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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: VISIONI

14 Febbraio 2011

di Antonio Squadrone  

Massicci antichi, guglie come zanne spezzate. La dolomite è traslucida, incrostata di duri licheni. Lanose stelle alpine si nascondono tra le rocce. Piume d’aquila vibrano prigioniere tra rudi arbusti. Ovunque il candore della neve.
Grandi nuvole carezzano le vette. Modellate dal vento, come il soffio di un gigante, mutano in continuazione. Ora sono castelli, poi voragini, torri, spirali, mantelli.
Cielo intenso, sole abbagliante: miriadi di occhietti ammiccano dal manto nevoso.

Zoccoli sulla pietra!
L’alito si condensa in sbuffi veloci, subito catturati dal vento.
La sua femmina è con le altre, a pochi metri di distanza, in equilibrio tra le cenge. I grandi occhi sono spalancati. Il corpo è snello, ammantato della pelliccia più brillante sotto il sole che va, viene, se ne rivà. La sua favorita. Altri maschi saltano veloci e sicuri; per lunghi istanti sembrano levitare in magica sospensione tra i massi aguzzi.
Sono vicini, ora. Inerpicati lungo la parete respirano affannati dai balzi, i loro corpi sprizzano energia.

Il fondo della vallata si apre.
Una nuvola si è mossa come un maestoso sipario: appaiono le pendici delle montagne, vellutate di boschi, appena spruzzate di neve come pennellate distratte. Laggiù, lontano, sulla pianura che si estende a perdita d’occhio, scacchi rossi, gialli, linee geometriche.
La grande nuvola torna veloce. La valle scompare alla vista.
E’ di nuovo tutto lì, il mondo. Ventagli di roccia, sole… vita.

D’improvviso il vento porta con sé qualcosa… un odore…
Paura!
Teste erette, orecchie affilate, narici dilatate.
Lo scatto del branco. La sua femmina salta giù, senza prudenza. Gli zoccoli scivolano. Cade.
Paura.
Lui non si muove. Guarda.
La femmina è laggiù, immobile. È deforme, incastrata tra le rocce; un rivolo di sangue cola lento dalla bocca sprigionando un vapore sottile. Gli occhi sono sbarrati, immensi.
Disperazione.
D’improvviso un tuono secco! Nel folto di un ginepro si spegne un bagliore. Il dolore sul fianco esplode straziante, ardente come il fulmine che squarcia il pino.
Gli zoccoli non toccano più. Cade.

Dura roccia sotto il corpo. Gli occhi sono appesi alle nuvole, che corrono veloci… il sole va, viene, se ne rivà.
Freddo, sempre di più. E immagini, sensazioni come malinconica pioggia: l’estate, così lontana… odore d’abeti… luce abbagliante… vento. I giochi d’infanzia: i fratelli saltellano impacciati sul pendio. Il branco. La prima compagna, dolce, flessuosa.
Tutto sbiadisce e perde lucore.
Suoni ignoti si avvicinano. Il sole è di nuovo nascosto.
Un uomo si staglia contro il mutevole grigio. Il viso è bianco, chiazzato di rosso sulle guance. Respira accelerato, a bocca aperta. Sorride. Un altro gli appare accanto. Sorride anch’egli. Si stringono le mani.
Sempre più freddo. Sempre più buio.
Ancora immagini. Sfocate, nebulose, come l’ultimo vagito di un’eco morente: stelle alpine, freschi muschi, boschi ombrosi, acque limpide. Visioni tremolanti… ultime fiamme… faville morenti… cenere fredda.

Il bambino ha visto.
Urla. Perde l’equilibrio, cade dalla sedia su cui stava in piedi. I genitori accorrono.
Lo trovano seduto sul pavimento della baita, col piccolo indice puntato verso l’alto, sulla parete. Piange disperatamente.
Accanto, il caminetto avvampa di luce e calore. Liquide gemme rotolano lungo le guance del bimbo, scintillando come rubini.
La madre alza il piccolo sussurrandogli parole di conforto. Lo accompagna premurosa verso la stanza da letto.

Il padre rimane lì, dove il bambino è caduto.
E’ perplesso… in alto, appesa al muro, c’è solo una grande testa impagliata.
Il padre osserva il muso dell’animale per qualche istante. Infine fa per voltarsi.
Si blocca.
Impossibile!
Il cuore gli fa un tuffo! Là… negli occhi del trofeo…
Due liquide comete si accendono, indugiano… poi scivolano giù e si spengono. Nitide scie umide rigano il pelo grigio.
L’uomo è paralizzato. Gli occhi della bestia sono immensi… e diventano i suoi.

Un cielo color cobalto… grandi nuvole lo attraversano veloci. Neri pinnacoli screziati di neve… e vento. Gli scompiglia il pelo. Profumo di bosco, respira profondo; l’aria è tersa, sottile. La femmina è laggiù, più in basso. Un fremito selvaggio lo pervade; balza verso di lei, agile e aggraziato…
D’improvviso qualcosa nell’aria…
Si arresta di colpo. La vede saltare… gli altri fuggono…

L’uomo ha visto.
Barcollando si allontana dalla parete. Respira affannosamente, a bocca aperta, il cuore rimbomba nel petto. Si appoggia al muro opposto, chiude gli occhi, china il capo.
Per molto tempo rimane così. Poi…
Guarda.
Il trofeo dello stambecco è grigio di polvere e fuliggine. Il pelo è opaco, sbiadito. Le lunghe corna sembrano legni bruciati. Gli occhi di vetro sono opachi, fissi, vani. Lassù, nell’alto della stanza, arriva poca luce, poca aria. Calda.
L’uomo si smuove. Si avvia verso la porta… si ferma di nuovo. Fissa ancora la grande testa.
Poi, esce dalla stanza.


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: VISIONI — 14 Febbraio 2011 @ 11:31

    […] Prosegue Articolo Originale:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: VISIONI […]

  2. Commento by claudio grosset — 20 Febbraio 2011 @ 11:30

    C’è familiarità, dell’autore, con ‘alte’ frequentazioni; per intenderci, un mondo, un ambiente, una vita che si svolge così vicino e cosi lontano, qualche migliaio di metri soltanto s.l.m.. La descrizione, di luoghi, cose, piante, animali “…lo stambecco”, uomini “…di rosso sulle guance”, è precisa dettagliata e coinvolgente sino alla pignoleria, forse solo come uno ‘Yeti’ saprebbe fare. Il narrato si sviluppa sotto una velata malinconia di sensazioni e sentimenti pacati, impercettibili, repressi, inesprimibili “…Paura! (dello stambecco)… narici dilatate…” dove stride anche l’abbozzo (“…a bocca aperta. Sorride….Sorride anch’egli”) di un umano Sorriso.

    E c’è la metafora la parabola, una frustrazione dolorosa od una rassegnazione, insita nella vita stessa, lo svolgersi della natura e le sue ciniche regole, la vita (meam) e la morte (tuam), io uomo che posso gridare gioia o dolore, paura o pietà, tu ‘essere’ diverso non lo puoi fare od almeno io non lo percepisco; o forse Si, solo se avessi l’animo… di un bambino!

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