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LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (5)

15 Agosto 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Le elezioni del novembre 1932, conclusesi – come abbiamo già visto – con un pesante arretramento dei nazionalsocialisti e un minaccioso avanzamento dei comunisti, che raggiungeranno proprio in quella occasione il loro limite massimo, offrono lo spunto a Hitler per dipingere a tinte fosche il futuro della Germania. Forte dello slogan – “Se domani crolliamo noi nazisti, dopodomani in Germania ci saranno altri dieci milioni di comunisti” – il Führer sembra irremovibile nella sua convinzione di non collaborare giusto con quei politici, leggi von Papen, che egli riteneva i maggiori responsabili dell’avanzata comunista. Ma, a dire il vero, il piano di von Papen di accontentare Hitler con un vicecancellierato e qualche ministero, più che per il diniego del Führer fallì per le manovre del generale von Schleicher, che, negandogli l’appoggio dell’esercito, causò le sue dimissioni. Al vecchio Presidente non restava a quel punto altro che convocare il capo del partito più forte nel Reichstag, e attendere gli sviluppi degli eventi, che sarebbero maturati in un colloquio a quattrocchi. Questa volta von Hindenburg si mostrò insolitamente gentile e affabile con quel politico, che, solo qualche anno addietro, aveva ricevuto con molta sufficienza e inusuale freddezza.Tuttavia dopo l’infruttuoso colloquio, visto che Hitler reclamava un governo presidenziale sganciato da ogni pastoia parlamentare, in altri termini i pieni poteri, riassunti nella sua ormai proverbiale formula “o tutto o nulla”, l’incarico viene affidato al generale von Schleicher. Ha così inizio tutta una serie di manovre dello stesso von Schleicher, che tenta di spaccare i Nazisti, offrendo Ministeri importanti al capo dell’ala sinistra, Gregor Strasser. Questi non fu insensibile a offerte, tra cui il vicecancellierato, che considerava allettanti, e a proposte obiettivamente interessanti, come quella di affrontare subito la piaga della disoccupazione, visto che i cittadini senza lavoro erano ben sette milioni. Ad un certo punto si era sparsa la voce che Strasser stava per cedere, accettando quanto gli veniva proposto. Di queste trame venne subito messo al corrente Hitler, che, appoggiato da Göring e da Goebbels, convocò una riunione straordinaria, nel corso della quale ebbe un feroce alterco con Strasser, da lui definito senza mezzi termini “traditore”. Dopo ore di furenti scambi di accuse, contrassegnate dalle proverbiali sceneggiate del Führer, che alternava attacchi isterici a pianti dirompenti, ad uscire vincitore incontrastato fu ancora una volta il capo indiscusso del partito nazionalsocialista. Fatto fuori Strasser, costretto a dimettersi, fu Hitler in persona a condurre le trattative per la formazione di un nuovo governo e a mettersi d’accordo con von Papen. Alla fine, con un von Hindenburg ricattabile assieme al figlio – il generale Oskar -, per aver beneficiato di illeciti fondi statali previsti dalla Osthilfe, si dimostrerà decisivo il peso della Reichswehr, o meglio di un autorevole personaggio della stessa, il generale Werner von Blomberg, che, garantendo la neutralizzazione di un eventuale colpo di Stato dell’ancora Cancelliere von Schleicher, sarà poi ripagato con il Ministero della difesa. Di conseguenza non c’era ormai alcun ostacolo per la formazione di un governo con Hitler Cancelliere e von Papen suo vice.

                                                                                                            Il fatidico 1933

Così   il 30 gennaio del 1933 Hitler riceve l’incarico e giura nelle mani di von Hindenburg. Erich von Ludendorff, generale dell’estrema destra considerato eroe nazionale, reagisce in modo violento a quella nomina. Egli, che conosceva bene Hitler per anni di comune militanza nel partito appena costituito del nazionalsocialismo,   aveva   preso decisamente le distanze da lui subito dopo il fallito putsch di Monaco. Anzi proprio in quell’occasione aveva avuto l’ardire   di   accusarlo di viltà…. Questo generale, che godeva ancora di assoluto prestigio e non solo tra la destra reazionaria, indignato per quella designazione, invia a von Hindenburg   il seguente telegramma: “…con la nomina di Hitler a Cancelliere del Reich, Ella ha ceduto la nostra sacra patria tedesca a uno dei peggiori demagoghi di tutti i tempi. Le preconizzo che questo malvagio individuo getterà in un abisso il nostro Reich infliggendo immani sciagure alla nostra nazione. Le future generazioni La malediranno nella tomba per questa Sua scelta”. Lo storico Georg Hallgarten, riferendosi a Hitler, annota amaramente quel giorno stesso nel suo diario:   “Figura e comportamento di uno psicopatico grave, si dice che abbia di continuo schiuma in bocca… So bene, il capitano (von Hindenburg) del gigantesco battello, su cui navigo, è debole di mente e il timoniere pazzo…”.   Di Brandt, che è ancora a Lubecca, ci resta una testimonianza altrettanto pregnante, consegnata, come riporta Merseburger (cfr. bibliografia),   ad un volantino che in cima ha il titolo “Lettera ad un giovane lavoratore” e in basso la firma, ambedue scritte di pugno di Willy Brandt. Questo volantino   è incentrato sullo slogan in rima – che purtroppo si perde nella traduzione in italiano – “Wenn die Arbeiter zusammenstehen, müssen Hitler und Papen stempeln gehen” (Se i lavoratori stanno assieme, Hitler e Papen devono andare a firmare il cartellino di disoccupazione).

Ad essere ovviamente entusiasta dell’operazione è il vicecancelliere von Papen, convinto di essere riuscito ad ingabbiare Hitler in un governo di coalizione e avergli concesso solo tre ministeri su undici. Alla prima riunione di gabinetto, ancora privo di una maggioranza parlamentare perché composto solo dai nazisti e dai tedesco-nazionali, che nel Reichstag disponevano assieme di 247 seggi su 583, fu prospettato il coinvolgimento dei settanta deputati del “Zentrum”. Scartata questa ipotesi come pure quella di dichiarare decaduti i cento parlamentari comunisti dopo aver messo fuori legge il partito (KPD), rimaneva praticabile solo un ulteriore ricorso alle urne per elezioni politiche, che – e su questo erano perfettamente d’accordo sia il Cancelliere che il suo vice – dovevano essere le ultime!

A far precipitare la situazione un atto criminale scientemente preparato: l’incendio del Reichstag. Ad essere incolpato ed arrestato un giovane comunista olandese, uno sbandato trovato lì per caso, mentre, come sarà appurato in seguito, il fuoco era stato appiccato in più parti e da mani ben esperte.

Sarà una poesia di Brecht a fornire un’idea precisa sulla “dinamica” dei fatti:

Die Morität vom Reichstagsbrand (La vera storia dell’incendio del Reichstag), 408 – 1933 –

 

1                                                          

Nonostante il trombettiere per tredici anni
A tutto il mondo abbia annunziato
I crimini della Comune
Non ne fu perpetrato ancora nessuno.

3

Un giorno, era ancora inverno,
Si rimase sulla spiaggia di Panke
Infatti il Führer disse: nella
Aria oggi   c’è un incendio del Reichstag.

4

E la sera di quel lunedì
Un imponente edificio era in fiamme
Terribile era il crimine
Sconosciuti   gli esecutori.

5

A dire il vero fu trovato un ragazzo
Che portava solo pantaloni
E rivestita di tela
La tessera della Comune

….

15

E prima che fosse trascorsa la notte
Di quel febbraio insanguinato
Fu giustiziato o imprigionato
Chi di Hitler era un nemico.

