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LETTERATURA: Grammatica, arte vera e regole infrante

27 Gennaio 2010

di Maria Antonietta Pinna

Come è nata la Grammatica?
Difficile rispondere.
Chi lo sa alzi la mano.
Silenzio.
Torniamo indietro.
Gli antichi Romani?
Più indietro, più indietro.
I Babilonesi?
Più indietro ancora.
I primitivi?
Prima, prima…
Adamo ed Eva?
Bene.

Il primo uomo e la prima donna, nudi, puri, soli e beoti con l’aquilone.

Il serpente cambia la storia e noi lo ringraziamo facendo della sua pelle scarpe e borsette per raffinati esigenti.

Eva mangia la mela, si mette i jeans e butta l’aquilone addosso ad Adamo ancora un po’ intontito.

 Gesti, espressioni facciali. Il suono originario che viene dalla gola, e via a vocali, consonanti, rosari di parole, come petali di fiori.

Per ogni oggetto un nome, senza nome non esiste niente perché l’oggetto non avrebbe caratterizzazione.

Lo sapeva bene Ulisse che ha gridato il suo nome all’accecato Ciclope.

L’umanità cresce, si moltiplica…

Ci vogliono delle regole stabilite dai più bravi, da quelli che hanno imparato a parlare per primi, dai più astuti, i più feroci, i più furbi, gli stessi che hanno chiuso un terreno di tutti e lo hanno chiamato proprietà privata. Regole? Sì. Convenzioni. Si decide, gambe incrociate attorno a un fuoco.

La pietra, il cielo, la preda, la carne, la lancia, tutto ha un nome,così non ci sono fraintendimenti. Se uno ordina che vuole la lancia non rischia che gli venga portata una donna dalle medesime qualità trafittive. Si decide dunque.

Nasce un bel giorno la scrittura e tutto si complica, diventa incredibilmente difficile.

I più saggi, quelli con più esperienza si siedono attorno ad un tavolo e decidono. Questo tavolo è piccolo piccolo, perso nell’infinita grandezza dell’Universo, è come un puntino, un morso di mosca, un sesso di pulce, un granello di polvere.

Sono molto più grandi le stelle ed il mare e i pianeti e più potenti gli uragani… Ma ai saggi riuniti attorno al tavolo questo non importa. Stabiliscono che a si scrive a e b, b e c, c, fino alla zeta.

È, con l’accento, terza persona del verbo essere, e senza accento congiunzione, a con o senza h, per indicare o no possesso. Stabiliscono accenti, virgole, punti e punti e virgola e non si permettono di abbondare come faceva il grande Totò.

E poi sono nati i diplomi e le lauree, definiti prosaicamente “pezzi di carta” che oggi non servono quasi più a niente, perché il mondo non si divide in colti e ignoranti ma in ricchi e poveri. Infatti un ignorante ricco è ricco, un ignorante povero è povero.

Le regole stabilite però cambiano perché il mondo gira, si evolve. Certo un ricco è sempre ricco, però la grammatica e il lessico non sono più gli stessi.

Avete mai trascritto un documento antico compilato da un professore o un colto prelato?

Non ci crederete forse, ma troverete un‘ al maschile con l’apostrofo, è voce del verbo essere una volta con l’accento e una volta senza l’accento. Sé pronome senza accento. La maiuscola laddove ci vorrebbe la minuscola, etc.

Veri e propri errori di ortografia e sintassi.

La grammatica oggi ha le sue regole. Bisogna rispettarle. Per questo esistono i correttori di bozze che correggono “refusi”, errori di battitura e via dicendo.

Mi è capitato di trascrivere documenti antichi pieni di errori ortografici, omissioni, sviste, parole ripetute due volte, etc.

Probabilmente chi ha scritto quei documenti dava poca importanza a quelli che noi oggi riteniamo errori.

Le cose cambiano.

La cristallizzazione delle regole non può essere assoluta in nessun campo, altrimenti il mondo si fermerebbe.

