di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)
Dopo aver frequentato per molti anni il mondo dell’editoria – attualmente è contitolare di una piccola ma prestigiosa casa editrice Philobiblon Edizioni – e dopo aver prodotto alcune cose degne di nota in campo musicale e teatrale, a testimonianza di una innegabile versatilità creativa, Domenico Managò esordisce nella narrativa con un romanzo dal titolo impegnativo, eloquente ed evocativo Nostos. Impegnativo perché richiama immediata mente alla memoria il poema omerico (Odissea) e molte altre opere di scrittori antichi e moderni, come Pavese, Vittorini, Kavafis; eloquente perché esplicita il sentimento che è alla base del libro: l’attaccamento alla propria terra e alle proprie radici, tanto più vivo in chi come Managò da tempo ne vive lontano; evocativo perché rimanda al motivo del viaggio, che senza il ritorno (nostos) non avrebbe neppure ragione di essere e si ridurrebbe a un semplice spostamento da un luogo all’altro. Managò è ancorato alla sua terra, la Calabria, e per l’uomo amalgamato alla terra c’è una promessa di immortalità come dice Francesco Biamonti in Le parole, la notte.
Ambientato nel 1784, all’indomani del terribile terremoto di Reggio e Messina che distrusse buona parte della Calabria meridionale, segnando tragicamente uomini e cose, e alla vigilia di grandi rivolgimenti politici e sociali, il romanzo racconta il viaggio prima e la permanenza poi nelle zone terremotate e in particolare a Seminara del giovane giureconsulto Alfonso Maria di Campomarino. Difficile, a mio avviso, dare una de finizione del libro. Non è un romanzo storico anche se accanto a fatti partoriti dall’immaginazione dell’autore vi sono riferimenti a fatti real mente accaduti e anche se non mancano, oltre a quelli inventati, per sonaggi realmente esistiti. Non è, a dispetto della ricca e puntuale docu mentazione sociale, economica e culturale, un saggio antropologico, e neppure un reportage di viaggio sebbene Alfonso Maria di Campomarino, il protagonista, raccolga minuziosamente in quinterni appunti e osser vazioni di ciò che vede ed ascolta. Io credo che si tratti soprattutto di un atto d’amore nei confronti della sua terra e dei suoi abitanti, delle loro abitudini e tradizioni e soprattutto del loro dialetto cui l’autore rende un doveroso omaggio. Managò, con tenerezza infinita, sfiora case, alberi, oggetti del vivere quotidiano e accarezza le parole, dense, lente spesso ridondanti di quell’idioma che ne rispecchia, come tutti i dialetti del resto che non siano imbastarditi, la forma mentis e le profondità dell’animo. Non meraviglia, quindi, che siano inserite, amalgamate perfettamente nella tra ma, canzoni, filastrocche, poesie e cantilene, di cui in calce l’autore dà puntuale traduzione oltre a fornirci un congruo e ragionato glossario. Il dialetto, oltre ad aderire alla pelle, al respiro e all’anima di chi lo parla, offre mezzi, possibilità e risorse sconosciute alla lingua, in quanto dispone di un’immediatezza e una concretezza non reperibili nella lingua ufficiale, consentendoci di cogliere tutta la complessità del reale. Nella parte con clusiva che si svolge a più di quaranta anni di distanza dal viaggio in Calabria ed è ambientata a Napoli, non diversamente dal prologo, quasi a voler incorniciare il corpus centrale che può essere definito, come felice mente sostiene nel risvolto di copertina Antonio Panizzi un Bildungsro man, perché è lì che avviene la formazione morale e sentimentale del pro tagonista, nella parte conclusiva, dicevamo, Alfonso Maria di Campo marino, giunto alla soglia degli ottanta anni, si abbandona ad alcune ma linconiche riflessioni sulla labilità della vita e sulla fugacità del tempo sco modando – e non poteva essere diversamente vista l’ideologia di fondo – Platone, Plotino, Agostino, Cervantes.
La scrittura di Managò procede per accumulo e per montaggio di materiali di diversa provenienza – non è un caso che la figura retorica più frequente sia l’enumerazione – e si appoggia su un periodare agile ed armonioso, elegante e raffinato.
L’unico difetto è, a mio avviso, l’eccesso di erudizione che alla fine, trat tandosi pur sempre di un romanzo, risulta ingombrante e talvolta stuc chevole.
Commenti
Una risposta a “Domenico Managò: “Nostos” – TSG Edizioni”
Bella, approfondita recensione che mi ha fatto ‘venir voglia’ di leggere il libro.