chi teorizza che l’alleanza col Pdl dovrebbe continuare come se nulla fosse anche dopo un voto del Pd a favore dell’espulsione di Silvio Berlusconi dalla politica, vengono i brividi. Perché i casi sono due: o si sono bevuti il cervello o pensano di avere a che fare con un branco di idioti. In verità la cosa non sorprende.

Sono diciotto anni che gli eredi del Pci mancano gli appuntamenti con la storia, anche quando il destino glieli offre su un piatto d’argento. E l’occasione che hanno per le mani questa volta è addirittura d’oro, roba da fare bingo. Basterebbe riconoscere l’anomalia giudiziaria che ha portato alla condanna di Silvio Berlusconi e porsi come garanti dell’autonomia della politica e della democrazia. Basterebbe dire: noi non votiamo per la decadenza da senatore del leader di un grande partito, per di più nostro alleato di governo. Avrebbero la possibilità e gli argomenti per farlo, acquistando così per la prima volta credito e rispetto, dando senso concreto alla parola «responsabilità » molto di moda in queste ore.

Dubito che Epifani e soci arriveranno a dimostrare tanto coraggio e lungimiranza. Perché sono uomini deboli, perché sono ancora schiavi della cultura comunista usa a fare fuori gli avversari per via giudiziaria, perché sono succubi di quel mostro giudiziario da loro stessi allevato e per anni coccolato non senza un buon ritorno in termini di immunità. Così prevale ancora una volta l’odio personale, l’illusione, come fu nel ’94 con Mani Pulite, che si possano raggiungere utilizzando strumenti giudiziari obiettivi politici altrimenti negati per via elettorale. Lo stesso errore che si ripete, e ogni volta per la sinistra va peggio di prima. E sarà così anche questa. Il Pdl sopravviverà (e forse si rafforzerà) all’arresto di Berlusconi. Il Pd, salvo un ravvedimento in extremis, no.


Berlusconi blinda già il Senato
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 26 agosto 2013)

Il fatto che al lungo vertice di sabato a Arcore non fosse presente un Gianni Letta che ha passato tutto il venerdì a cercare di convincere il Cavaliere di tenere una linea più prudente la dice lunga sullo stato dell’arte.

Silvio Berlusconi, infatti, è sempre più convinto che di vie d’uscite non ce ne siano e che dal Quirinale non ci si possa aspettare più nulla. Nulla a parte eventuali atti ostili, come potrebbe essere quello di fare il possibile (o l’impossibile) pur di dar vita ad un secondo governo guidato da Enrico Letta.

All’indomani del voto del Pd per far decadere il Cavaliere da senatore, infatti, nel momento in cui Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin e Nunzia De Girolamo dovessero insieme ai 17 sottosegretari del Pdl firmare le loro dimissioni Giorgio Napolitano tenterebbe tutte le strade pur di evitare il ritorno alle urne. D’altra parte, che questa sia l’intenzione il Colle lo ha fatto intendere molto chiaramente all’ex premier attraverso i consueti canali riservati.

La partita, insomma, si sposterebbe inevitabilmente a Palazzo Madama (alla Camera i numeri non danno infatti problemi). È lì, dunque, che Letta dovrebbe fare scouting su circa una ventina di senatori per incassare la fiducia ad un governo bis. «Campagna acquisiti », la definisce nelle sue conversazioni private un Berlusconi convinto che l’offensiva sui senatori del Pdl sarà pesante. Il capogruppo Renato Schifani è ben consapevole del problema e sta monitorando la situazione da giorni. Come pure Denis Verdini che ha già tra le mani una lista con alcuni nomi. D’altra parte, è proprio tra i senatori (anche tra i cosiddetti peones) che negli ultimi mesi sta montando una certa insofferenza verso i cosiddetti falchi del partito, malcontento che in più d’una occasione è stato oggetto di polemiche sui media.

