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LETTERATURA: “Fare scene. Una storia di cinema” di Domenico Starnone, Minimum Fax

31 Ottobre 2010

di Francesco Improta

Di Domenico Starnone, narratore di razza, vincitore tra l’altro del premio Strega con Via Gemito, e sceneggiatore tra i più prolifici operanti in Italia, è uscito a maggio, quasi sotto silenzio, un libro bello e decisamente originale Fare Scene. Una Storia di Cinema (casa editrice Minimum Fax) e mai titolo mi è sembrato più calzante. Rimanda, infatti, alla sua attività di sceneggiatore e ripercorre la storia di una passione, quella per il cinema, coltivata dall’autore fin dall’infanzia, da spettatore assiduo, impaziente e impenitente prima che diventasse una professione.

Il libro ha la struttura canonica di un film, si divide, infatti, in primo e secondo tempo, separati da un intervallo, che favorisce il passaggio graduale da un prima a un dopo, dall’età mitica dell’in ­fanzia (il passato) all’età malinconica della senescenza (il presente).

La prima parte, propedeutica alla seconda, è senz’altro la più suggestiva e accattivante. Starnone con abilità pari alla sua non comune sensibilità descrive l’atmosfera magica, onirica che si respirava in quegli anni, nelle sale cinematografiche affollate e fumose, dove gli spettatori, e non solo quelli ingenui e fantasiosi, venivano catapultati sullo schermo a vivere avventure di ogni genere insieme ai loro eroi di celluloide o addirittura a sostituirsi a loro. Non è un caso che queste avventure venivano conservate gelosamente nel cuore e nella memoria degli spettatori e rispolverate nell’ambiente più familiare e rassicurante delle loro case o addirittura nel loro letto quando il sonno tardava a venire. Eravamo alla fine degli anni 40; da poco si era concluso il più atroce dei conflitti, e si sentiva il bisogno di lasciarsi alle spalle il passato, con tutto il suo bagaglio di violenze, miserie, paure e morti. E il cinema offriva la possibilità di sognare, di progettare un mondo altro, soprattutto a Napoli dove i continui e drammatici bombardamenti avevano aggravato una situazione già poco felice in tempo di pace.

La seconda parte, invece, è la storia di un film da fare, la cui sceneggiatura è proprio di quello che da piccolo sgranava gli occhi dinanzi a James Stewart, suo eroe preferito, o avvertiva degli strani turbamenti di fronte a Debora Kerr. Il cinema, però, non è più lo stesso. “E’ un cinema che si sta scavando la fossa con le sue mani”, un cinema che ha imboccato malin ­conicamente il viale del tramonto, che non è più in grado di dare corpo e spessore all’imma ­gina ­zione, di rendere reale la finzione e sublimare in finzione la realtà. Il film in cantiere, La fine della coscienza di classe, sembra rispecchiare, ancora una volta, l’esistente: una società senza più dia ­lettica, priva di immaginazione e creatività; una società televisiva o meglio tele-evasiva, che assiste svoglia ­tamente alla lenta agonia del cinema, sconfitto dalla concorrenza del piccolo schermo e di internet, dalla mancanza di idee e di mezzi, dalla “scomparsa” del set, dagli effetti speciali, dall’arroganza di produttori che pensano esclusivamente a stringere i tempi di lavorazione, a ridurre le spese e a inseguire il botteghino. In questa dimensione umbratile e malinconica si opacizzano pure, quando non naufragano del tutto, le speranze che avevamo coltivato con tanto entusiasmo all’indomani della II guerra mondiale e che avevamo alimentato grazie a questa straordinaria macchina del tempo, oltre che fabbrica di sogni, che è il cinema. Potrebbe sembrare un epicedio ma non lo è, perché comunque per l’autore, anche se lo sguardo è deluso e disincantato, il cinema rimane “una necessità della testa e del sangue”.


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