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LETTERATURA: Kafka #1/5

15 Settembre 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

La Verwandlung (La Memaorfosi), la novella più sconvolgente di Kafka, rivisitata con l’aiuto alle lettere che lo scrittore ha scritto in quel periodo alla sua “amata” Felice

Mi sono spesso chiesto, e a dire il vero sono quasi quaranta anni che me lo continuo a chiedere…, perché il mito di Kafka avvinca tante persone, indipendentemente dall’età e dal sesso. Uomini e donne, una volta avuta la “disgrazia” di imbattersi in questo autore sofferente e dannato ad un tempo, ne restano affascinati e riscoprono nel proprio intimo cromosomi kafkiani. La sofferenza, che è poi il presupposto quasi naturale da cui nascono   i grandi autori, viene condivisa; l’angoscia di cui Franz fu vittima per l’intera sua vita è la stessa che spesso riconosciamo in noi; le sensazioni di panico che contraddistinguono “La tana”, con quell’animale letteralmente terrorizzato da un nemico che non conosce e non vede, ma la cui presenza viene avvertita come un incubo da cui non si può scappare, sono identiche a quelle che molto spesso ci hanno paralizzato. Il non riconoscersi nel mondo in cui si vive e si opera che porta Gregor a riconoscersi in un immondo, gigantesco, mostruoso scarafaggio, sono sensazioni spesso provate. Questo lento quanto ineluttabile riscontrare in noi stessi le stimmate kafkiane ci ha reso familiare lo scrittore di Praga, che senza volerlo ha anticipato   e previsto i dolori che affliggono l’uomo, quello antico e quello moderno.   Ma bastano questi riscontri per suggellare l’universalità di uno scrittore che tutto avrebbe voluto, mano che diventare uno spettro doloroso per i suoi lettori. Il fascino della sofferenza ha da sempre attirato come la luce di una candela quelle farfalle notturne che, irresistibilmente ammaliate, le girano attorno fino a restarne abbrustolite.

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Per capire l’universo “Kafka”, su cui ormai da quasi un secolo si affannano centinaia di studiosi provenienti da tutto il mondo, basterebbe concentrarsi su una tra le sue prime produzioni – “La Metamorfosi”- quella che meglio di ogni altra rispecchia la vita tormentata di un trentenne impiegato senza passione, alle prese con una quotidianità che, mortificando ogni alternativa, lo condanna ad un’esistenza grigia,   ripetitiva e per certi versi spettrale. Siamo alla fine del 1910 e i Diari di quel periodo, punteggiati da tutta una serie di riflessioni terribilmente “sofferte”, sono una testimonianza di un faticoso “trascinarsi” contraddistinto da un disperato quanto vano dibattersi per venire fuori dalle sabbie mobili di una quotidianità scandita da orari precisi,   impietosi, spesso considerati una vera tortura. L’ufficio è il tormento più vivo di questo periodo e continuerà ad esserlo fino a quando le sue condizioni non gli offriranno l’occasione per scrollarsi di dosso quell’impietosa “condanna”. Una sensazione da lui già lucidamente avvertita nell’ottobre del 1907, proprio alla vigilia del suo primo impiego e subito comunicata ad una sua cara amica del tempo, Hedwig Weiler: “… la mia vita è adesso completamente rivoluzionata. Ho, a dire il vero, un posto con appena 80 corone di stipendio e dalle 8 alle nove ore di lavoro che non finiscono mai, ma le ore in cui non sono costretto a lavorare le divoro come un animale selvaggio…”. Proprio a partire da quel periodo cominciano a farsi strada dentro di lui i due “complessi” da cui non riuscirà più a liberarsi; la colpa e la relativa pena contraddistingueranno d’ora in avanti un labirinto in cui finirà col perdersi e da cui non riuscirà a venire fuori. Inghiottito nei meandri di una quotidianità avvilente si sente già “condannato” ad una vita indegna di essere vissuta e cerca inutilmente di farsene una ragione, annotando sul suo diario con estrema lucidità le prospettive cui sarebbe inevitabilmente andato incontro (19 luglio 1910): “…mi è tremendamente chiaro che fino a quando non riuscirò a liberarmi dal mio ufficio, sono semplicemente perduto. Si tratta soltanto di tenere – fino a quando è possibile – il collo così alto da non affogare…”.