L’ultima è di ieri. E vede da una parte Daniela Santanchè e dall’altra le cosiddette colombe del partito. Intervistata da Repubblica, infatti, l’ex sottosegretario critica «Cicchitto, Schifani, Quagliariello e Lupi » che «fanno a gara nel dire che si può mediare ma sbagliano » mentre «Alfano ha capito che aria tirava e si è subito allineato ». I diretti interessati replicano a stretto giro con Schifani e Fabrizio Cicchitto che parlano di «elenco di buoni e cattivi » che «mina l’unità del Pdl ». Mentre Daniele Capezzone e Michaela Biancofiore difendono la Santanchè parlando di «attacchi fuori bersaglio » perché «non si deve aver paura di un libero dibattito », altri big (Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Renato Brunetta e Sandro Bondi) invitano il partito a restare «unito » intorno a Berlusconi.

Un Cavaliere un pizzico infastidito dalla querelle in corso, convinto com’è che non sia questo il momento delle divisioni. Proprio ora, è il senso dei suoi ragionamenti, che il Pd «ha deciso di farci fare la fine della Dc » assecondando «un clima da guerra civile » nel quale si predica l’eliminazione dell’avversario per via non democratica. Ragione per cui l’ex premier è convinto che alla fine il Pd voterà la sua decadenza da senatore, un atto che non può rimanere politicamente senza conseguenze. Ecco per Berlusconi è deciso ad andare fino in fondo nonostante il messaggio recapitatogli dal Quirinale che fin d’ora esclude un ritorno alle urne. Ed ecco perché il Cavaliere sta blindando il Senato per evitare la campagna acquisti del Colle per un Letta bis che a quel punto lascerebbe il Pdl all’opposizione.


Il Cavaliere è entrato in campagna elettorale
di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 26 agosto 2013)

Siamo in piena campagna elettorale. Anche se non è chiaro se e quando si voterà. Ma non importa. Tutte le scelte e i comportamenti di Silvio Berlusconi, dopo la condanna in Cassazione per evasione fiscale, assumono un chiaro significato, in questa prospettiva. Mirano, cioè, a creare un clima d’opinione favorevole: a Berlusconi e al centrodestra. In vista di una competizione elettorale che, se non imminente, appare, tuttavia, non lontana. Ed è, comunque, un’eventualità non prevedibile.

Perché nessuno, ormai, è in grado di controllare il corso della politica in Italia. Per questo a Berlusconi interessa imporre al centro dell’attenzione dei cittadini alcuni aspetti, alcune questioni che lo riguardano direttamente.

a. Anzitutto, il tema della giustizia. O meglio, dell’in-giustizia nei suoi riguardi. È il suo chiodo fisso. Da quando è sceso in campo e ha iniziato la sua contesa contro i magistrati. Anche se Berlusconi non è mai riuscito, fino ad oggi, a farne una priorità, intorno a cui aggregare una maggioranza ampia e solida. In Parlamento. Ma, soprattutto, nell’opinione pubblica. Un problema, per il Cavaliere, tanto più in questa fase. Perché oggi, per larghi settori sociali, le priorità sono, invece, legate alla recessione economica, alla disoccupazione, al reddito, al costo della vita. Una crisi di governo aperta per i problemi giudiziari “personali” di Berlusconi, in questa situazione, rischierebbe di apparire inaccettabile, oltre che incomprensibile, per i cittadini. Per questo il Pdl ha trasformato l’agenda di governo in una corsa ad ostacoli. Disseminata di trappole. L’Imu, per prima. Poi il decreto sui precari della Pubblica amministrazione. Ma i motivi di tensione, nella maggioranza, sembrano destinati ad aumentare. Di numero e di intensità. E rischiano di rendere inevitabile la crisi di governo. Per auto-dissoluzione. Evitando responsabilità specifiche e dirette di un partito. In particolare, del Pdl.

