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LETTERATURA: Camere ammobiliate

26 Giugno 2011

di Dino La Selva

Novembre 1951. Quest’anno √® stato per me e per la mia famiglia ricco di eventi. In luglio a La Spezia ho conseguito la Maturit√† Classica. In ottobre pap√† ha ottenuto la sospirata nomina a prefetto e come prima sede √® stato destinato a Campobasso. Campobasso, nonostante il nome, non √® affatto bassa poich√© √® situa ¬≠ta a 750 metri sul livello del mare, fra i monti del Molise. E una graziosa cittadina abitata da gente mite e civile, ma ha il difetto di essere ubicata ad oltre 100 chilome ¬≠tri di distanza da qualsiasi altro centro cittadino importante. Si √® subito presentato il problema dei miei studi universitari. Pap√† ha escluso subito Napoli, vicina ma troppo grande, dalla vita movimentata e troppo piena di distrazioni per un ragazzo di appena 18 anni. A me sarebbe piaciuto Genova, dove avrei ritrovato parecchi miei compagni di Liceo di La Spezia, ma pap√† ha sentenziato: Pisa. √ą una citt√† non molto grande, raccolta, senza molte distrazioni, con un’ottima Universit√†, nella qua ¬≠le si pu√≤ studiare con tranquillit√† e profitto. Lui la conosce poich√© vi ha frequentato il I anno di Legge nel 1920 – ’21 insieme al cugino Enrico Venditti (anche se se ne scocci√≤ subito e se ne scapp√≤ a Napoli). E poi, ha la segreta speranza di ottenerla fra qualche anno come seconda sede dopo la modesta Campobasso.

Ed eccoci così alla fine di novembre, alla vigilia del mio diciottesimo complean ­no, imbarcati in uno scompartimento di seconda classe sul treno diretto a Roma e poi alla sconosciuta città di Pisa.

Non √® che Pisa mi abbia fatto subito una gran bella impressione. Bella, suggestiva la Piazza dei Miracoli, maestosi i Lungarni… ma io giudicai subito la citt√†, forse anche per la stagione autunnale, troppo silenziosa, solitaria e melanconica. Prima di ripartire pap√† cerc√≤ di sistemarmi in un pensionato retto da religiosi, il “don Bosco”, ma io mi ribellai: non volevo stare in un collegio di preti, soggetto ad orari e controlli. Non era cos√¨ che avevo immaginato la mia vita universitaria ! E pap√†, forse ricordando la sua educazione laica e la sua giovinezza libera ed estrosa, non insistette.

Cominciammo cos√¨ a girare per la citt√† ed a visitare numerose camere ammobi ¬≠liate, con risultati in genere deludenti: stanze poco luminose, fredde, impregnate da un caratteristico odore di naftalina; padrone di casa anziane, sciatte e melanconiche. Finch√© ne trovammo una che poteva andare, in via Santa Maria, la strada che con larghe curve congiunge Piazza dei Miracoli ai Lungarni, a un terzo piano, ariosa, con vista sulla piazza…

La mattina seguente accompagnai mio padre alla Stazione. Abbracci, baci, le ultime raccomandazioni… Pap√† part√¨ ed io rimasi solo sotto la pensilina. Fui preso subito da un incontenibile senso di angoscia. Che ci faccio qui, solo, in questa citt√† sconosciuta?… Ma io prendo il primo treno diretto a Sud e me ne torno a casa! Resistetti a stento a questo primo impulso istintivo e mi avviai lentamente, sotto il grigio cielo di dicembre, verso la mia fredda camera ammobiliata. Fu cos√¨ che inizi√≤ a Pisa la mia vita universitaria.

La mattina seguente mi recai alla mia prima lezione, in via Bonanno Pisano, alla Scuola Medica, nell’aula d’Anatomia dove era gi√† iniziato il Corso d’Istologia ed Embriologia. A febbraio avremmo dovuto affrontare il Colloquio delle ossa. Era ¬≠no gli studi che avevo sempre sognato. Incontrai qualche compagno di liceo di La Spezia che si era iscritto a Pisa. Cominci√≤ ad andare un po’ meglio, anche se i miei nuovi compagni d’Universit√† toscani, specialmente i pisani, mi sembrarono poco cordiali, altezzosi e sprezzanti.

E poi c’era la caccia alle matricole!… Che ero una matricola lo si vedeva lontano un miglio. I pi√Ļ accaniti nella caccia erano i “fagioli”, quelli del secondo anno. “Fer ¬≠mo tu! Sei una matricola! Ce l’hai il papiro?” “No” “Ehi! Questo non ha il papiro! Gli va fatto il papiro!” Frattanto attorno a noi si era formato un capannello. “Per il papiro devi darci 1500 lire!” “Non le ho!” “Va bene; mille lire e due pacchetti di sigarette! Domattina porta due pacchetti di sigarette e mille lire, e ti si da il papiro: Senza papiro non puoi andare all’Universit√†” La mattina dopo il papiro era pronto: un foglio di carta da disegno con donnine nude e frasi sconce in latino maccheroni ¬≠co. Avveniva il pagamento, ma non era mica finita l√¨!… Al papiro mancava sempre qualcosa: il lasciapassare di non so chi, il timbro del sarchiapone, la marca da bollo da una lira bucata dalla sigaretta accesa… “Dacci due pacchetti di sigarette e ti si fa la correzione! ” Ma dopo la prima volta mangiai la foglia. “I soldi non ce li ho” “Al ¬≠lora ti si ritira il papiro!” “Ritiratemi il papiro!” “Ma se non hai il papiro ti si mette in mutande!” “Mettetemi in mutande, ma i soldi non ce li ho” Cos√¨ ero diventato popolare a Pisa perch√© ero sempre in mutande, ma soldi da me non ne videro pi√Ļ, e finirono per stancarsi.

La mattina appena uscito di casa, prima che iniziassero le lezioni, andavo a far colazione in una piccola latteria distante da casa un centinaio di metri. La padrona si chiamava Dese Palla ed era una vecchina che somigliava molto a mia nonna, piccolina, garbata, con un grembialone nero che le arrivava quasi ai piedi. Lungo una parete del locale c’erano due o tre tavolini con sedie; in fondo, dietro il banco, in una nicchia del muro, c’era un fornello a pibigas che serviva a preparare il caff√® e a riscaldare il latte. “Mamma mia, ‘m’√® ‘gnorante ‘l latte!… – esclamava spesso Dese – Appena ti giri va di fori!…” Il che le accadeva abbastanza spesso. C’erano poi dei cestini di plastica rossa per prendere delle grosse brioches fatte a cornetto che credo si chiamassero con vocabolo tedesco “kiffel”e che lei, italianizzandone anzi pisanizzandone il nome, chiamava “ch√¨fele”. Un tazzone di caffelatte costava trenta lire, un “ch√¨fele” quindici lire; il tutto per quarantacinque lire. Se ero particolarmente affamato prendevo un secondo “ch√¨fele”: sessanta lire. ¬†

A pranzo e spesso a cena andavo alla Mensa dello studente, in Piazza dei Cavalieri. Il prezzo era modesto ma ci si mangiava veramente male. Se non mi sono ammalato di gastrite, colite od altra patologia gastrointestinale in quel periodo son sicuro che non ne soffrir√≤ pi√Ļ per il resto della vita. Il menu-base era costituito da un piatto di spa ¬≠ghetti scotti conditi con. un sugo denso e aspro, due fettine di pseudo-vitella arrosto solcata da strie fibrose dai riflessi iridescenti, un quartino di vino bianco, una piccola mela, pera o arancia a seconda della stagione. Come alternativa, come primo si pote ¬≠vano scegliere anche tortellini in brodo e come secondo spezzatino di carne; ma i tor ¬≠tellini erano spessi e sapevano solo di pepe e il brodo era stato pi√Ļ volte ribattezzato; e nello spezzatino erano riconoscibili diversi avanzi di carne di varia provenienza: l’ar ¬≠rosto, la cotoletta, il lesso, lo stracotto. Per la verit√† venivamo serviti ai nostri tavolini da camerieri in giacca bianca, ragazzotti alle prime armi, affannati e subissati dalla gra ¬≠gnola delle ordinazioni, che arrivavano di corsa reggendo su ogni braccio in precario equilibrio sei piatti disposti a piramide, urlando: “Chi ha chiesto la pastasciutta!… Chi il brodo!… Chi lo spezzatino!…” Una volta, si era d’estate ed io indossavo un vestito di lino bianco, il cameriere inciamp√≤ e mi vers√≤ addosso tutto il piatto di tortellini in brodo. Alle mie proteste rispose candidamente: “S√¨. Ma non si preoccupi! Tanto non macchia!” Ed ebbe ragione lui: del brodo non ci rimase neanche l’alone.

