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LETTERATURA: Ein unmusikalischer Mann

9 Agosto 2010

di Mariapia Frigerio  

Ulrich von Günther era entrato nella loro vita così, per caso. Daniele Bellucci se lo era trovato accanto a un pranzo di lavoro.

Lì avevano chiacchierato. Lì aveva saputo di lui. Un ebreo tedesco, nobile, fuggito dalla Russia all’epoca della Rivoluzione, studi a Parigi, lavoro a Stoccarda, giunto in Italia come ingegnere meccanico. E la meccanica era, infatti, la sua fissazione. Oltre all’altra. Il terrore che, non avendo figli, il suo nome (e di un nome importante si trattava) sarebbe, prima o poi, morto con lui.

Si erano visti altre volte, col Bellucci, negli anni a seguire. Infine, dopo la pensione, l’assurda richiesta: essere adottato.

Il mite Daniele si era messo nei panni del vecchio barone solo. Aveva pensato che la sua casa era sufficiente per accogliere quella persona così dignitosa che in cambio di un po’ di compagnia avrebbe lasciato le sue poche cose, ma tanti ricordi, e quel nome di prestigio alla sua famiglia. C’era, dopotutto, la camera di Luisa che, da quando se n’era andata, non era stata più rimpiazzata da nessun’altra domestica.

«Me l’ha chiesto lui. No, Dora, non è stata un’idea mia. Poi è disposto a darci tutta la sua pensione purché lo si tenga con noi » aveva detto alla moglie.
Fu indetta una specie di riunione di famiglia.

«Che m’importa di quel cognome? Poi con il nome che ho! Massimiliano von Günther Bellucci. Roba da matti. Figuriamoci se la Franca sarebbe disposta a ridicolizzare così i suoi figli… » disse il primogenito.

«Ma se non siete ancora sposati? » ribatté Clotilde.

«Già, ma ci sposeremo presto e i figli arriveranno… senza contare l’azienda. Le grane dal notaio per il cambio del nome ».

«E tu che ne dici Clotilde? » chiese il padre alla figlia giovinetta.

«Io… io… sarei felice di avere un nonno! ».

«E il mio piccolino, avrà anche lui un parere o no? » disse Dora sorridendo a Corrado.

«Sì, voglio anch’io un nonno come Clotilde e poi Ulrich gioca sempre a carte con me, quando viene qui a cena. »

«Dora, ma allora mi sembra di capire che anche tu sei d’accordo… ».

«Ci ho pensato tutta la notte… poi mi sono detta che il barone è un vero signore e che anche ai ragazzi non può che far bene una compagnia del genere. ».

«Ma guarda la mia savoiarda… la mia piemontese doc… la mia Dora Ferrero che si commuove! E io che ho passato la notte nel terrore di un tuo rifiuto… ».

Fu così che Ulrich von Günther si stabilì dai Bellucci.
Come già Daniele e Dora avevano ben capito, il barone era un vero signore e la sua permanenza nella nuova famiglia fu gradita a tutti. Anche a Massimiliano che, ferreo nel proposito di non “ereditarne” il cognome, aveva iniziato ad apprezzarne la compagnia garbata.

Da parte sua il barone sapeva muoversi da vero ospite: ospite era lui, ma i Bellucci erano, allo stesso tempo, ospiti nel suo mondo.

I discorsi a tavola – soprattutto la sera – si allargavano a terre e genti estranee alla vita della famiglia italiana. La Russia prima della Rivoluzione con i privilegi di persone come lui nate ‘dalla parte giusta’. L’avventura, adolescente, della fuga a Parigi. La vita nella Ville Lumière, i suoi studi. La Germania poi: le sue prime pratiche di ingegnere nell’industriale Stoccarda. Infine il trasferimento per lavoro in Italia, in Toscana, sua patria elettiva. Da buon tedesco l’amore per l’Italia l’aveva nel sangue.

Donne il minimo indispensabile. Il sesso non era al centro dei suoi interessi. Di più forse l’amore ma, non avendo incontrato la persona giusta, nessun matrimonio.

Un amore che non essendo confluito in nessuna donna si era spostato sulla meccanica. Così terminato il pranzo o la cena, dopo aver aiutato Dora a risistemare la cucina, e aver pronunciato la frase di rito: «Liebe Dora, darf ich weg oder brauchst du noch Hilfe, Cara Dora, posso andare o serve ancora qualcosa? » si ritirava in una piccola parte della cantina che gli era stata assegnata da Daniele per i suoi amori: quelle ruote dentate, quelle stadere, quelle pompe centrifughe, quei pistoni intorno ai quali trafficava in modo incomprensibile ai membri della famiglia Bellucci.

Clotilde invece no. Clotilde lo capiva… o avrebbe voluto capirlo, se con una certa frequenza bussava alla porta della cantina per stare un po’ da sola con lui.

«Herein, meine süíŸe Clotilde, mein liebes Mädel. Avanti, mia dolce Clotilde, mia amata giovinetta » e la conduceva nei suoi segreti.

«Tra non molto dovrai prendere la patente ».

«Tra un anno esatto avrò diciott’anni ».

«Allora seguimi… li vedi questi? Sono pistoni. Pistoni che servono indistintamente per il motore a scoppio e per quello diesel. Diversa però è la dinamica. Nel motore a scoppio i tempi sono quattro e sono: aspirazione, compressione, scoppio, scarico ».

«E nell’altro? ».

«Nel diesel? Sempre quattro tempi: aspirazione, compressione, ma non scoppio… combustione… combustione e scarico ».

