di Mario Camaiani
Il caldo intenso, opprimente, gravava nel capannone. Al banco numero tre della catena di montaggio dei telai, un giovane quasi sfinito per la stanchezza e per l’eccessiva sudorazione, stava terminando faticosamente la sua giornata di lavoro. Infatti dopo pochi minuti suonò la campana e gli operai si diressero veloci agli spogliatoi, affollandosi intorno ai lavandini. Il giovane suddetto, invece, si avvicinò all’ufficio del capo reparto.
Questi era solo, seduto alla scrivania e l’operaio titubò prima di entrare; poi si fece coraggio:
– Permesso?
– Avanti!, rispose l’uomo e osservò colui che stava entrando; che vuoi Gerbini?
– Mi scusi, ingegnere, fece il giovane, è da qualche tempo che le volevo parlare…..
– Dimmi ragazzo, parla pure, lo incoraggiò il superiore.
In quel mentre il telefono squillò e il capo reparto parlò per alcuni minuti con il Direttore. Poi disse: -Dunque, Gerbini, che c’è? Fai presto perché ho da andare in Direzione. E così dicendo si mise a cercare dei fogli in uno scaffale.
– Ecco, riprese impacciato il giovane, non sto tante bene; la sera ho un po’ di temperatura e il dottore mi ha detto che avrei bisogno di un lungo periodo di riposo e di molte cure. Ma la mia famiglia è povera e se mi fermo io siamo pressoché rovinati. L’operaio fece un pausa, poi timidamente riprese: -Le chiedo se mi può aiutare facendomi mettere, almeno per qualche tempo, a un lavoro più leggero, affinché possa riprendermi.
– Non drammatizzare, ragazzo; rispose il capo, se sei ammalato è bene che tu stia a casa, onde guarire bene: la Mutua ti assisterà con cure e denari; comunque per metterti a un lavoro sedentario che, come sai, è riservato in genere a invalidi o anziani, vorrei sentire il parere del nostro medico di fabbrica, Vai a farti visitare da lui e dopo vedremo.
L’uomo non aveva capito il dramma del suo operaio e non l’aveva aiutato a spiegarsi più profondamente. La sua risposta era stata fredda, meccanica e durante il colloquio la sua attenzione era stata soprattutto diretta a cercare i fogli da portare al direttore.
L’operaio uscì dall’ufficio demoralizzato. Egli sapeva di essere malaticcio, affetto da esaurimento generale, con predisposizione alla tubercolosi e sapeva bene che andando dal dottore dello stabilimento, esso non gli avrebbe permesso più di lavorare, finchè non fosse guarito. E allora? La situazione era brutta.
Armando Gerbini era stato assunto in quella fabbrica due anni avanti in una occasione triste: suo padre, egli pure operaio nella stessa ditta, era morto in un incidente stradale, andando a sbattere contro un muro con la moto e allora la direzione aveva preso al lavoro il figlio Armando, il quale potè così provvedere al proprio mantenimento, a quello dell’anziana madre e del fratello Vittorio, di tre anni più giovane di lui. Armando, dopo le scuole elementari, aveva cessato di studiare perché il padre, uomo dedito al bere e a vari vizi, trascurava i suoi doveri verso la famiglia e il ragazzo era stato messo a lavorare come manovale in una falegnameria. Così, morto il babbo, nei panni di capofamiglia, sentì maggiormente il peso della responsabilità. Intanto suo fratello Vittorio, ottenuta la licenza della scuola di avviamento industriale, aveva deciso di trovare un lavoro; ma Armando non volle e gli disse:
– Tu che hai tanta volontà nello studio, continuerai a studiare, all’Istituto industriale. Quello che il babbo non fece per me, lo farò io per te: penserò a mantenerti fino a che otterrai il diploma di perito industriale. Pensa alla consolazione che daremo alla mamma, dopo tanti dispiaceri che ha avuto!
Infatti Vittorio studiò diligentemente e nell’estate in cui Armando cominciò a sentirsi male, egli era promosso alla terza Istituto.
La sera Armando, sentendosi la febbre alta, parlò ai suoi cari che non si sentiva tanto bene ed essi chiamarono subito il dottore della Mutua che, dopo una breve visita, disse che si trattava di una leggera bronchite.
Dopo una ventina di giorni, il giovane, abbastanza ristabilito, tornò al lavoro. Il suo caposquadra lo accolse malamente: Oh, Gerbini! Ti sei rimesso bene? Torna pure al banco n.3; ho saputi che sei stato dal capo reparto per avere un lavoro più leggero: alla tua età questo significa che sei uno scansafatiche! Proprio come tuo padre!