Un giorno, avevo abbandonato da tempo la Mensa dello studente, ci ritornai con un mio collega per incontrare il Bianchi e farmi prestare gli appunti di Ostetricia. Il Bianchi era un fuori-corso che aveva gi√† fatto il servizio militare e sostenuto l’esame d’ostetricia, un tipo tranquillo e metodico. Lo trovammo seduto a un tavolino da solo che aspettava di essere servito. “Ma tu hai ancora il coraggio di mangiare qui?” gli chiedemmo stupiti. “S√¨, ma non ci si mangia mica male! -ci rispose convinto- Basta farsi amico il cameriere… Una piccola mancia ogni tanto!…” Ed ecco in quel momento arriva il cameriere in questione con un piatto di minestrone fumante. Il Bianchi abbozza un mezzo sorriso d’intesa, gli strizza l’occhio e affonda il cucchiaio nel piatto. Dopo qualche cucchiaiata si ferma… “Toh! Una mosca!…” Afferra de ¬≠licatamente la mosca morta, la posa sull’orlo del piatto e con una risata d’occasione continua tranquillamente a mangiare.

Nell’ottobre 1956 mio padre venne trasferito a Cuneo e vi si rec√≤, al solito, se ¬≠guito da tutta la famiglia. Mio fratello Sergio, di tre anni pi√Ļ piccolo di me, che pro ¬≠prio quell’anno aveva conseguito la Maturit√†, si iscrisse in Legge a Pisa, ed insieme prendemmo una camera ammobiliata dai signori Santei, marito e moglie, al n. 82 di via Santa Maria, nel punto in cui la strada, incontrando la traversa che viene da Piazza dei Cavalieri, forma una piazzetta alberata, se non sbaglio Piazza Cavallotti. La camera aveva due finestre che guardavano sulla strada, il pavimento di mattoni ed il soffitto a travicelli. Dato che era priva di persiane, per non essere svegliati trop ¬≠po presto dalla luce del mattino, avevamo chiesto ai padroni di casa di mettere alle finestre degli “stoini”, delle stuoie avvolgibili che potessero essere alzate di giorno e abbassate e fissate di notte. Una notte, durante un’improvvisa burrasca con forte vento, fummo svegliati dai famigerati “stoini” che si erano sganciati dai loro appigli e sbattevano violentemente contro le finestre. Ci pens√≤ mio fratello, con una buona dose d’incoscienza, a salire sul davanzale, acchiappare a volo gli stoini e fissarli di nuovo ai loro ganci.

Per poterci dare in affitto la stanza migliore della casa i due vecchietti si erano accomodati a dormire in una stanzetta adiacente alla nostra, senza finestre, che dalla nostra prendeva luce e aria attraverso un’apertura rettangolare nella parte alta della parete divisoria. Per riscaldarci durante l’inverno dopo un po’ d’insistenza ci aveva ¬≠no fornito una stufetta a gas liquido piuttosto primitiva che tenevamo accesa nelle ore pi√Ļ fredde. Una notte il gas della bombola fin√¨ improvvisamente e la stufetta si spense disperdendo nell’ambiente qualche traccia di gas residuo. Mi svegliai nel cuore della notte sentendo del movimento nella stanza accanto. “O Maurizio, un la senti questa puzza di gasse!?… Uddio! I signorini averanno lasciato la stufina acce ¬≠sa? !… O signorini !… Avete lasciato la stufina accesa? !?!…” “Non √® nulla, signora ! -cercai di tranquillizzarla- E finita la bombola e la stufetta si √® spenta. Forse √® uscita qualche traccia di gas residuo e si sente un po’ di odore ma non √® nulla!” “Uddio! Esce il gasse!… Voi ci fate mor√¨!…” Mi alzo e chiudo la bombola. “Ecco, ora la bombola √® chiusa! State tranquilli! ” Ma la vecchia √® agitata. “Uddio, signorini! Voi ci fate mor√¨!…” E la mattina dopo, rientrando dopo le lezioni, troviamo in bella vista un cartello scritto a stampatello: signorini, xon la cendete la stufina! E ci volle del bello e del buono per tranquillizzarla e persuaderla che la stufina quando era freddo bisognava accenderla.

