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Leggere un romanzo

22 Gennaio 2009
Questo articolo fu pubblicato il 2 giugno 2006 su vibrissebollettino, la rivista on line curata da Giulio Mozzi

(Qualche giorno fa mi è stato chiesto di scrivere un articolo su come io legga il romanzo. L’ho finito poco fa e spedito al richiedente, che gestisce un sito internet. Lo pubblico anche qui, perché non so se qualcuno abbia mai confessato in rete il suo modo di leggere e di intendere la lettura.)

Da qualche tempo, leggo solo romanzi, pochi saggi e poche poesie. Di poesie e di saggi ne ho letti, naturalmente, in passato, e dico che bisogna leggerli per sapere almeno quale ambiente variegato e affascinante sia quello della letteratura.
Succede poi che piano piano ci accorgiamo dei nostri limiti e che, per tanti motivi tra cui lo scarso tempo a disposizione e la notevole produzione letteraria di questi ultimi anni, non ci è più possibile seguire tutto. Alcuni ci riescono, vuoi perché leggono per professione, vuoi perché hanno capacità di lettura assai ampia, solida e rara.
Io rientro tra quelli che hanno dovuto scegliere. Non leggo per professione, ma per mio diletto, per l’amore che porto alla fantasia e alla creatività. Mi piacciono la musica, infatti, la pittura e il cinema, oltre alla letteratura.
Ho scelto di seguire il romanzo (molto meno il racconto) per una ragione semplicissima: che la costruzione di un romanzo è qualcosa di magico, che dà vita a paesaggi, personaggi e sentimenti la cui caratteristica è un insieme di bagliori che si illuminano ora a questo ora a quel lettore. Difficile che si trovino due lettori che abbiano cercato e visto le stesse cose in un romanzo. Tale magia si riproduce, ovviamente, anche nel racconto, ma in scala più ridotta. Non che il racconto sia da spregiare, anzi, il racconto richiede una esattezza e una perfezione assolute, quando, ovviamente, si tratti d’un buon racconto. Cose che possono mancare ad un romanzo, che riesce ad assorbire le piccole sbavature.
Tra i tanti romanzi che ho letto, devo confessare che quelli che si attagliano di più alla mia sensibilità sono i romanzi scritti tra l’Ottocento e la prima parte del Novecento. Naturalmente ci sono romanzi molto belli anche oggi (per restare in Italia, cito autori come Carlo Sgorlon, Gaetano Cappelli, Carmine Abate, Raffaele Nigro), ma sono sempre più rari quelli che si avvicinano alla mia sensibilità. Molto dipende dal fatto che non sono più giovane e che in questo momento in cui sto scrivendo ho passato i 64 anni; la mia formazione, dunque, risale a molto tempo fa, con tutte le conseguenze che ciò implica.

Quando si cominciano a leggere i primi romanzi non ci si comporta come quando li leggeremo dopo che, col passare degli anni, ne avremo fatto una certa esperienza. Si diventa via via sempre più esigenti, infatti; non ci si accontenta più di ciò che appare, ma si cerca ciò che è sottinteso, ciò che se ne sta nascosto e rappresenta l’humus che crea la bellezza e la magia di ciò che stiamo leggendo. È avvertita, quindi, ad un certo punto della nostra esperienza di lettori, la necessità di penetrare dentro il romanzo, di farsi avvolgere dalle sue luci e dalle sue ombre, di avere per cielo le parole e per selciato i loro molteplici significati. Ci si accorge così che il romanzo, visto da dentro, è un intrigo di percorsi, di strade e sentierucoli, tutti resi vividi da qualcosa o da qualcuno. Raramente ci si trova a percorrere uno di questi sentieri senza che ci si imbatta in un sentimento, una persona, un paesaggio e così via. Leggere un romanzo, perciò, è disporsi a compiere un viaggio dentro di esso, a immergervisi e a goderlo come si fa col paesaggio e con i passeggeri che ci girano intorno quando siamo seduti su di un treno. Solo che lì, dentro il romanzo, si deve andare a piedi e l’osservazione deve essere minuta, contemplata e conquistata attraverso l’emozione che ci trasmette.
A questo punto leggere il romanzo non è più come le prime volte, ossia una semplice lettura per trascorrere qualche ora di ozio sotto un ombrellone, o prima di addormentarsi o mentre siamo nel salottino di attesa di un qualche medico presso il quale abbiamo preso un appuntamento. È difficile, se non impossibile, che si possa leggere per davvero, compiutamente, un romanzo in queste situazioni. Coglierne, ossia, tutte o quasi tutte, le sue ricchezze.
Quando, ad esempio, leggo un romanzo, io non ascolto mai la musica, come so che altri fanno. La musica è un’arte a sé, che può sviarmi, introdurmi in un altrove che non appartiene al romanzo, inquinare le emozioni che esso mi può suscitare. Quando leggo un romanzo, mi circondo del silenzio: il più assoluto possibile. La mia mente non sta più nella stanza dove mi trovo, ma dentro il romanzo, e mi trasformo in un viaggiatore che s’inoltra tra i suoi personaggi e i suoi ambienti, in cerca dei significati di cui lo ha dotato il suo autore. Significati, si badi, che vivono in piena autonomia, che appartengono al romanzo e non all’autore, al quale addirittura possono perfino nascondersi.

Una lettura di questo tipo può essere facilitata se un lettore è anche un narratore, ossia se ha scritto qualche romanzo, o qualche racconto. Il motivo sta nel fatto che egli si è trovato alle prese con le esigenze della scrittura. Ha provato a tracciare taluni sentieri, ne ha percorso il tratto breve o lungo, è arrivato alla fine di esso, o è tornato indietro. Ha aperto altri sentieri, e tutti per disegnare nuovi viaggi e percorsi che si aggroviglieranno poi dentro una trama che diverrà sempre più grande, diversa spesso da quella immaginata in principio. Ebbene, questo speciale lettore, in realtà, si è dotato, con l’esercizio della scrittura (ma non sempre la regola è valida, ovviamente), di una capacità di attenzione e di analisi più sottile, più avvisata delle tracce lasciate dall’autore e fecondate poi dal romanzo stesso in piena autonomia. Ci sono crescite interne, cioè, che si avvertono soltanto se si riescono ad interpretare gli avviluppamenti che la trama mette in bella evidenza allo scopo, però, di nasconderne altri. In questo modo, si può intuire, discernere e, infine, capire.
La lettura a questo punto è diventata altra cosa da ciò che si pensava; non potrà mai più essere, almeno per me, uno strumento per trascorrere momenti di ozio e di piacere, bensì si è trasformata in un autentico studio, analitico e ossessivo, di una vita multiforme e complessa, annidatasi in un primo tempo, proprio come un feto, nel romanzo, di cui a poco a poco ha assorbito tutti i tessuti. Si è nella stessa situazione, ossia, in cui si trova uno scienziato che esamini al microscopio una cellula di dimensioni infinitesimali, che si sta moltiplicando per diventare una nuova realtà, una nuova creazione.

Quando sento dire da qualcuno che è riuscito a leggere un romanzo tutto d’un fiato, penso che siamo, lui ed io, due lettori diversi. Si badi: con ciò non voglio affatto dire che il mio modo di leggere sia migliore del suo, giacché non siamo uguali e le percezioni e le intelligenze sono differenti. Però dico che non leggiamo alla stessa maniera. In questi ultimi anni, non mi è mai successo, né potrà mai più succedermi, di leggere un romanzo tutto d’un fiato. Né potrà succedermi di leggere un romanzo fuori dal mio studio o dal mio ambiente familiare. Sarà difficile che qualcuno mi incontri dal dentista e mi trovi intento a leggere un romanzo, mentre sono in attesa del mio turno.
Il mio modo di leggere ha bisogno di alcuni strumenti indispensabili, infatti, senza i quali la mia lettura non potrebbe essere completa, e della quale non potrei mai essere soddisfatto.
Ma come leggo, fisicamente voglio dire, un romanzo?
Intanto non leggo mai in piedi, ma comodamente seduto. Ho davanti un piccolo tavolo, che si può ampliare alla bisogna, alzando due ali che stanno sui due fianchi, il sinistro e il destro; sopra il tavolino campeggia il pc portatile. Il pc mi è indispensabile perché vi appunto via via tutte le sensazioni e le osservazioni che mi suscita la lettura. Quasi sempre ormai, per un metodo che si è formato spontaneamente, la bozza che si viene formando è in realtà già l’ossatura del testo definitivo. Sì, perché di ogni lettura, sento ogni volta il bisogno di tramandarla dentro un testo. È il solo modo che ho per ricordarla per sempre. A distanza di anni, grazie a questa scrittura particolare – che io chiamo “la mia lettura” – sono in grado di ripercorrere, così, lo stesso viaggio e di ritrovare le stesse emozioni.  

Le prime pagine del romanzo sono per me fondamentali. Da esse posso già comprendere il percorso da seguire. Non sempre, tuttavia, la comprensione è così rapida. A mano a mano che incontro personaggi e ambienti che mi paiono significativi, li sottolineo e ne appunto il numero di pagina sulla contro copertina in modo da ritornarci ogni volta che ce ne sarà bisogno. Poiché la letteratura è un’arte antica e universale, capita spesso di avvertire la presenza di situazioni già rinvenute altrove. Allora, mi fermo a riflettere, cerco di ricordare e quando credo di aver individuato il riferimento, mi alzo e vado a cercare il romanzo nella mia libreria, guardo la sua contro copertina piena di appunti, lo sfoglio, finché non trovo il riferimento. Qualche volta si tratta di un film e allora vado a consultare la videoteca. Tanto la biblioteca quanto la videoteca mi sono diventate indispensabili. Oggi anche internet consente di raggiungere certe informazioni. Tuttavia, ciò che è fondamentale, non solo per me credo, è di avere alle spalle un certo numero di letture. Solo in questo modo si potrà avvertire il profondo legame che unisce tra loro i narratori di tutti i tempi e di tutti i Paesi, a prescindere dagli anni in cui vissero.
È, questa, una delle meraviglie che si spalancano ai nostri occhi di lettori e ci fanno intuire che ci troviamo immersi in un percorso che va ben oltre il romanzo che stiamo leggendo, poiché esso si congiunge spiritualmente ai percorsi di tutti i libri del mondo.
Allora, solo avvertendo ciò, ci si potrà rendere conto che stiamo camminando dentro una nuova creazione, sorprendente, infinita, inconsumabile, nata, questa volta, dall’uomo, grazie alla sua volontà, alla sua fantasia e alla sua anima.


Letto 3466 volte.


4 Comments

  1. Commento by Felice Muolo — 22 Gennaio 2009 @ 19:00

    Letto. L’avevo già letto. Ne è valsa la pena rileggerlo. E’ un pezzo stupendo. Senza esagerazioni.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Gennaio 2009 @ 22:36

    Grazie, Felice.

  3. Commento by Loreta Cerasi — 13 Febbraio 2009 @ 22:42

    Leggo questo articolo per la prima volta stasera: è bellissimo! Ti faccio i più sinceri complimenti.
    E ora una preghiera: perché ci sono tante parole in inglese quando la nostra lingua è così bella, ricca di sfumature, di sinonimi, di classica etimologia? Giusto per farmi capire:perché ‘name’ invece di ‘nome’? perché tutto quello sproloquio di ‘will not be eccc che non capisco cosa vuol dire? Per non parlare di “submit comment” qui sotto? Ad sensum si direbbe “sottometti un commento”, vale a dire “scrivi qui sotto un commento”. Ma non basta la parola “commento”? Perché questa orrenda lingua che, come si diceva nei miei verdi anni, si scrive ‘Mancester’ e si pronuncia ‘Liverpul’, questa lingua buona giusta per il Pc deve invadere la nostra vita? basta essere colonizzati! Perché non ricordiamo che Dante scriveva la Commedia tre secoli prima di Shakespeare? Insomma avrai capito che sono anglofoba, soprattutto quando alcuni mi fanno sentire il nostro latinissimo “plus” pronunciato “plas”. Un giorno o l’altro sentiremo parlare di plas lavoro e di plas valore a proposito di carlo Marx… E pensare che per me plas era ‘place’ nel senso di Pigalle…
    Perdona lo sfogo che, però, mi è venuto dal cuore dopo aver letto la tua bellissima prosa, vivaddio, italiana.
    Un abbraccio affettuoso con immutato, amicale affetto.
    Loreta

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 13 Febbraio 2009 @ 23:45

    Loreta, che sorpresa! Sempre in gamba, vedo. Sono contento.
    Sì, troppe parole inglesi, sono d’accordo. Io, che devo gestire questa piattaforma, ci capisco poco o nulla quando compaiono talune istruzioni in inglese. Mi devo rivolgere ad altri per capire e per risolvere, affidare ad altri – spendendo denaro – cose che se scritte in italiano potrei fare da solo.

    Tutto ciò si chiama progresso. Tu ci credi? Io no.

    Vai qui, se vuoi vedermi come ero sei giorni fa ad una conferenza stampa organizzata dal Comune di Lucca per il mio libro in uscita: Leggiamo insieme gli scrittori lucchesi: http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=15146 S’invecchia, cara Loreta.

    Perché non mi invii qualche altro tuo racconto sulle figure femminili della Storia? I tuoi racconti sono stati letti da qualche centinaio di persone. Vai sul motore di ricerca della rivista (in alto a sinistra) e scrivi il tuo nome poi avvia la ricerca. In calce al tuo racconto appare il numero delle persone che lo hanno letto. Ne rimarrai contenta.
    Un abbraccio, carissima amica.

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