L’editoriale di Maurizio Belpietro

[Con questo primo articolo, è mia intenzione pubblicare in futuro scritti che ritengo significativi, apparsi sui quotidiani. Questo è pubblicato oggi da Libero. bdm]

VOGLIONO ARRESTARE SILVIO
di MAURIZIO BELPIETRO

Non è mai bello vantarsi di aver avuto ragione, ma se la questione su cui si è visto giusto riguarda l’operazione per far fuori Berlusconi è anche peg ­gio. Qualche giorno fa, infatti, avvi ­sammo i lettori che erano iniziate le grandi manovre per scalzarlo, titolan ­do «Assalto finale a Silvio ». A indurci a credere che si fosse giunti alla resa dei conti erano stati diversi indizi, non ultimi quelli giunti dal fronte delle Procure di Bari e Napoli. Eppure anche noi che fiutavamo l’ac ­cerchiamento intorno al Cavaliere non immagi ­navamo che la tenaglia stesse per stringersi tanto in fretta. Al contrario pensavamo che, seppur nell’angolo, il premier avesse a disposizione qualche settimana per organizzare la difesa. In ­vece così non è e lo si è capito ieri, con la richiesta avanzata dai pm campani, i quali hanno ingiunto a Berlusconi di presentarsi dinnanzi a loro entro domenica, pena l’accompagnamento coatto ne ­gli uffici del pubblico ministero.

Mai si era visto un magistrato mi ­nacciare un presidente del Consiglio di farlo prelevare dai Carabinieri per condurlo a testimoniare. Neppure si era mai assistito a una richiesta tanto ultimativa nei confronti di un capo di governo. In genere il galateo istitu ­zionale aveva consentito di regolare le faccende giudiziarie con maggior garbo, evitando strappi o incidenti diplomatici. Ma se i pm napoletani sono giunti a una simile risoluzione è perché, come gli squali, hanno fiuta ­to l’odore del sangue. È inutile na ­scondere come stanno le cose. Il Ca ­valiere è azzoppato e come una pre ­da ferita è inseguito da un nugolo di predatori, i quali fanno a gara a chi lo azzannerà per primo. In questi anni il sogno di ogni pm d’assalto è stato di porre fine alla stagione di Berlusconi arrestandolo. Ora i procuratori di Napoli sono vicini a realizzare il sogno.

Quello che non è riuscito a Di Pie ­tro, Borrelli, Boccassini e tutti gli altri magistrati che si sono occupati di lui, potrebbe essere portato a compi ­mento dalla Procura campana, per la più secondaria e meno rilevante del ­le vicende che lo hanno visto coin ­volto. Nella faccenda della presunta estorsione di Valter Lavitola e Giam ­paolo Tarantini il presidente del Consiglio figura come parte lesa. Ma proprio la storia dei soldi dati ai due (800 mila euro, sostengono i pm), per paradosso rischia di essere la sua tomba politica. A differenza di tutte le altre Procure che per diciassette anni lo hanno accusato di ogni ne ­fandezza, quella di Napoli sta pro ­vando a incastrarlo dichiarandolo vittima. E non è escluso che, se gli av ­vocati del Cavaliere non si inventano qualche soluzione, alla fine ci riesca.

Fino ad ora, ogni volta che è stato messo nel mirino, Berlusconi da im ­putato ha respinto le accuse e non si è presentato di fronte ai pm. Ma co ­me persona offesa, che secondo le toghe campane è stata oggetto di un’estorsione, non si può avvalere della facoltà di non rispondere. Il di ­ritto che è concesso agli imputati non può essere invocato dai testimoni, dunque in base al codice il premier è tenuto a rispettare la convocazione dei magistrati. E proprio qui sta la trappola. Nelle vesti di teste, Silvio ha l’obbligo di dire tutta la verità e nient’altro che la verità. Non può es ­sere reticente né può vantarsi di aver fatto qualcosa che riguarda solo lui e le persone cui ha prestato o regalato i soldi. E in più non ha diritto ad essere assistito dal proprio legale. In una si ­mile posizione se il presidente del Consiglio esita, o si mostra reticente, rischia. Anche le manette.

È vero che i parlamentari sono protetti dall’immunità e non posso ­no essere arrestati senza l’autorizza ­zione del Parlamento. Ma vi è un’ec ­cezione: la flagranza di reato. Se un onorevole viene colto mentre sta contravvenendo al codice, le guaren ­tigie non valgono e può essere messo in gattabuia come un delinquente qualsiasi. La tagliola sta lì, pronta a scattare. Se Silvio non dice quel che sa, il pm lo può arrestare in flagranza per falsa testimonianza. Ve lo imma ­ginate un presidente messo ai domi ­ciliari? Sarebbe la fine. E la celebra ­zione di chi avesse dato l’ordine di far scattare i braccialetti intorno ai polsi del premier. Che fosse il capo della Procura di Napoli Giandomenico Lepore (il quale fra un mese se ne an ­drà in pensione) o uno dei suoi sosti ­tuti poco importa: finirebbe sui libri di storia come il primo magistrato che ha ingabbiato un presidente del Consiglio in carica.

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