Nascono neologismi, alcuni anche molto brutti: sitografia, autoconvocarsi, cartolarizzazione, bipartisan, no global, badante, videofonino, bioterrorismo.

In certi casi manca perfino una regola precisa, come specifica la stessa Accademia della Crusca: “In conclusione, sebbene negli attuali testi di grammatica per le voci rafforzate se stesso, se stessa e se stessi non sia previsto l’uso dell’accento, è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza. Si raccomanda di tener conto di questa “irrilevanza” specialmente in sede di valutazione di elaborati scolastici e affini”.

Le regole sono fatte per essere infrante, altrimenti non sarebbero regole. Infatti si rivelano tali soltanto a contatto con ciò che regolare non è.

Il caos è tale soltanto se paragonato all’ordine. È stato inventato il Diavolo per far in modo che conoscessimo Dio, sua antitesi, altra gran bella invenzione che ha causato non pochi impicci.

La luce è tale soltanto perché esiste l’ombra, altrimenti non saremmo in grado di distinguerla.

E il bello di fronte a una cosa più bella cessa di essere bello, per sembrare normale. Di fronte a una cosa brutta diventa invece bellissimo. Il mondo è comparazione. La regola è elastica per gli spiriti antidogmatici, anche perché non è detto che il bello lo sia per tutti indiscutibilmente. Tutto è relativo…

Nella Regola di un documento d’archivio o manoscritto inedito risalente agli anni 1710-13: Gallarate, Collegium Aloysianum, Archivio storico, Diario del Collegio dei Nobili. Regole, Avvisi, Istruzioni pel Convitto de’ Nobili in Parma, documento inedito da me trascritto, il direttore di un collegio gesuita scrive sulla vita quotidiana di nobili convittori, sulle loro attività ricreative, gli spettacoli di esterni, il gioco, l’alimentazione, l’abbigliamento, le visite di illustri personaggi.

Per lo scrivente, gesuita di buona cultura, era normale scrivere i nomi propri con l’iniziale minuscola e riportare qualche è (essere) senza accento, per non parlare di altri errori ortografici per noi inammissibili.

I tempi cambiano e alle voci dei vecchi pedanti che difendono a spada tratta la purezza della lingua a tutti i costi, rispondo che la purezza vera non esiste, né nella lingua, né nella razza, né nella religione (che tanti impicci ha combinato in nome di Dio), né nella vita.

Esiste forse una regola unica dai tempi dei tempi? C’è qualcosa che in eterno dura? Nemmeno le regole grammaticali saranno eterne, né così rigide come i “puristi” credono, perché ci sono contesti e contesti…

Per esempio il tanto aborrito “a me mi”, pleonasmo con la p maiuscola non sempre è inaccettabile. Parole della Crusca: «E infatti è in bocca alla vecchia cui Renzo chiede consiglio sulla strada per Gorgonzola che Manzoni, nel cap. XVI dei Promessi Sposi, mette la battuta “A me mi par di sì”. A guardar bene, però, non si tratta di una ripetizione, la quale implica identità con l’elemento ripetuto, né di un riempitivo, il quale implica superfluità e inutilità. Qui si avverte bene che il primo pronome, tonico, ha più forza del secondo, atono, quindi ha un valore diverso. È sempre, certo, legato al verbo parere, ma estratto dalla frase e preposto ad essa, come “tema” del prossimo enunciato; equivale dunque a “quanto a me, per quanto ne so io” e quindi contiene maggiore informazione   del semplice complemento di termine che lo segue (mi). Per rendere evidente l’analisi della struttura logica e intonativa del tutto, si potrebbe porre una virgola dopo a me, separando il tema dell’enunciato dal suo “rema”, ossia dalla sua parte predicativa, che contiene la vera informazione della frase, cioè, nel caso del colloquio tra Renzo e la vecchia, la risposta di questa alla domanda del fuggiasco. Manzoni giunge fino ad assolutizzare il tema, cioè a togliergli la preposizione che lo lega sintatticamente al resto dell’enunciato, mettendo, nel cap. IX, in bocca a Gertrude la maliziosa battuta per il padre guardiano: “Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto”. Prima, dunque, di misurare e giudicare tutta la lingua col metro di una grammatica del discorso logico, bisogna pensare che accanto ad essa c’è anche la grammatica del discorso affettivo, ad una grammatica del parlato accanto a quella dello scritto. O meglio, c’è una lingua sola, ma che adempie funzioni comunicative ed espressive diverse, di tutte le quali una grammatica moderna deve render conto, guidando lo scolaro a distinguerle e ad usarle nei contesti opportuni ».