b. Berlusconi, inoltre, cerca di imporre il proprio caso personale come caso esemplare – e se stesso come testimone – di un’emergenza democratica. Il leader del secondo schieramento politico costretto all’esilio – a casa propria. Non è un’impresa facile, considerato il grado di “agibilità” politica reale di cui dispone l’imprenditore mediatico più importante d’Europa. Tuttavia, le polemiche di questi giorni appaiono, comunque, coerenti con un obiettivo fondamentale della campagna elettorale di Berlusconi. Sollevarsi dalla posizione periferica in cui, a dispetto di molte letture del risultato, era stato spinto alle elezioni di febbraio. Certo, anche allora è riuscito quasi a raggiungere il centrosinistra. Contrariamente alle previsioni. Ma a causa della “rismonta” del Pd più che della “rimonta” del Pdl. Il quale ha perduto 6 milioni e 300 mila voti e 16 punti, rispetto a 5 anni prima. Lo stesso Berlusconi, nei mesi scorsi, non è riuscito a migliorare gli indici di fiducia nei propri confronti. Troppo bassi, per restituirgli il ruolo di un tempo. Una crisi di governo prodotta, in modo implicito o esplicito, dalle attuali vicende giudiziarie rilancerebbe di nuovo Berlusconi come protagonista della vita politica e sociale. Nonostante tutto. Nel bene e nel male. (Come già sta avvenendo).

c. Cedere sulla questione dell’ineleggibilità, accettare la decadenza di Berlusconi da parlamentare, inoltre, significherebbe riconoscere e accelerare il declino di Berlusconi. Non solo sulla scena politica nazionale, ma anche nel centrodestra e nel Pdl. Aprirebbe, dunque, ufficialmente la “guerra di successione”, accentuando le divisioni fra i cosiddetti “falchi” e le sedicenti “colombe”. In realtà, correnti e leader del Pdl, che ambiscono ad assumere la guida e il controllo del partito. Anche se, oggi, nessuno è in grado di governare e unire il centrodestra al di fuori di Berlusconi. La determinazione del Cavaliere nel denunciare la propria indisponibilità a farsi da parte serve, dunque, a rendere la questione del tutto inattuale. Comunica – all’esterno e all’interno del Pdl – che Berlusconi non ha alcuna intenzione di farsi da parte. E se il suo declino dovesse avvenire, coinvolgerebbe tutto il centrodestra. Dopo di lui, dunque, il diluvio. Per il centrodestra e per il Pdl, almeno.

d. Attraverso le polemiche e le minacce di questa fase, Berlusconi ha sottolineato, anzi, gridato che la propria esclusione dal Parlamento e dalla competizione elettorale potrebbe diventare politicamente rischiosa e costosa. Non solo per il centrodestra e per Berlusconi, ma anche per il Pd e per il centrosinistra. Perché proprio la sua “esclusione” potrebbe diventare un fattore di “inclusione”. Invece di spingerlo nella penombra, gli offrirebbe ulteriore visibilità. Di certo, diverrebbe un argomento importante, in campagna elettorale. Fino a trasformarla in uno scontro istituzionale decisivo.

e. Infatti, se, dopo Enrico Letta, Giorgio Napolitano incaricasse ancora Enrico Letta. Se, in caso di impossibilità di trovare nuove maggioranze in Parlamento, Napolitano decidesse di dimettersi, affidando ad altri, dopo di lui, il compito di sciogliere le Camere. Per Berlusconi, in fondo, non cambierebbe molto. Anzi, potrebbe perfino rafforzare la propria centralità politica e sociale. Diverrebbe, infatti, il protagonista assoluto di uno scontro politico e – appunto – istituzionale irrimediabile e irresolubile. Lui, Berlusconi, da solo. Contro tutti. La Sinistra, Letta. Ma, soprattutto, Napolitano. Il Presidente. Garante della Repubblica. E di questo governo.

Così, Silvio Berlusconi conduce la consueta guerra contro i magistrati e i giudici – che pretendono di applicare le leggi anche nei suoi confronti. Per questo si serve, come sempre, di tutti i mezzi e gli strumenti – politici, economici e mediatici – a sua disposizione. Tuttavia, allo stesso tempo e nello stesso modo, fa campagna elettorale. In vista del voto che verrà. Quando verrà.
La posta in palio è alta. Non solo per Berlusconi. Perché la sua parabola è alla fine. Ma quel che sarà dopo è ancora da scrivere. E, dopo avere scritto la biografia della Seconda Repubblica, Berlusconi vorrebbe lasciare il segno anche sulla Terza.


