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LETTERATURA: Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra – Un libro per tutti e per nessuno

4 Aprile 2008

di Alfio Squillaci
[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

La forma espositiva assunta fin dalle origini dal filosofare in Occidente è stata il trattato o il dialogo. Quest’ultimo è stato imposto, di fatto, da Socrate e rispondeva all’esigenza di derivazione orale ma   consustanziale   al suo metodo e magistero filosofico, di pervenire alla “verità” (aletheia) attraverso il “dibattito” di posizioni, spesso dialetticamente ed artatamente contrapposte, dove il risultato di un sapere superiore s’imponeva dal “di dentro” del pensiero stesso, era, per così dire, la sua necessaria conseguenza logica.
Per lungo tempo (almeno fino al “Dialogo” sui massimi sistemi dell’universo di Galilei o, per giungere ai giorni nostri, alla filosofia del “dialogo” di Guido Calogero) dialeghestai e philosophari hanno fatto tutt’uno nel pensiero occidentale. Eccetto rari casi (Eraclito), esso ha rinunciato di fatto alla forma oracolare, aforistica e parabolica che pure era in agguato (Delfi). Si può dire con tutta certezza che proprio la scelta della forma saggistica e dialogica era la forma che l’Occidente, con Socrate,   sceglieva per sé. Trattato o dialogo che fossero, il pensiero ambiva ad una forma logico-discorsiva e talora dialogico-discorsiva, in cui a venir messa sotto stretta sorveglianza era innanzitutto l’espressione linguistica (e a questa esigenza risponde l’urticante e reiterato   ti estin socratico) al fine di eliminare da essa ogni ambiguità e anfibologia e rendere univoca, per quanto possibile, la valenza semantica dei vocaboli.

Diversamente si è configurato il “pensiero” religioso orientale. Fin dalle origini esso ha adottato un linguaggio oracolare, orfico, aforistico,   poetico, profetico, allusivo (Bibbia) o parabolico (Nuovo Testamento) dove la verità, quasi mai frutto di un “dibattito” di posizioni contrapposte, veniva rivelata dal “di fuori”, da un profeta ( Cristo, Zoroastro o Mitra) e in cui l’obiettivo ultimo non era portare l’interlocutore a   “pensare” facendo appello ai propri mezzi intellettuali, quanto piuttosto a “credere”attraverso la cosmesi di un linguaggio altamente espressivo ma vaporoso e polisenso, esposto ai   venti e ai marosi dell’interpretazione . (Non era Nietzsche a dire che non esistono i fatti ma le interpretazioni?). Comunque lo si valuti il magistero socratico sta alla base del pensiero occidentale, e, abbia o meno Socrate “inventato” il concetto e dato inizio   alla “via regia” della filosofia (si vedano gli studi   di R. Mondolfo   e H. Maier), il suo insegnamento e metodo è punto di riferimento, ancora oggi, per chi voglia mettere al centro della propria vita intellettuale il dubbio, la critica, il pensiero dialogico e dialettico, il razionalismo critico, e infine, non “una” verità come fine ma “la” scepsi come mezzo.

