Douglas. Piccole infamie vittoriane

di Gabriele Baldini
[da “La Fiera Letteraria”, numero 36, giovedì 7 settemre 1967]

NORMAN DOUGLAS
Some Limericks
New York, Grove Press, 4 dollari

Se fosse ancora vivo, Norman Dou ­glas compirebbe, a settimane, cento anni. Morì attorno al ’50. Ricordo una cena, a Roma, in casa d’un amico comune, dopo la guerra, dunque vent’anni fa. Men che ottanta, ne dimo ­strava una sessantina. Vide il fondo di due o tre fiaschi di Chianti e fu l’ultimo ad abbandonare la conversa ­zione alle tre del mattino, non già per ­ché fossero venuti meno gli argomen ­ti, ma solo perché s’erano diradati i commensali.

Pure, la prima volta che l’incontrai, prima della guerra, a Capri, m’era sembrato infinitamente vecchio, favo ­losamente decrepito, saggio d’una sag ­gezza stregonesca. Non avevo ancora letto, allora, non ero ancora passato attraverso la calma perfidia di South wind. Il personaggio era già oggetto di venerazione per la smoderatezza e insieme il riserbo e perfino la gra ­zia della sua leggenda: una leggenda nera, naturalmente, e tanto più affa ­scinante per il me giovanetto d’allora. Fu la prima persona da cui sen ­tissi pronunciare in inglese quelle « four letter words », quelle parole di quattro lettere che non avevo certo mai incontrato negli autori da me fre ­quentati fino a quel tempo. ‘E la cir ­costanza mi s’accompagnò a un cor ­roborante senso di spregiudicatezza. Come si può immaginare, fu per l’oc ­casione dell’offerta di qualche limerick pescato, quasi distrattamente, nel suo celebre repertorio. Accorgen ­dosi che non coglievo tutti i signifi ­cati e le loro sfumature, oltre ai limerick, mi volle regalare anche il com ­mento che li illustrasse al di là d’ogni possibile dubbio.

Erano limerick privati, la maggior parte impronunciabili, in specie allo ­ra, che attorno a queste cose s’era un poco più prudenti, se non prude. Sapevo che erano anche stati stampa ­ti, ma in edizioni numerotées, non in commercio. Soltanto alcuni erano suoi â— né diceva quali â— e la mag ­gior parte erano di anonimi poeti vit ­toriani o giorgiani. In qualcuno si so ­spettava la mano di Lord Tennyson.

Il volto paonazzo, il grosso lucido naso protuberante s’accendevano sotto la massa lanosa dei capelli candidi: gli occhi chiari ridevano da vecchie stagioni insepolte. La voce caverno ­sa aveva imbastardito la pronunzia scozzese con cadenze napoletane. Di ­ceva che un uomo è maturo per i suoi primi limerick a dieci anni, e quindi i miei diciotto avrebbero dovuto con ­siderarsi più che sufficienti. Non si trattava che d’una vaccinazione un po’ scandalosamente ritardata.

Un limerick, si sa, è una composi ­zione poetica che deve rispondere a tre leggi o condizioni; anzitutto a una legge prosodica: cinque versi, dei qua ­li i primi due sono tripodie e i secon ­di due dipodie anapestiche che si at ­traggono per rime baciate, l’ultimo verso è come il primo e rima col pri ­mo. Ma un limerick deve rispondere anche d’una cotale stravaganza e as ­surdità; dev’essere, in altre parole, « nonsensical ». Per esempio: There was an Old Person of Fife, / Who was greatly disgusted with life; / They sang him a ballad / And Fed him on salad, / Which cured that Old Person of Fife ». (C’era un vecchio di Fife, – Ch’era grandemente disgu ­stato dalla vita; – Gli cantarono una ballata – Lo nutrirono d’insalata, – Il che servì a curar quel vecchio di Fife).

Questo è di Edward Lear, e fa par ­te di A Book of Nonsense (1846), che Carlo Izzo si provò tempo addietro â— Il libro delle follie, Vicenza 1946 â— a voltare in italiano. (Siccome si trat ­ta di materia che può essere bensì il ­lustrata e commentata, per uno stra ­niero, ma non tradotta, non dirò che l’impresa dell’Izzo possa in nessun modo sostituire l’esperienza originale: ma se ci si contenta di una appros ­simazione, sono certo che non ce ne potrebbe essere una migliore).