“Difendiamo il Cav o finirà come i lanci di monetine a Craxi”
Fabrizio De Feo intervista Stefano Caldoro
(da il “Giornale”, 26 agosto 2013)

È il presidente della Regione Campania, la più grande a guida Pdl, ma è anche un uomo che ha vissuto la stagione dell’eliminazione giudiziaria di Bettino Craxi.
Nel ’92 Stefano Caldoro era parlamentare Psi, tra i più giovani e tra i pochi non inquisiti. Il crepuscolo della Prima Repubblica è ben stampato nella sua memoria. E quell’esperienza lo spinge a inviare un messaggio al Pdl: «Nessuno si illuda. Se non difendiamo Berlusconi veniamo spazzati via con lui. Esattamente come avvenne con Craxi ».

Presidente Caldoro, sono passati poco più di 20 anni dalle monetine del Raphael.
«Ero lì con lui fisicamente, io abitavo al Raphael. Stavo con lui nella Hall. Ricordo l’assembramento fuori, lui che nervosamente camminava avanti e indietro. A un certo punto gli dicono: “È meglio che esca dal retro ”. E lui: “Io dal retro non esco ” ».

Chi erano le persone in Largo Febo?
«Principalmente militanti del Pds. C’era stato un comizio di Occhetto a Piazza Navona ».

Quale fu l’atteggiamento del Psi rispetto all’attacco giudiziario contro Craxi?
«Il Psi fece il tragico errore di dividersi e non difendere la leadership. Le uniche cose che non devi fare in una situazione di quel genere ».

Ci fu chi pensò di lucrare sulla caduta di Craxi?
«Sì, ma la sua caduta non distrusse un leader, distrusse un partito. Un passaggio di leadership può avvenire solo attraverso i processi democratici, non attraverso fattori esterni ».

Quante analogie ci sono rispetto a oggi?
«Molte. Ma le situazioni non sono simmetriche. Craxi era molto più debole politicamente rispetto a Berlusconi, aveva iniziato a perdere consenso. L’avvento della Lega aveva provocato una forte erosione nei ceti produttivi del Nord fino ad allora rappresentati dal Psi ».

E la dinamica interna al partito, con falchi e colombe?
«Sì, lì vedo analogie. Se quando sei sotto attacco ti dividi diventi vulnerabile. Nel Psi quelli che qualche mese prima erano fedelissimi non si sono trovati più, compresi i supercraxiani. Quindi o tutti, falchi e colombe, lottiamo per l’agibilità politica, oppure il Pdl non sopravviverà a Berlusconi ».

Martelli in quella fase sembrava in pole position…
«Tra i tanti in cattiva fede, su Martelli scommetto per la buona fede. Era quello più in vista, ritenne di assumere una guida fuori dalle giuste condizioni. Ma diede l’impressione di non difendere Craxi e non difendere il leader vuol dire non difendere te stesso e la tua storia ».

È giusto collegare l’agibilità politica di Berlusconi alla tenuta del governo?
«Qualcuno può davvero pensare che non garantire agibilità al leader dei moderati che ha appena pareggiato le elezioni non abbia ripercussioni sul governo? Su, siamo seri. Berlusconi rappresenta milioni di cittadini che lo hanno votato sei mesi fa. E a lui, attraverso l’applicazione di una pena accessoria, il Pd pretende di togliere i diritti politici? Il nostro non è un diktat, è una banale conseguenza. Stiamo parlando dell’agibilità di un’intera area, non solo di Berlusconi ».


Pansa: Italia appesa a due bande di pazzi
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 24 agosto 2013)

Dà il voltastomaco leggere le cronache dei giornali dedicate alla politica italiana. Non per lo stile delle singole testate e dei giornalisti. Ormai sono un signore vaccinato e da anni non credo più alla neutralità dell’informazione, soprattutto quando racconta le vicende dei partiti. Del resto è sufficiente tener conto di un paio di quotidiani che non la pensano nello stesso modo e l’equilibrio viene ristabilito.

Il voltastomaco nasce dal comportamento dei partiti in questa stagione di drammatiche incertezze. A cominciare dalle due parrocchie maggiori, il Pdl e il Pd, siamo di fronte a un caso quasi criminale di miopia politica e civile. Il centrodestra e il centrosinistra continuano a pestarsi sulla sorte di Silvio Berlusconi. Bisogna salvarlo o no? Occorre ridargli l’agibilità politica, immagine orrenda che fa pensare a un signore bloccato su una sedia a rotelle da un attacco di paralisi, oppure è meglio abbandonarlo al suo destino, che vada pure in carcere o all’inferno?

