Come l’America venera i luoghi dove vissero i suoi poeti

di Gabriele Baldini
[da “La Fiera Letteraria”, numero 35, giovedì 31 agosto 1967]

Amherst, Massachusetts, agosto

La pietas letteraria anglossassone, anche qui alimentata da una rete af ­faccendatissima di rosee vecchine, ve ­nera con religiosa sollecitudine le ca ­se, gli appartamenti, le camere d’affitto dove alloggiarono i poeti e gli scrittori e dove composero le loro opere. Ma tanta energia è spesa un po’ a vuoto. Le case dei poeti son tutte eguali e da tutte spira lo stesso senso di polvere e muffa, e di disagio, che alla vista delle spettrali cartilagini della gatta di Arquà.

Nel Bronx, la sezione di New York a nord di Manhattan, appena rilevato di sul pratello verde sciacquato d’un giardino che occupa tutta la piazza, si è conservato il Poe Cottage, che però quando Edgar Allan Poe vi abi ­tava era in altra parte, poco discosta, ai margini del borgo di Fordham. E’ una casetta minuscola, quasi una per giocarci, una specie di « doll’s house », e ci si meraviglia al pensiero che l’abitasse una creatura assediata da tanti terrori. A tre passi dalla porta d’ingresso, attraversate due stanzette, ci si trova già col piede sulla soglia dell’uscio posteriore, e nei due cubicoli di sopra si batte del capo nel soffitto, ché sono appena ricavati sotto la cauta sporgenza del tetto. Poe ci visse qualche stagione con la zia e suocera Mary Clemm â— cui Baudelaire dedicò le sue traduzioni â— e la moglie Virginia, la moglie bambina, che si spense proprio tra quelle fra ­gili pareti di legno. Si dice che vi fosse composto Il Corvo.

Scarsi visitatori si sobbarcano il subway fino all’incolore immenso e non altrimenti remunerativo Bronx, e quei pochi pénano a trovare il Cot ­tage, cui le guide alludono vagamen ­te. Persino il custode non ci si fa sempre trovare alle ore segnate su una placca inchiodata al portoncino.

A Baltimore, un settanta miglia più a sud, del Poe si venera il sepolcro: l’unico che resti nella breve cinta d’una chiesa metodista, in luogo dcentrato se non proprio alla peri ­feria. Sotto il cippo, adorno d’un con ­venzionale medaglione di bronzo con un ritratto a bassorilievo, spiccano il rosso il giallo e il verde d’un fascio di rose esuberanti su da un vaso di vetro viola. Ma chi s’avvicini scopre che sono di celluloide, e parecchio impolverate, segno che il luogo non è meta né di officianti né di fedeli. Le vecchine, insomma, restano ti ­tubanti.

Ché la buona fama del Poe non è ancora rinverdita ufficialmente, in Ame ­rica, dove ci s’imbatte continuamente in autostrade, ponti, aeroporti e nodi ferroviari intitolati a Emerson, a Troureau, a Hawthorne, a Whitman e a Mark Twain, ma dove nulla di gran ­dioso consacra ancora il martirio di Edgar Poe. In tutto questo avrà do ­vuto contare il fondo puritano dell’educazione civica americana, che non ha ancora saputo scordarsi la bottiglia di gin del poeta di Ulalume e della Casa Usher.

La dispomania è ancora così cospicua nella mitologia del Poe da can ­cellare tutto il resto, mentre l’omo ­sessualità di Walt Whitman resta un capitolo oscuro e appartato, e in nul ­la offusca il fremito dell’epopea che ancora aleggia attorno al capo canuto, alla barba veneranda, allo sguardo az ­zurro e un poco svampito.

Ma tutte le glorie letterarie « per bene » sono state tutte raccolte a Con ­cord, Massachusetts, a una mezz’oret ­ta da Boston. Concord, in qualche modo, fa da contrappeso umanistico alla capitale dove si venerano i san ­tuari politici di Washington, di Jef ­ferson e di Lincoln. Ben composti ancor essi in una felice triade, che par raccomandare le radici della sua giu ­stezza, a Concord si venerano gli spi ­riti magni di Emerson, di Thoureau e di Hawthorne.

