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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Felice Muolo: “Il ruolo dei gatti” – Azimut, 2008

22 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]  

L’incipit: “Da ragazzo ero un tipo esile, dall’aria vulnerabile, spesso con la testa fra le nuvole.” ricorda quello folgorante de “Il trono di legno” (1973) di Carlo Sgorlon: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento.”, uno dei più belli, se non il più bello, di tutta la letteratura.
Pugliese, intorno ai quarant’anni, Muolo ha girato l’Europa con l’autostop e lavorato nel Servizio Civile Internazionale. Ha fatto anche il direttore d’albergo, finché ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. Sono già cinque i suoi libri: Magda, Angelo, Complanare putta, Cristo non si corica, e quest’ultimo, Il ruolo dei gatti. Ha trovato un piccolo editore serio e deciso, Azimut, che scommette su di lui. Più di un anno fa, pubblicai a puntate il breve romanzo sulla mia Rivista d’arte Parliamone: mi piace pensare che ciò abbia portato fortuna al suo autore.
Ci si domanda perché quel titolo insolito. Perché il protagonista, Franco Narracci, va a fare visita ad un compagno di lavoro, Mario, e lo trova riverso sul pavimento, morto. Intorno a lui i suoi gatti, una decina.
A lui viene chiesto dal commissario Jervolino di prendersene cura.
Franco è impiegato in un albergo; diviso da una moglie, Rossana, disinibita, ha un figlio di quattordici anni. Ha vissuto con trepidazione il famoso ’68, soprattutto l’amore libero, sperando in un cambiamento reale della società, che non c’è stato, almeno secondo le aspettative dei più. Cornificato dalla moglie, egli ha sopportato gli sguardi degli amici e dei vicini, “dalla mentalità ristretta”, convinto di essere un uomo moderno, non più prigioniero del passato, bensì aperto alle mutazioni dei nuovi tempi. Con questa idea in testa, però, diventa schiavo della moglie, lei libera di tradirlo e di disinteressarsi della casa e lui no: “In altre parole, sbrigavo tutte le faccende domestiche.” Finché si accorge che il suo tentativo di dare un senso alla propria vita è fallito, e così decide d’ora in avanti di infischiarsene di tutto.
Partiti la moglie ed il figlio per Verona, ospiti della madre di lei, anziana e benestante, Franco affitta l’appartamento situato nello stesso stabile dove lui abita, e di proprietà di Osvaldo, uno spretato, ad un suo compagno di lavoro, Mario, soprannominato Aga Khan “per la sua mania di sperperare tutto il denaro che guadagnava”.
È il segno del destino. La morte di Mario porterà indirettamente un profondo cambiamento nella sua vita. Perderà il lavoro, e quello stato di apparente libertà che ne consegue lo indurrà da lì in avanti a non prendersela più di tanto. Ci sono i gatti con lui, lasciatigli in eredità dal suo amico defunto: “Finirono col conquistarmi e rinunciai a sbarazzarmene.” Li tiene nell’appartamento che occupava Mario, e ci si trasferisce pure lui. Guardandosi intorno, si accorge che la gente più povera è più serena dei ricchi che scendono sulla spiaggia del suo paese per liberarsi dallo stress accumulato nelle grandi e opulente città. Sebbene abbia ancora delle ambizioni dentro di sé, la nuova esperienza lo matura. Diciamo che Franco è uno dei tanti giovani usciti dal ’68 che sta cercando la strada affinché quegli ideali che lo avevano pervaso non vadano del tutto perduti. Il desiderio di cercare ovunque quel minimo di libertà possibile non lo abbandona mai e costituisce il personalissimo filo rosso che lo collega ancora all’esistenza.
Quando appare Rugiada, la sorella di Mario, torna in primo piano la morte dell’amico. Suicidio o omicidio? E perché Mario teneva quei gatti se, come sostiene la ragazza, li odiava?
Anche Franz, un altro comune amico, viene trovato morto, soffocato in un busta di plastica. Intorno a lui una decina di gatti. Come mai? È una specie di rito? Di perversione? Jervolino manda a chiamare Franco e glieli affida. Ora ne ha una ventina, in più lo assilla un grosso dubbio: mica ci sarà in circolazione un pazzo che uccide tutti coloro che tengono dei gatti con sé?
Sono proprio i gatti, diventati così numerosi, che gli suggeriscono l’idea di trasferirsi in una vecchia casa di campagna, dove incontra una giovane donna, Jessica, separata dal marito, che ha due figli e che non tarda a entrare nel suo letto. Franco comincia ad affezionarsi alla nuova vita e non sente più il desiderio di andare in giro per il mondo: “Avevo capito che vivere da soli, occupandosi unicamente di se stessi, non porta da nessuna parte.”
Si rimette a dipingere, una vecchia passione, e quando ha l’idea di ritrarre il corpo di Jessica con la faccia di gatto, intuisce il perché delle morti dei suoi due amici Mario e Franz.
Ma la società non è cambiata, ancora resiste e Franco non riuscirà ad evitare le trappole e le contraddizioni della vita e dovrà subire molto, prima di tornare a sperare nel suo antico sogno di libertà.


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3 Comments

  1. Commento by marino — 22 Gennaio 2009 @ 08:41

    Sono andato a leggermi anche l’incipit, una scrittura che bada al sodo, ma con naturalezza, come dev’essere, per diventare bella. Grazie di questa proposta Bart.
    Inoltre leggo nella biografia dell’autore che ha viaggiato in Europa in autostop. Ma c’é bisogno di dire queste cose nelle
    notizie biografiche? In eeffetti sí­, il periodo dell’autostop per chi l’ha fatto diventa un’esperienza importantissima.
    Esattamente a quindici anni, nel 1975, feci tutta la Germania per un mese in autostop. Poi, sempre a dedo, come si dice in Sud America, andai in Spagna, e mi ci mossi, anche in Norvegia. Non ero uno di quelli che lo faceva per scelta, e se avevo quattro soldi prendevo un treno. La sorpresa era quando accostava qualche donna e prima di riportarti su uno svincolo, ti dava un piatto caldo a casa sua e ti faceva fare una doccia calda, finalmente.
    Non solidarietá per trascorsi autostradali in comune,
    dunque, ma perché la prosa di Muolo é notevole.

  2. Commento by Felice Muolo — 22 Gennaio 2009 @ 10:48

    Bart,

    recensione di una nettezza ed essenzialità encomiabili. Rinnovo i miei ringraziamenti.

    Marino,

    un forte abbraccio per quel “notevole”.
    Più che l’autostop, che anche io facevo per risparmiare, l’esperienza più importante è stata lavorare all’estero nei campi di lavoro del Servizio Civile Internazionale. Le mie colleghe, a fine campo, ti invitavano a casa loro, in Svizzera, in Belgio ecc. e ti offrivano da mangiare e da dormire per più giorni. Nei Campi, come negli Ostelli per la gioventù, incontravi giovani di ogni parte d’Europa e parlavi con loro, o piangevi, quando sentivi le storie di chi veniva dai paesi d’oltre cortina senza un soldo (alla frontiera erano spogliati nudi per accertare che non avessero denaro), o guando, proprio in quel periodo, la loro nazione veniva invasa dai carri armati russi. Avere una giovinezza vissuta fortifica non poco. Allora non si piagnucolava sul precariato, si emigrava per sfuggire alla miseria. Eravamo gli extracomunitari di allora.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 22 Gennaio 2009 @ 17:19

    Si tratta, a quanto pare, di un romanzo molto complesso, che mette a fuoco varie tematiche.
    Il ’68, con i suoi entusiasmi, le sue speranze, i suoi eccessi e le delusioni conseguenti.
    Le problematiche di coppia, purtroppo oggi molto, fin troppo frequenti, che stanno minando il ruolo fondamentale della famiglia.
    Una modernità auspicata, con i relativi mutamenti che non avvengono, se non in maniera non prevista e non voluta.
    Una vita sentimentale alquanto controversa.
    Il senso vero da dare alla vita, con il desiderio di essere se stessi, che, però, presuppone, oltre a momentanei traguardi positivi, anche delle cadute.
    La dinamica del giallo, rivestita sapientemente di un certo mistero, con il “ruolo dei gatti” in originale evidenza.
    E che dire della chiara, calzante, puntuale recensione di Bartolomeo? Un bravo a lui, ancora e sempre
    Gian Gabriele Benedetti

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