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LETTERATURA: Arrabal su Beckett

23 Ottobre 2009

di Antonio Sparzani

Per gentile concessione dell’amico Antonio Sparzani presentiamo ai nostri lettori il bellissimo testo già pubblicato su Nazione Indiana. bdm

[nell’ambito della collaborazione della rivista Sud con l’Atelier du Roman, pubblico una mia traduzione di un testo di Fernando Arrabal su Samuel Beckett, apparso sul numero 59 dell’Atelier (da cui già qui avevo tradotto un articolo sulla bellezza, scritto dal direttore Lakis Proguidis). Sono grato a Francesco Forlani (direttore di Sud) per l’ospitalità su Sud e per alcuni preziosi suggerimenti e qualche essenziale correzione sulla mia traduzione. Ricordo anche il bel volume della rivista Testo a fronte (n. 35, II semestre 2006), a cura di Andrea Inglese e Chiara Montini, dedicato al centenario di Samuel Beckett. a.s.]

Beckett1

di Fernando Arrabal

Come ormai è noto a tutti, Samuel Beckett è vissuto in una mansarda fino alla fine degli anni sessanta, a Parigi, al numero 6 della rue de Favorites: era una stanza dal soffitto molto basso che comunicava con una camera. Vi si arrivava senza ascensore. In seguito traslocò in un piccolo appartamento moderno: tre stanze al numero 38 del boulevard Saint-Jacques. Dalla cucina poteva vedere i detenuti della Santé. Finché era vivo, non ho mai rivelato questi indirizzi. Beckett, nonostante il grosso scoglio del Nobel, è riuscito ad attraversare l’esistenza con discrezione. Il segreto lo proteggeva tra le frange del vuoto.

Era slanciato e assai bello. Sempre di più. La prima volta che lo vidi pensai che era stato fortunato ad avere delle rughe così belle. Sotto una cresta da upupa il tempo gli aveva tracciato dei solchi. Profondi come le linee del destino; tratti docili alla misantropia. Il pessimismo s’era gettato su di lui, sconvolgendolo per sempre. Non ho mai avuto nulla in comune con lui. Salvo gli scacchi.

Sembrava aver copiato l’aspetto e la pazienza da uno spaventapasseri. Nella steppa dell’eternità. La sua lucidità irradiava dai suoi occhi blu. Quasi trasparenti. Mi guardava forse con la solidarietà di un condannato a morte verso un altro condannato? Contemplava però l’orizzonte con rassegnazione. Nulla poteva attendersi da questa valle di lagrime. Salvo una partita di Michail Tal’.

E tuttavia amava ridere. Faceva buffi giochi di parole. E gli piaceva sorprendersi, o sorprendermi. L’humour costituiva il suo aristocratico disdegno verso se stesso. Un modo elegante di schernirsi delle proprie miserie e delle proprie debolezze. Spesso le sue commedie sono state accolte con la gravità di un corso di filologia. L’humour adornava i suoi scritti, e in ogni caso le sue conversazioni con me. E per questo spesso alludevamo ad altri umoristi, da Cervantes a Rabelais..

Beckett ha ricevuto i suoi primi diritti d’autore quand’era ormai vicino alla cinquantina. Si sarebbe lasciato morire se non fosse vissuto con Suzanne. La sua complice. Tanto minuta quanto tenace. Talvolta rabbiosa. Ed è grazie alle lezioni di piano della sua compagna francese che ha potuto sopravvivere.

Il futuro drammaturgo, durante la guerra, s’era appartato in una tenda, come in un convento. Suzanne gliel’aveva sistemata in mansarda. E in quella quechua è riuscito a vivere per un lustro, come un personaggio beckettiano. Dieci anni prima di Godot. I più fantasiosi (tra i quali mai vi fu la molto discreta Suzanne) hanno affermato che l’autore di Finale di partita s’era arroccato nella sua tana. E che non apriva la “porta” se non per ricevere piatti bicchieri e vasi da notte che gli passava, o gli ritirava, la sua pianista. Ridimensionando la leggenda, Suzanne mi ha assicurato che Beckett aveva piantato il suo prisma di tela e di solitudine per proteggersi dal freddo. Durante gli inverni glaciali della guerra, e con un abitacolo privo di riscaldamento. Rinserrato in un quasi nulla la sua ispirazione è diventata effervescente.

