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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La conchiglia di Anataj”

3 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Vincitore, come lo fu “Il trono di legno” dieci anni prima, del Supercampiello, questo è un romanzo, pubblicato nel 1983, che non si dimentica.
Sono tali le suggestioni che offre al lettore che al medesimo pare di trovarsi di fronte agli autori russi di maggior nome, quali Tolstoj e Dostoevskij.

Leggete questa descrizione: “Per le strade correvano rade slitte silenziose. Solo il campanellino d’ottone del cavallo ne segnava il passaggio con un suono sottile, che creava in me improvvise lietezze. Perché? Non c’era perché. Mi piaceva udire dei suoni, quali che fossero, come li sentissi per la prima volta. Un sole pallido, appena sorto, illuminava le cupole delle chiese e dei campanili. Giovani donne col berretto di volpe e la pelliccia di martora o di zibellino posavano sulla neve dei marciapiedi i loro stivaletti felpati. Le vecchie, con pesanti fazzoletti neri sul capo, entravano o uscivano dalle chiese.”.

A raccontare è Valeriano, carico di ricordi di quando lavorava alla costruzione della grande ferrovia transiberiana insieme con tanti altri friulani, andati là (un “embrione di popolo”) recandovi l’esperienza del proprio mestiere: chi fabbro, chi sterratore, falegname, scalpellino (come Valeriano) e così via. La narrazione si svolgerà dunque in prima persona e ci narrerà soprattutto la storia di tre friulani: il saggio Valeriano, l’entusiasta Marco e il pessimista Bastiano. Più tardi ne avremo altri, di friulani: specie l’irrequieto Silvestro e il solitario Arrigo.

Ekaterinburg, “una città che sorge appena al di là di quella serie di colline verdi che sono i monti Urali.” è il luogo dove inizia la storia. Con la sua giovane sposa Irina, che lavora all’ufficio postale, Valeriano va spesso nei boschi circostanti, dove entrambi si sentono a loro agio. In ciò Sgorlon recupera di nuovo i valori in cui crede, ossia l’unione complessiva tra tutte le cose, compreso l’uomo, e il Creatore. Parlando di un antenato che era finito sul rogo per le sue idee eretiche, Valeriano ricorda che “S’era convinto che Dio non fosse fuori del mondo, alla fine dei nove cieli, ma dentro di esso, e fosse anzi il lievito e il seme che sviluppavano tutta la natura.”.

Irina teme di avere figli, poiché sa che un giorno lasceranno la sua casa. In realtà ha anche paura di morire durante il parto. Sia pure con esiti differenti, questa disperazione ci fa ricordare quella di Dosolina, la moglie di Lazzaro Scacerni, nel romanzo di Riccardo Bacchelli “Il mulino del Po”.

La disperazione di Irina si rivelerà un presentimento doloroso. Rimasto vedovo e solo, Valeriano lascerà la casa e si unirà ai compagni Marco e Bastiano, “tre friulani solitari, senza famiglia o con la famiglia lontana, in una città che si affacciava alla Siberia.

È a questo punto che il fascino della costruzione in corso della grande ferrovia transiberiana, lunga più di settemila chilometri, si fa più pressante in loro e così decidono di partire per trovare lavoro colà. Inizia da questo momento la scrittura mitica e magica dello Sgorlon che già abbiamo imparato a conoscere.

In principio il viaggio avviene in treno, stracarico di lavoranti volontari tra cui: Kirghisi, calmucchi, tartari, mongoli. Spesso cantano nella loro lingua, ogni tanto il treno si ferma a qualche stazioncina dove qualcuno scende per raggiungere la propria destinazione: “Ogni tanto il treno si fermava a una piccola stazione di legno dipinto, con le finestre intagliate e la torretta dell’orologio, e qualcuno saliva o scendeva per raggiungere un villaggio invisibile dietro un bosco o una gobba della terra.”.

Valeriano, che è da quindici anni in Russia, si sente emozionato da tante novità, come pure il giovane Marco. Un po’ meno lo è il baffuto Bastiano, sempre timoroso di disgrazie e disavventure. Poi ad un certo punto la ferrovia finisce e il viaggio continua su carrozze (taràntas). La meta prossima è Irkutsh, molto lontana. Il convoglio di taràntas sarà scortato per un buon tratto da soldati a cavallo, poiché “Si parlava di predoni di cavalli e di assaltatori di diligenze.

