Conflitto di voci: African Camelot

di Daniela Toschi

Il titolo Eterna Camelot, che scelsi per la mia prima ed unica raccolta di poesie  pubblicata nel 2005, fu certamente ispirato dal tema della sopravvivenza e della trasmissione di quelle culture che ciclicamente la storia travolge e rischia di cancellare: vi compaiono aperti riferimenti agli indiani d’America, ai Messeni, alle civiltà europee precristiane. Ma ci sono anche altri riferimenti, meno aperti, quasi “criptati”:  uno di questi   è l’incontro/scontro tra la civiltà africana e quella occidentale.  Da alcuni anni avevo iniziato a viaggiare in Africa con mio marito, e la predilezione per il Sudafrica e il Botswana non era dovuta soltanto alla bellezza e alla varietà del patrimonio naturalistico che questi paesi offrono, ma anche al fatto che in essi stava nascendo il movimento del Rinascimento Africano, con la sua riscoperta dei valori etici ed estetici tradizionali. Prima fra tutti, ed estremamente preziosa per noi se volessimo accoglierla, quella particolare “etica della convivenza” che timidamente ma con tenacia ha resistito alle successive ondate di colonizzazione militare, politica e culturale.

Durante questi viaggi trovai casualmente due libri che per me sarebbero diventati importanti e, chissà, forse anche fonte di ispirazione: di fatto fino a quel momento non avevo mai amato molto leggere poesie, né tanto meno scriverne.

Il primo di questi libri fu Praise-poems of Tswana Chiefs, dell’antropologo sudafricano Isaac  Shapera. Grazie ad esso sentì parlare per la prima volta dei mabí´kí´ (sing.   lebí´kí´), poemi celebrativi trasmessi   per via orale da una generazione all’altra e solo di recente trascritti.

Il secondo fu Windsongs of the Kgalakgadi  di Barolong Seboni. Orgoglioso mokwena – ovvero appartenente alla tribù che ha per totem il coccodrillo- per quanto educato in Inghilterra e cittadino di quella metropoli in costante espansione che è Gaborone, Seboni concilia nei suoi versi la carnalità e la potenza espressiva dei mabí´kí´ con la limpidezza di Shakespeare e Browning, autori che egli insegna al Dipartimento di Letteratura Inglese della Gaborone University.

Nel 2007 incontrai  Barolong Seboni per la prima volta; nell’intensa conversazione che ci scambiammo, al Savuti Restaurant del Gaborone Sun Hotel, mi parlò della sua tribù, del suo totem, del suo re e dei suoi antenati.  Suo zio, M.O.M. Seboni, uno dei primi letterati del Botswana, aveva per primo trascritto in lingua setswana i mabí´kí´ relativi ai re della sua tribù, tracciando le basi per sottrarli all’oblio e consegnandoli  al lavoro di traduzione e di ricerca di Isaac Shapera. Straordinario il lebí´kí´   su Sechele I, di cui viene celebrata la valorosa resistenza   nella battaglia di Dimawe: attaccato per aver accolto Mosielele, capo dei Mmanaana-Kgala, che gli aveva chiesto protezione,   Sechele replicò al comandante dei Boeri che gli chiedeva di consegnare il suo ospite: He is in my stomach, and if you want him come and cut him out (“E’ nel mio stomaco, e se lo vuoi vieni, aprimi lo stomaco e prenditelo”). Risposta degna di Leonida alle Termopili, sennonché Sechele sopravvisse a lungo a questo evento, che ebbe luogo nel 1852: mentre il nostro mondo iniziava a sviluppare le tecnologie e le filosofie che piantarono i semi delle illusioni e degli olocausti del ‘900, in un altro angolo della terra gli avvenimenti avevano ancora le tinte epiche e la magia dell’età del bronzo e del ciclo arturiano.