In realtà da salvare c’è un bene assai più grande. È l’Italia, il nostro paese, in altri tempi avremmo detto la nostra patria. Con tutto quello che ne consegue: l’esistenza di milioni di persone, la sicurezza del domani, il futuro dei giovani e, se permettete, anche quello degli anziani.

Sì, proprio degli anziani che hanno costruito il benessere italiano, hanno lavorato per tutta la vita, hanno risparmiato quel poco che potevano, come formiche giudiziose. E adesso si trovano davanti al rischio di veder andare tutto a ramengo. Per colpa di due bande di pazzi che scavano la fossa non soltanto per se stessi, ma per tutti noi.

Cosa penso del cav – È inutile che spieghi di chi stia parlando. Li ho appena nominati. Uno è la banda della rediviva Forza Italia, guidata da cavalier Berlusconi. L’altra è la banda democratica, guidata da chissà chi: Epifani, Renzi, gli eredi di Bersani? O forse da Enrico Letta e da Giorgio Napolitano, gli unici che a sinistra hanno conservato la saggezza necessaria a non portarci tutti al disastro.

Domenica scorsa ho già spiegato che cosa pensi del Cavaliere. L’ho messo nero su bianco non perché ritenga di essere un giudice inappellabile: come tutti i giornalisti, anch’io conto quanto il due di picche e sono soggetto a sbagliare. L’ho scritto soltanto per rispetto dei miei lettori e per il desiderio di essere chiaro soprattutto nei loro confronti. Però mi è rimasta nella strozza qualcosa che devo ancora tirar fuori.

La prima è una domanda e una constatazione che molti si fanno. Che cosa può aspettarsi Berlusconi per quel riguarda le sue vicende processuali, odierne e future? A mio parere poco o niente. Per un tempo che può sembrare lungo agli occhi di un signore che tra un mese compirà 77 anni, non deve attendersi nulla di buono. Nessuna grazia da Napolitano. Nessuna amnistia. Nessuna clemenza dalla commissione di Palazzo Madama che deve decidere la sua permanenza in Senato. L’ipotesi più probabile è che Berlusconi debba scontare la pena di un anno agli arresti domiciliari o ai servizi sociali.

In entrambi i casi, il Cav continuerà a guidare il proprio partito. Ma verso quale traguardo? Far cadere il governo Letta non gli servirà a nulla. Anzi lo danneggerà agli occhi dei tanti italiani soffocati dalla crisi e che non vogliono alcun salto nel buio. Le elezioni anticipate non ci saranno, perché il presidente della Repubblica non le vuole. Caduto il Letta 1 ci sarà un Letta 2. Con quale maggioranza? L’esperienza mi ha insegnato che, in epoche di crisi pericolose per il sistema, in Parlamento una maggioranza, magari piccola, la si trova sempre.

Tra quattro mesi comincerà il semestre europeo a guida italiana. Quanti politici sono disposti a mandarlo a ramengo? E quanti parlamentari, anche del Pdl – Forza Italia, sono pronti a ficcarsi nella caverna buia di nuove elezioni? In Parlamento c’è una quantità di gente nuova che in febbraio si era convinta di aver agguantato un posto di lavoro insperato e della durata di cinque anni.

Neppure cento Berlusconi sarebbero in grado di farglielo gettare nel guardaroba dei cani. Pochi vorranno affrontare di nuovo gli elettori, per di più portandosi sulle spalle l’accusa di aver voluto la crisi. Anche ammesso che rimanga in vigore il Porcellum, su qualche piazza dovranno pur presentarsi. E tutti abbiamo imparato che bastano cinquanta contestatori infuriati per dar vita a un piccolo inferno. Dove volano insulti, calci, pietre e, speriamo di no, qualche colpo di rivoltella.

Infine resta nell’aria l’incognita dell’esito elettorale. Se dobbiamo credere ai sondaggi, oggi il centrodestra sembra godere di un buon vantaggio sugli avversari. Ma tutti, a cominciare da Berlusconi, hanno imparato a diffidare delle intenzioni di voto. E non perché quanti vanno a sondarle siano dei dilettanti.

