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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La foiba grande”

25 Settembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Intanto un gran libro sulla verità delle foibe.

Si parte dalla rievocazione della peste nera che aveva decimata l’Istria nel Seicento, ed in particolare il paese di Umizza in cui vivono i personaggi superstiti. Uno di questi, Benedetto Polo, sposatosi con Anna Radek, si vede portare via la moglie dal paratifo. Così saluta i genitori, Bartolomeo e Filomena, e se ne va in America. Non dà notizie di sé, ma un giorno torna. Suo padre è morto, molti dei beni di famiglia sono stati venduti, però non se ne dà pensiero. Si dà alla scultura e il suo nome diventa famoso nella zona. Ma nessuno riesce a capire che cosa frulli nella sua testa. Pare un individuo originale. Vera, piena di vita, che aiuta in casa Filomena, è l’unica che lo capisca e lo ammiri.

Si snoda da qui la storia di una rinascita che già si intravvede insita nella figura di Benedetto, ma non solo.
Frane, di carattere allegro, è il fratello di Vera e amico di Benedetto. Sospetta che Vera ami in segreto Benedetto, ma è certo che tra i due non può succedere nulla di sconveniente. Altro amico di Benedetto è Vado, che un giorno scompare e si viene a sapere che combatte tra i partigiani. Poi c’è il Timavo, il fiume che ad un certo punto s’inabissa nelle grotte di San Canziàn “come fosse inghiottito dalla terra, e finisse nelle sue viscere per sempre.” e nessuno lo vede più riemergere.   È il primo accenno alle foibe che così tristemente hanno reso famosa quella terra. Dirà l’autore verso la fine: “l’Istria era destinata a diventare un nome conosciuto in tutto il mondo, con paura, proprio per le sue foibe e i morti che contenevano, come era già famosa per i fenomeni carsici.”. C’è, infatti, la guerra e l’Italia imita in tutto la sete di conquista degli alleati tedeschi, e presto la terra istriana subirà dalle camicie nere, e poi dagli slavi di Tito, ogni sorta di sopruso.

Sgorlon ha costruito la cornice della storia; ora non ha che da dipingere il quadro.
La storia è quella della Seconda guerra mondiale, dunque, ed in particolare dello sviluppo del movimento partigiano. Sono le donne slovene a combattere contro i soldati italiani, attirandoli nei boschi e scannandoli mentre li seducono a fare l’amore. Il soldato Marino è la prima vittima di Umizza di questo strano modo di combattere, che affascina Frane, il fratello di Vera, il quale sogna di vivere la guerra come una opportunità di gloria.

Sgorlon è contro tutto questo. Scrive: “gli istriani non erano slavi, o italiani, o tedeschi, ma slavi, italiani e tedeschi insieme, eppure un po’ romeni, dalmati, morlacchi, ed altro ancora. La guerra aveva appunto questo di nefando, che faceva sparire gli istriani, per svegliare in loro sopiti nazionalismi.”.

Ma esalta l’intraprendenza istriana che sa trovare il modo di arrangiarsi anche in tempo di guerra. Se in altre zone mancava del cibo o qualsiasi altra cosa, a Umizza e in tutta l’Istria no. E ciò grazie ad uno spirito antico di contrabbanderia praticata tanto per mare che per terra. A nascondere il malfatto a volte servivano anche le foibe,   nelle quali inventavano che fossero cadute ad esempio le bestie sparite a qualcuno. Una delle foibe era talmente grande che gli umizzani ne andavano orgogliosi ed erano famosi anche per questo.

Sono scene di vita che Sgorlon descrive con efficacia e anche con grazia, pur svolgendosi in tempo di guerra. Vera ne occupa gran parte, grazie alla sua vivacità selvatica, e riesce perfino a superare un dramma personale gettandolo dietro le spalle e continuando a vivere come se niente l’avesse contaminata. Della guerra, che divampa in tutto il mondo, Sgorlon limita la sua rappresentazione per ciò che riproduce di sopportabile, ma anche di feroce, nella penisola istriana. Personaggi che la subiscono o la interpretano appartengono non al mondo bensì a quella terra. Ci si muove per i propri bisogni e i propri commerci tra un luogo e l’altro dell’Istria “da Postumia a Fiume, da Trieste a Pola”. Il pianto dei padri e delle madri, sorelle e mogli si sparge per tutta la penisola istriana, “da Pinguente a Pisino, da Montona a Villa, da Buie a Fontana, da Dignano ad Abbazia, da Capodistria a Fiume.”.