I nonsense di Lear, tuttavia, rap ­presentano, del genere, la fase edul ­corata e borghese, seppure si può tac ­ciar di borghese una espressione così apertamente ribelle al conformismo, e così poco al passo con l’ortodossìa vittoriana. Più che i testi, chi se n’in ­tende pregia le vignette che, rigoro ­samente, vi s’accompagnano. Difatti, Lear viene meno alla terza condi ­zione â— e una davvero essenziale â— e cioè alla costante della connotazio ­ne oscena, o anche soltanto scatologi ­ca. Raccolte di limerick che risponda ­no a tutte tre i requisiti ce ne sono parecchie, ma, come si può immagi ­nare, si vendono sotto banco, o, com’è più spesso il caso, si trasmetto ­no oralmente.

Tra quelle a stampa, la raccolta So ­me Limericks di Norman Douglas (1928) è tra le più famose, ma è pas ­sata per pochissime mani fino a oggi. Oggi la si può comperare per quattro dollari in una ristampa della Grove Press (New York 1967), in qualsiasi libreria americana. Non so se sia in vendita anche nel Regno Unito, ma ne dubito. Il fatto, comunque, non è so ­lo un segno dei tempi: la pàtina d’an ­tico che si è depositata su queste ros ­se canagliate â— che son quasi tutte dell’800 â— ha indolcito quanto eserci ­tava la maggior violenza sul pudore. Senza contare che l’eccellenza e ad ­dirittura raffinatezza delle soluzioni formali distraggono talvolta dai conte ­nuti. Per esempio: There was a young man of Australia, / Who painted his bum like a dahlia. / The drawing was fine, / The colour divine, / The scent, ah! that was a failure. (C’era un gio ­vanotto dell’Australia – che si dipin ­se le chiappe in sembianza d’una da ­lia. – Il disegno era bello, – Divino il             colore, – Il profumo, ahimè! non era riuscito). Qualcuno potrà pensare che uno scherzo simile abbia una sua rude grazia, ma quel che soprattutto lo giustifica come limerick è la solu ­zione finale: la parola failure (insuc ­cesso), che pur scrivendosi diversamente, rima con Australia e Dalia, procurando il breve e lieto soprassal ­to della sorpresa. Lo scherzo, insom ­ma, s’insaporisce proprio lì.

I limerick osceni sono in maggior numero: tra i più cauti c’è quello at ­torno al signor McLean che aveva inventato uno strumento per fornica ­re, « concavo e convesso, che s’adat ­tava a ciascun sesso ». Anche in que ­sto caso il segreto che tien saldo l’edi ­ficio del limerick è nella soluzione dell’ultimo verso, in quel che in in ­glese si direbbe un « anti-climax » de ­liberato, e cioè qualcosa che giunge inaspettato per troppa discrezione. Lo strumento, infatti, risulta perfectly simple to clean e cioè « semplicissi ­mo da pulire ». Norman Douglas di ­chiara di sentire, dietro l’ultima pre ­cisazione, thè practical scotsman e per questo sarebbe disposto ad attri ­buire l’origine del limerick al suo pro ­prio paese. A questo dovette decider ­si, credo, soprattutto per screditare una variante molto diffusa â— con cui io conoscevo il limerick prima di ri ­leggerlo incastonato nella raccolta Douglas â— che nel primo verso, inve ­ce che MacLean, legge a man from Dublin e che tenderebbe ad avvalo ­rare l’origine irlandese del limerick contro quella scozzese. Il commento del Douglas registra altre due varianti: una, direi, scadente: The God-damnest thing ever seen (La cosa più abo ­minevole da vedersi), e una, per con ­tro, di specchiata progenie: And guaranteed used by the Queen, che ripe ­te la sostanza della formula « Forni ­tori della Real Casa », già in uso â— e, curiosamente, ancora in uso â— da noi.