Il motivo è un altro: l’Italia del 2013 è un territorio sconvolto dalla crisi e soggetto a scosse telluriche improvvise. Tutte le sorprese sono possibili. Del resto, nelle elezioni di febbraio, Berlusconi e il suo centrodestra sembravano alla canna del gas. Invece la rimonta li ha portati a un’incollatura dal centrosinistra guidato dall’imprevidente Bersani.

Adesso Bersani non conta più niente. Ma anche sotto la guida provvisoria di Epifani, il Partito democratico è sempre una banda di pazzi. Non pochi dei big vengono dal Partito comunista italiano. Ma hanno imparato poco dal loro insuperabile maestro: Palmiro Togliatti.

Il Migliore era il campione mondiale del cinismo politico. Non appena sbarcato in Italia dall’Unione sovietica, era la fine del marzo 1944, si affrettò a fare un governo con quel vecchio arnese del maresciallo Badoglio, un militare che aveva servito a lungo il fascismo. E riconobbe persino la monarchia dei Savoia, purché al posto del vecchio Vittorio Emanuele III subentrasse come reggente il principe Umberto.

Se Togliatti fosse ancora vivo, avrebbe già risolto la questione dell’agibilità di Berlusconi. Con qualche trigomiro gli salverebbe l’agibilità politica e il posto in Senato. I suoi eredi, compresi quelli allevati nella grande cuccia democristiana, fanno l’esatto contrario. Tutte le sere, su tutti i telegiornali, ci offrono un bla bla da mattoidi suicidi. Per loro l’unica soluzione possibile è l’espulsione del Berlusca dal Senato. Mostrano sempre pollice verso, da pupazzi che si credono imperatori.

I timori del Pd – I big democratici si comportano così perché temono l’ira della loro base militante ed elettorale, in gran parte giustizialista. Forse non si rendono conto di affogare in un paradosso stomachevole: quello di un gruppo dirigente che non è in grado di dirigere nulla. Fanno rimpiangere persino l’ingrigito Max D’Alema che, da premier del centrosinistra, nel marzo 1999 decise di partecipare alla guerra della Nato contro la Serbia di Slobodan Milosevic.

Meritandosi gli sberleffi di Nichi Vendola che lo bollò cosi: «Grevemente atlantico, goffamente demagogico, cinicamente spoglio di dolore, con una spocchia da statista neofita ». Si trovò messo alla berlina persino dall’Unità, il giornale che aveva diretto. Certe paginate a fumetti di Sergio Staino lo ritraevano come un politicante vanitoso che, nel brindare a champagne con Sofia Loren, diceva di stesso: «Il dramma dell’Italia è che possiede una sola, vera mente politica: la mia! ».

Se il centrodestra è alla frutta, il centrosinistra non sa decidersi neppure se mangiare le mele o le pere. Purtroppo non siamo a una mensa della Caritas. Le due bande si trovano di fronte a una nazione sempre più esasperata. Per questo è bene che stiano attente all’ira dei calmi.

Non scherzare con il fuoco è la regola numero uno di qualsiasi politico decente. Vale per il Cavaliere e per il signor X che guiderà per davvero i democratici. Se volete morire, scavate pure la fossa per voi. Ma non per i poveri cristi che vi guardano sempre più in cagnesco.


C’è la ripresa? Subito i cretinetti aumentano l’Iva
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 26 agosto 2013)

I signori del governo hanno appena finito di dirci che la crisi sta per concludersi, dato che si intravedono pallidi ma incoraggianti segni di ripresa, e già meditano – anzi programmano – di aumentare l’Iva di un punto: dal 21 al 22 per cento.

Però, che soddisfazione. Nel darci la brutta notizia, hanno precisato che il ritocco dell’imposta è indispensabile perché mancano alcuni miliardi di euro alla quadratura del bilancio. Una panzana, considerato il fatto che i conti dello Stato non sono in pari dai tempi in cui Berta filava.