Di Sechele I avevo letto qualcosa in Missionary travels di G. Livingstone. Non si possono dimenticare le pagine in cui il missionario scozzese descrive quel capotribù di vivace intelligenza e dall’aspetto forte e avvenente, che imparò in un tempo sorprendentemente breve a leggere e scrivere appassionandosi alla Bibbia, tanto da riuscire a convertire ben presto la sua tribù al cristianesimo.

Ma Barolong mi raccontò la storia di Sechele da un altro punto di vista.   Non più un uomo sedotto dalla superiorità religiosa e intellettuale dello ‘stregone bianco’, bensì un diplomatico lungimirante che sacrificò dolorosamente la sua cultura allo scopo di stringere alleanza, proprio tramite Livingstone, con gli Inglesi:  unico modo per sfuggire all’avanzata dei Boeri. Per far questo rinunciò a tre delle sue quattro mogli (e occorre ricordare che la poligamia era indispensabile per cementare il tessuto sociale e le alleanze interne) e rischiò di essere desautorato dalla tribù: Kgosi ke Kgosi ka batho, si dice in Botswana : “un capo è un capo   grazie all’insieme della gente”, ovvero solo se costantemente legittimato da tutti i membri della tribù. E se ciò non avviene il capo può essere mandato in esilio o addirittura assassinato, come peraltro era già accaduto al suo stesso padre. Ma i bakwena   confermarono  la capacità di leadership di Sechele anche in quei difficili frangenti, seguendolo nell’abbracciare la religione e le abitudini dell’uomo bianco. Avevano compreso che questo era  l’unico modo di mantenere qualcosa della loro cultura: farla transitare attraverso un’altra cultura, più adatta al drammatico mutamento delle circostanze.

Alla luce delle osservazioni che Barolong mi aveva offerto, anche le pagine di Livingstone sembravano rivelare tra le righe una storia parallela, non detta ma accennata, in cui il “seduttore” pare quasi diventare il “sedotto”, “colui che converte” pare sul punto di essere “convertito”: per esempio le pagine in cui il missionario annota  che alla conversione di Sechele (che era soprannominato RramaÅ¡amíªtse, colui che dà la pioggia) seguirono anni di tremenda siccità; o il passo in cui descrive le lacrime con cui i sudditi di Sechele accolsero il battesimo del loro re; quando, infine si sofferma nella descrizione del coccodrillo trovato morto e incrostato di fango nel letto asciutto del fiume Kolobeng: che fosse turbato, Livingstone, dall’aver provocato la morte dell’animale totem?

L’inevitabile ma doloroso contatto tra le due culture sopravvive ancora oggi, pur in quella nazione, il Botswana, che ha sulla bandiera strisce bianche e nere (su campo azzurro) ad indicare la pacifica convivenza del mondo occidentale e di quello africano. Si manifesta nel mantenimento della House of Chiefs (una sorta di Camera dei Lords, composta dai capi tribali) previsto dalla pur modernissima Costituzione del Botswana. E si manifesta nel bilinguismo della popolazione: setswana   e inglese, la lingua madre e la lingua dei colonizzatori. Ma da questo “conflitto di voci”  non nasce necessariamente incomprensione, rivalsa, mortificazione. La lingua dei colonizzatori può essere a sua volta colonizzata, come ci dimostra Barolong nelle sue poesie: anziché modificare, sulla base della lingua imposta, il proprio modo di pensare e di essere, si può forzare quella lingua, arricchirla di nuove evocazioni, trasformarla nel suo senso introducendovi lo spirito della cultura “apparentemente” sottomessa.