Una condizione già parecchio deteriorata che solo due mesi dopo (4 ottobre) assume toni desolanti: “ Sono inquieto e velenoso…   Se ci penso, mi sembra di non poter resistere in ufficio neppure se mi dicessero di essere libero entro un mese…”. Kafka trascorre interi periodi alla ricerca di momenti “tranquilli”, in grado di favorire la sua vocazione di scrittore già alle prese con i primi racconti, che in parte erano già stati pubblicati nel 1908 nella rivista “Hyperion” edita da un amico letterato, Franz Blei. Nel frattempo l’antologia si era ampliata fino a comprendere 18 racconti brevi,   su cui si sofferma   l’attenzione   del giovane editore Kurt Wolff, della casa editrice Rowolht Verlag di Berlino. Il primo a credere fortemente nelle qualità di quel giovane introverso, appena laureatosi all’Università di Praga in giurisprudenza, sarà il suo amico Max Brod, a cui del resto questo volume sarà dedicato. Max Brod, figlio di un noto direttore di Banca, faceva parte di quell’elite praghese con interessi d’avanguardia che guardava con curiosità a quanto accadeva in quegli anni nel cuore dell’Europa, tenendo soprattutto gli occhi puntati sulla   scena di Berlino, la metropoli che si stava imponendo nel panorama letterario europeo. Kafka non può che essere coinvolto in questa brigata, anche se si porta dietro il cruccio e il peso di aver dovuto accettare un impiego –   “Lebensbrot” da lui presto definito –   per   rendersi almeno finanziariamente autonomo dai pesanti condizionamenti di un padre autoritario e per nulla disposto a tollerare in famiglia le “bizze” letterarie di un figlio su cui aveva puntato molto per un auspicato “salto” sociale. Kafka soffre terribilmente per questo suo intimo disagio; sa di non potersi dedicare come avrebbe voluto a quella “vocazione” che sente dentro di sé e lentamente di consuma in quel suo lavoro di routine che lo impegna per tutta la giornata lasciandogli a disposizione solo le notti. Cominciano a manifestarsi anche i primi disturbi fisici;   trascorre insonne intere notti e viene addirittura dilacerato dal timore di   non essere sano, di essere preda di un malessere sconosciuto che mina la sua stessa esistenza: “…non ho dormito per tre notti, al più piccolo tentativo di fare qualcosa, mi ritrovo subito completamente privo di forza…”. Siamo nel novembre del 1911, Kafka cerca di analizzare questa sua condizione e ne parla con un giovane   conoscente,   Gustav Janouch, che anni dopo fisserà   nei suoi “Colloqui con Kafka” il ricordo di quelle accorate “confessioni”: “Forse dietro questa insonnia si nasconde solo una grande paura della morte. Forse temo che l’anima, una volta abbandonatomi durante il sonno, non   possa più ritornare. Forse l’insonnia è solo la coscienza troppo piena della colpa, che teme di essere rapidamente giudicata…”. Ecco riapparire quella condizione esistenziale che lo accompagnerà per tutta la vita,   impregnandone abitudini e comportamenti. In quel mese di novembre continua la sua ossessione   che gli fa balenare un improvviso ma ineludibile fallimento fisico e morale (22.11.1911): “Di certo c’è che la mia condizione fisica costituisce un ostacolo al mio sviluppo. Con un corpo del genere non si può ottenere nulla. Mi dovrò abituare al suo permanente fallimento. Stamattina mi sono svegliato in completo stato confusionale dopo le ultime notti travagliate da sogni selvaggi, in cui tra l’altro ho dormito pochissimo…”.