Confesso che “a me mi” in fondo in fondo mi piace, è l’errore di uno che vuole affermare se stesso.

La regola infranta fa camminare il mondo, l’arte, il pensiero, la vita.

Il verso libero dei futuristi scavalca le regole grammaticali e poetiche allora esistenti . L’entropia, il disordine, la velocità, miti inauditi.

Marinetti regalava i suoi libri autografati agli amici, dato che sarebbe stato difficile venderli.

Provate a chiedere oggi quanto costa un libro di Marinetti in una libreria antiquaria.

Questo vi chiarirà qualche idea sulle regole.

Ciò che vale oggi domani forse non varrà più perché siamo carne mutevole, assassinata dal ciclo delle stagioni, voraci di novità.

Siamo figli del nostro tempo, rispettiamo le regole ma offriamo a noi stessi la possibilità di dare un’occhiata anche ad altri universi creativi.

Se nel lavoro dell’artista sfugge qualche accento, se manca qualche virgola, sarà andata a prendere un po’ d’aria. Lasciamola vagare per un po’ nel mondo, libera e felice. La sua è una ben misera libertà. La mano impietosa di qualche correttore di bozze la ricondurrà giustamente ai suoi ranghi, nel rispetto delle regole, con buona pace dei “puristi”.

Punto, due punti, punto e virgola, ma sì, abbondiamo, dunque, come quel grande che dell’errore ha fatto un’arte.


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Grammatica, arte vera e regole … — 27 Gennaio 2010 @ 20:43

    […] Per approfondire consulta articolo originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Grammatica, arte vera e regole … […]

  2. Commento by claudio grosset — 29 Gennaio 2010 @ 22:57

    Riporto fedelmente uno spezzone d’una mia lettura in corso e non ancora terminata (se ritenuto non pertinente, invito Bart a cancellarla). E poi (?!) queste sono discussioni da ‘addetti ai lavori’.

    Da ‘La doppia vita di Rimbaud’ di Edmund White (pag. 73 -74) “…      La poesia (‘il battello ebbro’) è ampiamente riconosciuta come un capolavoro dalle rime eleganti ma rilassate al punto da risultare quasi impercettibili, soprattutto per la sintassi complessa e sinuosa che lega i versi tramite una rete di participi presenti e passati e di apposizioni nominali: si tratta di una grammatica che, in effetti, propone continuamente scenari ipotetici, fondendoli in una realtà palpabile per poi dissolverli nuovamente in eventi del passato o ricordi sbiaditi. L’originalità della lingua, della sintassi e della messa in sequenza colpisce ancor di più se si osserva che i versi rispettano fedelmente la misura francese classica, il dodecasillabo alessandrino consacrato dagli autori seicenteschi Corneille e Racine: in altre parole, il metro standard della poesia francese, equivalente al blank verse o pentametro giambico shakespeariano per la poesia inglese. L’elemento in cui Rimbaud introduce una variazione innovativa è costituito dalle cesure, le pause (una o due) che si spostano continuamente dall’inizio alla fine di ogni verso (tradizionalmente, invece, la cesura cadeva dopo la sesta sillaba). Ogni elemento semantico, ritmico e linguistico della poesia di Rimbaud punta a destabilizzare il lettore, collocandolo al tempo stesso saldamente all’interno di uno schema classico. Proprio a causa della ferrea regolarità della struttura di base, chi legge è portato a riconoscere tutte le stravaganze poetiche presenti in superficie.   …”

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Bart