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LETTERATURA: “Da dove viene il vento” di Mariolina Venezia – Einaudi

8 Febbraio 2012

di Francesco Improta

Mariolina Venezia, giunta alla sua terza prova narrativa, ha confermato di essere una scrittrice di grande sensibilità e di acume non comune. Da dove viene il vento, (Einaudi) pur essendo profondamente diverso, nella struttura e nello stile, dal romanzo con cui aveva vinto il Premio Campiello nel 2007, Mille anni che sto qui, non è meno affascinante né meno intriso di passione amorosa e civile. È una lunga e amara riflessione sul tempo, sulla storia e sull’amore, che in questa occasione assume i connotati di una vera e propria ossessione erotica: “Come un treno che deraglia, l’amore mi spinge fuori dal tempo”, dice a un certo punto la protago ­nista Dora. Alla narrazione lineare, continua di saga fa ­miliare ed epopea storica del suo primo romanzo si so ­stituisce ora una narrazione sincopata, fatta di memorie, di emozioni e d’improvvise illuminazioni. È una costruzione priva d’una vera e propria struttura, dove le memorie ram ­pollano dalle memorie, come acqua sorgiva, e le riflessioni seguono o precorrono i fatti come commento o anticipazione degli stessi. Una costruzione complessa, labirintica in cui è facile smarrirsi inseguendo le traiettorie misteriose di per ­sonaggi lontani nello spazio e nel tempo. Salvatore e Dora, i protagonisti di questa storia d’amore, iniziata ai tempi dell’Università, interrotta e ripresa a distanza di venti anni, entrambi meridionali, vivono a Padova nel Nord-Est del mi ­racolo economico dove gli ideali e i sogni che avevano col ­tivato in gioventù si sono dissolti nel qualunquismo e nel conformismo o si sono polverizzati nelle strisce di cocaina sempre più diffusa in tutti gli ambienti. Accanto a loro, o meglio sopra di loro, un cosmonauta sovietico, dimenticato nello spazio perché il suo paese non esiste più (siamo nel 1991/92), e per sopravvivere a quel senso di solitudine cosmica, si misura con le vicissitudini di un altro forse più eroico certo più fortunato esploratore, Cristoforo Colombo, che aveva tenacemente perseguito il suo sogno e aveva consegnato un nuovo paese alla Storia, mentre lui dalla Storia era stato spossessato del suo paese, della sua famiglia e del suo stesso nome. A ben guardare il romanzo di Mario ­lina Venezia è una storia di solitudini, di dipendenze – dalla droga, dal sesso o dal denaro, poco importa – di fallimenti, di perdite irrimediabili: un vuoto riempie un altro, senza rumore. Ed è il vuoto che nasce dal crollo degli ideali, dalla mancanza di desideri, dall’impossibilità di attingere la felicità, quella felicità che porta scritta sulla maglietta Idir e che col tempo si fa sempre più sbiadita fino a perdere di significato e a diventare illeggibile. Idir è un berbero che, co ­me tanti altri africani, lascia la propria terra per imprimere una svolta al proprio destino, ma senza vento né stelle in grado di guidarlo non riesce a orientarsi e finisce per dismettere la sua povertà dignitosa e per impantanarsi in un’unica miseria. Scampato a un naufragio attraversa tutta la nostra penisola vittima di sfruttamento, di gratuite violenze e di feroce razzismo, finché non giunge a Padova, dove la sua esistenza incrocerà quella di Dora e Salvatore. La storia, contrassegnata da continui slittamenti temporali e spaziali, è raccontata da una voce di donna che muovendosi con sagacia e competenza tra mitologia ed etimologia, non solo annoda tutti i fili della vicenda ma racconta anche di sé in una Roma, che pur non essendo abbrutita dal miracolo economico come Padova, non riesce più ad esserti amica.

      “Roma diventa sempre più insopportabile. Una zuppa di ministeriali incarogniti traballanti sugli autobus, tem ­porali, umidità e rottami di dittature ammucchiati dove capita. Anche la bellezza, quando spunta, è ingombrante, sfrontata, irritante. Detesto questa città, dove vivo da tanti anni e non so perché. La odio perché si fa odiare. Perché vorrei amarla e non ci riesco”

Il brano, da me riportato integralmente, ci offre un chiaro esempio di una scrittura – quella della Venezia – che pur ritagliandosi spazi di stupefatto lirismo, come nel primo romanzo, non rinuncia ad essere lucida, incisiva e graffiante nei confronti di fenomeni politici e sociali di grande attualità e di enorme gravità: globalizzazione, economia virtuale, raz ­zismo, caporalato, terrorismo e droga. Aspetti e fenomeni che apparentemente rimangono sullo sfondo ma che inci ­dono sulla vita dei personaggi, direttamente o indiretta ­mente, trasformandoli in una schiera di perdenti. Del resto la stessa autrice confessa testualmente:

“… io vorrei parlare di chi perde la strada, di chi fa la scommessa sbagliata e se ne pente per il resto della vita, o di chi inciampa un’altra volta sugli stessi sbagli”.

Prevale, quindi, una visione fondamentalmente pessimistica che finisce con il coinvolgere tutto: speranze, aspettative, sogni e desideri e… persino quella nostalgia che, annidata in ognuno di noi, ci spinge a guardarci indietro, a tornare al passato, alle care figure del bosco e della casa che hanno riempito la nostra infanzia e la nostra prima adolescenza. Eppure come dice, alla fine del libro, Mariolina Venezia:

        “In un paese che ti appartiene non si può abitare, pensò. Puoi guardarlo dall’altra sponda e desiderare di tornarci, facendoti spingere da questo desiderio verso nuove terre, perché se il mondo è tondo, un giorno ci arriverai, anche se dovesse essere per sbaglio”.  


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