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Due articoli

12 Giugno 2012

La tentazione nazionalista
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 12 giugno 2012)

A grandi pericoli corrispondono grandi opportunità. Proprio perché la costruzione europea è oggi a rischio di distruzione esiste anche l’opportunità di darle nuovo slancio. Ha ragione l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl: la questione dell’Europa coincide con la questione della pace. Persino in un’epoca che si fa beffe della memoria storica si deve sapere che la storia d’Europa è una storia di guerre. Continuare a lavorare nel cantiere europeo, impedire che venga smantellato, serve soprattutto alla pace.

Per discuterne utilmente bisogna però rimuovere alcuni ostacoli: pregiudizi, modi sedimentati di guardare la realtà, che la deformano. Alcuni anni fa, una studiosa di cose europee, Vivien Schmidt, scrisse che il funzionamento dell’Unione è stato a lungo un caso di policy without politics , di politiche pubbliche senza politica. L’Unione macinava quotidianamente «politiche » (agricola, commerciale, monetaria, eccetera) ma la «politica » – intesa come conflitto e competizione aperta fra visioni differenti – era esclusa dall’ambito europeo, restava relegata negli ambiti nazionali.

Oggi, con la crisi dell’euro, le cose sono cambiate: la «politica » è entrata nelle felpate stanze dell’Unione. Ma un lungo periodo di policy without politics ha lasciato una impronta. Una eredità negativa è il carattere tradizionalmente stereotipato, ripetitivo, del dibattito pubblico sull’Europa. Un dibattito nel quale, a lungo, c’è stato spazio solo per due posizioni: l’europeismo acritico e l’antieuropeismo. O si era europeisti, e si accettavano supinamente, senza discutere, istituzioni, procedure e politiche generate dall’Unione, o si era antieuropeisti, nostalgici delle sovranità nazionali. Chiunque fosse convinto del valore della casa comune europea ma esprimesse dubbi su questo o quell’aspetto dell’integrazione, o della filosofia che la giustifica, si vedeva additato come antieuropeista. Ciò ha strozzato il dibattito, ha fatto male all’Europa. Gli antieuropeisti ci sono ma ci sono anche, per parafrasare Romano Prodi, gli «europeisti adulti », refrattari alle ortodossie e ai catechismi. Se si vuole salvare l’Europa se ne deve parlare senza tabù, liberamente.

In un precedente articolo (Corriere , 4 giugno), ho scritto della distanza che separa le élite europeiste tradizionali dai cittadini comuni. Un effetto di tale distanza è che, spesso, queste élite tendono a imputare solo alle «classi politiche nazionali » le resistenze che impediscono una piena integrazione politica. Senza avvedersi di quanto forte sia sempre stata, su questo punto, la tacita solidarietà fra classi politiche nazionali e cittadini.

Prendiamo il tema tabù per eccellenza: il nazionalismo. Per la concezione dell’Europa che chiamo «ortodossa » è impensabile che il nazionalismo (l’identificazione in quella «comunità immaginaria » che è la propria nazione) possa tuttora essere più forte della identificazione nell’Europa. Quando si ammette l’esistenza del nazionalismo (si veda l’articolo di Giuliano Amato, Emma Bonino e altri, «La spinta necessaria a un’Europa politica », Corriere , 6 giugno, che rappresenta al meglio la posizione ortodossa) lo si associa al «populismo ». Come se, ad esempio, il nazionalismo in Francia riguardasse solo gli elettori lepenisti. Non è così. Non solo in Francia il nazionalismo è vivo e vegeto e ha fino a ora impedito ai suoi governi di sottoscrivere proposte di rafforzamento dell’Europa politica ma è vitale anche in molti altri Paesi.

Non sono nazionalisti solo gli antieuropeisti dichiarati. Lo sono anche i governi, sostenuti dai rispettivi elettori, che non rinunciano ai vantaggi dell’Unione ma vogliono piegarla ai propri interessi nazionali. Sembra di tal fatta anche la recente proposta di Angela Merkel di una maggiore integrazione politica: il progetto di una «piccola Europa », che escluda i Paesi «non in ordine » secondo i criteri tedeschi. Non, si badi, un’Europa a leadership tedesca (che nessuno potrebbe sensatamente rifiutare) ma dominata dai tedeschi. Non si può più ignorare il peso del nazionalismo, bisogna farci i conti per impedire che distrugga l’Unione.

Allo stesso modo, senza preconcetti, bisogna interrogarsi sugli ostacoli che hanno fin qui impedito di accrescere la rappresentatività delle istituzioni europee. Nessuno sa come potrebbe funzionare una democrazia sovranazionale multilinguistica di dimensioni continentali (la storia degli Stati Uniti d’America è assai diversa dalla nostra). E nessuno sa come convincere gli elettori a non rimanere abbarbicati alla democrazia nazionale. C’è un rapporto fra la distanza dell’elettore dall’arena rappresentativa per la quale vota e la sua sensazione di poter controllare i rappresentanti. Anche se, con l’integrazione, i governi e i parlamenti nazionali hanno perso il controllo su tante aree decisionali, molti elettori mantengono l’idea, o l’illusione, che sia più facile per loro condizionarli.