Tutta questa lunga premessa   per dire che Nietzsche in questo Così parlò Zarathustra, ha voluto invece, scientemente, visto che era filologo e intellettuale sopraffino, immettere nel pensiero occidentale (che egli rifiuta ab ovo) la forma tipica del procedimento espressivo e “mentale” del pensiero orientale: l’aforisma, la parabola, il pensiero rivelato, lo stile biblico. Non a caso Nietzsche odiava Socrate (cfr La nascita della tragedia) e vedeva in lui il creatore dell’uomo dialettico e della dialettica.
Attraverso questa forma aforistica (1) Nietzsche interagisce anche contro la “propria” tradizione tedesca: oppone il frammento lirico al pensiero sistematico, il poema filosofico al greve saggio cattedratico e in ultimo l’esprit francese così raisonnable e caustico (quello derivante   dai moralisti classici che egli aveva letto ad abundantiam dopo il distacco da Wagner) al Geist tedesco dallo stile involuto ed astratto, che tuttavia voleva impadronirsi del mondo “chiudendolo in un sistema” (Musil).
Ora, risiede proprio qui, nel ricorso alla forma oracolare, iniziatica, orfica, profetica, “profondista”, il punctum dolens di questo libro. È sotto   questa forma vaticinante che l’apoftegma «L’uomo è una corda tesa tra l’animale e il Superuomo » si consegna al più puro qualunquismo del significante, alla più vuota anfibologia. Cosa vorrà mai dire? Nient’altro che una frase ad alto voltaggio espressivo, ma concettualmente ispirata ad un darwinismo elementare ed orecchiato (dove il concetto di trapasso da una forma all’altra, non è ascrivibile, ad esempio, alla nozione di Aufhebung ( superamento), di matrice hegeliana, ma proprio, darwinianamente, al   passaggio da uno stadio all’altro, per eugenetica, della specie Uomo: dalla scimmia appunto all’Oltreuomo (come andrebbe correttamente tradotto il termine Uebermensch). Ma così pronunciata la proposizione è tanto poetica quanto priva di senso: è una verità rivelata da un profeta che si sottrae ad ogni verifica, ad ogni perché («Chiedi perché? Io non appartengo a coloro cui si può chiedere la ragione dei   loro perché », prendere o lasciare, così parlò Zarathustra). È un pensiero alato, una poesia o una preghiera, ossia tutte quelle forme del discorso di cui Aristotele diceva non poteva esserci scienza in quanto non apofantikoi logoi (discorsi dichiarativi) e dunque quei discorsi di cui non si può predicare né la verità né la falsità..
Di aforisma in aforisma   («Chi scrive con aforismi e col sangue, non vuole essere letto, ma imparato a memoria », amen, così parlò Zarathustra) per quattro sezioni spesso gravate da un pesante e barocco simbolismo, il nostro sempre più allocchito Profeta ci dice le sue verità su tutto ciò che gli passa per la testa (aforisticamente e a-sistematicamente): le donne (che sono il riposo del guerriero), la plebaglia, i compassionevoli, i preti, la morte etc.

Si avanza nella lettura, si segna a margine qualche fulminante massima degna di La Rochefoucauld («L’esser troppo obbligati verso qualcuno non stimola la riconoscenza, anzi rende vendicativi: e quando il piccolo beneficio non viene dimenticato, ne nasce a poco a poco un verme roditore »),   ma è il sovraeccitato tono oracolare che disturba, che rivela delle “stecche” micidiali del nostro Profeta. L’espressione «Dio è morto » è tanto disperata e gridata, isterica, che sembra proferita quasi in falsetto: ci senti dietro tutta la delusione teologica del figlio del pastore protestante, il tono rancoroso e deluso del défroqué, dello spretato, dell’ex: tono   totalmente estraneo, ad esempio, all’ateo holbachiano ed illuminista o al pagano mediterraneo del nostro Sud totalmente immerso nel suo indifferentismo religioso. Nietzsche è il più religioso degli anticristiani mai apparso sul terreno filosofico, un intellettuale che richiede ciò che nega. Niente della raison souriante di Voltaire e della sua staffilante ed elegante polemica contro il cristianesimo a favore di una religione naturale e   deconfessionalizzata, ma un greve e tetro   ron-ron cogitativo   dietro le forme ammalianti del poema filosofico.
Anche il suo das ja zum leben (sì alla vita) è sospetto: ci vedi in controluce l’uomo ritirato in se stesso, casto più per necessità che per scelta, l’uomo deluso dalla vita che egli   però indica con forza nel momento in cui essa lo rifiuta. Dietro l’apoteosi della guerra e dei guerrieri –   indifendibile, che rivela inequivocabilmente che il giovane Nietzsche che vedeva nel soldato prussiano «padronanza, serietà e disciplina anche riguardo alla forma » continua ad agire anche nel Nietzsche maturo («La guerra e il coraggio hanno operato cose più grandi che non l’amore del prossimo », così parlò Zarathustra)   – ci intuisci il palliduccio filologo di Basilea esangue   e privo di tono muscolare. Del resto dietro la mistica delle valchirie e del vigoroso guerriero ariano, c’era il rachitico e mellifluo dottor Goebbels. Non sono ingiusti questi riferimenti all’uomo-Nietzsche, s’impongono invece nel momento in cui tutta una filosofia viene fondata sulle proprie cellule e sulle proprie viscere. Hegel diceva che tutto ciò che nella sua filosofia poteva riferirsi a se stesso era da intendersi falso. Solo in Rousseau tanta malata soggettività e filosofia sono così ambiguamente avvinte.