…

Era la sera del 27 febbraio, ed il giorno dopo Brecht lascia definitivamente Berlino, per ritornarci solo a guerra finita…

L’incendio del Reichstag era in ogni caso proprio   il pretesto tanto atteso per emanare un ulteriore decreto, questa volta per la   “difesa del popolo e dello Stato”, in base al quale si sospendevano tutte le garanzie costituzionali e si conferiva alla polizia la facoltà di arrestare chiunque per ragioni di ordine pubblico. Gli 81 deputati comunisti,   che di lì a poco dopo (5 marzo) saranno democraticamente eletti, non sono stati in condizione di varcare la soglia del Reichstag, convocato per la seduta inaugurale tre settimane dopo (21 marzo). La maggior parte di essi era già stata arrestata e internata nei campi di concentramento, mentre altri erano riusciti appena in tempo ad emigrare o a scomparire nella clandestinità. Venivano così annientati in un colpo solo le traballanti   istituzioni democratiche e i diritti fondamentali della persona. Cominciava una vera e propria caccia all’uomo, i cui destinatari   non erano soltanto gli avversari politici. Da quella fine di febbraio il già tristemente noto campo di concentramento di Sonnenburg farà fatica a reggere all’improvviso sovraffollamento…

Sonnenburg, 1933 – 454 –

1

C’è a Sonnenburg
Un lager tedesco
Detenuti e guardie
Sono entrambi magri.

2

Gli affamati che vanno fuori
Fanno la guardia a chi sta dentro
In modo che non si ribellino
E sfuggano alla fame

3

Mostrano anche le armi:
Verghe e pistole
Con cui di notte
Vanno a prelevare gente affamata.

4

Quando vedono il Führer
Restano immobili come pareti
E levano in alto il braccio
E mostrano le mani

5

In modo che quello veda come giorno e notte
Siano dietro ai loro fratelli
Ma le loro mani sporche di sangue
Siano ancora vuote.

6

Se fossero più saggi, dalle catene
Strapperebbero prima possibile
Gli uomini magri
E andrebbero a prendere i grassi!

7

Allora avrebbe il Lager
Di Sonnenburg una utilità.
Quando i grassi puliranno
Ai magri gli stivali.

La situazione da delicata diventa drammatica. Per la sinistra, sia quella parlamentare della SPD, che quella rivoluzionaria del KPD, non c’era più spazio. A resistere e a fare barricate rimane il piccolo partito della SAP, il cui giovanissimo responsabile per la propaganda di Lubecca, Frahm, firma volantini con cui accusa   apertamente   i Nazisti dell’incendio del Reichstag. Egli, come testimonia Merseburger, si serve di questa forma di propaganda per sostenere che: “se Hitler e le sue SA hanno potuto metterci i loro stivali sulla nuca, questo si deve prevalentemente al cosiddetto riformismo di Sindacati e SPD. Il Willy Brandt del marzo 1933 non aveva alcun dubbio che i socialdemocratici erano stati gli affossatori del proletariato, spianando così la via ai fascisti, perché avevano inculcato nei lavoratori i concetti di democrazia e di repubblica come sacre reliquie. Erano stati proprio i socialdemocratici a marciare fianco a fianco con i nemici mortali della classe dei lavoratori, a sedere con loro nel governo e a sopportare ancora la loro dittatura, quando essi stessi hanno ricevuto la pedata”. Tuttavia il 3 marzo anche il direttivo della SAP decide di sciogliere il partito, nella convinzione che solo movimenti di massa avrebbero potuto opporsi alla imponente avanzata dei nazionalsocialisti. Nei giorni seguenti c’è ancora un timido tentativo di salvare il partito e per questo motivo viene   convocato un congresso clandestino da tenersi in un ristorante nei pressi di Dresda nei giorni 11 e 12 marzo. Frahm partecipa al congresso come delegato di Lubecca. Quasi tutti i sessanta delegati, dato che sono   perfettamente al corrente dei rischi che corrono,   prendono un nome di battaglia.   Herbert Frahm sceglie Willy Brandt, un nome che lo accompagnerà per tutta la vita e, assieme alla stragrande maggioranza dei delegati, decide di opporsi allo scioglimento della SAP e di mettere al centro dell’azione chiaramente illegale “la lotta di liberazione” nel Reich. Per l’occasione vengono prefigurati dei centri di appoggio internazionali e nominati i rispettivi responsabili per Parigi e Oslo. Da queste centrali operative bisognava provvedere a tenere aggiornata e soprattutto a finanziare   tutta l’organizzazione clandestina. A Dresda viene anche eletto un direttivo e Brandt resta confermato nell’incarico di responsabile dell’Ufficio propaganda di Lubecca.

