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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Chiara chi?

13 Aprile 2010

di Carlo Capone

“Lei, commendatore, conosce tale…”
Il commissario Eugenio Vitiello lesse dal foglio. E al Commendatore D’Ambros svanì il respiro.
“…Celsi, Chiara Celsi”, lo fissava adesso Vitiello, “nata a Milano il dodici Giugno del quarantotto e residente a …”.
“Fermo!”.
“Si sente male? Vuole un bicchiere d’acqua?”
“Io? quando mai.”
“Sicuro?”
“Per carità. Intendevo solo risparmiarvi una fatica.”
“Dica, allora, l’ascolto.”
“Bravo: non la conosco. Mai sentita nominare, ‘sta signora. Tutt’a posto?”.
Inspirò forte, premendo una mano sul petto, ma il senso di oppressione non svaniva. Accumulo di stress, senza dubbio, l’esito di una notte di congetture, di ansie amplificate dal buio, e tutto per via da un disguido. Ecchemarina, potevano avvertire!
Per urgenti comunicazioni che la riguardano, intimava l’avviso, a corollario di una sequenza di misteri. Lettere con pretese di tabacco – improbabili, già debitamente provveduto – , scoppi notturni ai cantieri – ritorna alla voce di prima – e, ciliegina sul gorgonzola, un topo di tre chili impiccato al cancello di casa.
Un topo, impiccato, lungo lungo. Una zoccola, casomai. Anche la zoccola era stato oggetto di ponderazione, che c’entrava con la cartolina? Per quanto si spremesse non riusciva a collegare. A meno che! – si era rizzato nel letto rigettando le coperte – a meno che non fosse opera di un infame, qualcuno che avesse spifferato alla polizia gli affari di tabacco, e qualcun altro che non avesse gradito. Era stato chiaro, mannaggia giesuele, come devo ripeterlo a quei cornuti dei masti. “Sulle bombe ai cantieri D’Ambros zitti o vi appenno. Scoppi accidentali! se vengono a ficcare il musso dite così: prove tecniche di esplosivo!”