Questo il Kafka che si trascina stancamente attraversando gli ultimi mesi del 1911. L’anno che sarebbe sopraggiunto non avrebbe registrato nessuna novità “esistenziale” di particolare rilievo; anche se dal punto di vista letterario si dimostrerà molto fruttuoso e finirà col diventare – come ammetterà egli stesso – il suo anno più fecondo. In effetti non aveva mai cessato di portare avanti la scrittura, l’unica attività in cui credeva ma da cui, data la sua   innata modestia non si riprometteva nulla. Ma proprio in quel periodo era impegnato a comporre “Il Fuochista”, destinato a diventare il primo capitolo del futuro romanzo “America”, e subito dopo, in seguito ad un incontro “occasionale” a casa Brod e che sarebbe dovuto risultare determinante per la sua vita, avrà modo di buttar giù in una sola notte ( 22 e 23 settembre) “La Condanna” Queste composizioni, assieme alla “Metamorfosi” composta verso la fine di quell’anno, verranno da lui stesso definite “le mie creature” e saranno oggetto di una precisa richiesta indirizzata al suo editore Kurt Wolf:   “Ho una sola preghiera, che tra l’altro ho espresso nella mia ultima lettera. “ Il fuochista”, “La metamorfosi” (che è una volta e mezza più lunga del Fuochista) e “La condanna” sono una sola cosa, esteriormente ed interiormente; ‘c’è tra loro un legame evidente ed ancora di più un segreto… Non vorrei rinunciare a rendere evidente questo nesso magari pubblicando un volume intitolato “I figli”… (2.4. 1913)”. Nel secondo semestre del 1912 ci imbattiamo in un Kafka notevolmente diverso; un autore freneticamente impegnato a fissar su carta il suo mondo, a catturare i suoi spettri, a convivere con essi per dare poi loro una struttura letteraria per certi versi sconvolgente.   Cos’è successo a Kafka in quella seconda metà del 1912 a spingerlo in una produzione così felice? Di certo decisivo sarebbe dovuto risultare   l’incontro   avvenuto a casa di uno dei suoi amici più intimi, quel Max Brod che gli rimarrà affettuosamente vicino per tutta la vita e a cui avrebbe inutilmente “intimato” di bruciare quelle sue poche opere che era riuscito faticosamente a buttare giù in un’intera esistenza da lui considerata inutile e per di più improduttiva. Ad incuriosirlo in quella cena conviviale una signorina di venticinque anni, Felice Bauer, di origini ebraiche, amica della famiglia Brod e da tempo in contatto con l’elitario circolo “intellettuale” degli Ebrei di Praga, per il suo volontariato sociale svolto negli ambienti berlinesi più disagiati. Proprio a questa fanciulla,   in seguito definita “allegra, sana, sicura di sé”, Kafka quella   sera del 13 agosto 1912   avrebbe rivolto   la sua   attenzione, anche se al primo impatto gli era sembrata   una“domestica”   e, almeno dalle prime impressioni ricevute, ne avrebbe fatto un ritratto disarmante: “viso ossuto, vuoto, che metteva in risalto questo vuoto…”.  Proprio a questa creatura finirà con l’aggrapparsi con la disperazione di un naufrago in cerca di un qualche appiglio.

