di Francesco Improta
Un intrico di tetti obliqui, embricati in un complicato gioco di incastri sotto cui si srotolavano le budella dei carruggi. Col loro variopinto popolino fatto di bottegai, artigiani, bagasce, spac ciatori e un esercito di immigrati, regolari e clandestini. Tutto un brulicare di minute attività legali e illegali e un fluire di merci che per secoli quei puzzolenti intestini hanno metabolizzato facendo ricca e potente la repubblica marinara.
Stava ormai scendendo la sera, e Genova si era riempita di migliaia di luci. Andavano tutte a morire laggiù, nella scura in finità del mare. La spianata era deserta, e dalle strade del centro saliva un confuso e sordo rumore. Il brulicare della vita di una qualunque sera d’agosto. Nella città che sembrava solo aspettare la notte per andare a dormire.
È questo lo spazio, fisico e metafisico al contempo, in cui sono ambientati i romanzi di Bruno Morchio, al quale, per una certa riluttanza nei confronti di un genere letterario, il noir, sempre più inflazionato, mi sono avvicinato in ritardo e solo in seguito alle in sistenze di un mio caro amico, con il quale condivido la fede cal cistica e l’amore per i libri e per i film, vere e sole provviste per l’inverno dello spirito.
Sono partito dalla città di Genova, perché non è un semplice scenario, uno sfondo o un contenitore ma la vera protagonista dei romanzi di Bruno Morchio. Una città verminosa, brulicante di lu ci, di vizi, di odori, di crimini non molto diversa dalla Marsiglia di Jean-Claude Izzo, anche se Marsiglia adagiata sul mare come una bagascia si lascia penetrare dall’acqua e soprattutto dalla luce. Genova, invece, molto più chiusa e ritrosa, sembra voltare le spalle al mare, mentre la luce o non penetra in quel gomitolo di vicoli che sono i carruggi o si sfibra fino a estenuarsi in quell’aria immobile e intrisa di umidità, che i Genovesi chiamano maccaia.
Essendo partenopeo mi viene spontaneo accostare a queste due città anche Napoli, geograficamente più vicina a Genova che a Marsiglia, ma anch’essa languidamente sdraiata come un’odalisca ai piedi del Vesuvio, in una situazione di continua emergenza economica e sociale, con la sensualità delle vite disperate e con quella indolenza, un po’ levantina, di chi sa che Un coup de dés jamais n’abolira le hazard. Del resto tutte e tre le città, accanto a una generosità sincera e una radicata propensione all’accoglienza, che ne fanno città multietniche prima e più delle altre, mostrano una bellezza sfiorita, avvelenata da problemi cronici di difficile soluzione: pessima gestione politica, criminalità spicciola e orga nizzata, inquinamento acustico e atmosferico, speculazione edili zia a dir poco vergognosa e corruzione a vari livelli. Non meravi glia, quindi, che proprio in queste città si sia sviluppata una nar rativa noir; noir, si badi bene, e non gialla perché, al di là delle differenze strutturali già individuate da T. Todorov, il noir non si limita a raccontare e a risolvere crimini, ma induce il lettore, an che il più svogliato e neghittoso, a riflettere su ciò che ha letto, sulla realtà che lo circonda. La scoperta stessa del colpevole passa quasi in secondo piano. E comunque mentre il finale del giallo classico è consolatorio: la soluzione del crimine, infatti, riporta allo status quo, al ristabilimento dell’ordine, che il reato aveva in crinato. Il finale di un noir non lo è affatto, a volte capita addi rittura che non esista un finale o che non ci sia soluzione al ro manzo; anche il protagonista non è un eroe nell’accezione che noi attribuiamo a questo termine ma un antieroe, spesso un perdente come il protagonista dei romanzi di Bruno Morchio: Bacci Paga no. Cinquantenne, segnato dalla vita, ma ancora dinamico e vitale, Pagano annovera tra le sue esperienze giovanili una blanda parte cipazione al ’68, un soggiorno nelle patrie galere per essere stato trovato in possesso – ironia della sorte per chi come lui rifugge da qualsiasi forma di violenza – di una pistola raccolta da terra durante una manifestazione, una laurea in lettere e un matrimonio fallito da cui purtroppo è nata una figlia, Aglaia, che non vede da dieci anni, dalla separazione, cioè, dalla moglie Clara. Ed è forse questo il suo rimpianto maggiore, una paternità non esercitata e neppure sufficientemente rivendicata. Le poche telefonate che in tercorrono tra lui e Aglaia sono contrassegnate da lunghi silenzi o semplici monosillabi ed è per questo che ha riversato il suo affetto e le sue premure su Essam, figlio adolescente della donna nubiana, Zainab, che gli tiene in ordine l’appartamento. Bacci, a differenza di Nero Wolfe, non ama il giardinaggio, come risulta dalle piante che immalinconiscono fino a seccarsi, nei vasi posti sul suo terraz zino o nello studio, ma adora la musica sinfonica, con una predi lezione addirittura maniacale per W. A. Mozart, e una non celata simpatia per i cantautori, in particolare per Paolo Conte, di cui cita alcuni versi non diversamente da Fabio Montale, il personaggio uscito dalla penna lucida e ironica di J. C. Izzo. A differenza, però, di quest’ultimo al Lagavulin, il whisky delle Highlands, preferisce il brandy spagnolo come Pepe Carvalho, capostipite in Europa di tutti questi private eyes che ormai riempiono non solo la narrativa di consumo ma la stessa vita cittadina, a testimonianza del villag gio globale nel quale viviamo. Non disdegna neppure il fumo; come il Maigret di Simenon spesso si accende la pipa, nel cui fornello brucia Balkan Sobranie, un tabacco mitico purtroppo fuori commercio dal 1995, per riflettere e mettere ordine tra le sue idee, nella sua sintassi esistenziale prima ancora che nei casi che di volta in volta gli vengono affidati, e non rifugge da scopate oc casionali, anche se non riesce a liberarsi né mentalmente né fisi camente dalle donne con cui ha avuto storie più o meno lunghe come Mara e Valeria. Non ha molto in comune con Salvo Montal bano, che reca nel suo stesso nome di battesimo il crisma della salvazione, mentre Bacci ha un cognome che è tutto un program ma e che sembra sconfessare certezze ideologiche o consolazioni di tipo religioso; come il commissario di Vicata, però, ha le spalle larghe, è rassicurante e affidabile per tenacia e per tempismo ed è capace di fulminanti intuizioni.