“Ne è proprio certo?”, riprese il commissario.
“Di cosa?”, si informò D’Ambros, che stava per alzarsi. Ripensò al topo, e per bizzarra associazione alle incursioni della polizia nelle case squillo. La buoncostume, l’unica sezione di Questura cui annettesse efficienza.
Tornò a sedere.
“Aaah, il nome?” –marcò lo sbuffo- gliel’ho spiegato. Anzi, metta pure a verbale. Non mi dice niente, zero”.
E invece gli diceva. Quel nome, dissolti gli assilli, aveva smosso, ecco il motivo dell’oppressione. Quel benedetto nome – Chiara? Chiara chi? – gli aveva indotto un tremito sottile, incerto come un dubbio a mezzanotte. ‘L’ho sentito, ce l’ho in capa, ma non viene il nesso’. L’uomo di fronte non demordeva, braccava i suoi dubbi e le pene con occhii indisponenti. Ad essi si era aggiunto il ghigno, un’espressione tra il poliziotto imbecille e l’allupato di troie.
Ma anche se fosse, riprese a cogitare D’Ambros, mettiamo pure che l’abbia conosciuta, ‘sta gesucrista, che c’entra una donna con le quistioni di tabacco? quei signori, i percettori di…il tabacco, le sigarette, erano solo maschi. A guardarli facevano schifo pure ai morti.
“Perdoni se insisto”, proseguì il funzionario dell’Ufficio Affari Politici, “è sicuro di non averla mai vista questa persona? Sa, mi permetto in quanto…”
“In quanto che cosa?”
“…perché, vede, noi riteniamo che la faccenda non stia proprio nei termini che ci descrive”.
“E come dovrebbe stare, mi spiega?”
“Calma, commendatò, stia composto!”
“Tranquillo, calmissimo, mi è uscito spontaneo”.
“Capisco. Stavo dicendo che a parer nostro di questa donna deve almeno sentito parlare. Almeno”.
“Voi dite?”
“Non so, magari innnn …”
“Magari dove? perdoni ma non seguo. Glielo devo ripetere in francese? può darsi… inzomma per lavoro io alle volte… sapeste quanta genta cheee…”
“Che?”
“Cheee … è possibile, come no, ammagari di sfuggita… che so, a un mitìng, quacche riunione, può darsi che me l’hanno presentata a questaaa… come avete detto si chiama? …”
“Cel-si”.
“Cessi, appunto. Ma …perché mi guardate così brutto?”
“Io non guardo nessuno. Continui”.
“Continuo? E che devo dire, egregio caro? Ripeto, facciamo che l’ho conosciuta, contento adesso? ma onestamente non ricordo né quando né il come. Piuttosto, datosi che sono qui da un’ora e nessuno mi spiega il motivo della convocazione, permette una domanda?”
“Ci mancherebbe”.
“Appunto. Mi dite chi è questa persona?”
“Vuole proprio sapere? sicuro sicuro?”
“A lei piacendo”, si concesse D’Ambros, sarcastico.
L’altro scattò in alto e si protese: “E’ una bierre, ingegnè, meglio, una nappista!”. Diede un pugno sul ripiano: “Ha capito mo’ chi è ?”
“Una che?”, scattò anche D’Ambros. Il ginocchio urtò la scrivania. La formica emise un tonfo di tamburo.
“E stia calmo, si rilassi, le ho detto”, ingiunse Vitiello, tornando a sedere. Una ruga sottile, verticale, si segnalava al margine della bocca.
La soppresse con un sorriso artefatto, spiegò: “Insomma, commendatore, è una terrorista, una che ammazza. Devo aggiungere altro?”
Afferrata una biro la puntò al foglio e ci fece ghirigori. “La tenevamo d’occhio, la guagliona”, sembrò raccontare agli sgorbi. “E finalmente l’abbiamo incastrata”.
Il volto, rizzato di scatto, sprigionò rabbia e rossori. “Settimana scorsa!”, poi aggiunse, “azione da manuale, si capisce”.
“Bravo. Ma io che c’entro?”, sbottò D’Ambros.
L’onda di collera rianimò il solco alla bocca, Vitiello si lisciò alla nuca. ‘E non sai il resto!’ . Poi strofinò i capelli, nervosamente. ‘Bella rogna, per la matosca!, per giunta su commissione di un pesce grosso’.
Estrasse una Diana da un astuccio in similoro e l’accostò al Minerva. Alcune spire e si accinse a ripigliare. Hai detto leva, una parola trovare tono e argomenti giusti. Il D’Ambros, dopo tutto, era amico di quel pesce.
“Io la capisco, non può nemmeno immaginare”, riprese, “e provo anche a mettermi nei suoi panni, sul serio”.
Guardò altrove in cerca di spunti. Stimando di averli scovati espose il concetto. “Come dicevo, mi spiace e sento imbarazzo, ma corre obbligo di comunicarle che in questa vicenda lei c’entra, ci entra eccome”. Il tempo di fronteggiare un rigurgito e si affrettò. “Seppure indirettamente, sia chiaro”.
Tardi, D’Ambros esplose come un mortaretto.
“Io? Volete dire che sono un terrorista? ma si sente bene ? sa chi è Luigi D’Ambros? Le hanno spiegato il mestiere che faccio? Le mie relazioni, i palazzi costruiti?”.
Altro che sigarette alla malavita, sti muort e’ famm avevano pigliato assi per figure. E parla, allora, pa’, dici quanto vuoi, io da st’orecchio non ci sento. Ma tu vedi il pataturco, io un terrorista!
Esternò lo sfogo interiore con una salve di sbuffetti.
“A sua insaputa, ho detto, lei non ci azzecca”, gettò acqua Vitiello. “Stia tranquillo”.
“Essì, tranquillo, lo sarò quando finisce ‘sta barzelletta!”
“Le ho chiesto se conosce questa donna per dovere di ufficio. Questo è tutto”.
D’Ambros scosse la testa, amaramente.
“Per dovere? Questa è bella! – e roteò la mano – per il suo dovere mi accusa di farmela co’ gli assassini. Ebbravo commissario. Ma non finisce! ennò che non finisce, stia pur certo”.
Trafficò al polsino, un tic abituale nei momenti di tensione. “A mia insaputa, hai capito niente?”, confidò ai gemelli, “questa è ancora più meglio!”. Ma la rabbia, la saccenteria di quel pezzente di ispettore imponevano una lezione. Lo guardò di sbieco corrugando la fronte: “Se crede di parlare a un fesso ha sbagliato indirizzo, andatevi a fare una retata di puttane. Riuscite meglio”.
Le sopracciglia le rialzò anche Vitiello, D’Ambros incenerì.
“Visto che non gradisci l’educazione, chiudi il cesso e ascoltami bene!”, si avventò in avanti per mordersi il labbro e rinculare. ‘Piano, stronzo, t’ho detto piano!’. Attrasse un posacenere e vi accecò il mozzicone.
“Ci sono le prove!”, modulò dopo una serie di strusci, “le prove che la Celsi progettava un agguato mortale contro Mariano Strazzullo. Immagino conosca l’onorevole Strazzullo, non mi neghi pure questo”.
“Certo che lo conosco, ci mancherebbe. Un buon amico, un uomo a cui tutti dobbiamo”. Anche Strazzullo, quel grande uomo di niente? Gesù, s‘è girato il mondo.
L’altro annuì compiaciuto. “La Celsi ha reso ampia confessione. Insomma, come si dice adesso, si è pentita”. Una smorfia ferina gli storse la bocca : “Oddio, pentita. Diciamo che ha capito di trovarsi in trappola, di non avere scampo”. Pausa, sguardo volpino, poi il racconto. “Un’insospettabile, una persona di cui Strazzullo si sarebbe fidato, doveva avvicinarlo all’uscita di casa, mentre l’onorevole si avviava a studio. Il tratto di strada è breve, di solito lo percorre senza scorta…”
“E’ vero, Mariano…”.
“A quel punto la Celsi e i suoi amici sarebbero scesi da un’auto parcheggiata nei pressi e avrebbero aperto il fuoco”. E avrebbero fatto bene, masticò il commendatore. Vitiello preferì ignorare.
“Nelle loro intenzioni”, stava proseguendo, “l’insospettabile doveva essere l’amica …- qui finse un inceppo – oddio, il termine è un altro, come dire… figurarsi se lei. Insomma l’amica doveva essere la compagna di letto della Celsi. Con tutta probabilità da sopprimere dopo l’impresa. E sa chi era questa amica?”
“No”.
Vitiello si allungò puntando sulle dita.
“Sua figlia! la dottoressa Carla D’Ambros. Ha capito adesso?”


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Chiara chi? — 13 Aprile 2010 @ 03:13

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Bart