Ci metterà più di un mese, trascorso a cercare l’indirizzo della Ditta presso la quale quella sconosciuta berlinese lavorava, a farsi vivo… Avrebbe di sicuro fatto prima a chiederne il relativo indirizzo all’amico Max Brod, ma già questa “riservatezza” tradisce un notevole imbarazzo e nasconde il delinearsi di un sentimento di cui egli stesso ha “timore”. Finalmente il 20 settembre trova   il “coraggio” di scriverle alla ricerca di un timido approccio: “Gentilissima signorina! Per il caso facilmente possibile che Lei non si possa ricordare   per nulla di me, mi presento ancora una volta: mi chiamo Franz Kafka e sono quel tipo che Ella ha salutato per la prima volta la sera a casa del direttore Brod a Praga, mostrandogli tutta una serie di fotografie di un viaggio e che alla fine con la mano con cui adesso batte i tasti, tenne la sua, strappandole la promessa di voler   fare assieme a lui il prossimo anno   un viaggio in Palestina…”. Questo l’inizio più o meno “banale” di una corrispondenza che ben presto avrebbe assunto connotati sempre più “stringenti” conditi da chiari segnali di sofferenza. Kafka ci tiene a farsi conoscere e non trova di meglio che inviarle una settimana dopo (28 settembre) la sua prima pubblicazione “Betrachtung”. La risposta non avviene nei tempi che Kafka si era augurato e questi piccoli, ripetuti ritardi gli daranno modo di elaborare tutta una serie di elucubrazioni in cui finirà con l’avvitarsi e di cui sarà la prima vittima. Egli,   nella missiva del 13 ottobre passa in rassegna varie possibilità sull’origine  di  quella mancata risposta, passando dallo smarrimento della lettera stessa alla mancata consegna, senza   escludere una sua “leggerezza”, come quella   di aver inserito nella sua lettera – irgendeine Dummheit – (una qualche cretinata) capace di   aver disturbato la sensibilità di Felice. In questo suo disperato bisogno di informazioni si rivolge anche a   Sophie Friedmann, la sorella di Max Brod, alla quale invia alcune lettere nella speranza di avere notizie al riguardo, fino a quando finalmente arriva la tanto sospirata lettera di Felice alla quale Kafka risponde immediatamente (23 ottobre) per poi fare seguito, in modo più articolato, il giorno dopo. In questa comunicazione le anticipa l’uscita presso la Rowohlt di Lipsia di una pubblicazione del comune amico, Max Brod, programmata per la primavera prossima   “Jahrbuch für Dichtkunst”, che avrebbe contenuto una sua piccola storia “Das Urteil” (La condanna) su cui campeggiava una semplice dedica “für Fräulein Felice B.” . Quasi a scusarsi di quell’insolita “sfrontatezza” aggiunge che il motivo di quella dedica era da ricercarsi dalla semplice preoccupazione “affinché lei non riceva regali solo da altri”, corredando il   tutto con una precisazione: “la storia nella sua essenza – per quanto riesco a vedere – non ha nessuna relazione con Lei, se non che la signorina che viene fuggevolmente citata si chiama Frieda Brandenfeld, e quindi come ho notato più tardi, ha in comune con Lei l’inizio delle lettere del nome. L’unica relazione consiste piuttosto nel fatto che la piccola storia cerca da lontano di essere degna di Lei” E questo vuole esprimere anche la dedica”. Solo quattro giorni dopo (27 ottobre) un’altra lettera,anche questa molto articolata; in essa tra l’altro si fa espresso riferimento a quella “promessa” di un viaggio comune in Palestina,   concordata la sera stesso del loro primo incontro… D’ora in poi le lettere diventano quasi giornaliere, Kafka comincia a tessere una rete invisibile ma   fitta di cui Felice rimarrà inevitabilmente   “prigioniera”.

Le ammissioni non possono essere equivocate; le lettere di Felice cominciano ad assumere un’importanza vitale: “quando finalmente questa lettera è qui, allora credo per un attimo di essermi tranquillizzato, di potermi saziare con   essa e che la giornata trascorrerà bene”. (31 ottobre). Il giorno dopo (1 ° novembre) arriva   la prima ammissione “sconvolgente” :   “La mia vita consiste ed in fondo è da sempre consistita di tentativi di scrivere e per lo più falliti. Se tuttavia non scrivessi, allora giacerei già a terra, sul pavimento degno ad essere spazzato via”. Ma non è questa la sola confessione contenuta in quella lettera d’inizio novembre;   Kafka sembra non avere più alcuna remora e si “denuda” di fronte a quella sua “corrispondente” a cui continua a rivolgersi con un rispettoso “Liebes Fräulein Felice!”: “Adesso ho ampliato la mia vita grazie al pensiero rivoto a Lei e non trascorre un quarto d’ora, una volta sveglio, in cui non abbia pensato a Lei e molti quarti d’ora in cui non faccio altro in cui non faccio altro. E perfino questo sta in stretta correlazione col mio scrivere, a condizionarmi è   solo l’andamento dello scrivere e di sicuro in un periodo di scarsa produzione non avrei mai trovato il coraggio di rivolgermi a Lei”. Il tono della lettera è “intimo”; Kafka si dilunga sulle sue abitudini e cerca di partecipare quanto sia determinante per la sua quotidianità ricevere lettere da Berlino. In questa sua disanima divide in due le sue notti, che si compongono di una parte vissuta da sveglio e di una   da insonne, aggiungendo “sconsolato” : “se volessi parlargliene in modo dettagliato e Lei avesse voglia di ascoltare, non ne verrei mai a capo”.  Il giorno dopo (!) ancora una puntualizzazione su quello che rimaneva il suo insuperabile cruccio: “descrivere il mio lavoro d’ufficio, non mi fa per nulla piacere. Di per sé non ne vale la pena che Lei ne sia informata e non è neppure il caso che io ne scriva…”. D’ora in poi le lettere diventano giornaliere e non di rado questo bisogno di rapporto quotidiano ha bisogno di essere espresso anche più volte al giorno. La corrispondenza diventa un vero e proprio “assedio”,   un inarrestabile incalzare di domande spesso futili ma tutte volte ad “entrare” nella vita dell’altra. Non di rado in esse si rispecchia la sua insopprimibile sofferta ansia di dover accusare il mancato arrivo della tanto attesa lettera… Il 4 novembre, a conclusione di due lunghe giornate non “confortate” dall’arrivo di un’attesa lettera, un altro “malcelato” rimpianto: “Ho scritto ogni giorno (questo non vuole essere il benché minimo rimprovero, dato che il farlo mi ha reso felice), ma non mi merito veramente una parola? Una   parola sola? Anche se la risposta dovesse essere: “Di Lei non ne voglio più sapere”…E adesso mi lasci rimanere sconsolato seduto alla   mia sconsolata   scrivania”. Il giorno dopo di lettere ne sarebbero arrivate due e in più corredate dall’incredibile   “promessa” – Cuore, ascolta, una lettera al giorno! -. Nella stessa lettera torna ancora una volta martellante la paura di non valere nulla: “È possibile che quanto scrivo non valga nulla, ma allora di sicuro e senza dubbio sono io a non valere assolutamente nulla”. Ossessionato da una presenza che diventa sempre più ingombrante non di rado si fanno strada in lui sensi di “colpa”, di quella colpa ora generica, ora particolare di cui non riuscirà mai a liberarsi.

Nel caso specifico prende coscienza dell’involontario “tormento” che le sue lettere potrebbero procurare a quella “creatura” a cui si è intimamente affezionato e non può fare a meno di esprimerlo. Nella lettera del 7 novembre, in cui l’aggettivo d’esordio da “Liebes” diventa Liebstes” (superlativo), le sue preoccupazioni assumono contorni precisi: “…ma col mio essere, a causa del mio essere La tormento”.  Dalle lettere che riceve ha notato che quella sua “nuovaumana sicurezza che gli è stata regalata” ha un prezzo durissimo. Felice non è più quella creatura gaia da lui conosciuta a casa Brod   la sera del 13 agosto: “… Lei si sente agitata e turbata, piange in sogno, la qual cosa è peggiore che rimaner svegli a guardare la coperta..”. La causa “involontaria” di questo cambiamento è unicamente da addebitare a lui, o meglio a quella indistinta, triste “violenza” di cui egli si sente vittima e che lo spinge a coinvolgere nella sua infelice vicenda umana quella fanciulla senza colpa alcuna. Ormai alla soglia dei trenta anni Kafka si riscopre vittima di un sentimento totalitario che non gli lascia scampo; incapace di superare da solo quella molteplicità di sensazioni che gli divora l’anima deve onestamente ammettere nella lettera dell’8 novembre: “… Se fossimo assieme, me ne starei zitto, dato che siamo distanti, devo scrivere, altrimenti morirei per la tristezza. Chissà se ho bisogno io più di Lei della stretta di quella mano, non di quella mano che tranquillizza, ma di quella che dà più forza…”. Prigioniero di una situazione sentimentale che è incapace di tenere sotto controllo si fanno sempre più laceranti i dubbi sulla sostenibilità di un rapporto a due che procura più sofferenza che gioia. In questo stato d’animo butta giù la notte del 9 novembre la bozza di una lettera, che però non ha il coraggio di spedire… Essa comunque risulterà determinante per comprendere l’angoscia e la disperazione di momenti che purtroppo   sarebbero stati destinati a non rimanere isolati…: “Carissima Signorina! Lei non mi deve scrivere più e anche io farò lo stesso. Sarei costretto a renderLa infelice con i miei scritti e non ci posso fare nulla. Per rendermene conto non avrei avuto bisogno di contare tutte le battute d’orologio di questa notte; l’ho avuto chiaro fin dalla mia prima lettera e se nonostante tutto ho cerato di aggrapparmi a Lei, per questo avrei meritato di essere mandato al diavolo, ammesso che non lo sia già stato… Dimentichi velocemente lo spettro che sono e viva gioiosamente e tranquilla come prima.” A superare   quel fine settimana d’inferno contribuiscono, e non poco, le tre lettere ricevute tutte assieme   lunedì 11 novembre. Kafka ha ritrovato serenità e reagisce laconicamente – “la sua bontà è infinita” – ripromettendosi di tornare sull’argomento il giorno stesso, anche per recuperare la giornata di silenzio di domenica: “Imbuco questo lettera così com’è, perché soffro che nessuna mia   lettera a lei indirizzata sia per lo meno per strada. Quindi un a risentirci tra   un   paio di ore”.   Il giorno stesso Kafka riprenderà la corrispondenza, felice di constatare che il rapporto affettuoso con Felice, che credeva irrimediabilmente compromesso, esiste ancora.

Questa lettera   contiene tra l’altro una promessa   “d’ora in poi scriverò lettere brevi anche perché voglio dedicarmi completamente al mio romanzo che tra l’altro appartiene anche a Lei…” e un preciso riferimento: “La storia che sto scrivendo si intitola “Der Verschollen” (Lo scomparso) e si svolge esclusivamente negli Stati Uniti d’America…”. È della stessa giornata un’altra lettera in cui finalmente le si rivolge col “Tu” e al contempo, grato di non aver spedito la “terribile” lettera di sabato sera in cui le proponeva in effetti di rompere quella sofferta relazione, la ammonisce di  scrivere   solo una volta la settimana; il suo “stato di salute” non gli avrebbe permesso di sostenere il “peso” di lettere giornaliere… Proposito tuttavia che verrà subito disatteso; troppo forte il bisogno di avere un contatto epistolare che fosse il più frequente possibile: “ …Non parliamone più. Riceverò di nuovo le Tue lettere, scrivi quando vuoi e meglio quando puoi…” (14 novembre). Per una migliore comprensione degli stati d’animo in cui si dibatteva Kafka in quella metà di   novembre 1911 basta ricorrere ad una lettera che Max Brod avrebbe indirizzato il 15 di quel mese a Felice Bauer, che aveva segretamente incontrato a Berlino…:”La prego di essere comprensiva nei confronti di Franz e della sua sensibilità spesso sofferente. Egli è vittima dello stato d’animo momentaneo. È un uomo che vuole solo l’assoluto, non essendo mai disposto a compromessi. Per fare un esempio se non sente in sé la forza necessaria per scrivere, se ne sta   per mesi senza farlo invece di accontentarsi di una scrittura mediocre. E così come nella letteratura è in tutto il resto…. Nelle questioni ideali non sopporta scherzi, è terribilmente serio e con la conseguenza che, avendo una salute cagionevole e dovendo fare i conti con condizioni di vita non proprio favorevoli (Ufficio!), si determinano conflitti, per il superamento dei quali bisogna aiutarlo con comprensione e bontà, nella convinzione che un tipo così unico e meraviglioso debba essere trattato diversamente da come si faccia con milioni di gente normale. – Molto soffre Franz per essere costretto a rimanere giornalmente in ufficio fino alle due. Di pomeriggio è rilassato, di conseguenza gli rimane pienamente   a disposizione solo la notte. E questa è una tragedia! E nonostante tutto è impegnato a scrivere un romanzo che mette in ombra tutta la letteratura che io conosco. Cosa sarebbe capace di fare se fosse libero e in buone mani…” . Risale alla stessa giornata una lettera di Kafka a Felice in cui lo scrittore accusa “il tormento” di non aver ricevuto risposta a quattro sue lettere…: “.. eppure per me sarebbe già tanto! Un segno della tua vita, una conferma di essersi legato a qualcosa di vitale. Domani arriverà, anzi deve arrivare una lettera altrimenti non so cosa fare…”. Nel frattempo di quella relazione   “tormentata” viene al corrente anche Julie, la madre di   Kafka, a cui stava particolarmente a cuore la sorte di quell’unico figlio maschio, introverso e taciturno – “… darei volentieri alcuni anni della mia vita, se potessi così comprargli la felicità” -.  Ma questa confessione affettuosa e confidenziale al contempo è anche una testimonianza di quanto fosse grande l’incomprensione della madre per il suo unico figlio maschio: “Che egli nel tempo libero si occupi di letteratura lo so da parecchi anni. L’ho tuttavia sempre considerato un passatempo…”.


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Bart