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LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (17)

15 Febbraio 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Il 1940 si apre con una lettera di Mussolini, definita “piena di saggezza e di misura” dal suo Ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano. Con essa il Duce metteva in guardia Hitler sulle pesanti ripercussioni che avrebbe potuto avere nell’opinione pubblica italiana, tedesca ed internazionale un suo ulteriore avvicinamento a Stalin, col quale di fatto si era spartito tutta la Polonia. Rischiava così di andare definitivamente in frantumi quel ruolo di bastione contro il “Bolscevismo” su cui per anni Hitler aveva costruito la sua fortuna. Il Führer si sente ancora una volta “tradito” dall’alleato italiano e, furente, fa finta di non avere ricevuto questo ammonimento, al quale non risponderà mai.

L’8 aprile del 1940 Willy Brandt legge sul Dagbladed, con sorpresa e angoscia, la notizia della minacciosa avanzata di un centinaio di navi da guerra e da trasporto, che, superato lo stretto danese, si dirigevano verso nord. Il suo libro, ancora fresco di inchiostro “Gli obiettivi bellici delle grandi Potenze e la nuova Europa”, che aveva ricevuto in anteprima, non arriverà nelle librerie, a causa della Gestapo che manderà al macero i volumi già pronti per la distribuzione. Nonostante l’occupazione effettuata con l’impiego combinato di aviazione e truppe di terra dell’esercito, la Norvegia non si arrende ed il suo re, Haakon, respinge per ben due volte l’ultimatum tedesco. Brandt, con una divisa di Paul Guaguin, nipote del famoso pittore, riesce a sottrarsi alla cattura e a nascondersi presso conoscenti. Tuttavia il destino della Norvegia era ormai segnato…. Sullo stesso avvenimento una testimonianza di toccante intensità è quella di Rut Brandt: “Il 9 aprile arrivò come uno shock. La sera prima avevamo visto le pagine in edizione straordinaria dei giornali, sulle quali si poteva leggere che navi da guerra tedesche erano in viaggio verso il nord, ma noi non ci potevamo immaginare che facessero veramente rotta verso la Norvegia. Cosa ci venivano a fare? La guerra aveva luogo sotto, in Europa. L’Inghilterra e la Francia avevano dichiarato guerra alla Germania dopo l’invasione di Hitler della Polonia, essa era destinata contro di loro. Perfino il governo norvegese non riusciva ancora a credere la sera dell’8 aprile, che la Novergia fosse coinvolta nella guerra…” (da “Freundesland. Erinnerungen” – Paese amico. Ricordi).
Hitler, imperterrito, continua la sua marcia alla conquista di una Europa allibita, incredula e colpevolmente immobile. Le sue truppe, dopo aver occupato la Danimarca e la Svezia, entrano nel mese di maggio in Olanda, Belgio e Lussenburgo. Ai primi di giugno la Wehrmacht è già alle porte di Parigi. Sarà quello il fatidico momento in cui Mussolini, che già si era espresso per una neutralità dovuta, dato che non disponeva delle condizioni minime per affrontare una guerra, teme di rimanere escluso da questa scorribanda attraverso l’Europa e di non partecipare al banchetto dei vincitori… Nonostante i tentativi di dissuasione operati dal Re e da molti dei suoi più avveduti consiglieri, supera ogni remora e con il famoso discorso dal balcone di palazzo Venezia annuncia ad una folla invasata ed euforica l’entrata in guerra dell’Italia: Era il 10 giugno del 1940.

Anche per Brecht il 1940 sarà l’anno della svolta. Il 17 aprile ha luogo la fuga in Finlandia, considerato non tanto il Paese più sicuro, quanto il Paese ideale per una fuga negli USA attraverso l’Unione Sovietica. Proprio questa terra immensa, da lui per anni esaltata perché considerata la regione dove aveva avuto inizio la rivoluzione per costruire una società più giusta e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sarà solo una tappa di passaggio… A Mosca Brecht viene accolto con affetto dai non pochi compagni che avevano conosciuto ed apprezzato il suo impegno artistico e politico. Ma in questa città, dopo le sconvolgenti notizie di “purghe” indiscriminate che continuavano ad arrivare e soprattutto in considerazione di quello scellerato patto sottoscritto da Molotov e Ribbentropp, si guarda bene dal restare. Di questo periodo, che segna la sua ferma intenzione di lasciare l’Europa, ci restano alcune poesie, che contengono accorati sfoghi personali, non disgiunti da lucidi ammonimenti sul futuro di un’Europa ormai inevitabilmente risucchiata in una guerra dagli effetti disastrosi per l’intera umanità.
La prima è dedicata alla primavera, che dovrebbe essere la stagione del risveglio ad una nuova vita, della speranza in tempi migliori, dopo la pausa dell’inverno. L’inizio è già eloquente: i popoli che di solito aspettano con gioia questa stagione, sono adesso letteralmente bloccati dal terrore. La primavera invece delle gemme vedrà sbocciare quella che potrebbe diventare un’immane tragedia. Il terrore per questa attesa sembra aver contagiato tutti, uomini e cose. L’attesa c’è, ma è dolorosa: la gente già scruta il cielo per individuare i terribili “uccelli d’acciaio” col ventre carico di bombe…

1940, 753

Con terrore
Aspettano i popoli la primavera.
Le baie si liberano dei ghiacci. Quando
Entreranno le navi da guerra?
Le tempeste invernali
Sono cessate. Quando
Compariranno gli uccelli rapaci d’acciaio?