Alcuni hanno detto che Suzanne è stata una donna biliosa e vendicativa. Altri hanno scritto che, fino alla sua morte, sopravvenuta qualche mese prima di quella di Beckett, ancora le bruciava il riconoscimento così tardivo all’opera del suo compagno. In verità lei faceva parte di quel coro di donne che hanno dato tutto per il loro autore prediletto. Mi pare che l’unica sua intransigenza sia stata quella di consacrare tutta la vita, tutti gli sforzi e il denaro a Samuel Beckett. Suzanne ha trovato un editore per la prima commedia. Ma è rimasta a Parigi col cagnolino il giorno in cui Samuel fu Nobelizzato a Stoccolma. Mi ha detto che il premio lo meritava lui solo e che nessuno doveva condividerlo con lui.

Per l’autore di Watt né il successo, né il suo fratello siamese , il fallimento, sono mai stati al centro delle sue inquietudini. E ancor meno delle sue conversazioni. I due gemelli sono apparsi e sono spariti dalla sua esistenza come le ombre d’un sogno. O dei fantasmi d’un miraggio. Al pari della sua discrezione, l’opera è stata un germogliare di mormorii. Voltando le spalle all’urgenza.

L’ermetica bellezza della precisione ha affascinato Beckett. Forse fino a commuoverlo. Le sue distrazioni favorite sono state gli scacchi e la matematica. Finale di partita allude alla fase finale del gioco. Murphy, l’eroe del romanzo eponimo ha quasi lo stesso nome del campione americano Morphy, questo fenomeno del XIX secolo divenuto pazzo per misantropia. Finì i suoi giorni nella Nouvelle-Orléans percorrendo delle immaginarie mura al servizio del re di Spagna.

Si può leggere in Murphy una partita a scacchi ben strana. Il vincitore, M. Endon, si difende proprio giocando una Affensa Endon, o Zweispringerspot, «con dei colpi mai visti al caffè Régence e raramente al Divan de Simpson. » Beckett si abbandona al sortilegio della sua scaccofilia.

La sua attrazione per l’esattezza comprende ovviamente la parola e la frase. I sentieri assurdi e fatali dell’arte di scrivere lo rapiscono. Le sue versioni francesi di suoi testi scritti direttamente in inglese hanno significato per lui, nella veste di traduttore, degli abissi senza fine. Incertezze e scrupoli in agguato sul pensiero. Gradiva il francese, ma si scontrava con il maestoso cartesianesimo di una lingua tanto sottile quanto ricca. Come trasporre in francese la concisione e la sostanza di Endgame e di Lessness? Non si è mai sentito interamente soddisfatto di Fin de partie e di Sans, Fino al suo ultimo giorno si è spremuto il cervello a trovare la soluzione a problemi di quasi-geometria frattale. L’ «Oh! » di Oh! les beaux jours è stato frutto di interi giorni di meditazione. Il titolo Krapp’s Last Tape è metafisicamente scivolato fino a trasformarsi in La Dernière Bande. Così la scatologia è diventata erotismo.

Beckett mi ha indirizzato un centinaio di lettere. La maggior parte caratterizzate dalla concisione dell’indispensabile. Le sue dediche sul filo d’inchiostro si limitavano allo stretto necessario. Scriveva naturalmente a mano le proprie missive. Rispondeva a giro di posta con una calligrafia sempre più coricata fin quasi a sdraiarsi sull’orizzontale melanconia di chi non spera più nulla. Ogni cosa lo predisponeva ad immergersi nella propria chiaroveggenza.