Si procede nella lettura ansimando, per semplice dovere di chiuderla. Forse lo Zarathustra è un libro che non sopporta una lettura consecutiva, ma un’opera che richiede di essere aperta e “sorpresa” a caso. Come Umano troppo umano. Vi sono del resto amenità e pure bizzarrie, come questa, innocente, ma carica di un umorismo involontario: « È venuta la sera: perdonatemi se la sera è venuta ». Negli stessi anni Labiche   metteva in bocca ad un suo personaggio (in 29 degrés à l’ombre) questa replique: «Non faccio per vantarmi, ma oggi fa davvero un gran caldo ».

Non oso spiegarmi le ragioni del successo ancora oggi duraturo della filosofia di Nietzsche. Capisco che subito dopo la sua morte il niccianesimo sia caduto nella Kunstphilosophie alla   Stephan George e nell’atmosfera estetizzante alla D’Annunzio, forme di reazione alla marea montante dell’ingresso delle masse nella storia. I due personaggi nicciani   di Clarisse e Walter   de L’uomo senza qualità   di Musil ne sono gli emblemi e due parodie romanzesche. Capisco anche che l’indicazione del suo radicalismo aristocratico procuri   il «gradito senso di essere ribelli » – elemento col quale, secondo   Lukács, Nietzsche avrebbe offerto a buona parte della borghesia l’illusione di una “rivoluzione”- ma, nei fatti, stregando anche tanti piccoli borghesi (già all’epoca gozzaniana della rima camicie-Nietzsche) in cerca di facili supplementi d’anima. Ma, oggi, cosa può dirci questo libro? Nulla, se non finisce in mano a qualche stregone della New Age: esaurita ne   è la carica profetica, il potere di fascinazione della parola, la sua forza di rivelazione, ci siano mai state. È un vulcano spento. Lo Zarathustra è il libro più esposto di Nietzsche, quello che svela di più le sue isterie e le sue psicopatie spirituali. Non si può dire che non vi sia   tutto Nietzsche, perché non è vero: è il libro che lo contiene tutto, ed è il suo libro più debole, quello che lo “tradisce” di più.

(1) Il carattere prettamente filosofico e ideologico dell’adozione della forma aforistica non sfuggì a   György Lukács che così scrive ne La distruzione della ragione (Einaudi, Torino 1975, p.320): “Tale genere letterario [l’aforisma] rende anzitutto possibile il mutamento nell’ambito della durevole influenza di Nietzsche. Se una svolta dell’interpretazione è divenuta socialmente necessaria […] alla rielaborazione del contenuto durevole non si frappongono affatto quegli ostacoli che sussistono invece in forma sistematica. […] In Nietzsche tuttavia la cosa è di gran lunga più semplice: in ogni stadio, a seconda delle momentanee esigenze, vengono messi in evidenza e collegati fra loro aforismi diversi. Si aggiunge a ciò un altro elemento: per quanto gli scopi fondamentali si trovino in accordo con l’orientamento ideologico dell’intellettualità parassitaria, la loro proclamazione sistematica, aperta e brutale, susciterebbe avversione in vasti e non trascurabili ceti”. In altri   termini   Lukács sostiene che la scrittura aforistica di Nietzsche consente ai fruitori una sorta di collage permanente dei suoi testi, e un oscuramento   del suo “contenuto durevole”, che a Lukács appariva reazionario e irrazionalistico, e consente un po’ a tutti di fare a fette Nietzsche e di prendersi la fetta che fa più filosoficamente comodo e proclamarlo sempre indenne e “innocente” e sempre nuovo e sempre “mio”; dall’altro, sostiene Lukács, una esposizione sistematica del suo pensiero “aperta e brutale” avrebbe fatto arretrare tutti quei bel esprit   che anche di recente scodinzolano attorno al pensatore tedesco, oscurando il suo “contenuto durevole”, che ahimè è molto più vicino al Nietzsche di Lukács che a quello di tanti suoi benevoli esegeti…Ma sul procedimento aforistico in generale vorrei qui segnalare alcune brillanti osservazioni di Claude Roy, tratte dalla prefazione alle Maximes et pensées di Chamfort (editions   Le monde 10/18, Paris, 1963).Le moraliste lance-maxime utilise trois recettes: 1) La généralisation impérieuse: on ne dit point : «Certains hommes, dans certaines conditions, font souvent ceci ou cela », mais : «Les hommes sont ». C’est le principe du voyageur hí¢tif (Toutes les Anglaises sont rousses), l’exagération de l’adolescent que sa bien-aimée vient de quitter : «Toutes les femmes son des garces ». […]   2) Second truc du moraphorismateur : la bascule des mots. La pensée se résume en une formule-culbute, dont Jules Lemaître a bien drí´lement montré, autrefois, qu’elle n’a pas plus de vérité à l’envers qu’à l’endroit, qu’on inverser les termes sans inconvénient, ou changer un mot pour son contraire sans aucune conséquence. C’est le moralisme du style peau de lapin, du style gant , c’est   l’approximation sentencieuse. […]   3) Le troisième procédé du moraliste est aussi le moins déraisonnable. C’est la méfiance, la dépréciation, c’est l’attitude   du policier qui, à priori, considère tous les passants comme des coupables, toutes les déclarations comme des mensonges et tous les visages comme des masques.