Sono pagine memorabili che disegnano un lungo tratto di una Russia sconosciuta e selvaggia, dove a far da padroni, oltre ai predoni, sono la neve, il ghiaccio e gli animali feroci, tra cui il lupo, l’orso e soprattutto la tigre siberiana. Il vento che soffia è il Sarma, gelidissimo. Quando si fermavano alla posta “mangiavano carne di cervo o di capriolo, e avevano sempre vodka o birra senza misura.” In queste occasioni spariva la paura e tornavano allegri. A lavorare per la transiberiana sono circa settantamila operai provenienti da ogni parte della sterminata Russia e dell’Europa.

Sono pagine epiche che creano una grande aspettativa nel lettore. Avvertiamo che ci troviamo in presenza di uno dei momenti ispiratori tra i più felici dell’autore.

Il paesaggio che li accoglie a Kirkovsk, ossia al villaggio a loro destinato per il lavoro, è di quelli che non frappongono limiti all’ampiezza e alla profondità della Creazione. Valeriano non riesce a dormire e vuole uscire all’aperto ad esplorare: “Tutti i camini fumavano. Fuori di ogni isba, appoggiata alla costruzione, c’era un’immensa catasta di legna, con le spalle coperte di neve. Nei recinti pochi alberi e pochi arbusti semisepolti dalla neve. Immaginai che altri occhi di cani mi stessero guardando, svegliati dal mio camminare furtivo. Attorno al villaggio, poco lontana da esso, la taiga dilagava come un mare, sfiorata da una parte dalla luce della luna, limpida e netta, e tuttavia misteriosa.”. Poco prima aveva incontrato un cane solitario: “Sentii un uggiolio discreto, come soffocato. Un grosso cane stava in piedi sopra un pozzo dal tetto di legno. Il suo collare era irto di chiodi, per difendere il collo dai lupi. Mi guardava con gli occhi giallastri, in cui si condensava tutta la luminosità della notte (…). Il suo orecchio coglieva molto meglio di me un ululato lontanissimo di lupi, che era forse il rimprovero rivolto a lui, così simile a loro, di aver tradito la foresta e le leggi del branco.”.

Queste frequenti citazioni sono necessarie per rendere conto al lettore della sensibilità di Sgorlon e della sua capacità di trasferirla agli altri.
Essa si palpa come una nebbia che venga a poco a poco diradandosi e mostri all’improvviso il miracolo che tiene nascosto, un tesoro prezioso edificato dal Creatore.

Dal momento in cui Valeriano, Marco e Bastiano trovano casa nell’isba lasciata vuota dal vecchio Anataj, andato a stare in una nuova, la narrazione ci accompagna lungo un percorso di magia, in cui affiorano, poco alla volta, personaggi circondati dallo stesso alone impregnato di misticismo e di leggenda. A cominciare dalla padrona del negozio, Katja, la lituana, e da uno dei suoi tre mariti (ora vive con il friulano Silvestro), Nasarka, gran cacciatore e un giorno scomparso nella taiga, dove tanti altri sono scomparsi misteriosamente. Mentre i morti naturali sono presto dimenticati, costoro formano le leggende e restano nella memoria del villaggio: “Il ricordo di loro non era intaccato dalla dimenticanza. In certo modo era come vivessero ancora, e continuassero ad aggirarsi nella foresta con la scure sulle spalle o il fucile a tracolla, e si ritrovassero tra loro, vicino al fiume o in qualche capanna di cacciatori o cercatori d’oro, e continuassero a raccontarsi storie di caccia e di boschi.”. Lo stesso Anataj, dalla figura ancora maestosa, che era stato un famoso brigante e aveva scontato una pena ai lavori forzati, gode di rispetto. Ora fa il cacciatore. Si era sistemato a Kirkovsk con una ragazza kirghisa come lui, che aveva preso come figlia, Ajdym, la quale “apriva la porta della sua stanza agli operai stranieri. Non era un segreto per nessuno”. Ma il lettore avrà modo di incontrarne tanti altri, affascinato dalla storia di ognuno di essi: Gurka un ex costruttore di barche sul lago Bajkal, Ghircik il bandito, zio Eroska il venditore ambulante, e così via.
Di Katja l’autore scriverà: “credeva che il letto fosse il luogo da cui si poteva dominare un uomo da cima a fondo.”.

