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LETTERATURA: Enzo Barnabà: “Il sogno dell’eterna giovinezza di Serge Voronoff” – Edizioni Infinito

9 Settembre 2014

di Francesco Improta

Il sogno dell’eterna giovinezza di Serge Voronoff
Vita e misteri di Serge Voronoff
Edizioni Infinito

Nei miei precedenti interventi (recensioni o presentazioni) sulle opere di Enzo Barnabà ho sempre cercato di evidenziare l’alternarsi della sua duplice natura di storico e di romanziere; in quest’ultimo libro, Il sogno dell’eterna giovinezza. Vita e misteri di Serge Voronoff, le due anime finalmente coesistono, supportandosi a vicenda. Lo scrupolo dello storico, cioè, si sposa perfettamente con l’immaginazione e l’abilità del romanziere, consentendogli di dare vita a un’opera consapevole e matura, intrigante e piacevole al contempo. E alla loro azione combinata si deve da un lato la raccolta minuziosa di documenti, testimonianze e un ricco materiale iconografico, e dall’altro la rievocazione di stimolanti atmosfere culturali e di com ­plesse dinamiche psicologiche, e in più una costruzione narrativa decisamente ori ­ginale con continui spostamenti e slittamenti spazio-temporali. L’aver optato per la forma autobiografica, basandosi sul manoscritto al quale lavorava lo stesso Voronoff e che è stato ritrovato durante i lavori di restauro della sua villa a Grimaldi, nell’e ­stremo Ponente Ligure, molto probabilmente ha impedito all’autore del libro, e prima ancora allo stesso Voronoff, di essere del tutto obiettivo, privilegiando o enfatizzando alcuni fatti a discapito di altri. E questo viene sottolineato dallo stesso Barnabà nella lettera aperta a Serge Voronoff con cui si conclude l’opera e nella quale raccoglie i suoi legittimi dubbi sull’attività di questo straordinario personaggio, famoso, a ben guardare, più per le sue grandi capacità di comunicatore che di scienziato. Il suo, cioè, fu un successo mediatico più che professionale – questa è almeno la conclusione a cui giunge consapevolmente, dopo anni di studi e di ricerche, l’autore del libro. E non si può negare che si tratti di un buon risultato, viste le polemiche e le opinioni contraddittorie che hanno accompagnato, per tutta la vita, il medico russo, di reli ­gione ebraica, esaltando o sminuendo, a seconda dei casi, la sua figura e la sua professionalità. Uomo di indubbie capacità e di animo generoso, tanto da aiutare non solo i suoi numerosi familiari ma anche chi bisognoso si rivolgeva a lui, Serge Voronoff era al contempo megalomane, narcisista ed ambizioso, se è vero che nel 1885 appena arrivato a Parigi, città che ai suoi occhi apparve convulsa e frenetica e in preda a una inesausta febbre edilizia, dalla cameretta nel quartiere latino, che aveva preso in affitto, lanciò alla capitale d’Europa la stessa sfida del personaggio di Balzac Eugène de Rastignac: “Ora a noi due”. E nonostante si respirasse nell’aria uno strisciante e velenoso antisemitismo – si era alla vigilia dell’affaire Dreyfus – co ­minciò la sua ascesa verso la notorietà e l’affermazione, pur tra difficoltà e ostacoli di ogni genere.