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11 Comments

  1. Commento by Giulio — 19 Agosto 2008 @ 16:32

    Lei continui a fare l’intellettuale, che le riesce benissimo. Ma gli uomini hanno bisogno di altro e ovviamente di sé stessi. Comprese le “ovvietà”. Nietzsche è il più spirituale degli anti-cristiani, al limite. Studi meglio. Non comprendere poi il senso della <>, come era inteso da Nietzsche, la dice lunga di quanto superficialmente uno studioso come lei, abbai indagato il continuum nicciano.. che lega gli aforismi univocamente a un senso. Che appunto non è per tutti. E ancora.. Lo stesso Nietzsche avvertì che verrà qualcuno a confondere la questione chiamiamola Darwiniana. Benvenuto al club sig. Squillaci. Il suo discorso lo definirei perfetto, come le piante di plastica negli uffici della mutua.. belle, sempre lucide, intonate all’ambiente. Ma si sà, l’intellettualismo non si deve confondere con l’elemento uomo… E pensare che anche Hegel quando andava di corpo doveva fare i conti con la sua puzza e le sue cellule evacuate. Ma non tocchiamo i canoni sacri della filosofia! sia Mai! rimarrebbero poche cattedre su cui poter mostrare i virtuosismi più beceri che mirano a sedersi sul proprio cervello, invece di usarlo.

  2. Commento by Giulio — 19 Agosto 2008 @ 16:54

    ..il senso della <>..

  3. Commento by Giulio — 19 Agosto 2008 @ 16:54

    il senso della guerra…

  4. Commento by Alfio Squillaci — 19 Agosto 2008 @ 18:05

    C’è in Lei il Nietzsche di Gozzano forse, quello che fa rima con “camicie”? Mi spiace aver toccato un “santino” del pensiero filosofico. Anzi se è valso a suscitare un moto critico, sono invece soddisfatto. Ho fatto il mio mestiere di lettore critico, di socratica “torpedine”. E io preferisco “pensare” piuttosto che “credere”. E’ curioso, d’altronde che un pensatore sedicente anticristiano come Nietzsche susciti questi moti dell’animo di tipo “religioso”. Per lei “intellettuale” è ancora un insulto, in un’epoca come la nostra? Via, proviamo a studiare ancora tutti… Aggredendo i testi con sincerità, con passione, senza riverenze per nessuno.

  5. Commento by Alfio Squillaci — 19 Agosto 2008 @ 18:15

    Ultima annotazione: “si sà” e un errore di ortografia: il verbo sapere NON si accenta alla terza persona singolare dell’indicativo presente…

  6. Commento by Alfio Squillaci — 19 Agosto 2008 @ 18:16

    rectius: “è un errore di ortografia”

  7. Commento by Giulio — 19 Agosto 2008 @ 20:17

    Lei non è un lettore critico, così come io non sono ferrato in grammatica. Cito:
    “il lavoro principale del suo pensiero, contenuto nell’opera postuma, avanza esigenze per le quali non siamo cresciuti abbastanza. E’ quindi consigliabile che Loro rimandino per il momento la lettura di Nietzsche e studino per altri dieci o quindici anni Aristotele” – Heidegger