Maurizio, il marito, era una persona tranquilla. Era un vecchione alto e ossuto e passava quasi tutto il tempo in cucina seduto su un seggiolone impagliato, immobi ¬≠le, col cappello calato sugli occhi e un sorriso fisso, enigmatico stampato sul volto. Sembrava perduto in chiss√† quali ricordi. Era vedovo, ed aveva sposato la signora Cesira in seconde nozze, anche lei vedova. Era un ferroviere in pensione che per tutta la vita aveva fatto il casellante, il guardalinee o qualcos’altro del genere. “Tutte le mattine -raccontava- in davo in Stazione a Pisa, prendevo il treno e scendevo a Mi ¬≠gliarino. Poi me ne tornavo a Pisa a piedi lungo la linea ferroviaria badando che le rotaie fossero a posto e libere da ostacoli, e me ne tornavo a casa, Tutti i giorni cos√¨, fino a sessant’anni che sono indato in pensione! Ora ho 78 anni. Da quanti anni sono in pensione?” “Diciotto!” “E da diciotto anni che mangio il pane dello Stato senza f√† nulla! Ah! Ah! Ah! ” (Risata). L’unica azione importante, quasi eroica della sua vita era stata quando, casellante a un passaggio a livello, aveva rifiutato di alzare le sbarre a un’automobile di fascisti che tornavano, inseguiti, da un’azione punitiva. “Urlavano, dicevano di aprire e di lasciarli passare perch√© erano amici del Questore e se non lo avessi fatto avrei passato dei guai. Io gli spiegavo che non potevo farlo, loro urlavano e minacciavano… Ma io non gli aprii.

Fumava il mezzo toscano. “Il vizio del fumo me lo ha attaccato il prete di Navacchio. Da ragazzino ero chierichetto. Il vecchio prete fumava il sigaro e buttava la cicca spenta sull’armadio in sacrestia. Noi chierichetti lo scoprimmo, andavamo a fregare le cicche e le fumavamo. E cosi ho preso il vizio! ” Aveva d’altra parte, come in genere gli anziani, delle convinzioni precise ed incrollabili. Erano gli anni ’50 e si erano diffusi in Italia i dadi da brodo svizzeri Knorr. Il vecchio Santei era diventato un assertore sfegatato, un fedele fanatico dei dadi Knorr. “O ci crede, signorino?! -proclamava con entusiasmo e convinzione tutte le volte che poteva- Io il brodo lo preferisco sul dado anzich√© sulla carne!”, stupito egli stesso da tale ardita asserzione.

La signora Cesira, di qualche anno pi√Ļ giovane, era di un’altra pasta, pi√Ļ colta e raffinata, e cercava di dirozzare, senza molto successo, quello zotico di marito. C’era la radio accesa, e una cantante, con voce appassionata e un po’ sdolcinata e accompagnamento di violino, cantava l’Ave Maria, credo di Gounod. Maurizio era sul solito seggiolone impagliato con stampato in faccia il suo sorriso eginetico. “Maurizio!… Senti com’√® bella! √ą l’Ave Maria!…” “Toh!..” “Maurizio!!… ‘Undici nulla??! !… Senti ‘m’√® bella! Co’ la musica!…” “Toh! Artra usanza moderna questa, de di’ le preghiere cor fistio!… ” (Il “fistio” era il suono del violino). Ma non sempre la cosa finiva l√¨, con uno scambio verbale di contrastanti opinioni. Se la signora insi ¬≠steva in nome della musica e dell’arte e tacciava il marito di zotico e d’ignorante a un certo punto provocava la reazione risentita e manesca del sor Maurizio. “Bada!…” -cominciava a brontolare lui, sempre seduto sul suo trono impagliato.- E se le pro ¬≠teste della donna aumentavano di altezza e di petulanza Maurizio perdeva del tutto la pazienza e si metteva a menar le mani, che aveva grandi e ossute. E la signora Cesira, strepitando e frignacchiando sotto la gragnola dei colpi, scappava via di casa sbattendo la porta.

Una mattina, mentre i padroni erano entrambi usciti di casa, venne a trovarmi il Pagni, un ragazzone un palmo pi√Ļ alto di me, di corporatura atletica. Stavamo pre ¬≠parando l’esame di Medicina Legale e ci mettemmo a studiare in tinello. Studiando e ripetendo la materia egli puntava i piedi a terra premendo la schiena indietro sulla spalliera e facendo oscillare la sedia sulle gambe posteriori. La seggiolina, di costi ¬≠tuzione delicata, non grad√¨ molto tale burbero trattamento e all’improvviso cedette mandando il Pagni a gambe all’aria in un rovinio di pezzi e di asticciole di legno. Mi affrettai a rimettere insieme alla meglio i pezzi della povera sedia ed attesi gli eventi. La signora Cesira, di ritorno dalla spesa, si accorse subito dell’accaduto: “Oh, signo ¬≠rino ! !… O che avete fatto ! M’avete sciupato una seggiola !… O come mai!… ‘Enno seggioline bone!…” Ed io, cercando di minimizzare l’accaduto: “Non si preoccupi, signora, non √® successo niente di grave! La sedia era vecchia ed i pezzi si sono scol ¬≠lati e sconficcati… Ma riconficcandoli insieme e con qualche chiodino ben messo la sedia ritorna come nuova, anzi pi√Ļ robusta di prima!” Al signor Maurizio che, an ¬≠che se sembrava distratto, stava ascoltando con molta attenzione, piacque molto il discorso dei chiodini. Profittando di una nuova assenza della moglie and√≤ a prende ¬≠re il martello e una manciata di chiodi lunghi 6-7 centimetri e cominci√≤ a smartellare a dritto e a rovescio su quella malcapitata seggiola con risultati disastrosi. Chiodi storti, chiodi mal conficcati, sporgenti, legni rotti… uno spettacolo orrendo. Torn√≤ la moglie e vide lo scempio… Strida, accuse… Non ricordo se anche quella volta fin√¨ a mazzate ma mi pare di s√¨.