Il merito precipuo di Barnabà, come ho detto all’inizio, è quello di aver delineato con chiarezza e puntualità la temperie culturale in cui Serge Voronoff ha potuto e ha saputo, in virtù del suo eloquio, della sua eleganza e del suo carisma, promuovere l’immagine di sé e la propria attività. Era da poco finita la prima guerra mondiale e c’era nell’aria oltre che nelle coscienze di ogni individuo il desiderio di dimenticare il passato, di rimuovere le macerie materiali e morali che il conflitto aveva seminato dappertutto e di proiettarsi verso il futuro con rinnovata fiducia e speranza. E anche se il mito del Positivismo era stato spazzato via negli ultimi 30 anni, si tornava a guardare al progresso scientifico con un discreto entusiasmo e senza reticenze. Né va dimenticato che le centinaia di migliaia di morti in guerra avevano lasciato, oltre a ferite immedicabili nel cuore e nella mente dei familiari, anche spazi vuoti nella società e nel mondo del lavoro da riempire possibilmente con persone anziane rin ­giovanite e rinvigorite. A caratterizzare il nuovo secolo, come si legge nel libro, furono: “I grattacieli americani e le operazioni di Voronoff”; anche il lessico si adeguò a questo nuovo fenomeno: sia in Francia che in Italia vennero coniati nuovi vocaboli e lo stesso Mussolini, che amava definirsi il Voronoff italiano, dichiarò più di una volta che Roma andava voronizzata. Né ciò deve meravigliarci se pensiamo all’importanza che il Duce attribuiva alla forza fisica, al vigore e alla virilità, oltre che alla giovinezza; Hitler, poi, vide negli esperimenti di Voronoff la possibilità di creare una razza superiore che assecondasse e realizzasse i suoi farneticanti sogni di potenza e di dominio. Certo è che la figura di Serge Voronoff entrò ben presto nell’immaginario collettivo, invadendo persino la sfera del costume e dello spetta ­colo. Nel 1925 i fratelli Marx, lanciarono a Broadway uno spettacolo, The Cocoanuts, in cui si faceva riferimento a una di quelle ghiandole di scimmia, di cui appunto si serviva il medico franco-russo per i suoi esperimenti. Molte altre canzoni, film e spettacoli teatrali si ispirarono a Voronoff, che viene citato anche in una canzone degli anni cinquanta di Leo Chiosso e Fred Buscaglione. Credo, inoltre, che sia superfluo ricordare il famoso filetto alla Voronoff, che, a detta di gourmet di mezzo mondo, è una pietanza prelibata e stuzzicante e appartiene di diritto alla migliore cucina erotica. Non solo il costume e lo spettacolo trovarono in Voronoff una costante fonte di ispirazione ma anche la letteratura, penso in particolare a Italo Svevo, Arthur Conan Doyle, Axel Munthe e tanti altri, fra i quali mi piace ricordare Nico Orengo che avendo vissuto a lungo nell’estremo ponente Ligure, non lontano dalla villa di Voronoff, in alcuni suoi romanzi (La curva del Latte e L’intagliatore di noccioli di pesca) ha inserito riferimenti più o meno espliciti ai suoi esperimenti e agli uomini-scimmia che, secondo alcune leggende popolari, si sarebbero aggirati fino a poco tempo fa nei boschi alle spalle di La Mortola e di Grimaldi.

Il sogno dell’eterna giovinezza. Vita e misteri di Serge Voronoff è una vera miniera di informazioni e se non tutti i misteri relativi alla sua vita vengono definitivamente chiariti o risolti, per la prima volta, in maniera seria e rigorosa, si spazzano via alcune leggende radicate nell’immaginario popolare e si portano alla luce aspetti nascosti o volutamente trascurati del percorso umano, professionale e scientifico o pseudo tale del medico che fece sognare, illudendole, intere generazioni. Nessuno, però, esti ­matore o detrattore, potrà privarlo del merito di aver per primo non effettuato tra ­pianti che già da tempo avevano una loro storia, sia pure incerta e nebulosa, ma di aver creato la prima banca di organi, vero e proprio “laboratorio di pezzi di ri ­cambio”.

Non so che rapporto possa esserci stato tra gli esperimenti di Serge Voronoff e la fondazione ad opera di Ana Aslan nel 1952 dell’Istituto di Gerontologia e Geriatria di Otopeni in Romania, destinato a divenire il centro di studi, di ricerca e di cura più importante del mondo, a cui si rivolsero moltissime personalità famose: Salvador Dalì, Charlie Chaplin, Pablo Neruda, Aristotele Onassis, Jacqueline Kennedy, Indira Gandhi, Marlene Dietrich, che tra l’altro ebbe una liaison con la figlia di primo letto di Evelyn Bostwick, la seconda moglie di Voronoff, e poi Charles de Gaulle, Lilian Gish, Tito, Alberto Moravia e tanti altri. Certo è che Carl II di Romania e la sua terza moglie Elena Magda Lupescu erano amici di Serge e di Gerty e spesso loro ospiti sia Parigi che a Grimaldi, e potrebbero, quindi, essere stati loro a promuovere nel loro paese il sogno dell’eterna giovinezza.
La scrittura di Barnabà, chiara, fluida ed efficace, si avvale di un periodare elegante e incisivo e di una elezione lessicale appropriata e ricercata.


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