Nell’intervento sopra citato, Amato, Bonino e gli altri firmatari criticano la mia affermazione secondo cui il Parlamento europeo ha fallito il suo scopo principale. Lo ribadisco: quella istituzione ha ben poco a che fare con la «sovranità popolare ». Gli elettori che votano alle elezioni europee lo fanno più per lanciare messaggi ai partiti dei propri Paesi che per concorrere a formare un’inesistente «volontà popolare europea ». Per questo mi è parsa una buona idea la proposta dell’ex ministro tedesco Joschka Fischer di creare una Camera bassa, limitata all’eurozona, ove siano rappresentate sia le maggioranze che le opposizioni di ciascun Paese. Per calamitare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle alleanze che vi si stipulano e le decisioni che vi si prendono. Non ci serva la riproposizione di formule stantie. Servono nuove idee, e la ricerca di intelligenti alternative, per impedire che il cantiere comune europeo venga smantellato.


“Schnell, frau Merkel”. Ora il Sole s’accorge chi affonda l’Europa
di Andrea Indini
(dal “Giornale”, 12 giugno 2012)

Hanno macinato mesi di crisi economica, ma alla fine se ne sono accorti chi sta mandando all’obitorio l’Europa e la moneta unica. A sette mesi dalla prima pagina “Fate presto”, che contribuì al passo indietro dell’allora premier Silvio Berlusconi, oggi Il Sole 24Ore si è finalmente accorto chi c’è dietro alla recessione: frau Merkel coi suoi niet e le sue politiche economiche che hanno messo in ginoccio la Grecia.

Adesso sul quotidiano della Confindustria campeggia la scritta “Schnell, frau Merkel”, ossia “Faccia presto, signora Merkel”.

“Signora Merkel, così non può andare avanti – scrive il direttore Roberto Napoletano nel suo editoriale – non farà molta strada se continuerà ad essere indifferente alla rabbia dei greci, distante dall’orgoglio ferito degli spagnoli, dalle paure italiane e dalle angosce francesi”. Ma cosa è cambiato in questi mesi? Il 10 novembre dello scorso anno i poteri forti (tra cui anche Confindustria, per l’appunto) avevano deciso che il governo Berlusconi doveva cadere. Da qui il titolone a caratteri cubitali: “Fate presto”. Di lì a pochi giorni il Cavaliere lasciava Palazzo Chigi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “incoronava” Mario Monti presidente del Consiglio. Allora sembrava che il professore sarebbe stato in grado di rimettere a posto tutti i mali del Belpaese. Morale? Piazza Affari è ancora in balia della speculazione estera, lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi veleggia verso la soglia dei 500 punti base, la disoccupazione è aumentata di altri due punti percentuali, la pressione fiscale è pericolosamente aumentata, i consumi sono ulteriormente arretrati. Insomma, la ricetta Monti non ha funzionato: prima dell’arrivo di SuperMario l’Italia era sull’orlo del precipizio (come figurava su una copertina dell’Economist), adesso è in caduta libera. Ora, però, il Sole 24Ore se la prende con chi di dovere. La Merkel, appunto.

Nell’editoriale pubblicato oggi Napolitano sottolinea che “tirare fuori 100 miliardi di euro per difendere le banche spagnole” e ritrovarsi con gli spread di Italia e Spagna a livelli vertiginosi è “solo l’ultima spia di un allarme rosso che lei si ostina a voler ignorare”. Per salvare l’euro, il quotidiano della Confindustria suggerisce alla cancelliera tedesca tre misure fondamentali da mettere in cantiere: “garanzia unica per i depositi bancari europei”, “accesso diretto al Fondo salva-Stati (Efsf) da parte degli istituti di credito” e “unificazione dei debiti pubblici europei distinguendo (Paese per Paese) il carico degli interessi ma neutralizzando così l’azione della speculazione sui tassi dei titoli sovrani dei Paesi del sud Europa”. Da qui l’appello alla Germania e, quindi, a frau Merkel: “Non è suo interesse mettere a terra le economie europee dove continua a collocare oltre il 60% del suo export e a detenere gran parte degli asset esteri”.

Che qualcosa si sta finalmente muovendo lo dimostra il fatto che anche l’altro quotidiano dei poteri forti, il Corriere della Sera, s’è desto. Angelo Panebianco mette in guardia i lettori dai nuovi nazionalismi: non solo gi antieuropei, ma anche quei governi che, pur non rinunciando ai vantaggi dell’Ue, piegano l’Eurotower ai propri interessi nazionali. “Sembra di tal fatta anche la recente proposta di Angela Merkel di una maggiore integrazione politica – avverte Panebianco – il progetto di una ‘piccola Europa’ che escluda i Paesi ‘non in ordine’ secondo i criteri tedeschi”.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart