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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LEGGENDE: La tomba di Dante

18 Marzo 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]    

Il 28 febbraio 2009 giungo a Ravenna insieme con altri compaesani di Montuolo. Siamo una comitiva che si concede qualche distrazione nel corso di ogni anno, recandosi in città d’arte, e apprezzandone tanto la bellezza che la cucina. I montuolesi (o montolesi) sono gran mangiatori. Stare a tavola con loro è un piacere degli occhi. Chiacchierano mentre masticano il cibo, si raccontano pettegolezzi e barzellette, e ogni tanto alzano il bicchiere per rinvigorire e rinfocolare la parola. Uno di questi ha un ventre che spaventa, dentro il quale potrebbe entrare un bue intero. Di solito faccio il fotografo del gruppo per poi ordinare le foto nel sito del paese, mettendole così a disposizione di tutti. Pietrino Lippi è il cineoperatore, invece; gira il film e ne fa poi un montaggio da vero professionista.
Dunque, siamo in piazza del Popolo, poi in Piazza Garibaldi, ed ecco che si vede spuntare là in fondo, in disparte, quasi nascosto, il tempietto dedicato a Dante Alighieri.   A Ravenna, infatti, Dante morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321 vinto dalla malaria, come secoli dopo sarà sconfitta dalla malaria Anita Garibaldi, che proprio nei dintorni della città lasciò questa vita terrena.
La città è stata per secoli circondata da paludi e acquitrini malsani. Divenne importante sede dell’impero bizantino, come in precedenza degli Ostrogoti (è ancora ben conservata la tomba di Teodorico) proprio perché, circondata dall’acqua, era praticamente inespugnabile. Le volte che è caduta in mano agli invasori è stato perché qualcuno ha tradito e aperto le porte delle sue mura. Dopo la malaria, la subsidenza ha fatto il resto; ossia il suolo cedevole ha fatto sprofondare la città, così che architetti e ingegneri hanno dovuto faticare le sette camicie per salvare i monumenti più significativi.
Non lo è certo, significativo, il tempietto che accoglie i resti del Sommo Poeta, costruito alla fine del ‘700 dall’architetto locale Camillo Morigia, per ordine del Cardinal Legato Luigi Valenti Gonzaga. Anche all’interno il lucido sarcofago di marmo non presenta ragguardevoli pregi. Il bassorilievo che lo sovrasta fu opera di Tullio Lombardo che lo scolpì nel 1483 su commissione di Bernardo Bembo, podestà della Repubblica Veneta, cui in quegli anni apparteneva la città.
Una volta dentro il tempietto, se si alza lo sguardo, si vede calare dal soffitto una lampada votiva, che viene alimentata dall’olio che i Fiorentini donano ogni anno alla città di Ravenna.
I Fiorentini hanno tentato più volte di far trasferire a Firenze i resti del loro maggiore concittadino, ma hanno sempre fallito. Stavano per riuscire con Leone X, della famiglia de’ Medici, eletto Papa l’11 marzo 1513, che autorizzò il trasloco. A realizzare la tomba fu chiamato nientemeno che Michelangelo, il quale, in calce alla supplica inviata dai Fiorentini al Papa, aveva scritto questa postilla: “al divin Poeta fare la sepoltura nuova chondecente e in Lhoco onorevole in questa città.”
Quando la cosa sembrava ormai fatta, si posero in mezzo i vicini frati francescani, a ridosso del cui convento si erge il tempietto. Svelti svelti, zitti zitti,   trafugarono le ossa e le nascosero, di modo che, giunti i Fiorentini, trovarono il sarcofago vuoto.
Allorché, secoli dopo, le leggi napoleoniche imposero la chiusura di conventi, chiese, monasteri e sciolsero gli ordini religiosi, sempre gli stessi frati tornarono, nel 1810, a nascondere le ossa di Dante in una cassetta   che fu murata in una colonna situata nel praticello adiacente al tempietto, e tutto sarebbe andato perduto se nel corso di certi lavori di restauro,   il 27 maggio 1865, essa non fosse stata casualmente ritrovata.
Oggi Dante riposa nel suo modesto e umile tempietto, visitato dai turisti ma obnubilato dalle straordinarie e superbe opere d’arte, soprattutto musive, che adornano la città di Ravenna. Si pensi ai mosaici della Basilica di Sant’Apollinare in Classe, della Basilica di San Vitale, del Battistero degli Ariani, del Mausoleo di Galla Placidia.
A Ravenna, dunque, un Dante quasi nascosto, ancora ferito, ancora esule. Non riuscirò mai a perdonare i frati che impedirono a Michelangelo di costruire a Firenze una tomba degna della grandezza e universalità del Poeta. Ancora oggi i Fiorentini lo attendono. Hanno pronto per lui in Santa Croce il cenotafio che nel 1829 costruì Stefano Ricci, non discosto dalla tomba che il Vasari edificò nel 1570 per il divino Michelangelo. Se è vero che i Fiorentini furono spietati con il “ghibellin fuggiasco”, costretto a chiedere ospitalità ai vari signori del tempo, è vero anche che oggi tutti lo amano e sono orgogliosi di lui, come è anche vero che Dante amò sempre la sua città, nonostante le abbia indirizzato spesso infuocate invettive.
Io lo so che Dante vorrebbe tornare a Firenze e lì restarci per sempre. Io lo so che il giorno che i frati trafugarono le sue ossa per sottrarle ai Fiorentini, egli pianse. Sapeva del valore di Michelangelo. Una tomba da lui costruita avrebbe lenito le sue tante sofferenze e riparato alle ingiustizie commesse su di lui dalla città amata.
Saprete, come ho già scritto nella leggenda “La Pieve San Paolo, Dante e il buccellato”, che a Lucca, presso la bella chiesa della Pieve San Paolo, certe sere, seduto sugli scalini, si può incontrare Dante Alighieri, che lì sostava, dopo essersi rifocillato con “quel pan bon che fanno a Lucca”, in occasione dei suoi viaggi da Firenze per portare ai Reggitori della città talvolta importanti ambascerie, o per venire a trovar la gentile Gentucca.
Così, dopo esser rimasto deluso della sua tomba ravennate e dispiaciuto dell’occasione mancata di un sepolcro costruito dal grande Michelangelo, volli, una volta tornato da Ravenna, recarmi, nei giorni seguenti alla Pieve. Non ebbi fortuna per vari tentativi. Finché una sera vidi da lontano una piccola ombra luminescente che stava seduta sui gradini della Chiesa.
«È lui! È lui!” dissi tra me con il cuore che mi saliva in gola. Accelerai il passo, dopo aver lasciato in disparte l’auto per non spaventarlo, e fui presto davanti a lui. Non potevo sbagliarmi. Era il Dante con il naso aquilino tramandato dai secoli. Ciò nonostante, a bassa voce, un po’ tremante, domandai per sincerarmene:
«Sei Dante? »
»Son io » mi rispose subito quando vide che avevo sottobraccio la ciambella di buccellato.
«E quello è il pan bon?” aggiunse.
«So che ne sei goloso, così ho pensato di fartene dono. »
«Ed io ti ringrazio. Esser venuto fin qui per un pensiero tanto gentile ti fa onore. »
Mi vergognavo di confessargli che non ero venuto per portargli il buccellato, bensì, egoisticamente, per soddisfare una mia curiosità. La mia incertezza nel rispondere fece subito chiarezza nella mente di Dante.
«Tu vuoi qualcosa da me, non è vero? »
«Sono stato a Ravenna », cominciai.
«E hai visto la mia tomba, immagino. »
«L’ho vista. »
«E non ti è piaciuta. »
«Non mi è piaciuta, infatti. »
«Nemmeno ai Fiorentini piace e neppure ai Ravennati che la fecero costruire. »
«Sai che Michelangelo si era offerto di costruire lui la tomba in Firenze? »
«Lo so. »
«E non potesti fare nulla perché si adempisse il suo desiderio? »
«Nascosero le mie ossa, come saprai. »
«Furono i frati francescani del vicino convento? »
«Furono loro. »
«Io li maledico. »
Dante mi guardò con cipiglio. Sembrava volermi rimproverare.
«Lo avresti fatto anche tu. »
«Ma rifiutarsi al Papa e a Michelangelo! »
Ma Dante non riuscì a sostenere a lungo la sua indifferenza. Alla mia successiva domanda se egli ne fosse stato dispiaciuto, mi disse senza più alcuna remora:
«Sì, io piansi. Nonostante che Firenze sia stata crudele con me, io l’ho sempre amata e ancora l’amo. È la mia città. La città della mia giovinezza, la città dei miei sogni e delle mie speranze. »
«Pensa, Dante, che i frati con il loro comportamento impedirono che a Firenze si facesse la tomba più bella del mondo: una tomba per te costruita da Michelangelo! A Lucca, come saprai, abbiamo il tempietto edificato da Matteo Civitali che custodisce il grande Crocifisso nero, il “Re dei Lucchesi”, ma tu avresti avuto un tempio costruito dal divino Michelangelo. Sarebbero accorsi da tutto il mondo a vedere riuniti in un’opera ineguagliabile il divino Dante e il divino Michelangelo. Tutti i secoli passati e futuri si sarebbero raccolti in estasi davanti a voi. »
«Tu parli di cose ormai passate. Michelangelo non c’è più. Anche lui è chiuso in una tomba in Santa Croce. »
«Sì, non c’è più. Dio dovrebbe farlo resuscitare, però, quel tanto che basti per costruirti la tomba, come anche lui desiderava. »
«Chimere. »
«Vorresti tornare a Firenze? »
Mi guardò, mi tese le impalpabili braccia, tentò, mi parve, di abbracciarmi e di poggiare il capo sulla mia spalla.
«Aiutami » mi disse.
«Come posso fare? »
«Dì che Dante vuol tornare a casa. L’esilio non può durare oltre la morte. Non è giusto. È ancora una condanna. Una condanna che non ho mai meritato e che non merito. »
Se ne andò, dopo queste parole, scomparendo dietro la porta della Chiesa. Nella trasparenza del suo corpo, gli scorgevo sotto il braccio il mio buccellato.


