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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Arco di Travertino – Per non dare fastidio

19 Novembre 2007

racconto di Marino Magliani

[Gli ultimi romanzi pubblicati da Marino Magliani: “Quattro giorni per non morire”, Sironi, 2006, “Il collezionista di tempo”, Sironi, 2007]

Seduto accanto alla porta, Gregorio cercava di tener ferma la borsa di tela piena di barattolini che aveva sistemato tra i piedi. La gente si faceva fresco coi giornali.

Alla fermata seguente la metropolitana si riempì. Gregorio prese la borsa e si alzò per lasciar sedere un signore anziano. Non trovò dove afferrarsi, temendo di dare fastidio alle due signore che gli stavano accanto e sbuffavano serie per il gran caldo; così si bilanciò in mezzo al corridoio come il giorno in cui aveva preso il battello da Porto Maurizio per andare a vedere le balene al largo ma poi quel giorno le balene non s’erano fatte vedere. La borsa di barattolini tintinnava nella mano destra. Erano campioni di funghi sott’olio, di carciofini alle erbe sott’olio, di olive in salamoia. Gregorio era un contadino ligure, coltivava le sue terre e la sera come un monaco da anni confezionava prodotti sott’olio e li vendeva sui mercati liguri. La globalizzazione aveva ingoiato anche uno come lui, una serie di suggerimenti da parte della Comunità Montana dell’Olivo e della Camera di Commercio di Imperia, l’avevano portato a Roma, dove avrebbe incontrato il signor Fegatti, grossista in prodotti di slow food, e proprietario di parecchi supermercati di prodotti biologici in Toscana e in Lazio. Fegatti gli aveva chiesto di mandare attraverso corriere, ma Gregorio aveva preferito portare i campioni. Ora andava all’appuntamento.
Controllava le fermate, ne aveva ancora sei, otto fermate da Termini, gli aveva spiegato la signora della pensione. La gente aveva caldo, un caldo terribile, sbuffavano, si facevano fresco, gemevano, gocciolavano, si irritavano. Per un brusco movimento della carrozza, fu costretto ad aggrapparsi un palmo sopra dove s’era afferrata la signora seria che prese subito a sbuffargli in faccia. Anche i giovani non resistevano.
Lui sorrideva. Come dovevano essere bene abituati! Ricordava le giornate nelle serre con l’odore di pesticidi che la sera non si lava nemmeno sotto la pigna, e l’odore del caldo aggrappato agli ulivi durante la potatura, con le formiche che ti mordono, e le notti ricordava le notti di agosto sotto il suo tetto che aveva raccolto tutto il sole della valle. Quello era caldo. E sorrideva, perché questo era nulla, e li guardava, guardava la bella signorina che poteva essere sua figlia se solo una volta nella vita i suoi occhi avessero parlato a una donna, e guardava la bella signora con la gonna fiorita che stava con le gambe ben piazzate e gli scossoni della metropolitana la muovevano come forse le donne si muovevano prima di fare l’amore. Gli sembrava di non aver mai avuto niente, e di aver sopportato tutto, di non essersi mai regalato nulla. Si toccò la fronte alzando la mano che teneva la borsa tintinnante. Non era neanche umida.
Mancavano quattro fermate. Si sentiva spingere, chiedeva scusa.Quando la signora accanto scese, poté spostare la gamba e abbassare la mano. E gli sembrò di non meritare neanche quel sollievo.
La donna di spalle che muoveva i fianchi come se le curve della metropolitana fossero onde, era ancora a qualche metro da lui. Gregorio strinse gli occhi e pensò al mare, al suo mare, fatto di spiaggette e di scogli bruni, alle poche volte che entrava in quel mare e si immergeva nella frescura.
Alle docce nell’orto, sotto la pigna, e alla sera che trascorreva al fresco, da solo, al grido dei rondoni.
Poi aprì gli occhi. La metropolitana si fermò. Mancavano due fermate. La signora dai dolci fianchi gli venne accanto, perché lì stava la porta. Le fece posto affinché si aggrappasse. Lei ringraziò sorridendo.
Anche lui. Le avrebbe guardato le guance che aveva gialle e rosse come le pere mature da cui bisogna far volare via la vespa e mangiar subito prima che la notte consegni loro la devastazione della rugiada sulla pelle ancora calda.
Quando la donna scese, lui rimase aggrappato e tenne stretto la sua borsa tintinnante. La metropolitana ripartì.
Nel vetro vide riflessi i suoi occhi, erano chiari e tristi come quelli di sua madre.
La prossima fermata era la sua e lo era da tempo.

(Dall’antologia Tutti giù all’inferno, pubblicata da Giulio Perrone Editore, a cura di Monica Mazzitelli. Per gentile concessione di Marino Magliani e del  sito che la ospita  Metroinferno. Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.)


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6 Comments

  1. Commento by Toni — 21 Novembre 2007 @ 08:43

    Molto suggestivo il doppio registro narrativo che pendola tra i vari ricordi della sua vita e le fermate della metro che si susseguono, una dopo l’altra(come gli eventi importanti della vita che se ne vanno, uno dopo l’altro).
    Segnalo un refuso:”…e li vendeva suoi mercati liguri.” Immagino che “suoi” stia per “sui”.
    A rileggerti
    Toni

  2. Commento by marino — 21 Novembre 2007 @ 08:48

    grazie della segnalazione Toni, ma soprattutto delle tue parole, anch’io a rileggerti.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 21 Novembre 2007 @ 11:16

    Ho provveduto alla correzione. Grazie, Toni.

  4. Commento by matteo — 21 Novembre 2007 @ 14:52

    Eppure quel Gregorio ha un qualcosa di familiare, di casalingo…
    Bel pezzo, Marino. Ma c’è veramente bisogno di sottolinearlo?

  5. Commento by matteo — 21 Novembre 2007 @ 14:52

    Eppure quel Gregorio ha un qualcosa di familiare, di casalingo…
    Bel pezzo, Marino. Ma c’era bisogno di sottolinearlo?

  6. Commento by marino — 21 Novembre 2007 @ 15:02

    Grazie, Matteo, anche per per averlo ribadito!

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