Intanto i nazionalsocialisti, pur avendo stravinto le elezioni politiche, non hanno raggiunto l’auspicata maggioranza assoluta per poter governare senza dover ricorrere a coalizioni da loro aborrite. Convinti come sono di avere ormai in pugno opinione pubblica e Paese, forzano   von Hindenburg   a sciogliere il Reichstag appena eletto e a indire nuove elezioni, che vengono fissate per il 5 marzo. La decisione viene salutata dai Nazisti con manifestazioni imponenti e minacciose. Ebbri di gioia e letteralmente invasati, più di 25.000 uomini armati, appartenenti alle famigerate SA e SS, marciarono   nelle loro tristemente note divise (camicia bruna e camicia nera) davanti al palazzo presidenziale e alla Cancelleria. Era una dimostrazione di forza senza precedenti, in grado di convincere i dubbiosi e di intimorire gli avversari politici. Hitler, da parte sua, dà segnali altrettanto precisi. Erano trascorsi solo due giorni dalla sua presa del potere, quando,   con un appello dai toni inequivocabili, si rivolge via radio al popolo tedesco, rivelando un’intima convinzione che toccava un nervo scoperto di tantissimi tedeschi: “quattordici anni di marxismo hanno rovinato la Germania. Un anno di bolscevismo la distruggerebbe”. Ma non erano solo i comunisti gli obiettivi dei suoi strali feroci; il 4 febbraio, prendendo a pretesto una serie di articoli che avevano denigrato Wagner, di cui ricorreva il 50 ° della morte, emana un provvedimento di urgenza contro la libertà di riunione e di stampa. Si trattava di una misura chiaramente liberticida contro cui si scaglia tra gli altri   Carl von Ossietzky con un articolo apparso sulla   “Weltbühne”, da lui diretta. Questi segnali di per sé inquietanti, rivolti a quelle frange di opinione pubblica che ancora si illudevano di tenergli testa, dovevano di lì a poco essere addirittura seguiti da ulteriori provvedimenti, rivolti espressamente contro i candidati della sinistra. A costoro fu resa difficile, per non dire impossibile,   la partecipazione alla stessa campagna elettorale; squadracce di energumeni provvedevano a delle vere e proprie operazioni di pestaggio, mentre si vietavano o si strappavano i loro manifesti. Molte redazioni di giornali furono addirittura costrette alla chiusura. A quel punto la misura era veramente colma e il clima troppo avvelenato per chi ancora si illudeva di restare in Germania. Comprensibile quindi come chi era nelle condizioni di farlo rompesse ogni indugio, lasciando in tutta fretta casa e beni. Comincia così una generale fuga da un Paese, dove non era ormai garantito alcun diritto. La scelta dell’esilio era per certi versi obbligatoria. Fuggono all’estero schiere di intellettuali e di letterati, mentre la caccia ai comunisti si fa   impietosa. Quell’ignobile decreto, emesso all’indomani dell’incendio e accettato supinamente sia dal Presidente del Reich che dagli alleati di governo, faceva adesso della Germania uno Stato di polizia, rendendo “legali” l’arbitrio e la violenza. Era il presupposto su cui si sarebbe fondata una dittatura che di lì a poco avrebbe gettato la Germania e l’Europa in una tragedia senza eguali. Ormai le elezioni del 5 marzo incombevano e l’intera nazione, soggiogata dal flauto per nulla magico di Hitler, sembrava letteralmente impazzita, contagiata com’era da quel delirio di onnipotenza che ormai regnava nel partito nazionalsocialista. In questo contesto di irrefrenabile esaltazione doveva rimanere inascoltata la flebile, seppur coraggiosa voce dell’ex cancellire Brüning, che, oltre a minacciare pesanti rivelazioni sull’incendio del Reichstag, confidava ancora in un scatto di orgoglio del Vecchio Generale, forgiato da una lunghissima militanza nelle fila della “Wehrmacht”, da sempre paladina dell’onore della patria e custode della libertà della Nazione. A continuare   ad imperversare era invece Göring, assurto al ruolo di incontrastato secondo nella scala gerarchica dei Nazisti. Questo figuro, che tanta strada dovrà fare nel governo del Reich, non ha ormai alcuna remora a palesare il suo   bieco quanto viscerale anticomunismo: “La mia missione è distruggere e sterminare. Non mi preoccupo della giustizia. Sfrutterò fino in fondo i poteri dello Stato e le forze della polizia per strangolarvi con le mie mani, miei cari comunisti.” Il suo ordine di fare uso delle armi è diretto contro tutti gli avversari politici: “… ogni pallottola che scappa dalla pistola della polizia, è una mia pallottola. Se questo viene definito omicidio, sono stato io ad ordinarlo, allora sono stato io a uccidere. Io ho ordinato tutto, io coprirò tutto”.