Abbiamo accennato ad altri scrittori e altri personaggi non per il gusto della citazione, esercizio quest’ultimo quasi sempre sterile, ma per sottolineare la scarsa originalità di Bacci Pagano, fatto più di carta ed inchiostro che di carne e di sangue, nel senso che è costruito a tavolino proprio per conquistarsi la simpatia dei lettori. Il passato di contestatore, la galera subita per ingenuità e per i suoi ideali, il che, poi, non è molto diverso, la separazione forzata, de cennale, dalla figlia e per giunta la vespa color prugna e il mag giolone decappottabile sembrano studiati a bella posta per fare breccia nel cuore più che nella mente dei lettori; ciò nonostante ha un suo indiscutibile fascino. Penso alla conoscenza approfondita della poesia del Novecento, Caproni, Jmenez, Garcia Lorca, Mon tale, di cui non solo sono citati dei versi in corsivo ma alcune im magini entrano e si fondono nel tessuto linguistico dei romanzi, oppure alla capacità, dovuta probabilmente alla professione del suo autore, che è uno psicoterapeuta di cogliere le complesse dina miche psicologiche, sociali e comportamentali dei suoi personag gi. Mi ha particolarmente colpito la condanna della pulizia eretta a valore sociale, di quel decoro piccolo-borghese che nasconde le peggiori nefandezze di cui sono piene le pagine dei giornali. Cito testualmente da Maccaia:
E quei centri storici dove tutto è perfettamente lindo e ordinato, e la spazzatura, l’immigrazione e la povertà vengono pudicamente rimossi e occultati agli occhi dei turisti… Dove al restauro delle case vecchie e fatiscenti segue la derattizzazione della dolente umanità che le abita.
Fondamentale nello sviluppo delle indagini e della propria com plessa personalità è il rapporto con il vicequestore Totò Pertu siello, di origini meridionali, come indica chiaramente il nome:
un metro e ottantacinque di altezza, centotrentacinque chilo grammi di peso e un caratteraccio da far paura, era diventato una sorta di simbolo della democrazia repubblicana presa in ostaggio da un infelicissimo rigurgito militaresco di sapore sudamericano.
Legato a Bacci da una profonda amicizia, corroborata dalla fede negli stessi ideali di giustizia sociale e dall’amore per la buona tavola e per la cucina ligure in particolare, lo difende spesso, scon trandosi anche con le istituzioni. Le schermaglie dialettiche, ora dirette ora allusive, tra Bacci e Totò, basate sull’ironia e talvolta sulla reciproca e leale gelosia, costituiscono il sale dei racconti e consentono al genere letterario cui essi appartengono di uscire dagli schemi e di assumere connotazioni più ampie, complesse e articolate, sfociando talvolta nel pamphlet sociale, nel conte philo sophique e persino nella commedia.
La scrittura è densa, corposa, capace di incidere, con la precisione chirurgica di un bisturi, una realtà cancerosa e purulenta, quale è quella che affiora da questo mondo inguaribilmente malato, dove l’innocenza non solo non è un traguardo, ma neppure un ricordo e a nulla valgono le operazioni nostalgia messe in moto da sessan tottini sopravvissuti a se stessi e alle loro idee e che finiscono col sembrare squallide mascherate come in La críªuza degli ulivi.
Commenti
Una risposta a “Bacci Pagano: un investigatore a Genova”
Doverosa una precisazione: le mie riflessioni sono nate dalla lettura dei primi tre libri di Bruno Morchio Una storia di carruggi, Maccaia e La creuza degli ulivi. Poiché è mia intenzione leggere anche gli altri romanzi, probabilmente tornerò a parlare di Bacci Pagano e del suo autore.