Tra tutti, un elemento della natura: il sarma, un vento proveniente dai luoghi più freddi della Siberia e talmente devastante che poteva provocare la spaccatura perfino dei lastroni di ghiaccio che d’inverno ricoprivano il lago Bajkal, magnificato per l’azzurro della sua acqua che “restava di quel colore anche se messa in una caraffa di vetro o in un bicchiere.”, e che era stata perfino oggetto di studi. Quando soffiava il sarma “il Bajkal aveva inghiottito carrozze, cavalli e stazioni di posta, perché i lastroni di ghiaccio si erano inclinati e rovesciati.”.

Valeriano farà una scoperta deludente: convinto che la ferrovia siberiana, portando lavoro, sia accolta e ben vista da tutti, apprenderà, ahimè, che non è così. È la vecchia Mironicha, “un po’ gobba e zoppicante” a rivelarglielo. Sono in molti che la considerano un puro capriccio dello Zar e che “una ferrovia la quale attraversava tutta la Siberia non poteva essere se non un’invenzione del diavolo.”.

Tuttavia i lavori vanno avanti e anche i nostri personaggi finalmente si presentano al cantiere, diretto da un impresario italiano, e sono assunti come boscaioli per abbattere gli alberi della taiga nel tratto dove sarebbe passata la ferrovia. Di scalpellini come loro ce n’erano già abbastanza. Non fa nulla, Valeriano e i suoi amici sono abituati a mutare lavoro secondo le necessità. Del resto avevano già fatto quel mestiere, a cui nella taiga si dedicavano “diecine di boscaioli, per lo più friulani, carnici e cadorini, ma anche alcuni kirghisi, mongoli e tartari.” La fascia di bosco a loro destinata è molto larga: “Gli alberi venivano tagliati alla base, e poi rovinavano giù roteando, come trascinassero con sé un lembo del nitido cielo siberiano.

Sgorlon ci dà la sensazione di considerare l’opera della ferrovia quale violenza alla natura, una deturpazione di essa e del Creato provocata dalle esigenza devastatrici della modernità. Di pensarla, ossia, allo stesso modo della vecchia Mironicha, del monaco Nichanor e di Vanka il luparo (sono solo degli esempi). Del resto non ne fa mistero, anche se non lo dice direttamente ma mette le parole in bocca a Valeriano: “Certe volte provavo un guizzo di pena per gli alberi abbattuti, e per quel modo di devastare e mutilare la foresta. Così, per pochi istanti, il pensiero della ferrovia si velava di un’ombra, e mi pareva di schierarmi dalla parte dei contadini e dei cacciatori, che la ritenevano un’opera inutile e senza costrutto.”.

Entusiasta è invece il giovane e sfortunato Falalej (che vive con Katja e Silvestro), divenuto cieco a cinque anni a seguito di una malattia. Per lui la ferrovia potrebbe essere l’occasione di raggiungere la Mongolia, dove si racconta che in alcuni villaggi di montagna vivano sciamani che guariscono la cecità.

La ferrovia diventa così la portatrice di delusioni e di speranze allo stesso modo della vita. Pagine memorabili descrivono il lento arrivo dell’inverno siberiano, che gela e ferma ogni cosa, anche i lavori alla ferrovia, e proprio l’arrivo dell’inverno è uno dei punti più rilevanti della congiuntura tra la natura e la vita. Nell’isba in cui abitano: “Venivano spesso anche Katja e Silvestro, portando con sé la bottiglia di vodka o il prosciutto affumicato. Spesso accettavano il nostro invito di restare a pranzo o a cena, perché anche loro obbedivano all’istinto che li portava a riunirsi e a fraternizzare almeno in quel periodo dell’anno.”. E anche: “Le giornate avevano l’andamento di una slitta tirata da un cavallo silenzioso, sopra una pianura di neve soffice, appena caduta. Contenevano un invito a lasciarsi andare, a dimenticare ogni cosa che non fosse il puro ritmo del tempo, che scivolava via discreto e senza intoppi di nessun genere.”.

Come pure suggestiona il lettore il viaggio che Valeriano e  Marco, accompagnati dall’esperto Anataj, compiono nella taiga “senza fine”, ricca di animali in letargo, per scoprirne i segreti, dove spicca l’episodio della piccola volpe ferita che Marco non ha il coraggio di uccidere.