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5 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 18 Marzo 2009 @ 18:58

    Suggestivo e commovente questo “incontro” con Dante, riflesso di una visione che pone in risalto quasi la venerazione per il sommo poeta e la diatriba ancora accesa tra Ravennati e Fiorentini in merito alla sua tomba.
    Il sommo poeta non può che essere vicino a noi ogni giorno attraverso la sua opera immensa, universale, ineguagliabile.
    Quanto da te, Bartolomeo, narrato lega molto bene Storia e fantasia
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Carlo Capone — 18 Marzo 2009 @ 20:31

    Nutro per Dante la venerazione di un figlio. E cerco come te, Bartolomeo, di mettermi nei suoi panni a proposito della sepoltura e altro.
    Ora, se è vero che Dante già in vita sapeva di essere Dante e quindi di meritare ben altra tomba e più di un modesto incarico dal Da Polenta, è anche certo che il rancore per chi l’aveva tradito, gli distrusse la casa, disperse la famiglia, lo indusse a una vita da esule – nel Trecento il bando dal proprio comune equivaleva alla morte civile- rimarrà per sempre infisso nel poema. Non ci posso credere che perdonò chi gli aveva fatto tanto male, non era nel suo stile, e lo dimostra quanto gli accadde in seguito.
    Vagò come un randagio in Casentino, tramando in tutti i modi contro Firenze, vide gli altri esuli prostrarsi, sdegnato virò allora in Garfagnana, presso signori generosi e un po’ silvestri, prima che il Gran Cane lo ospitasse come un qualunque trovatore. Da lui provò la delusione più cocente. C’era da assegnare la cattedra di Letteratura dello Studio di Verona, ma CanGrande, cui Dante aveva dedicato la Commedia, non mancando di leggergli i più bei canti, gli preferì chi sa chi tanghero di cortigiano. Non lo amava, il Della Scala, al più lo rispettava, probabile che il suo carattere lo infastidisse, certo è che Dante chinò il capo e abbandonò Verona.
    Non sappiamo né quando né per dove riprese a girovagare. Di Firenze recava un dolce ricordo, ccome si fa a cancellare una vita?, ma più forte, pertinace, lacerante, dovette essere l’odio per l’ingiustizia patita, senza traccia alcuna di ripensamento. In cuor suo qualche dubbio dovette averlo ma lo rivelò per interposta persona, quando ad esempio nell’Inferno fa dire a Farinata, anche lui cacciato da Firenze perchè ghibellino:

    la tua loquela ti fa manifesto
    di quella nobil patria natio
    alla quale ‘forse’ fui troppo molesto

    Seguendo la lezione del De Sanctis ho virgolettato il forse. Farinata nutre per Firenze la stessa ambivalenza di Dante, e Farinata è Dante, ce ne accorgiamo da quanta malinconia, che rimpianto, c’è in quel ‘forse’. Che io sappia è l’unica concessione fatta ai suoi sbagli ( ne aveva commessi, e come non avrebbe potuto, essendo uomo retto ma sanguigno e di parte?).
    Dunque seguiamolo nelle peregrinazioni, nei tormenti, i rancori, appena leniti dalla cura dei versi. Siamo intorno al 1313, il Poema è a buon punto, l’odio per i Fiorentini si stempera nelle brume padane. Perchè è in questa regione che Dante ha vagato dopo Verona, non si sfugge, e lo fa per almeno tre anni, movendosi per le fangose carrettiere della Padana in cerca di lavoro e protezione. Ormai è famoso – sissignori, lo era già in vita, la gente lo additava col rispetto dovuto a un gran poeta ma anche col timore per il negromante: “dicono che parli ai morti, consoce la strada per l’Inferno, guardagli la barba, sembra bruciata “) – ed anche i Signori lo tengono in gran conto, ne apprezzano i discorsi, ascoltano benigni i suoi versi, ma del suo dramma, le ansie, i desideri, nessuno che si curi. D’altronde non è tipo da esternare.
    Ai margini della pianura, oltre la foce del gran fiume, sorge tra acque marce una città tombale, fissa nel tempo per via di mausolei, chiese, conventi. Mai luogo dovette apparirgli più adatto. Ne è padrone un tipico avventuriero del Trecento, emerso dopo intrighi e lotte. Guido Novello da Polenta è signore di una corte di provincia, ormai lontana dalla storia come dal mare che si è ritratto. Nessuno saprà mai cosa accadde fra i due, saremmo disposti a dare l’anima per leggere un resoconto dei primi discorsi. A volte le grandi svolte della storia – o almeno, della storia di un grande – avvengono per eventi sussidiari. Forse bastò a Guido trovare le espressioni giuste, forse Dante scorse in quelle parole i segni di una pace che ormai urgeva. Come detto, Ravenna si prestava al suo ingegno, con i suoi silenzi, le brume, le acque montanti, e il suo signore era attratto da quell’uomo austero e illustre. A riprova del profondo rispetto, Dante ebbe un tetto dove poter scrivere e studiare ( anche in questo caso, quanto daremmo per riconoscere tra le viuzze della città medioevale quella casuccia e calpestarne i cocci), gli fu assegnato un vitalizio e pot+ riunire la famiglia – vale a dire i quattro figli maschi e l’ultimogenita, la prediletta Beatrice, più chi non ti aspetteresti mai: un fratello, il fedele Francesco. Di Gemma nessuna traccia, grazie alla parentela con la fazione dei Donati era sempre restata a Firenze. Dante non la citerà mai, perché mai amata, come del resto accaduto con il padre Alighiero, un vile usuraio).
    Ma ormai è tempo di limare, il poema è lì, tredicimila versi di un genio che smuove acqua e terra,e al tempo stesso guarda Dio in faccia. Ua potenza mai eguagliata. Al contrario del Gran Cane, Guido è signore premuroso, ne rispetta gli umori e attende che la sera venga e legga. In più, da quando ha ascoltato i versi che Dante ha scritto per Francesca, sua antenata, l’incanto, l’ammirazione e l’orgoglio attingono vertici inusuali per l’animo di un guerriero. Ma Guido non si limita ad ammirare, ascolta i giudizi del suo ospite, gli affida persino ambascerie.
    Non sapremo mai con che animo Dante sia partito per Venezia, mandato dal Da Polenta per dirimere una controversia tra la piccola signoria e la potente Repubblica. Mentre la carrozza volava lungo i lidi del Savio, costeggiava canali, rasentava le dune di sabbia tra le macchie di pini, forse lasciò andare la nuca e ripassò il discorso da tenere a Venezia, o forse rilesse mentalmente quel tal canto e il personaggio che andavano aggiustati. Da pensarci al ritorno, per adesso era piacevolmente preso. Quando traghettò a Comacchio si addolcì al fruscio dell’acqua, chi sa, magari riandando per contrappasso al maestoso Oceano del suo Ulisse. Non sappiamo nemmeno se a Venezia fu tenuto in conto. Forse parlò con un funzionario di media tacca, si produsse in ampi discorsi che, per essere tali, l’altro ascoltò annoiato. Forse, forse, forse, ma che sappiamo di Dante? Tutto e niente. Tutto perché la Commedia è un poema del tutto, perciò anche specchio dell’anima sua, niente perché Dante nella Vita Nova, il Canzoniere, le Rime e il Paradiso bara come un brigante, e dunque ignoriamo i suoi pensieri sparsi, le banalità del quotidiano, che so, la chiacchierata con la figlia Beatrice, la discussione con Francesco su quanto speso al mercato, il tuffo al cuore per un lontano riso femminile.
    Ci avrà pensato a quel riso, mentre la febbre lo assaliva, lo avrà fatto essendo certo che solo questo gli restava. La vita è strana, scommetteremmo che negli ultimi istanti, mentre le valli di Comacchio sbiadivano nella sera, avrà rivisto Beatrice, la Portinari, splendente nella grazia celeste. Io non ci credo, per me sarà riandato ad altri amori, più vissuti. Avrà sfiorato, con le ultime luci del pensiero, il volto di Lisetta, bella bella bella, come la luce a mezzodì sull’ Arno, avrà sorriso agli occhi di Violetta, giovane e ammiccante dirimpettaia, o forse no, avrà lisciato le guance, il collo, carezzato i seni della ridente Piera.
    Più niente, il barocciaio avrà sentito che delirava, un lieve sibilo a denti stretti a tenere la vita che se ne scappa. Così non riconobbe il suo lido, quanto gli era caro, con il bosco, la spiaggia, gli aghi di pino sparsi dappertutto. Non lo riconobbe, un po’ perché era sera e poi perché la morte non ha pudori. Lo trasportarono ancora vivo dentro casa, mi piace pensare che Francesco gli rimboccò le coltri. Qualcuno corse al palazzo di Guido. Che si precipitò, fremendo. Le torce illuminarono un lettuccio in legno grezzo e un lenzuolo bianco. Di un bianco un po’ diverso, simile all’alabastro, era il viso immobile dell’amico. Poi vennero i frati e posero la cassa su un carretto. Nella cappella semibuia Guido cantò le litanie, tralasciando di carezzare il pomo della spada. Quando fu fuori una donna incappucciata gli venne incontro. Le carezzò i capelli, ne trattenne i singhiozzi, poi fece un cenno ai suoi e andò via.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 18 Marzo 2009 @ 21:55

    Pagina splendida, Carlo. Grazie di avercela donata. C’è tanto amore. Amore di ammiratore e di discepolo insieme.

    Vedi? la mia leggenda ha prodotto il risultato magnifico del tuo commento. Ne sono fiero.

    Poi, però, lasciami sognare che anche Dante in cuor suo abbia negli ultimi giorni amato la sua Firenze. Nel bene e nel male, la sua opera ne è colma.

    Dante merita una sepoltura più degna e la merita a Firenze e dai Fiorentini. Mi perdoni Ravenna, alla quale andrà sempre il mio ringraziamento per l’ospitalità che ha dato al ghibellin fuggiasco.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 18 Marzo 2009 @ 22:17

    Grazie a Carlo per questa pagina ricca e stupenda. Carlo è veramente eccezionale, come eccezionale è anche il mio grande amico Bartolomeo. Fa piacere incontrare persone che scrivono bene e che hanno una grande cultura
    Gian Gabriele

  5. Commento by Carlo Capone — 18 Marzo 2009 @ 23:29

    Grazie a te, Bartolomeo, per l’opportuntà che dai a me e ad altri di sbizzarrirsi con lo spirito. A volte ci si prodiga per il bene senza sortire effetti, e altre lo si fa senza avvedersi di averlo fatto. Miracolo e misteri dell’animo umano.
    In effetti, piace anche a me figurarmi che – insieme a Viola, Lisetta e Pietra – negli ultimi istanti abbia ripensato alla sua Firenze. Si dice che in punto di morte scorra il film di una vita, e allora avrà rivisto la casa della nascita, la mamma persa da bambino, la festa in cui rivide Beatrice,i vicoli, le piazze, le torri e i quartieri di quella città austera, e poi il fiume, il Battistero, Santa Maria Novella, Santa Croce e il Campanile. Beh, sul campanile dovette operare di fantasia, era soltanto in abbozzo quando fu costretto a scappare. Giotto verrà a ultimarlo ben dopo il 1302.
    Ti saluto ringraziando ancora e altrettanto faccio con Gian Gabriele.

    Carlo

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