Lorsignori ragionano così da sempre. Aprono il cassetto, scoprono che è vuoto, ma non si chiedono perché non c’è più il becco di un quattrino. Pensano piuttosto a riempirlo subito. Come? Ovvio: aumentando le tasse, cioè chiedendo altri soldi ai cittadini esausti, dissanguati e sull’orlo di una crisi di nervi. Ignorano, i cretinetti, che negli ultimi 15 anni la spesa pubblica è cresciuta quasi del 70 per cento e che, pertanto, questa e non altra è la causa del dissesto finanziario. Se ne fossero edotti, non esiterebbero a provvedere coerentemente: ossia a riportare quelle uscite, abnormi rispetto alle entrate, entro limiti tali da non creare deficit e da contenere il debito pubblico.

Ecco perché li abbiamo definiti cretinetti. Non sono capaci neppure di tenere la contabilità della serva pur spacciandosi per politici oculati o addirittura per economisti di alto profilo, professori di rinomate università. Intendiamoci, il nostro severo giudizio non riguarda soltanto l’esecutivo in carica, ma tutti i governi che si sono succeduti nei secoli dei secoli fino a provocare il disastro attuale.

Qualcuno osserverà: cosa volete che sia un punto in più di Iva? Non inciderà molto sul portafoglio piangente dei connazionali. A parte il fatto che un punto per volta, a forza di assommare punti, siamo arrivati a un tetto insostenibile, occorre precisare: i consumi sono scesi e seguitano a scendere; per rilanciarli bisognerebbe abbassare i prezzi: questo lo capisce anche uno studente di terza ragioneria. Nemmeno per sogno. Enrico Letta e la sua orchestrina stonata, adottando lo spartito del celebre bocconiano Mario Monti, fanno il contrario: li alzano. Cosicché la gente, quando andrà al supermercato o in boutique, è lo stesso, dovrà sganciare più quattrini. Non avendone in quantità sufficiente, che farà? Comprerà di meno o non comprerà affatto. Risultato, ne soffrirà l’incasso dei commercianti; automaticamente le aziende produrranno meno merci e, in compenso, la disoccupazione registrerà nuovi incrementi.

È così che si combatte la crisi? Non bastasse, il Consiglio dei ministri dominato dalla sinistra lungimirante, dopo aver congelato la prima rata dell’Imu, ha in animo di scongelarla nei prossimi mesi. Motivo? Il problema è il solito: poiché la spesa, lungi dall’essere stata tagliata, è cresciuta a dismisura, serve denaro per affrontare l’inverno, quando le casse, tanto per cambiare, saranno vuote. Con quale effetto è facile immaginare. L’edilizia sarà colpita da paralisi, i proprietari di immobili dovranno sborsare cifre pazzesche, addio investimenti nel mattone e i poveracci afflitti dalle rate del mutuo daranno fondo alla tredicesima per pagare l’orrenda imposta, con tanti saluti alla ripresa di cui cianciano i soloni che ci amministrano malamente.

Il Pil è già colato a picco e il debito pubblico schizzerà in cielo. Però qualche sciocchino dirà che lo spread è salvo. E gli italiani in bolletta festeggeranno a pane e acqua.


Il Pg della Cassazione acquisisce la registrazione dell’intervista ad Esposito
di Franco Grilli
(da “il Giornale”, 26 agosto 2013)

La Procura generale della Cassazione ha acquisito nella sede del Mattino, a Napoli, la registrazione integrale dell’intervista al magistrato Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Suprema Corte che ha confermato la condanna a 4 anni per Silvio Berlusconi nel processo Mediaset.

A renderlo noto è stato lo stesso quotidiano.

L’audio del colloquio tra il giornalista Antonio Manzo e il giudice, della durata di 34 minuti, è stato consegnato dal direttore del Mattino, Alessandro Barbano, dopo che a questi era giunta una richiesta formale da parte della Procura generale della Cassazione nell’ambito degli accertamenti avviati dopo la pubblicazione dell’intervista al magistrato.

L’acquisizione rappresenta – a quanto si apprende – un “atto dovuto” dal momento che il magistrato aveva affermato che l’intervista era stata “manipolata”. Si inquadra nella fase pre-disciplinare, mentre nessuna azione disciplinare è ancora stata avviata formalmente dal Pg.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart