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Scalfari, la logica e i fascisti di sinistra

8 Dicembre 2012

di Paolo Flores d’Arcais
(da “MicroMega”, 8 dicembre 2012)

Eugenio Scalfari ha dato del “fascista” a chi critica le tesi del Quirinale sul conflitto con la Procura di Palermo. Un’accusa infamante, secondo il più classico stilema staliniano di chi, in mancanza d’argomenti, vuole intimidire i dissidenti. Così, per discutere nel merito, il direttore di MicroMega lo sfida ad un confronto pubblico.

[Questo articolo può essere riprodotto integralmente o parzialmente da qualsiasi testata, purché venga citata per esteso la fonte]

Fascisti di sinistra. Questa l’offesa sanguinosa, l’oltraggio irricevibile per ogni democratico, scagliato da Eugenio Scalfari. Che a conclusione del suo incenso per la sentenza già scritta (così Gustavo Zagrebelsky) della Corte Costituzionale pro-Napolitano, accusa chi si è fin qui opposto alle tesi del Quirinale di aver manifestato una “consapevole quanto irresponsabile posizione faziosa ed eversiva che mira a disgregare lo Stato e le sue istituzioni. Sembra quasi un fascismo di sinistra”. Tratti pure da eversore chi non la pensa come lui, ma “fascista” questo no, questo non è tollerabile, Scalfari ha passato il segno.

Oltretutto, tra quanti hanno sostenuto la posizione che a dire di Scalfari merita tanto infamante etichetta ci sono tre dei più illustri collaboratori del quotidiano da lui fondato (in primis Franco Cordero, che il giorno dopo il peana scalfariano ha scritto proprio su “la Repubblica” un testo di micidiale razionalità che rade al suole quel “Te Deum”, cospargendovi sale). Oltre a MicroMega e al modestissimo sottoscritto, suo direttore. E ovviamente all’intera equipe del “Fatto quotidiano”, cha ha su Scalfari ormai l’effetto del drappo rosso sul toro. Dunque, se si deve rispettare la logica (e Scalfari la vuole certamente rispettare, poiché ha da tempo annunciato di sentirsi soprattutto un filosofo) il fondatore di Repubblica ha dato del “fascista” anche ad alcune delle personalità più eminenti della sua stessa testata. L’aggiunta “di sinistra” non attenua, visto che molti fascisti “di sinistra” erano estremisti del regime, pasdaran diremmo oggi, fascistissimi, insomma.

Naturalmente si può non rispondere, si può tacere per sovrabbondanza di carità cristiana o per la profondità del disprezzo (e/o della pena) che l’autore dell’insulto, con la sua enormità, può generare nell’animo di chi lo subisce. Io invece, in nome della stima, e perfino dell’affetto che fino a qualche tempo fa ho nutrito per Eugenio, non lo snobberò col silenzio ma considererò piuttosto la sua infamante accusa “sine ira et studio” (come insegna il suo collega Spinoza).

E in primo luogo: Scalfari con l’espressione “sembra quasi”, preposta a “un fascismo di sinistra”, potrebbe volersi ispirare al principio etico di cautela che il suo collega filosofo Hans Jonas riteneva ormai imprescindibile. Escludo a priori, infatti, che la sua ingiuria nasca dal riflesso automatico di chi il “fascismo di sinistra” lo conosce perché lo ha fatto (secondo la lezione “verum et factum convertuntur” di un altro suo collega, il Vico). Tali riflessi pavloviani sono più frequenti in chi vuole rimuovere un passato scomodo, e invece Scalfari ha ammesso i suoi trascorsi fascisti tanto in una lunghissima intervista a Pierangelo Buttafuoco sul “il Foglio” di Giuliano Ferrara del 29 maggio 2008, quanto nel recentissimo “Meridiano”, aperto dalle 66 pagine del suo “Racconto autobiografico”, dove a pag.LXXXVI ricorda che scrisse su “Roma Fascista” parecchi articoli, “sul partito, sulla guerra, sull’Europa del futuro come sarebbe stata dopo la vittoria dell’Asse, che era fuori discussione” (veniale la dimenticanza del tema razza e antiebraismo, quando in un articolo del settembre ’42 inneggia al “fattore principale e necessario” dell’Impero: “la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”, reiterando con: “Gli imperi moderni quali noi li concepiamo sono basati sul cardine ‘razza’, escludendo pertanto l’estensione della cittadinanza da parte dello Stato nucleo alle altre genti”).

