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LETTERATURA: Gordiano Lupi: Mea culpa: la politica di uno scrittore apolitico

6 Dicembre 2010

Mea Cuba: la politica d’uno scrittore apolitico
di Gordiano Lupi

Il mio libro più politico non è un romanzo, né una raccolta di racconti, ma un volume di saggi, articoli, recensioni, dove racconto la mia terra, il mio essere cubano in esilio, la mia voglia di rivalsa e di ritorno. Alla latina lo intitolo Mea Cuba e lo dedico a Néstor Almendros, uno spagnolo che ha saputo essere cubano, ma non posso fare a meno di pensare al padre della patria, a quel José Martí­ che scrisse: Cuba ci unisce in terra straniera. Proprio vero, noi cubani non siamo mai stati d’accordo su niente, non esiste popolo più litigioso, il solo Fidel è riuscito a unire le masse con una Rivoluzione popolare, ma abbiamo visto com’è andata a finire. Forse il merito di tanta unione è stato soltanto della stupidità di Batista, un dittatore così inetto da risultare inviso a tutti, persino ai nordamericani che l’avevano messo al potere.

Adesso non importa, però. Ho passato la mia vita a scrivere dall’esilio, se sono diventato uno scrittore professionista – nel senso che ho sempre mangiato grazie a quel che scrivevo – lo devo soltanto all’esilio. Ho riempito pagine e pagine di saggi, articoli, appunti, pubblicati qua e là dal 1968 in poi. A Londra, nel 1992 mi è venuta voglia di riunirli in un volume, nella speranza che facessero da preambolo alla caduta di un regime obbrobrioso. Non è stato così, purtroppo. Cuba non ha più un storia da quando ha inaugurato una nuova dittatura, ma ha soltanto una geografia, è la mia isola Infortunada, aggrappata agli scogli del suo passato, vittima di un’aberrazione storica che la obbliga a scontare un difficile presente. Cuba fu scoperta da Cristoforo Colombo il 28 ottobre 1492. Era domenica. Padre las Casas scrive: “Dice l’Ammiraglio che non vide mai cosa tanto bella”. Cuba come la visione d’un Paradiso. Pensare che adesso si è trasformata in un inferno, una prigione a cielo aperto, contraffatta in un Eden per turisti, un luogo di sogno per chi possiede denaro, un comunismo mistificato, irresponsabile.

Me ne sono andato da Cuba il 3 ottobre 1965, conservo questa data con diligenza tra i ricordi più cari e al tempo stesso tra le cose che mi recano maggior dolore. Non vivo di ricordi, l’ho detto tante volte ormai, vivo con i ricordi. Per questo soffro di meno. Conservo la mia data di fuga come una reliquia, ogni tanto la osservo e mi dico: “L’anno che viene all’Avana”. Non voglio credere che non accadrà mai. Se così fosse non riuscirei a sopravvivere.

Mea Cuba è la mia visione politica, anche se non sono un politico ma uno scrittore innamorato della sua terra, un innamorato respinto che sogna da lontano un amore perduto. Estelita, forse sei tu il ricordo sedicenne d’una Cuba in fiore, la mia creola lontana deflorata in una posada, la mia ninfa incostante del mio ultimo libro che nessuno ha letto. Non so cosa ci faccio in un libro come Mea Cuba, eppure sono io l’autore di tanta verbosità politica, anche se non sono un politico. In alcune occasioni la politica diventa una necessità etica, non se ne può fare a meno, perché la mia politica è un atto d’amore nei confronti del passato, vissuto nella speranza del futuro. Non tonerà la mia Estelita, come non tornano i vecchi amori, se non tra le pagine d’un libro postumo, ma vivremo la speranza dei tramonti avaneri, sogneremo ancora un’alba tropicale.  

Forse non lo sapete ma sono figlio di comunisti e ne vado pure orgoglioso, ché mio padre fondò la sezione del partito a Gibara ed è morto comunista, senza pentimenti. Era uno che ci credeva alla storia del mondo migliore, al punto che quando vene a trovarmi a Londra volle vedere la casa di Karl Marx. Sono cresciuto con i miti e le dure realtà degli anni Trenta, soprattutto degli anni Quaranta, ma ho conosciuto tutte le contraddizioni del comunismo. Ne ho fatto le spese, perché ho dovuto abbandonare Cuba. Ho vissuto in una casa dove accanto al Cristo appeso in sala troneggiava l’immagine di Stalin, ho respirato l’aria di disprezzo verso Batista e ho sofferto la galera dei miei genitori imprigionati dal tiranno. E pensare che Batista era andato al potere con l’aiuto del Partito Comunista e che mio padre e mia madre erano stati collaboratori entusiasti del presidente mulatto. Sono stato spettatore fanciullo del patto Hitler – Stalin, condiviso dai comunisti come mio padre, responsabile d’una propaganda assurda che voleva tenere Cuba fuori dalla guerra imperialista. Ma quando Hitler invase la Russia, i comunisti cubani non mancarono di cambiare idea per schierarsi Tutti in appoggio all’URSS nella sua lotta contro la Bestia Nazista.

Mea Cuba come Mea culpa, perché Cuba è mea maxima culpa, la mia colpa di aver scritto articoli e saggi, di averli riuniti in un libro, perché non esiste scrittura innocente. La mia colpa più grande è la colpa dell’esule: aver lasciato la mia terra per essere un senza terra, aver abbandonato dietro di me chi stava sulla stessa nave, che io ho aiutato a gettare nel mare senza sapere che significava nel male. Ma io non ho abbandonato la mia nave, è stata la mia nave ad abbandonare me. Molti esuli cubani possono dire di non aver mai abbandonato Cuba: è stata Cuba ad abbandonare loro. Ad abbandonare i migliori. Posso fare un piccolo elenco, certo non esaustivo: il comandante Alberto Mora, suicida; il comandante Plinio Prieto, fucilato; il generale Ochoa, capro espiatorio. Ma l’esilio colma la misura dell’abbandono più della morte, perché ci si sente soli, ci si sente naufraghi di una barca alla deriva come la nostra terra perduta. Cuba è ormai affondata, pure se Fidel Castro ha spesso proclamato il contrario, come aveva fatto Adolf Hitler parlando della Germania. Ho scritto questi saggi impostando una colonna sonora malinconica e drammatica, una sorta di tango cubano intriso di nostalgia. Perché è vero che Cuba lontana fa male al cuore ed è orribile, ma sarebbe più tremendo vivere in una terra che non riconosco come mia, che non è quella per cui ho lottato.

E allora godiamoci questo tango, che come me è nato a Cuba e sarà cubano per tutta la vita, pure se è costretto a seguire con lo sguardo la triste serpentina verticale delle fumerie di Soho.

www.infol.it/lupi

Nota dell’autore: Il racconto – recensione parte dalla finzione letteraria di un Cabrera Infante che racconta il suo Mea Cuba, edito in Italia da EST – Il Saggiatore (2000), pagine 480 – euro 9,30, straordinariamente ancora in catalogo. Un libro da non perdere.


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