E’ chiaro che lo scherzo ha sapore soprattutto perché la Regina in que ­stione è certamente la Regina Vitto ­ria. Di fronte a questo limerick così illustre, Norman Douglas non resiste all’estro dell’annotatore e riporta la straordinaria lettera d’una vedova che chiede tra timida e angosciata dove possa acquistare un esemplare dello strumento, if not too expensive (se non troppo caro), dicendosi disposta, se lo strumento sia di breakable na ­ture, e cioè soggetto a rompersi, ad acquistarne addirittura due. Non so ­lo, ma si offre anche di far pubblici ­tà al prodotto, if the mechanism co ­mes up to expectation. Quest’ultima frase si potrebbe tradurre, in altro contesto, con l’espressione « se lo stru ­mento risulta soddisfacente »; ma sic ­come la parola expectation oltre la sua accezione puramente tecnica di « previsione », « attesa », si colora an ­che e intensamente di tutte le più strazianti sfumature del significato di « speranza ». Si potrà gustare il grado di crudeltà cui s’abbandona il Douglas.

Mi sono dovuto meravigliare di non trovare nella raccolta Douglas alcuni limerick di superiore rigorosa bellez ­za che son sempre i primi a spuntar sul labbro quando l’uditorio risponde alla provocazione: si tratta soprattut ­to di limerick di provenienza accade ­mica, frutto di felici intuizioni fra le cí³rti ombreggiate di Oxford e Cam ­bridge â— ma anche Harvard â— come quello d’un tal Mr. Yorick, che in moments euphoric, avrebbe potuto of ­frire for inspection / A triple erection / Ionian, Corinthian and Doric, o l’altro di Mr. MacAmatour che, no ­nostante le straordinarie prove della sua virilità (gigantic diameter), era soprattutto pregiato per il suo ritmo jambic pentameter. Se in tutto questo traspare qualcosa di goliardico, la su ­periore civiltà in cui la calibratura del limerick è iscritta suggerisce più l’in ­gerenza dei professori che non degli studenti. Già il limerick non ha mai troppo interessato gli studenti, nascendo, come chi dicesse, da un atteggia ­mento nostalgico.

Norman Douglas aveva già raccol ­to, con lo stesso scrupolo di queste piccole infamie ed egualmente le ave ­va fatte stampare privatamente â— una serie di « bestemmie fiorentine » che non conosco -â— e certo si dovet ­te mettere al florilegio dei limerick con un atteggiamento egualmente di ­sincantato anche se non imparziale. Che l’intrattenimento abbia fatto un po’ di pàtina, come s’è osservato, non vuol dire che non abbia fatto anche qualche grinza. Più che vecchio, que ­sto testo risulta vecchiotto, e addi ­rittura démodé. E’ chiaro che in pe ­riodi di ansiosa e disinfettata ricerca del sesso queste prove risultino per ­fino ingenue. Sintomo, quindi, soprat ­tutto d’altri tempi â— anche se il po ­terle comprare in libreria testimonia i nostri â— in cui il gusto per la reti ­cenza andava di pari passo con quel ­lo dell’indiscrezione.

Per potersi dare, la pruderie richie ­deva che ci fosse qualcosa da soffoca ­re. Sono due facce d’uno stesso feno ­meno.

Douglas, nel saggio introduttivo â— dilettoso soprattutto perché totalmen ­te scatenato: respirare tanta aria ita ­liana e bere tanto vino di Capri e del Piemonte, della Toscana e del Ve ­neto aveva tolto a Douglas qualsiasi inibizione â— attribuisce l’origine dei limerick alla reazione contro il puri ­tanesimo. Io direi che il fenomeno abbia origini meno solenni e distan ­ti â— che del resto ne attenuerebbero tutto il gusto â— e non solo più vici ­ne, ma anche più modeste, se non meschine: il limerick, difatto, ha pur sempre tutte le limitazioni della co ­sa fatta di nascosto in cui indugia a lungo alcunché d’infantile.

E’ difficile non sentire, fra le righe, che a inventar e diffondere i lime ­rick più feroci â— quelli eterosessuali e quelli omosessuali hanno eguale in ­coraggiamento in questa libera repub ­blica â— era la stessa figura del pater familias vittoriano che, dopo aver let ­to ai figli riuniti attorno al caminet ­to sulle poltrone e gli sgabelli di peluche la Bibbia di Giacomo I e i drammi di Shakespeare nella versio ­ne del « braghettone » Bowdler, si pre ­cipitava poi al club o al pub, a sussur ­rare nell’orecchio del collega l’ultimo limerick sfornato.

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