Questo era il clima in cui ebbero luogo le elezioni politiche del 5 marzo 1933, le ultime che conobbe la Germania prima di inoltrarsi nella lunga notte della nebbia e del terrore. Tuttavia, sebbene dalle urne non fosse arrivata neppure questa volta l’auspicata maggioranza assoluta, la giornata viene proclamata “Giornata del risveglio nazionale”. Il partito di Hitler, pur passando dal 33,1 al   43,9 per cento, deve appoggiarsi per governare ai tedesco-nazionali e agli “Stahlhelm” (Elmi d’acciaio). Solo così può ottenere una risicata maggioranza   in Parlamento. Nel Paese infatti rimaneva ancora una larga fetta di potenziali oppositori, visto che la SPD, con poco più di sette milioni di voti, si confermava il secondo partito e i comunisti, nonostante gli omicidi e le deportazioni, erano pur sempre quasi cinque milioni. Hitler non nasconde il proprio disappunto per il mancato trionfo e non sono certo le affermazioni di Goebbels – “Che cosa mai significano le cifre? Siamo i padroni assoluti in Prussia e in tutto il Reich. Questo per ora ci basta. ” – a mitigarne   l’amarezza. Per completare l’opera di nazificazione dell’intero paese, fu estesa la tristemente nota “Gleichschaltung” (livellamento), in base alla quale era “legale” sostituire tutti i responsabili al massimo livello delle Regioni, delle Province, delle città e delle forze di polizia con gente di assoluta fiducia. Compiuto su scala nazionale questo livellamento, non restava ora che celebrare in pompa magna la nascita ufficiale del Terzo Reich. Per la cerimonia, che doveva assurgere ad evento unico ed irripetibile, tutto viene scelto con la massima cura. Di conseguenza eccezionale doveva essere la data, quella del 21 marzo 1933, che coincideva con la ricorrenza della nascita del Secondo Reich; eccezionale la città, Potsdam, che era l’antica residenza dei re di Prussia; eccezionale la chiesa, quella “Garnisonkirche”, che custodiva le spoglie degli antichi Re di Prussia.   Non si sarebbero potute mettere assieme condizioni- quadro più degne per dare vita ad una inaugurazione, che doveva essere solenne e imponente al contempo, capace di impressionare deputati e opinione pubblica. La coreografia e la scena, studiate e realizzate per offrire una cornice degna alla giornata, erano coinvolgenti. In una interminabile processione di autorità e notabili, spiccavano grandi uniformi, divise e armature storiche e moderne, bandiere, labari, il tutto in un’atmosfera mista di esaltazione e di commozione. In questo scenario che incuteva soggezione e timore reverenziale sarà   il   vecchio von Hindenburg a prendere per primo la parola: “Auguro che lo spirito antico di questo luogo sacro alla nostra storia scenda sugli uomini di oggi…”. Parole stanche e forse poco convinte di un uomo ormai alla fine della sua esperienza terrena. A questo intervento il Führer contrappose la sua incrollabile fede nella “Provvidenza”, di cui si sentiva una diretta emanazione e della cui protezione era fermamente convinto. Solo due giorni dopo, nella prima riunione del nuovo Reichstag, egli ottiene finalmente i pieni poteri e, grazie alla “legge per eliminare le sofferenze del popolo e del Reich”, calpesta ed annienta quella libertà, che tanto ipocritamente aveva promesso di rispettare, giurando davanti alla tomba di Federico il Grande.   