Armando, trattenne un moto di ribellione e rispose: -E’ da vigliacchi dir male dei morti e in quanto a me, ho sempre fatto il mio dovere e lo farò sempre! Non è la volontà che mi manca; solo che il mio fisico non è a posto. Gli occhi del giovane si arrossarono e le lacrime rigarono il suo volto. L’uomo allora si rabbonì e soggiunse: -Non volevo farti così male, tu sei troppo bravo ed educato e non ti sei ancora abituato al modo di dire e di fare della massa operaia. Avanti, raccontami tutto di te. Gerbini gli narrò la sua storia e allora il caposquadra capì e lo rincuorò:
– stai tranquillo, ti aiuterò. Solo che potevi dirlo subito a me, invece che al capo. Anch’io ho un figlio della tua età e soffrirei tanto se si trovasse in una situazione simile alla tua. Ti farò mettere in collaudo e starai meglio che qui in lavorazione.
Grazie, rispose Armando, commosso, e pensò: -La mamma deve pregare per me: tutto è
migliorato nel momento che tutto stava per crollare.
Pur con il lavoro migliore,nell’anno che seguì, Armando si ammalò altre due volte e nel successivo inverno gli fu trovata una infiltrazione tubercolare al polmone sinistro e si rese così necessario il ricovero in sanatorio.
Questa volta la solidarietà umana aiutò moralmente e materialmente il povero giovane: il suo caporeparto gli ottenne dalla direzione un sussidio straordinario ed i compagni di lavoro gli fecero alcune collette. Sua madre e suo fratello poterono così tirare innanzi, senza che questicessasse gli studi.
Nell’ampia sala del sanatorio, Armando conversava con i suoi cari.
– L’altro ieri, diceva, ho ricevuto la visita del mio caposquadra e di due colleghi: il loro aiuto mi ha dato maggiore forza per guarire presto, mi sento risollevato! E tu Vittorio, come vai a scuola?
– Tutto bene, rispose il fratello, spero di farcela e l’anno prossimo sarà l’ultimo! Quando sarò diplomato e troverò un lavoro, ti ricompenserò di tutto. Staremo sempre insieme e non ci mancherà mai più il necessario!
– Cari ragazzi, intervenne la madre, non potevo avere maggiore soddisfazione che avere i miei figli così buoni!
Sei mesi di degenza in sanatorio furono sufficienti ad Armando per ristabilirsi. Al suo ritorno in fabbrica i suoi colleghi e superiori lo trattarono con ogni riguardo e l’ingegnere lo chiamò nel suo ufficio dicendogli:
– Gerbini, sono lieto che tu sia tornato fra noi; ti ho assegnato un posto nel magazzino: terrai l’amministrazione del materiale che entra e che esce.
Il nuovo lavoro era adatto per Armando e di sua piena soddisfazione, ma il suo organismo era ormai minato dal male inesorabile: la guarigione clinica ottenuta in sanatorio non era evidentemente totale e definitiva.
Vittorio superò gli esami finali e fu diplomato perito industriale e dopo poco ottenne un buon impiego in una importante industria della città.
La famiglia Gerbini trascorse così felicemente un anno, quando una improvvisa ricaduta tubercolare colpì di nuovo Armando. Questa volta il male era grave perché si erano formate alcune cavità nei polmoni e il povero giovane tornò in sanatorio. Ma con il tempo che passava, il male progrediva.
Intanto al suo letto, la mamma e il fratello tentavano, pur con i singhiozzi serrati in gola, di confortarlo. Ma Armando, dolcemente e tristemente parlò loro:
– Ormai sento che me ne vado: sono però felice di aver sempre fatto il mio dovere e a voi raccomando di non piangere troppo, che io spero di ottenere misericordia dal Signore. E così dicendo le lacrime gli cadevano sulle gote ed anche i suoi cari si unirono al suo pianto.
E alcuni mesi dopo, nonostante le cure prodigategli, morì serenamente; ma il suo sacrificio non era stato vano, perché aveva lasciato al fratello un avvenire migliore; e per i suoi cari e per tutti quelli che aveva conosciuto egli non era del tutto morto, perché era sempre presente nella loro memoria con il ricordo della sua bontà, lasciando così sulla terra un edificante esempio di amore fraterno.
Commenti
2 risposte a “Amore fraterno”
Questo bellissimo commento al mio lavoro è dell’amico Gian Gabriele Benedetti:
“Uno spaccato d’umanità, che si apre all’amore, alla fraternità ed alla solidarietà. E la parola diviene segno tangibile di questi profondi e nobili sentimenti, avvolgendo il narrato in un alone continuo, costruttivo, significativo, che felicemente e proficuamente giunge addirittura a rivestire l’intera vicenda esistenziale. Anche la morte, pur nel comprensibile inconsolabile dolore, si fa testimonianza e accezione di un viaggio che premia il coraggio, la forza, il sacrificio, la volontà, l’umiltà, la fiducia…Mai, così, la memoria potrà risultare incrinata e sarà traccia perenne di un chiarore, che può addolcire le lacrime e soprattutto corroborare gli animi.”
Grazie e grazie, caro amico Gian Gabriele.
Un abbraccio,
Mario.