L’assembramento non è frutto del ­l’artificio; si prestò naturalmente. Se il solo Thoreau vi nacque, gli altri due vi abitarono a lungo, vi operaro ­no intensamente e vi morirono, e tutt’e tre son sepolti nello Sleepy Hollow Burying Ground, un cimiterino sul clivo d’un colle aprico bagnato da freschi ruscelli, asciugato da lente ca ­rezze d’un sole discreto che si fa strada a stento fra i rami fitti d’un boschetto di acacie.

Concord presentava il vantaggio an ­che d’una reputazione ben classifica ­ta storico-epica. Da Concord â— nome augurale, come si vede, all’incontrario â— partì il primo colpo di fucile del ­la rivoluzione americana, e a Con ­cord, al passaggio d’un torrentello, fu ­rono uccisi i primi due soldati inglesi.

Gli Emerson avevano proprietà spar ­se un po’ per tutta Concord, e Tho ­reau le abitò, di volta in volta, quasi tutte. Anche lo stagno di Walden, sul ­le cui rive Thoreau si ritirò a vivere per quasi due anni in completa soli ­tudine, dentr’a una capanna costrui ­ta da sé, per dimostrare al mondo di poter fare a meno della civiltà, era in suolo di proprietà di Emerson.

Le case dove vissero, pensarono e composero le loro opere i tre saggi di Concord sono aperte ai visitato ­ri: linde, spolverate, un po’ scric ­chiolanti, si distinguono solo pel fat ­to di essere identiche fra loro e del tutto anonime, così che, nel ricordo, il tinello di Thoreau stinge sul bou ­doir di Emerson e la veranda di Hawthorne eredita le stesse tendine dell’affittuante.

Ma, per una strana rivincita contro queste glorie letterarie un poco aduggiate dai programmi scolastici, la me ­ta meglio riverita di Concord è la ca ­sa di Louisa May Alcott. Il fenome ­no si spiega. Per ogni lettore, fatal ­mente, oggi, un po’ distratto, di Wal ­den, di Nature, dei Muschi, se ne tro ­veranno per lo meno un migliaio che abbia tesaurizzato Piccole donne.

La casa di Emily Dickinson ad Amherst, sempre nel Massachusetts, si può visitare solo per appuntamen ­to. E’ stata acquistata dall’Università e ci abita il Direttore di uno dei Departments umanistici, e se càpita qual ­cuno che proprio lo desideri gli fan ­no, o lui o la moglie, da custodi e da ciceroni. Ma a interessare, ora, è solo il sito, le mura, il giardino â— dove sono conservati esemplari di tutti i fiori e di tutte le piante menzionate nell’edizione critica di Poems a cura di Thomas H. Johnson â— perché la casa, all’interno, è stata completamen ­te rifatta e adattata alle esigenze di una abitazione moderna. In una stan ­za al secondo piano sono raccolti al ­cuni oggetti che, più che appartener ­le, furono in qualche modo connessi con la Dickinson, e che si dovettero racimolare, strappare addirittura ai ri ­luttanti eredi di Austin, fratello di ­letto della poetessa, che abitava un cottage poco discosto cui mena uno stretto sentiero guardato oggi da una ammonizione che dice di non prose ­guire.

Dalla porta semiaccostata d’un ar ­madio a muro s’intravvede, unico og ­getto appeso, un abitino bianco di una sorta di calicò o bisso, ricamato di fioretti bianchi sul collarino e alla cintura. E’ uno dei famosi abiti bian ­chi che la poetessa prese a indos ­sare, escludendo qualsiasi altro colo ­re, nell’ultima fase più disperata e chiusa della sua esistenza. La padro ­na di casa lo adagia a prova su mia moglie. La gonna diritta, rigida le giunge appena al ginocchio. Doveva essere ben piccolina la Dickinson.

Nel cimitero di Amherst, le tombe della famiglia Dickinson sono le uni ­che circondate da un cancelletto di ferro verniciato di nero. Per il resto, sono identiche alle altre del luogo: tutte della stessa lastra di basaltino grigio ficcata nel terreno, e che smuo ­vendosi questo risulta ora un po’ sghemba. Più alte quelle dei genitori, più basse quelle di Emily e della so ­rella Lavinia amata-odiata. Su quella di Emily, in luogo di « Died », com’è scritto in tutte le altre tombe, si leg ­ge « Called back ». Come a dire « ri ­chiamata » invece che « morta ».

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