Benedetto, Milan, che tanto gli somiglia da sembrare un suo gemello, Frane, Vera, Vlado, acquistano via via sempre più spessore, e ciò soprattutto dopo il 25 luglio del 1943, ossia con la caduta del fascismo e con l’Italia divisa in due. Gli Istriani temevano i partigiani slavi, affamati di conquista e spinti dalla ferocia. Avrebbero preferito schierarsi con i tedeschi finché non seppero delle deportazioni nei lager e della loro paura che li aveva trasformati in macchine capaci solo di uccidere.

La speranza che gli Alleati, fermatisi a Montecassino, e poi nell’Agro romano, da dove non riuscivano a fare un passo avanti, arrivassero a portare la tanto attesa pace, andava scemando ogni giorno di più. L’Istria di Sgorlon è così presa da due fuochi. Difficile tirarsene fuori.

Vi si era annidata quell’antica ferocia levantina che l’aveva ferita nei secoli passati. Nei boschi venivano ritrovati cadaveri su cui si era esercitata ogni nequizia: “Ferocie di epoche defunte, conosciute a malapena, rimaste a creare frange di terrore nelle pieghe scure della mente, erano riemerse in modi impetuosi e imprevedibili.”.

L’Istria costituita nell’accumularsi dei secoli da tante nazionalità: italiana, tedesca, slovena, croata, romena, dalmata, con la guerra vedeva risorgere i vecchi nazionalismi, e soprattutto da una parte quello italiano, e dall’altra quello slavo: “Non c’è sentimento più istintivo che quello di sentirsi appartenere a una nazione. Una coscienza misteriosa e irrazionale, perché si è latini, o slavi, o tedeschi, da centinaia o migliaia di anni, nei propri antenati.”. Non la pensa così, Vlado, infatuato delle promesse del comunismo, il quale vuole privare tutti delle loro origini e inglobarli nel comunismo titiano, che se mieteva vittime, era solo per il bene della collettività. Ma sconterà, alla fine, soprattutto dopo la mala azione fatta a Vera, la pena del rimorso.

Nell’assurdo clima che si stava formando, Benedetto avvertì che il “suo dovere era quello di mediare una sutura tra i due nazionalismi, sottolineando in entrambi il loro elemento peculiare, quello istriano, che era una sintesi storica e una mescolanza di tante culture diverse.”. Vera che si è accorta di amarlo, è al suo fianco.

Ma quello di Benedetto non è un compito facile. La partigianeria slava sembra ingorda ed inarrestabile. Depreda le case, violenta le donne, che bisognava mascherare da vecchie per proteggerle, fa sparire gli individui: “Che ne era degli scomparsi? Dove li mettevano?”. “Restava da formulare una sola ipotesi attendibile, le grotte, le foibe…”. Perfino un “vecchio uomo politico, Francesco Saverio Nitti, con i capelli bianchi e infinita saggezza sulle spalle, affermò che quella degli istriani scomparsi nelle foibe non era che una delle tante invenzioni della guerra.”; “e per i comunisti non era che una favola messa in circolazione per gettare sul socialismo una patina di discredito.”.

Non v’è dubbio che Sgorlon condanna senza mezzi termini la strategia della menzogna e un tale modo di combattere e, messo alle strette di fronte agli avvenimenti, egli non esita a sentirsi un istriano italiano. Proprio come Benedetto che si adopera affinché gli istriani restino sulla loro terra poiché “anche un piccolo territorio come l’Istria poteva essere una patria.”.

Una parola per Vera. È una delle più belle creazioni di Sgorlon. Bella, vivace e selvatica sarà sempre punita dalla sorte per i suoi sogni, soprattutto in amore: prima con Vado, poi con Benedetto, che la respinge solo perché è più vecchio di lei di trent’anni. Ma lei saprà sempre essere più forte del destino che la contrasta: “il destino aveva cambiato le cose, a allora lei, per rivalsa, per fargliela vedere, aveva deciso di mutare tutto quanto.”.

Una delle lezioni che possiamo ricavare dai tanti e poderosi romanzi di Sgorlon è che egli non si sottrae a nessun argomento, affrontandolo a viso aperto (per quanto tempo le foibe sono state un tabù!), e segue sempre la storia per filo e per segno, seppure analizzandola attraverso piccoli spazi. Pur giovandosi sovente di una delle sue armi migliori, la visionarietà, pur rievocando usanze e personaggi scomparsi nel lodevole tentativo di resuscitarli, l’utilizzo di tutto ciò viene abilmente calato nella realtà, che ne acquista in vigore e suggestione, allo stesso modo che la scrittura che la rappresenta diventa carismatica, portatrice dei miti che appartengono comunque, non solo alla sua terra di origine, ma, e soprattutto, all’anima dello scrittore.


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