Quello di Scalfari, inoltre, non è un riflesso condizionato, poiché egli ha bensì sempre ammesso il suo fascismo, ma fascismo tout court, senza pretendere di fregiarsi di un “fascismo di sinistra”. Il suo prudenziale “sembra forse”, perciò, oltre che una dotta citazione filosofica da Jonas, non esplicitata per modestia (secondo l’insegnamento “vivi nascosto” di un altro collega di Scalfari, Epicuro) deve avere una diversa spiegazione (un filosofo non scrive mai nulla a vanvera). L’unica plausibile è una moderata presa di distanza da Iosif Vissarionovič DžugaÅ¡vili detto Stalin, di cui Scalfari ha deciso di assumere epiteti, linguaggio e “logica” ma con il quale non vuole completamente identificarsi. Accusare di “fascismo” chi a sinistra non si allinea è infatti il più classico stilema staliniano, la forma più vieta della retorica sia del “Padre dei popoli” che del “Migliore” tra i suoi allievi, una sorta di biglietto da visita di chi, a sinistra, in mancanza di qualsiasi argomento vuole bollare e intimidire dissidenti, pericolosi per la ricchezza di ragioni logico-fattuali in grado di addurre.

Probabilmente non è un caso, perciò, ma un cortocircuito dell’inconscio, freudianamente rivelatore, se l’infamante chiusa scalfariana contro chi ha osato dubitare dell’assolutezza delle sue “ragioni” è il sigillo staliniano a un articolo/ditirambo pro-Napolitano, quello stesso Napolitano che nel Congresso del Pci chiamato a discutere la rivolta operaia d’Ungheria del ’56 (“fascista” secondi i gerarchi dell’Urss) e a reprimere il dissenso motivatissimo di Antonio Giolitti contro i carri armati, si esibiva in un peana staliniano d’annata: “L’intervento sovietico in Ungheria … ha contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione … a salvare la pace nel mondo”.

Quanto agli argomenti sulla questione Napolitano vs Procura di Palermo, propongo a Scalfari un’ovvia sfida: un confronto pubblico, in un teatro o in una trasmissione televisiva, non appena la Consulta avrà pubblicato la motivazione della sentenza. Sfida ovvia, poiché la filosofia è essenzialmente dialogos e altrettanto ovvio che un filosofo quale è Scalfari a questa forma di riflessione con cui il suo collega Socrate ha inaugurato la storia del pensiero Occidentale troverebbe umiliante sottrarsi.


L’ascensore che non sale più
di Dario Di Vico
(dal “Corriere della Sera”, 8 dicembre 2012)

L’abilità di Giuseppe De Rita nel produrre lessico serve a raccontarci meglio l’evoluzione della società italiana e quest’anno ci consegna il termine «smottamento ». Il ceto medio che a spanne rappresenta il 60% delle famiglie sta subendo un netto declassamento, retrocede. I suoi redditi si contraggono, la ricchezza posseduta diminuisce, il posto di lavoro salta. Sotto i colpi della crisi la società, dunque, subisce un profondo mutamento. I commercianti abbassano le saracinesche, gli artigiani non ce la fanno a reggere l’urto della recessione e delle tasse, il management intermedio è il primo a pagare le politiche di ristrutturazione aziendale, i piccoli professionisti viaggiano spaesati. Il fenomeno, almeno per una volta, non è unicamente italiano ma attraversa tutti i Paesi sviluppati e lo dimostrano le cronache politiche di questi mesi che ci hanno riportato come sia Franí§ois Hollande sia Barack Obama abbiano scelto come motivo conduttore delle loro campagne proprio questo tema. Per onestà va aggiunto che da noi è più bassa che altrove la mobilità sociale e il turnover generazionale più difficile. L’ascensore italiano viaggia al contrario e cresce quantitativamente la parte inferiore del ceto medio, ingrossata dalle famiglie straniere e dal vertiginoso incremento del numero dei singoli. La percentuale di connazionali che vive in «tipologie di famiglie non tradizionali » in meno di venti anni è cresciuta dal 7,6 al 17,3%.

Viene facile da pensare che anche da noi, come in Francia e negli Stati Uniti, chi aspiri a vincere le elezioni debba in qualche maniera confrontarsi con l’Agenda del signor Rossi, con le priorità delle classi medie italiane. Speriamo solo che ciò non avvenga spargendo a piene mani la cattiva moneta delle promesse impossibili da mantenere. C’è da auspicare, invece, che sia la politica sia la rappresentanza sociale rivolgendosi al ceto medio «smottato » sappiano coniugare la visione con la responsabilità. Perché tutto sommato la straordinaria vitalità della società italiana può tornare a produrre valore.