    Lei non ha portato a compimento il suo mestiere, lei compie una mistificazione intelligente.
    Ammettendo, io stesso, certi miei limiti ( ho dovuto consultare il dizionario solamente per la parola anfibologia), mi stupisco di come la mia ignoranza sia plausibile – tenuto conto della mia istruzion scolastica – , mentre la sua.. vergognosa, inaccettabile, condannabile. Le persone come voi sono frustrate a livello inconscio – evidentemente – perché un attacco (di questo si tratta) subdolo come il suo è una leva psicologica formidabile su chi ancora non sa. Lei no, ma le sue idee avranno il giusto compenso. E quando dico – sue – intendo – vostre -.
    Nietzsche insegna a non seguirlo. Nietzsche nella baraonda del mondo marcio (che per lei probabilmente è sano) riconosce i punti cardini su cui focalizzare le migliori traiettorie per la spiritualità che ci compete. Quella sana, genuina. Quella vera. Quella degli uomini. Nietzsche è l’ultimo filosofo tedesco che ha – veramente – cercato dio.
    Lei non è un critico, lei manca di cuore, lei è un burocrate della filosofia.. quelli che fanno strada. Sul discorso – riverenze – è corretto aprire una parentesi: (lei ne avrebbe bisogno) chiusa parentesi.
    Se pensa che io mi sia risentito, si sbaglia – se lei pensa che minimamente consideri Nietzsche un santino si sbaglia -, ma certamente non potevo non difendere le orecchie giovani che possono essere annebbiate da così (le sue) belle parole. Il mio è uno scudo alzato a difesa degli altri. Lei non mi deve convincere e io non convincerò lei. Ma noi sappiamo. Qualcun altro no.. e bisogna rispettarlo.

    Celentano in una (delle poche) canzoni intelligenti ha lasciato intendere i pericoli di certa “cultura” – l’ignoranza vestita in frac..

    ..lei ha un bellissimo vestito

  8. Commento by Alfio Squillaci — 19 Agosto 2008 @ 23:25

    Il mondo è pieno di nicciani. Io ho solo letto attentamente, sulla scorta delle mie letture filosofiche e della mia sensibilità critica “Così parlò Zarathustra”. Non ho nulla da aggiungere, salvo che riscriverei parola per parola ciò che ho scritto. Il mio testo è lì. Esposto alle controcritiche, ma fattuali e testuali se possibile. Mi rammarico di non aver tempo per scrivere del Nietzsche che più amo: quello di “Umano troppo umano” ad esempio. Non sono filosofo di mestiere, né intellettuale: quindi nessun pericolo di carriera: lavoro alle poste, dieu merci. Adoro Celentano: solo quando canta…

  9. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Agosto 2008 @ 23:43

    Giulio, mi permetta: vorrei che i toni fossero più pacati. Quando si hanno opinioni diverse, il confronto deve avvenire serenamente, sempre.

    Bart

  10. Commento by Alfio Squillaci — 19 Agosto 2008 @ 23:46

    Il mondo è pieno di nicciani… non sarò certo io a sfoltirne il numero. E ogni generazione offre il suo plotone di adepti. Io ho solo letto attentamente, sulla scorta delle mie letture filosofiche e della mia sensibilità critica “Così parlò Zarathustra”. Non ho nulla da aggiungere, salvo che riscriverei parola per parola ciò che ho scritto. Il mio testo è lì. Esposto alle controcritiche, ma fattuali e testuali. Mi rammarico di non aver tempo per scrivere del Nietzsche che più stimo: quello di “Umano troppo umano” ad esempio. Un Nietzsche francesizzante, brioso, frammentario, ma fresco e vitale come chi aveva sentito da poco la “Carmen” di Bizet o che veniva fresco dalla lettura di Montaigne e de La Rochefoucauld. Non sono filosofo di mestiere, né intellettuale: quindi nessun pericolo di carriera: lavoro alle poste, dieu merci. Adoro Celentano: solo quando canta…

  11. Commento by Alfio Squillaci — 19 Agosto 2008 @ 23:49

    mi scuso per il duplicato. sono connesso con un cellulare, che fa le bizze…

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