Trattandosi tuttavia di una legge che incideva pesantemente sui dettati costituzionale, c’era bisogno di una maggioranza dei due terzi del parlamento. L’approvazione avviene grazie alla docilità di Hindenburg e alla connivenza del   “Zentrum” di monsignor Kaas, al quale era stato promesso il rispetto dei diritti della Chiesa. A pesare, e non poco, anche le assenze forzate dei deputati socialdemocratici e comunisti, questi ultimi in parte fisicamente eliminati, in parte arrestati e internati nei campi di concentramento. Decimata l’opposizione – dodici dei centoventi parlamentari socialisti erano stati tra l’altro arrestati per garantire al governo una tranquilla maggioranza… – risuonò deciso nell’aula del teatro “Krolloper”, che per l’occasione sostituiva l’inagibile sede del Reichstag, l’intervento coraggioso del capogruppo della SPD Otto Wels, che, come scriverà Brandt nei suoi “Ricordi”, motiverà il suo fermo no alla legge dei pieni poteri con una coraggiosa presa di posizione: “Nessun decreto potrà darvi il potere di distruggere le idee della libertà. Voi ci perseguitate, ma noi socialdemocratici tedeschi confermiamo in questo tragico momento storico la nostra fedeltà ai principi di umanità e di giustizia… Siamo senza armi, senza armi, ma non senza onore” (da “Erinnerungen”. Ricordi). Spietata la reazione di Hitler chiamato direttamente in causa. Egli con parole di fuoco ed un tono sempre più fremente investì l’oppositore, scrivendo involontariamente una pagina tra le più funeste nella storia del Reichstag: “Nessuno ha chiesto i vostri voti perché voi siete già morti e già risuonano i rintocchi funebri. La Germania sarà libera senza di voi. Oggi ci accusate di perseguitarvi, ma avete dimenticato gli anni e il carcere che ci avete inflitto… Per anni mi avete ingiuriato rinfacciandomi di essere un imbianchino e mi avete minacciato di scacciarmi dalla Germania come un cane rognoso. Mi ritenete uno zotico, un barbaro. Sì, noi siamo barbari e vogliamo esserlo perché noi ringiovaniremo il mondo”. Dopo questo intervento rabbioso e minaccioso al contempo, la legge venne approvata con una schiacciante maggioranza (quattrocentoquarantuno a favore e novantaquatttro contrari!). Questo può essere considerato   il degno prologo dell’era nazista, che, secondo il Cancelliere, sarebbe dovuta durare mille anni… Forte di questo decreto,   Hitler intima il 31 dello stesso mese ai parlamentari dei Länder di sciogliersi e di ricostituirsi rispettando i risultati delle ultime elezioni nazionali. Viene così di colpo cancellata la   struttura federale della Germania per dare vita ad uno stato fortemente centralizzato. Ormai è il Führer a decidere per tutti. Su pressione delle SA il 1 ° aprile viene proclamata una giornata di boicottaggio nazionale dei commercianti ebrei. Nelle vetrine dei loro negozi vengono collocati grandi cartelli con la scritta “Juden”, che comportava   il divieto di entrare e di acquistare. Nello stesso mese vengono emanate le leggi razziali.


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Bart