di Gabriele Baldini
[da “La fiera letteraria”, numero 34, giovedì, 22 agosto 1968]
Quand’ero ragazzo, attorno ai dieci dodici anni, prima che insorgesse la malizia, il cinema era il solo mio nu trimento: e non solo quello che vedevo â— relativamente poco â— ma quello di cui leggevo e soprattutto quello che immaginavo. Anche le più refrattarie materie scolastiche â— come l’aritmeti ca e la geometria â— si trasformavano in cinema: vedevo danze di isosceli e scaleni processioni di frazioni disposte in fitte schiere: non parliamo poi della storia e della geografia e dei poemi omèrici: tutto era regolarmente ripas sato al vaglio d’un interminabile film immaginario dove Achille s’incontra va bensì con lo Scamandro â— il mio film più appassionante, forse, â— ma anche con Porsenna, Muzio Scevola e Cornelia, la madre dei Gracchi; e Ulis se continuava il suo vagabondaggio, oltre le colonne d’Ercole, nella Pampa e sul cordigliere delle Ande, sulle montagne Rocciose e attraverso il ca nale di Panama. E il tutto veniva, in qualche modo curioso, come incorag giato dal De Amicis, perché Telèmaco mi si confondeva, a tratti, col tamburi no sardo, Nestore con l’infermiere di Tata ed Ecuba con la vecchia nonna di « Sangue romagnolo ».
Tanto si poteva dare soprattutto perché le scarse occasioni d’andare al cinema, arrotondate ma molte occasio ni rubate di nascosto, mi si prolungavano in tutto quel che potevo leggere sulla materia. Erano gli anni che il fa scismo aveva scoperto le straordinarie possibilità di propaganda che offriva il mezzo e i giornali cominciarono a de dicare interi paginoni al suo stambureggiamento. Ma la malizia era, se non altro, in agguato, a suggerirmi di non prestar fede a chicchessia: e io m’ero lasciato persuadere a trattenere i giu dizi soprattutto di due soli critici: Fiippo Sacchi e Sandro De Feo, a cui, un po’ a distanza tuttavia, aggiunsi più tardi Mario Gromo. Facevano tutt’e tre molto sul serio: ma Gromo for se esagerava un poco: finiva con l’esse re addirittura pedante, a volte, e col complicare le cose al punto che non si sapeva più come ridurlo a un vero e proprio giudizio dalle mie fameliche facoltà bambine.
Le celebrazioni annuali di De Feo
Sacchi e De Feo riuscivano, invece, non solo sempre a persuadere, ma a farlo con urbanità e quella punta di capriccio e di scherzo che insaporiva la lezione. Sarà stato, un po’, che li co noscevo di persona: ma Sacchi lo ve devo raramente nelle brevi puntate autunnali a Milano, quando andavo a passare un quindici giorni da una pa rente aspettando che s’aprissero le scuole: mi metteva in tasca la sua tes sera e tutti i grandi cinematografi del centro erano a mia disposizione; riu scivo a vedere dai tre ai quattro film al giorno: era l’epoca della prima Die trich, di Joan Crawford in coppia con Clark Gable, di Herbert Marshall e di Myriam Hopkins, dell’autunno dorato dei fratelli Barrymore, delle ultime operette UFA con Lillian Harvey e Willy Fritsch prima della chiusura na zista.
Di film italiani se ne vedevano po chi, e quei pochi erano schiacciati dal confronto, soprattutto con gli america ni: i francesi dovevano ancora aprire la grande stagione â— Gabin di là da venire â— e degli inglesi non si sentiva nemmeno la puzza. Una volta l’anno scendeva maestosa e gelida imperatri ce di quella plèiade scintillante Greta Garbo dalle spalle levigate e dalle pal pebre pesanti di ciglia inverosimili.
Le annuali celebrazioni di Greta Garbo riuscivano meglio a De Feo che a Sacchi: questo fece precipitare i miei favori. Ma De Feo, che vedevo pure talvolta, seduto al caffè â— un caffè do ve m’infilavo dietro a mio padre â— manteneva un certo distacco; allora avrà avuto solo il doppio della mia età: appena venticinque: ma a me pa reva giungere ministro di una favolo sa saggezza: e mi tenevo per molto lu singato anche di quel pochissimo spa go che mi dava, e facevo tesoro dalle minime scaglie.
Rifiutò sempre la volgarità
Più tardi, molto più tardi â— diciamo addirittura trent’anni più tardi â— quando divenimmo amici, mi confessò che non solo io, da ragazzo, ero insop portabile, ma che il cinema non lo aveva propriamente mai interessato e che era solo un rifugio per restarsene estraneo, nelle pagine del giornale, da temi più compromettenti. Fu giocofor za accettare la prima parte dell’ammissione, ma non mi sono mai deciso a creder proprio vera la seconda.
Oggi, che l’amico ha interrotto per sempre la sua cordialissima conversa zione con noi, tutti ricordano la sua opera di critico drammatico e lettera rio: del tirocinio giovanile di critico ci nematografico nessuno parla; eppure proprio di lì, io credo, prese le mosse la sua civiltà. Era un momento perico loso: molti valori erano già naufragati e quei pochi che erano ancora in salvo si trovavano a un continuo rischio: la sua educazione umanistica gli faceva tenere il cinema in sospetto, se non proprio in discredito, ma la sua atten zione all’accento genuino e alla fre schezza delle intuizioni, il suo fiuto e rifiuto sicuro per la volgarità e la con traffazione gli suggerirono finirla allo ra quella misura, quel rigore e insie me quella leggerezza che gli rimasero le doti migliori al banco di prova di te mi più impegnativi. Ed è da credere che se il viaggio non fosse stato insi dioso, non ci si sarebbe messo. Fu un modo di temperare di affinare gli stru menti. E tutti hanno potuto vederne i benefici effetti.