Prendiamo le relazioni industriali. Se le parti accettano di chiudere il librone del Novecento e in azienda prevale un clima di collaborazione ne possono scaturire aumenti di produttività, riapertura delle carriere professionali, nuovi istituti della contrattazione. Lo stesso vale per le relazioni tra banca e impresa, dove oggi abbondano l’afasia e il sospetto si può costruire invece un confronto più ricco che renda veramente meritocratica la concessione del credito, governi il ricambio generazionale, accompagni le aggregazioni tra piccole imprese. Sono solo degli esempi, per carità, altri ne andrebbero individuati nel campo dell’istruzione, delle professioni e della pubblica amministrazione perché è essenziale che i soggetti della società sappiano ripensare il proprio ruolo dentro la crisi, si riposizionino. L’analisi, però, non sarebbe completa se non investisse le élite , «gli dei della città » per dirla con De Rita. La distanza con il popolo è cresciuta, la crisi ha favorito le culture oligarchiche, i circuiti chiusi, le solidarietà di casta. Perpetuando questi riti un Paese non è destinato ad andare molto lontano. Forse prima dei taxi dovremmo liberalizzare proprio le élite.


Addio al ceto medio sulla nave dei folli
di Marco Politi
(da “il Fatto Quotidiano”, 8 dicembre 2012)

L’Italia ripiombata indietro di un ventennio. Stipendi al livello del 1997. Tre milioni e mezzo di persone alla fame. Due milioni e mezzo vendono i preziosi come in tempo di guerra. Undici milioni si preparano gli alimenti in casa per risparmiare sull’acquisto. È un susseguirsi di dati implacabili – dal Censis all’Istat, ai rapporti dei sindacati o della Cgia – che testimoniano la desertificazione del ceto medio, la crescita abnorme del precariato giovanile e over-trentacinquenne (tre milioni e mezzo almeno), cui si accompagna nelle aziende l’indebolimento sistematico dell’ex classe lavoratrice.
Il crollo del ceto medio, che nei paesi avanzati costituisce la spina dorsale della società e abbraccia praticamente tutti i mestieri – dal lavoratore dipendente e dall’impiegato alle partite Iva, dal piccolo imprenditore al medio professionista – significa il segnale di allarme rosso per una nazione.

Il dramma è che la classe politica non sembra esserne realmente consapevole. Come su una nave di folli il gran tema, nella tempesta, è l’election day. Il dosaggio di astensioni, fiducia e semifiducia in Parlamento. Il toto-candidati. L’aerea “agenda Monti”.

Berlusconi, a cui le mamme, zie e nonne che invocava nei suoi appelli alla nazione dovrebbero strappare ogni pelo del parrucchino, punta a scassare tutto per difendere la sua “roba” a futura memoria. I pidiellini corrono a baciare la pantofola. L’Udc non ha neanche idea di un riformismo come quello della Dc nel dopoguerra. Montezemolo and his band si baloccano con il neoliberismo. Grillo inveisce contro l’Europa e seleziona al buio i suoi futuri deputati. Il Pd non va oltre le frasi su “un po’” di lavoro e “un po’” di sviluppo in più. Monti è ancora convinto che l’aborto di riforma del lavoro della Fornero sia un pregevole passo in avanti. Verso dove non si sa. Famiglie, sanità, istruzione sono da salvare. C’è un Paese disperato, che vuole rialzarsi, e non trova nella classe politica quello scatto di reni, quel coraggio di un New Deal, quella forza di progettazione al di là dei tagli lineari, di cui ha urgentemente bisogno.

Dice il Censis che il 52 per cento “prova rabbia”. Sono proprio un popolo paziente gli italiani.


Riprende il duello tra populisti e oligarchie?
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 8 dicembre 2012)

Caro Ferruccio de Bortoli, ho letto il tuo editoriale sobrio e moderato, com’è nel tuo stile,sul Corriere della Sera. Sei preoccupato, a giustamente, della sorte del centrodestra ed esprimi giudizi coerenti con le tue idee e la tua posizione di direttore del Corsera , garante e portavoce di certi equilibri editoriali e bancari.

Non entro nel merito. Vorrei però contestare la tua analisi: tu dici che se il centrodestra s’arrocca intorno a Berlusconi, farà spostare il baricentro del prossimo governo verso Vendola e la Cgil. Credo che sia vero esattamente il contrario: finché c’è Alfano e la sua linea moderata che fiancheggia il governo Monti, Bersani punta a unire tutta la sinistra, da Vendola alla Cgil. Invece se scende in campo Berlusconi e comincia ad attaccare i tecnici, accade l’inverso: Bersani si riavvicina a Monti e cerca di contrapporre un fronte moderato, europeista e tecno-sinistro al populismo smoderato di Berlusconi.

La piccola controprova è che alla prima critica di Berlusconi contro i tecnici, Bersani ha replicato ribadendo l’appoggio pieno a Monti. E non solo: quando Berlusca riprenderà il tormentone dei comunisti, Bersani tutto potrà fare meno che spostarsi più verso Vendola e la Cgil, per non spaventare i moderati. So che a te personalmente non piace, ma se Berlusconi scende in campo, al Corriere toccherà tifare con la Repubblica per Bersani e il suo abbraccio con Monti e Casini. Tutti insieme, sinistra, giornali, tecnici e potentati, nella partita tra populismo e oligarchie.


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Bart