L’anno successivo tornai in Botswana con la traduzione in inglese di Eterna Camelot, per la quale scelsi il titolo African Camelot. Clash of voices; e quella traduzione non a caso avevo deciso di affidarla ad una traduttrice bilingue, inglese e celtica: Rhiannon Lewis, una gallese che vive a Lucca.  Il mio desiderio era che nella versione inglese comparisse l’incontro/scontro tra due civiltà, la colonizzatrice e la colonizzata. E’ come se il bilinguismo restituisse alla parola quella connotazione magica che nella lingua canonica si usura e sbiadisce. Con una spiegazione figurativa potrei dire che se l’inglese (come lingua e come cultura) viene raffigurato da un quadrato inscritto in un cerchio (che sta a rappresentare la lingua e la cultura soppiantate, “primitive”), il cerchio tuttavia è in grado di accogliere il quadrato e ne forza i lati, sottoponendoli ad una tensione costante. Ciò che ne deriva è qualcosa di molto vivo, dinamico. La traduzione di Rhiannon piacque molto a Barolong Seboni, così come il titolo che avevo scelto per la versione inglese. In fondo, commentò, la storia del Botswana è simile a quella di Camelot, e Sechele I fu una specie di re Artù. Non ne dubitavo affatto. Fu così che una copia di African Camelot si trova oggi al Kgosi Sechele I Museum, a Molepolole, la capitale dei bakwena. Dimenticavo: avevo affidato quell’edizione alla Stamperia Benedetti di Pescia: una stamperia antica, le cui origini risalgono al Rinascimento Italiano. Mi sembrava un bel dono per quello che è considerato tra i massimi poeti del Rinascimento Africano.

African Camelot – Clash of voices. Leggereleggere Editore, Milano, 2010 (www.leggereleggere.it)

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Commenti

2 risposte a “Conflitto di voci: African Camelot”

  1. Avatar Marisa Cecchetti
    Marisa Cecchetti

    E’  un bel pezzo, Daniela sa esprimere il suo profondo legame con la cultura africana, che lei ha rinforzato con i viaggi di anno in anno, ma che ha arricchito con la curiosità personale e la   ricerca continua. Ma questo legame qui assume una valenza più ampia, in questa forma di incontro, confronto e fusione di culture.

  2. Ringraziandolo vivamente,  inserisco le note che Gian Gabriele Benedetti mi scrisse tempo fa sulla versione italiana (ricordo che quello edito da LeggereLeggere  è un ebook, in inglese con testo italiano a fronte):

                Brevi note sulla raccolta di poesie “Eterna Camelot” di Daniela Toschi

    Scrivere poesia è già di per sé compiere un viaggio. Un viaggio nel mondo, un viaggio nel tempo, un viaggio nell’umanità ed anche e soprattutto un viaggio dentro noi stessi. E Daniela Toschi segue tutti questi intensi itinerari attraverso una ricognizione emotiva, generosa e attenta, spingendo la sua indagine “oltre”. Oltre anche la poesia, in profondità, ed in cerca di spazi illuminanti e di un amore quasi insaziabile. Così la poesia diviene canto esistenziale e ricerca di valori, rivelandosi non solo mondo personale, ma anche mondo dell’uomo. Ne nascono simboli densi di significato, segni iperscrutati, trasognanti utopie, miti cercati e rivisitati in una sottile carica evocativa e di limpida tensione. E la meditazione si fa saggezza sul sentiero dell’animo, che si snoda puro e incantato, ma deciso, nella sua visione e nella sua introspezione progettuale, pur tra le ombre di un vero che ci pone di fronte ad un difficile approdo alla chiarità. Quindi il vissuto si fa forza antica e nuova per un respiro di più umana convivenza e diviene coraggio e sostanza, mai scaduti, per un palpito d’essenza. Ed il destino dell’uomo, che pare talvolta avvolgersi nelle pieghe di un certo determinismo, trova il sano riscatto nella natura, nella riscoperta del mito, in una visione che, a tratti, pare panteistica ed anche (intesa nella migliore concezione espressa nei secoli XVI-XVII) teosofica ed infine e soprattutto nel valore della persona, nella fede, nella voce del Cielo, per offrirci almeno l’illusione (e non solo) di un risveglio privilegiato della coscienza. Di questa luce si vive ancora. Luce che si vorrebbe risplendesse sempre ad ogni ritorno dal viaggio dell’anima.
    L’intonazione classico-moderna del verso si fonde e ben si coniuga con la sostanza e la problematicità dei contenuti e ci offre una suggestiva carica vitale per una poesia dell’essere.
                                                                Gian Gabriele Benedetti