“Fare scene. Una storia di cinema” di Domenico Starnone, Minimum Fax

di Francesco Improta

Di Domenico Starnone, narratore di razza, vincitore tra l’altro del premio Strega con Via Gemito, e sceneggiatore tra i più prolifici operanti in Italia, è uscito a maggio, quasi sotto silenzio, un libro bello e decisamente originale Fare Scene. Una Storia di Cinema (casa editrice Minimum Fax) e mai titolo mi è sembrato più calzante. Rimanda, infatti, alla sua attività di sceneggiatore e ripercorre la storia di una passione, quella per il cinema, coltivata dall’autore fin dall’infanzia, da spettatore assiduo, impaziente e impenitente prima che diventasse una professione.

Il libro ha la struttura canonica di un film, si divide, infatti, in primo e secondo tempo, separati da un intervallo, che favorisce il passaggio graduale da un prima a un dopo, dall’età mitica dell’in ­fanzia (il passato) all’età malinconica della senescenza (il presente).

La prima parte, propedeutica alla seconda, è senz’altro la più suggestiva e accattivante. Starnone con abilità pari alla sua non comune sensibilità descrive l’atmosfera magica, onirica che si respirava in quegli anni, nelle sale cinematografiche affollate e fumose, dove gli spettatori, e non solo quelli ingenui e fantasiosi, venivano catapultati sullo schermo a vivere avventure di ogni genere insieme ai loro eroi di celluloide o addirittura a sostituirsi a loro. Non è un caso che queste avventure venivano conservate gelosamente nel cuore e nella memoria degli spettatori e rispolverate nell’ambiente più familiare e rassicurante delle loro case o addirittura nel loro letto quando il sonno tardava a venire. Eravamo alla fine degli anni 40; da poco si era concluso il più atroce dei conflitti, e si sentiva il bisogno di lasciarsi alle spalle il passato, con tutto il suo bagaglio di violenze, miserie, paure e morti. E il cinema offriva la possibilità di sognare, di progettare un mondo altro, soprattutto a Napoli dove i continui e drammatici bombardamenti avevano aggravato una situazione già poco felice in tempo di pace.

La seconda parte, invece, è la storia di un film da fare, la cui sceneggiatura è proprio di quello che da piccolo sgranava gli occhi dinanzi a James Stewart, suo eroe preferito, o avvertiva degli strani turbamenti di fronte a Debora Kerr. Il cinema, però, non è più lo stesso. “E’ un cinema che si sta scavando la fossa con le sue mani, un cinema che ha imboccato malin ­conicamente il viale del tramonto, che non è più in grado di dare corpo e spessore all’imma ­gina ­zione, di rendere reale la finzione e sublimare in finzione la realtà. Il film in cantiere, La fine della coscienza di classe, sembra rispecchiare, ancora una volta, l’esistente: una società senza più dia ­lettica, priva di immaginazione e creatività; una società televisiva o meglio tele-evasiva, che assiste svoglia ­tamente alla lenta agonia del cinema, sconfitto dalla concorrenza del piccolo schermo e di internet, dalla mancanza di idee e di mezzi, dalla “scomparsa” del set, dagli effetti speciali, dall’arroganza di produttori che pensano esclusivamente a stringere i tempi di lavorazione, a ridurre le spese e a inseguire il botteghino. In questa dimensione umbratile e malinconica si opacizzano pure, quando non naufragano del tutto, le speranze che avevamo coltivato con tanto entusiasmo all’indomani della II guerra mondiale e che avevamo alimentato grazie a questa straordinaria macchina del tempo, oltre che fabbrica di sogni, che è il cinema. Potrebbe sembrare un epicedio ma non lo è, perché comunque per l’autore, anche se lo sguardo è deluso e disincantato, il cinema rimane “una necessità della testa e del sangue”.

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