Il giorno in cui conobbi Beckett avevo circa ventiquattr’anni e lui quasi il doppio. Ci siamo sempre dati del lei come per prolungare quella relazione che ci ha uniti fin dal primo momento. D’improvviso, qualche mese prima di morire, mi ha dato del tu. In quei giorni la Comédie-Franí§aise s’era impegnata a rappresentare Fin de partie. Ma derogando dalle sue annotazioni scenica con una scenografia mezzo cremisi mezzo bruna. E la commedia veniva interrotta da una ridicola musichetta proprio dove l’autore aveva scritto “silenzio”. Avevano aggiunto dei nuovi personaggi e degli accessori dai colori troppo scanditi in stile antibeckettiano. Beckett ne uscì urtato e afflitto come non l’avevo mai visto. Sarebbe lecito domandarsi allora se quelle modifiche con le conseguenti incornate di quei manipolatori non ne abbiano accelerato la morte. In seguito a tutto questo, ottenuto l’appoggio di Ionesco, Kundera e Arthur Miller, ho scritto una lettera in sua difesa. Miracolosamente il mio intervento è riuscito a metter fine alla rappresentazione. E ha spinto Beckett a darmi del tu.

Quando ho conosciuto Beckett ero ancora in sanatorio. Ma lui era già senza un polmone. Un giorno un barbone del metrò, mezzo ubriaco lo aveva accoltellato. Qualche giorno dopo Beckett era andato in galera a far visita al suo aggressore. Gli aveva chiesto la ragione di un tale gesto. Il barbone dopo una lunga pausa, come se aspettasse Godot, gli aveva risposto, da vero personaggio beckettiano:
«Io so? »
A parte la sua opera letteraria credo si conosca un solo lungo testo di Beckett: la lettera che ha spedito nel 1966 ai giudici madrileni che mi tenevano in cella a Carabanchel. Dopo aver sollecitato la mia liberazione, vi proclamava la sua arte e le sue ragioni dello scrivere. Occorre dunque considerare che le frasi che sembra dedicarmi sono in realtà delle auto definizioni: «Arrabal [si legga: Beckett] dovrà soffrire molto per darci un’opera. . . . Che F. A. [si legga: S. B.] sia restituito ai suoi tormenti, non aggiungete altro al suo proprio dolore. » Solitario e senza un messaggio, ma fatalmente integro, Beckett mi è sempre sembrato un fiocco di grazia.

Testo della lettera:

Nella presente impossibilità di testimoniare al processo di Fernando Arrabal scrivo questa lettera nella speranza che possa essere portata a conoscenza della Corte, al fine di renderla forse più sensibile all’eccezionale valore umano e artistico di colui che sta per essere giudicato. La Corte sta per giudicare uno scrittore spagnolo che, nel breve spazio di dieci anni, si è innalzato fino ai primi ranghi della drammaturgia contemporanea, e questo grazie a un talento profondamente spagnolo. Ovunque si rappresentino le sue opere, e si rappresentano ovunque, là è la Spagna. È su questo passato già degno d’ammirazione che invito la Corte a riflettere, prima di pronunciare una sentenza. E dopo a questo. Arrabal è giovane. È fragile, di fisico e di nervi. Dovrà soffrire molto per darci quel che potrà ancora darci. Infliggergli la pena richiesta dall’accusa non è soltanto punire un uomo, è mettere in causa tutta l’ opera a venire. Se vi è colpa, che sia allora considerata alla luce dei suoi grandi meriti passati e delle grandi promesse per il domani e in virtù di questo perdonata. Che Fernando Arrabal sia restituito alla sua propria pena.

[14 agosto 1967]

Cari amici, ecco quanto ho inviato all’avvocato Molla. Possa servire a qualcosa.
Penso molto a voi e desidero di tutto cuore ciò che certo indovinate. Non mi lasciate senza notizie. Rientro il 27.
Con amicizia
Sam Beckett

  1. L’originale francese dell’articolo può essere letto qui. [↩]

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