Dalla nuova sede di Cuneo pap√† e mamma presero la buona abitudine di spe ¬≠dirci periodicamente un pacco di cibarie: orecchiette fatte in casa dalla mamma, un barattolo di sugo di pomodoro per condirle, salame e formaggio piemontese e una damigianetta di barbera o di dolcetto. Naturalmente l’arrivo del pacco era per noi una festa: invitavamo due nostri amici anch’essi studenti fuori casa, Ninuccio Cipriani di Sammarco e Maurizio Toso di La Spezia e, usufruendo della cucina dei nostri padroni di casa, organizzavamo una cenetta coi fiocchi. Poi, ringalluzziti da qualche buon bicchiere di vino, uscivamo ridendo e cantando per le solitarie strade di Pisa.

Da qualche mese mi ero laureato ed ero diventato, assieme a qualche altro com ¬≠pagno di corso, assistente volontario nella Clinica Medica dell’Universit√† sotto il professor Monasterio. Pieni di orgoglio e di sacro zelo per essere stati introdotti nel venerato regno di Esculapio, in realt√† eravamo divenuti solamente gli schiavetti non pagati dei mal pagati assistenti effettivi. Ma non ci badavamo, ormai presi dal sacro fuoco della medicina, paghi di sentirci chiamare “dottore” dall’informatore scientifico di turno che ci regalava il nostro primo ricettario e ci riempiva la borsa di campioni medicinali gratuiti. In mancanza di guadagni professionali io mi divertivo a calcolare quanto avessi ricevuto quel giorno in medicinali, e dopo un breve calcolo potevo esclamare: oggi ho guadagnato quattro, cinque, seimila lire!

Fu cos√¨ che praticai la mia prima visita alla padrona di casa che una mattina mi fece vedere una gamba rossa, infiammata per una ferita infetta. Le prescrissi subito un antibiotico ma vidi, da come mi guard√≤, che non mi prese molto sul serio e che non avrebbe mai praticato la mia terapia. Il giorno dopo per√≤ aveva una gamba gon ¬≠fia e rossa come un’aragosta e la febbre a 39 ¬į. “Gliel’avevo detto di prendere subito l’antibiotico! √Ę‚ā¨‚Äú esclamai – Ora non so come andr√† a finire!” “Uddio, dottorino!… Morir√≤?…” singhiozz√≤ disperata. Cominciai subito a praticarle delle iniezioni di penicillina dei miei campioni gratuiti e fu come “mette l’olio nel lume”. La signora Cesira guar√¨ ed io passai da “signorino” a “dottorino”.

Non √® per√≤ che la mia reputazione di buon inquilino ne uscisse molto accresciu ¬≠ta. Nel mese di ottobre di quell’anno (quello era in genere il mese del movimento dei Prefetti) pap√† venne trasferito a Lucca; avevo ricevuto in regalo la mia prima automobile e non c’era pi√Ļ necessit√† che abitassi a Pisa. Fu cos√¨ che dissi addio alla stanza ammobiliata dei signori Santei e alla mia vita di boheme studentesca pisana. Prima di andarmene volli per curiosit√† chiedere ai miei padroni di casa: “Che ne pensate, siamo stati dei buoni inquilini?”, credendo di sentirmi rispondere afferma ¬≠tivamente. Rimasi invece un po’ deluso sentendo la signora Cesira dire: “Mia tanto! Ce n’√® stati di peggio, ma anco di meglio!…” E riandando con la mente al periodo trascorso in casa loro dovetti convenire che forse avevano ragione.

 

 

 


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Bart