Ed anche la carestia che colpisce la tribù dei kirghisi a cui apparteneva vent’anni prima Ajdym (un’altra delle tante riuscite figure femminili di Sgorlon: si veda nella seconda metà del romanzo il capitolo a lei intestato): “I bambini cominciarono a scheletrirsi, a gonfiare i piccoli ventri, a cadere in lunghi sonni e sbalordimenti, che erano sempre il preludio della morte per inedia. Anche gli animali e gli uomini adulti cominciavano a perdere i denti e i capelli e a smarrire ogni forza per reagire, parlare, fare qualcosa. Sulla tribù discese anche la coltre strana e impressionante del silenzio.”. A salvarla da quella situazione (si era “inselvatichita, smarrita, incapace quasi di parlare”) sarà Anataj che per lei diventerà “suo padre e sua madre, suo nonno e sua nonna. In lui si erano concentrate tutte le persone della tribù distrutta.”.

La mitica conchiglia del vecchio kirghiso Anataj a forma di “spirale, e pareva la cupola di una pagoda orientale, che finisse in una guglia.”, accostata all’orecchio, emana rumori e brusii che riassumono tutte queste cose, legate a uomini e a paesaggi, ed altro ancora.

Il romanzo si sta rivelando, oltre che un omaggio alla partecipazione della gente friulana ad un’impresa titanica, quale fu la costruzione della ferrovia transiberiana, e un omaggio al forte desiderio del ritorno alla propria terra (“il nostro destino era inserito nel ritorno”), il racconto altresì di una dura lotta per la sopravvivenza, inculcata nell’uomo: “Se la ferrovia arrivava finalmente a compimento, dopo tanti anni di lavoro, dopo tante apprensioni e scoraggiamenti, anche la nostra vita prendeva significato, come se noi stessi fossimo una proiezioni di essa.” Valeriano, convinto di essersi sperso coi compagni da lui guidati nell’immensa taiga, frustata dalla neve e dalla tormenta, ha in mente un pensiero fisso: “Neanche nella desolazione fischiante della tormenta perdevo la sensazione che il mondo nascondesse qualcosa di attraente dietro l’ultima quinta, alla quale non sarei mai arrivato.”. L’uomo, ossia, non rinuncia alla lotta per la vita, sia pure messo nella condizione peggiore e disperante.

Troviamo pagine in cui l’autore riesce a commuovere il lettore pur mantenendo una scrittura poco compiacente alle lacrime. La narrazione, infatti, resta razionale e soltanto la situazione oggettiva che essa descrive smuove intorno al lettore quell’alone di poesia che per Sgorlon è sempre stato uno degli elementi fondamentali di cui uno scrittore deve essere dotato. L’esempio più nitido viene offerto dalla descrizione di Falalej, il giovane orfano e cieco che vive e va diventando uomo nella casa di Katja e di Silvestro, fatta in uno degli ultimi capitoli, intitolato “Il cieco”, del quale, fra l’altro, scrive: “Non avrebbe mai visto il viso delle ragazze. “.

Attorno a Falalej, che ora è tenuto come un figlio da Ajdym nella sua isba, vanno sempre più radunandosi bambini e ragazzi per ascoltare le sue storie. Forse a causa della cecità egli combina le parole “in modo da far nascere sonorità sconosciute, lietezze colorite, che costringevano ad ascoltare e a dimenticare tutto il resto del mondo…”.

L’occasione di questa abilità del suo personaggio dà a Sgorlon l’opportunità di spendere alcune righe sulla inventività che caratterizza tanto la favola che la fiaba, verso le quali non si sente di fare alcuna distinzione: “Raccontando andava molto più in là della secchezza legnosa della favola, così come tutti la narravano. Le sue fiabe erano piene di campanellini che tintinnavano, di gong che risuonavano, di canti che scoppiavano nella gola degli uccelli sconosciuti.”. Con ciò mettendo la sua autorevole parola in una diatriba che ancora oggi continua a dividere gli studiosi sulla distinzione tra favola e fiaba.

E ora una confidenza. Ho letto questo romanzo due volte. La prima porta la data del 25 marzo 1994. Fu quella lettura a rivelarmi la grandezza dello scrittore. Oggi, 30 novembre 2014, vent’anni dopo, la sua conclusione, ossia la decisione di Valeriano di restare in un paese sperduto in capo al mondo onde non sentire più di esso gli assurdi ed invadenti rumori, coincide con un mio desiderio. E dunque lo ammiro e lo invidio.


Letto 2413 volte.


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