La poesia seguente contiene una riflessione, che da privata diventa pubblica e si trasforma ancora una volta in denuncia. Gli accenti di affettuosa comprensione con cui da padre ascolta le legittime doglianze della piccola Barbara, gli offrono l’occasione per stigmatizzare un popolo di “predatori”, di cui egli è anche vittima. Portarsi addosso le “stimmate” di tedesco e quindi, in quanto tale, essere sistematicamente additato e addirittura evitato, procura anche a lui dolore. Il rifiuto dei bambini di condividere momenti di comune serenità e di giochi con una bambina “tedesca”, dà la misura di quanto odio e risentimento abbia già provocato in ampi strati di popolazione quel popolo, che si è affidato nelle mani di un criminale. La bambina tuttavia, anche se per sua fortuna non era ancora in grado di capire le motivazioni di fondo di questo “innocente” rifiuto, coglie immediatamente il significato dell’aggettivo “predatore” e allora si rallegra di essere evitata, perché il suo personale disagio è ampiamente superato dalla convinzione che un popolo del genere non può, anzi non deve essere amato. La poesia, chiusa questa parentesi privata, si conclude con un’aggiacciante previsione sui lutti che contraddistingueranno il 1940.

Finnland 1940 (Finlandia), 754

I
Adesso siamo profughi in
Finlandia.

La mia piccola bambina
La sera torna a casa imprecando, con lei
Nessun bambino vuol giocare. È tedesca e
Proviene da un popolo di predatori.

Quando io scambio nella discussione una parola a voce alta
Vengo invitato al silenzio. Non si amano qui
Parole a voce alta da uno
Che proviene da un popolo di predatori.
Quando ricordo alla mia piccola bambina
Che i tedeschi sono un popolo di predatori
Si rallegra con me che essi non siano amati
E noi ridiamo assieme.
….

IV
Questo è l’anno di cui si parlerà
Questo è l’anno di cui si tacerà.

I vecchi vedono morire i giovani.
I pazzi vedono morire i savi.

La terra non porta più frutti, ma inghiotte.
Il cielo non butta pioggia, ma bombe.

Amare considerazioni, che hanno la carica e l’intensità di un rimprovero, vengono impresse su un epitaffio di uno dei tanti soldati, vittima ignara della pazzia scellerata di un dittatore:

Grabschrift aus dem Krieg des Hitlers (Epitaffio dalla guerra di Hitler) 758, – 1940 –
Padre, tu mi hai lasciato andare dai soldati
Madre, tu non mi hai nascosto
Fratello, tu mi hai consigliato male
Sorella, tu non mi hai svegliato!

Ancora più desolante il quadro descritto in un’altra poesia, che sembra una fredda elencazione di eventi e accidenti dovuti alla guerra. Una volta decimate le persone, saranno i pochi superstiti, in un quadro di distruzione e di desolazione generale, a diventare gli unici, muti testimoni di una tragedia che si portano scolpita addosso:

In den Zeiten der í„ussersten Verfolgung (Ai tempi della massima persecuzione), 759 – 1940 ? –

Quando sarete sconfitti
Cosa rimarrà?
Fame e dispute
E nevischio.

Chi insegnerà?
Cosa dura:
La fame e il freddo
Questi insegneranno.
Non si dirà:
Non è andata?
A portare il peso
Cominceranno di nuovo brontolando.

Chi parlerà loro
Di coloro che sono morti?
Ferite e cicatrici
Glielo diranno.