A Clotilde piaceva ascoltarlo, ma avrebbe voluto sapere di più di lui. Decisamente gli sarebbe interessata maggiormente la vita privata di Ulrich piuttosto che le sue conoscenze meccaniche.

Un giorno proprio non riuscì a trattenersi e in modo diretto glielo chiese: «Perché, Ulrich, non ti sei mai sposato? Perché non hai pensato ad avere dei figli per lasciar loro il tuo cognome? ».

«Mi sembra così giusto per te… Clotilde von Günther Bellucci… mi sembra perfetto. Che bisogno avevo di figli? ».

«Vada per i figli, ma perché non una moglie? Dovevi essere un bell’uomo da giovane. Io non riuscirei a pensare la mia vita senza amore. Senza patente sì, ma non senza amore… ».

«Sei saggia, Clotilde. Giovane e saggia. Io no. Io sono vecchio e, come dite voi, coglione ».

«No… no, Ulrich, non ti volevo offendere. Solo… solo credo che accarezzare una donna sia meglio che accarezzare dei pistoni ».

«E credi che non lo sappia? Pensi che non abbia mai provato quello che tu chiami “amore”. Sì, anche il vecchio Ulrich l’ha provato… eccome se l’ha provato! Ma vedi, ho sempre avuto, per gli amori le azioni in differita rispetto al mio pensiero, al mio desiderio. Sono sempre arrivato o troppo presto o troppo tardi. Sempre prima o sempre dopo. Mai a tempo. Ich bin ein musikalischer Mann. Sono un uomo stonato. Stonato in amore e, forse, anche nella vita. Mai il tempo giusto… Questa è la verità, mia cara Clotilde. La mia amara verità ».


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3 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 9 Agosto 2010 @ 13:16

    “Sono sempre arrivato o troppo presto o troppo tardi. Sempre prima o sempre dopo. Mai a tempo.  Ich bin ein musikalischer Mann. Sono un uomo stonato.”

    beh, quando la miscela aria /benzina scoppia prima che il pistone abbia esaurito la sua corsa nel cilindro, si dice che il motore ‘batte in testa’. Sapendolo potevi collegare questo fenomeno meccanico con l’abitudine coattiva  di Ulrich di arrivare sempre in anticipo.

    In effetti hai ragione, in amore la miscela deve ‘detonare’ né prima né dopo, altrimenti non si ottiene lo scoppio.

    Saluti

  2. Commento by claudio grosset — 9 Agosto 2010 @ 18:23

    C’è un famoso proverbio, per quanto scontato, che dice ‘il mondo è bello perché è vario’! Di certo la ‘Frigerio’ oltre a farlo proprio più di altri ne è, di questo mondo, accorta osservatrice. Oppure, con uno stregato mix di vissuto forse, realtà percepita e fantasia riesce ad inventare, scrivere e descrivere, delle situazioni mai banali, verosimili, gradevoli ed interessanti etc.

    Il Barone Ulrich Von Gunther, è sia nobile di nascita che, caso non infrequente, d’animo;  un destino avverso il suo, al quale oppose studi e lavoro brillanti conseguendo un discreto successo nella vita sociale, non altrettanto fortunato nella dimensione intima personale o familiare. Quindi la proposta sui generis dell’anziano barone, del proprio titolo nobiliare – un pretesto, forse! – in cambio della convivenza con la famiglia Bellucci. E La risposta positiva, favorita certo dal fascino ed affabilità della persona, dopo un’articolato confronto all’interno di una famiglia come ‘I Bellucci’, numerosa   e quindi potenzialmente recalcitrante.

    Un confronto, forse inopportuno od immotivato, con i tempi odierni, mi pone   un’amara riflessione quando, ad esempio,  il fiorire di residenze per ‘anziani’ od alcuni atteggiamenti sia individuali che collettivi sempre in tema,  parrebbero lì a dimostrare scelte ‘nuove’, desideri, sentimenti (?!) del tutto opposti a quelli narrati in questa vicenda e, sui quali, ci sarebbe da discutere.

    Qui invece, è tutto cosi ‘bello’ ma anche, forse, cosi irreale! Per questo, dico all’autrice : ‘continua pure, se vuoi, e.…. con i tuoi racconti, facci (ancora) Sognare!’

  3. Commento by mariapia frigerio — 11 Agosto 2010 @ 11:23

    commento di Gian Gabriele Benedetti

    Un abile tocco di umanità pervade l’intera istanza narrativa. Lega abilmente passato e circostanze presenti, imboccando la via di una insolita comunione d’animi. I sentimenti, senza esplicarsi in grandi gesti, emergono gradualmente con delicatezza e grazia e si estendono fin oltre il luogo personale, coordinando un canto commovente, che traduce l’amarezza in una dimensione serena, impensata, trapassando la stessa oggettività.

    Tutta la storia è narrata in modo sapiente attraverso una naturale, immediata ed omogenea costruzione della frase ed attraverso l’uso lieve della parola, tanto da attrarre sagacemente nella sua testimonianza di delicate vibrazioni e per quella sottile psicologia che ne scaturisce. Mai viene sovraccaricato l’aspetto formale, né viene meno la freschezza della semplicità. Immutata e sempre forte la sostanza.

    E l’idea di superare dolorose inquietudini passate, condizionanti stonature di vita, solitudine non voluta, possibili cedimenti, unita al desiderio di poter vedere oltre la teoria dell’inverno esistenziale, si affaccia e si ripete sino all’ultimo approdo non del tutto scontato.

    Inossidabile la capacità di slancio e di ripresa. Confortante l’abbraccio di generosità, che offre conforto reciproco. Di tutto questo si può vivere ancora e sperare. Fortunatamente.

                                        Gian Gabriele Benedetti

     

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