Con un’ultima poesia in cui pubblico e privato si intrecciano, accomunati dalla stessa angosciosa attesa di assistere impotenti e atterriti di fronte all’invasione della Wehrmacht, vogliamo chiudere questa breve rassegna relativa al 1940 e di conseguenza questa riflessione storico-letteraria su un periodo, gli anni Trenta, che doveva risultare tragico per la Germania e l’Europa. Anche in questo componimento c’è un uso parco di immagini e di parole, quasi il poeta avvertisse la loro inadeguatezza in un momento in cui non ci può essere serenità. Turba la descrizione di un sogno, diventato incubo terribile perché ambientato in Germania. Dall’incubo egli viene fuori solo alle prime ore del mattino, e non tanto per il risveglio, quanto per la constatazione, guardando fuori dalla finestra, che la flora non poteva essere tedesca. Quindi, per sua fortuna, si trovava all’estero, capace ancora di aggrapparsi a qualche barlume di ottimismo. Commuove la sofferta indifferenza con cui un padre ascolta le proposte del proprio figlio, che in qualche modo comincia a proiettarsi nel futuro, dai contorni incerti. La risposta del padre, istintivamente tentato a lasciarsi andare, contiene alla fine un implicito messaggio di speranza… Rattrista la descrizione di un esule aggrappato alle pochissime cose di cui ancora dispone e l’avida attesa con cui, accendendo la radio, spera di ascoltare bollettini di vittoria dei nemici. Risulta addirittura dolente l’ultima scena, con un Brecht commosso per l’accoglienza ricevuta in Finlandia e al contempo schiantato dalle notizie dell’avanzata dei criminali tedeschi, purtroppo suoi compatrioti. Dopo mesi di fuga verso il nord, sempre più sù, per scampare alle orde naziste, guarda adesso con rassegnato fatalismo verso la Lapponia. Oltre non si sarebbe potuto spingere…

1940, 817

Arriva la primavera. I venti puliti
Liberano i vomeri dal ghiaccio dell’inverno.
I popoli del nord aspettano tremanti
La flotta di guerra dell’imbianchino.

II
Dalle sale delle biblioteche
Vengono i massacratori.

I bambini pigiati tra loro
Le madri in piedi, e scrutano attoniti
Il cielo in base alle scoperte degli scienziati.

III
I costruttori siedono
Curvi nelle sale di disegno:
Un numero sbagliato, e le città del nemico
Rimangono salve.

IV
La nebbia avvolge
La strada
I pioppi
Le fattorie e
L’artiglieria.

V
Mi trovo sull’isoletta Lidingö.
Ma recentemente di notte
Ho avuto sogni cattivi e ho sognato di essere in una città
E ho scoperto le iscrizioni delle strade
Erano in tedesco. In un bagno di sudore
Mi sono svegliato e con sollievo
Ho visto il pino silvestre nero come la notte davanti alla finestre e ho saputo:
Ero all’estero.

VI
Il mio piccolo figlio mi chiede: devo studiare matematica?
Per che cosa, vorrei dire. Che due pezzi di pane sono più di uno
Di questo te ne puoi accorgere anche così.
Il mio piccolo figlio mi chiede: devo imparare il francese?
Per che cosa, vorrei rispondere. Questo Reich va a fondo. E
Accarezzati con la mano la pancia e sbadiglia
E già ti si capirà.
Il mio piccolo figlio mi chiede: devo studiare storia?
Per che cosa, vorrei rispondere. Impara a ficcare la tua testa nella terra.
Forse scamperai.

Sì, impara matematica, dico
Impara francese, impara storia!

VII
Davanti alla parete imbiancata
Sta la nera valigia da soldato con i manoscritti.
Su di essa c’è quanto occorre per fumare con portacenere di rame.
La tela cinese che mostra il dubbioso
Pende sopra. Ci sono anche le maschere. E accanto al comodino
C’è la piccola radio a sei valvole.
Di mattina presto
Giro l’interruttore e ascolto
I bollettini di vittoria dei miei nemici.

VIII
Nella fuga davanti ai miei compatrioti
Sono adesso arrivato in Finlandia. Amici
Che ieri non conoscevo mi hanno messo a disposizione un paio di letti
In stanze pulite. Dall’altoparlante
Ascolto i bollettini di vittoria della feccia. Curioso
Osservo sulla carta geografica di questa parte di terra. Ancora su
Nella Lapponia dopo il mare di ghiaccio settentrionale
Vedo ancora una piccola porta.

Per fortuna non ci fu bisogno di intraprendere questo ulteriore viaggio della speranza verso la Lapponia. La Finlandia sarà l’ultimo Paese europeo a dare asilo all’apolide Brecht, ancora inseguito da un mandato di cattura, che – ironia della sorte – sarà costretto a trovare rifugio in California, una regione dove imperava l’aborrito capitalismo. Proprio in quegli Stati Uniti d’America, spesso teatro dei drammi brechtiani in cui si stigmatizzava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, venivano grantite, nonostante tutto, quelle libertà individuali ormai da tempo calpestate nell’Unione Sovietica, dominata dal criminale dispotismo di Stalin.

Per Willy Brandt il destino sarà diverso. Arruolatosi nell’esercito della Norvegia, Paese da cui aveva ottenuto nel 1940 la cittadinanza, rientrerà a Berlino a guerra finita, come addetto stampa presso la Missione norvegese. Ci piace chiudere questa sua esperienza di emigrante, che lo ha visto impegnato in diversi Paesi europei a ricucire gli strappi di una sinistra in cerca di identità, con una citazione di Günter Grass: “Mi commuove il lungo viaggio di Willy Brandt da Lubecca passando per le stazioni della emigrazione fino a Berlino, perché in esso si rispecchia una parte di quella storia della Germania, di cui io, senza averne fatto parte, sono fiero”.


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Bart