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LETTERATURA: Grande o piccolo

12 Luglio 2009

di Nicola Dal Falco

Siriana  

Grande o piccolo, il pane arabo è sottile, piegandolo non si spezza né si sbriciola quando invecchia, ma rimane elastico. Serve più a raccogliere che a intingere.
Per scoprirne l’umile e onesta funzione bisogna ordinare un mezze, l’antipasto siriano, composto di sei o otto scodelle di salse e bocconcini, un piatto comune in tutto il Medio oriente e diverso ogni sera.
Con un pezzo di pane, trasformato in cucchiaio, si passa e ripassa da un sapore all’altro, corrugando la fronte come se si seguisse l’indice di un trattato di alchimia, prossimi ad una rivelazione.
Forse il potere del mezze sta nella capacità evocativa, nel suo gusto folgorante, chiaro come uno schiaffo e pungente come un’argomentazione.
Difficile dire a cosa fa pensare la tahina, la crema di semi di sesamo o il baba ghanoush, detto anche moutabal, una variante della precedente con l’aggiunta di melanzane. La prima è forse legata all’immagine del grande fiume, all’Eufrate, alle periodiche inondazioni, agli strati di limo millenario che hanno ingrassato il terreno. È una salsa carica di calorie, quasi in eccesso, una metafora della fertilità, terra e acqua unite insieme. Lo stesso grano di sesamo decora il pane di ogni giorno, aggiungendo un sapore di festa.
Per il baba ghanouch all’identica base si mescolano le melanzane pelate, macinate e abbrustolite, dando alla salsa un gusto affumicato. L’esuberanza della tahina viene così mitigata, rivestita di un velo di tiepida cenere, come un’ascesi che partendo dallo stomaco riunisce le labbra in un’espressione di   beatitudine, di ispirata sazietà.
Le ho assaggiate per la prima volta, arrivando di sera a Damasco mentre il ristorante del Cham Palace compiva una rotazione completa su se stesso, lasciandosi alle spalle e ritrovando la grande collina, seminata di luci, dove abitano i curdi. È stato attraverso tahina e baba ghanouch, che il viaggio in Siria, messi in allerta i sensi, si è annunciato per quello che sarebbe stato, l’incontro con un mondo raffinato, candido, solenne, pastorale; una terra antichissima dove sono nate le due cose più nuove: la città e la scrittura.
Le città di mattoni dove si concentra la ricchezza e il destino di migliaia di individui e le tavolette d’argilla con cui l’uomo ha imparato a scrivere, modellando il mondo a sua immagine, sono l’alba di un lungo cammino. Un cammino, la cui direzione è segnata dietro la cerchia delle mura e tra gli scaffali di un archivio di stato.
Per far ciò, l’uomo ha dovuto abbandonare la vita nomade del cacciatore, trasformandosi in allevatore e agricoltore. All’inizio le due attività si sono integrate, poi, quanto rimaneva dell’antico istinto di migrare condizionò per sempre i pastori mentre l’agricoltura, rubando ai fiumi la forza di fecondare i campi legò i contadini alla terra.
La domanda fondamentale è perché proprio qui?
La Siria, al-Sham, il Paese del nord secondo i geografi arabi del Medioevo, corrisponde al corno occidentale della Mezzaluna fertile, delimitata a nord dalla catena del Tauro, ad ovest dal Mediterraneo, ad est dalle estreme propaggini del deserto arabico e a sud dal Sinai e dal Mar Rosso. Qui, ad un’altezza media di mille metri, si sono concentrate le condizioni migliori di sviluppo; crescevano spontaneamente alcuni tipi di cereali e vagavano allo stato brado gli antenati delle pecore, senza dimenticare la posizione geografica, punto d’incontro tra tre continenti, Asia, Africa ed Europa. Attraverso la Siria passavano le due principali correnti di traffico dall’India. Una via, partendo dai porti del Golfo Persico, risaliva l’Eufrate fino ad Aleppo e da qui proseguiva verso il porto mediterraneo di Antiochia; l’altra   lungo le piste carovaniere dello Yemen, si spingeva nella penisola arabica di oasi in oasi, toccando Petra, Bosra e infine Damasco, dove si ricongiungeva alla precedente.
Ed è proprio dagli scambi commerciali che nasce un linguaggio codificato; i primi esempi di scrittura servono a indicare la quantità di merce spedita, sono una sorta di bolla d’accompagnamento.
All’inizio si tratta di piccoli oggetti d’argilla, chiamati calculi, sostituiti poi da delle tavolette su cui venivano impresse, insieme al sigillo di garanzia, delle tacche di forma diversa.
A questi strumenti di computo succedono i pittogrammi, sviluppati dai Sumeri e dagli Egiziani con cui ogni oggetto veniva indicato attraverso la sua rappresentazione. La rivoluzione inizia quando per poter esprimere dei concetti più astratti si combinano tra loro simboli diversi (bocca+pane = mangiare) e si prova, quindi, a tradurre dei fonemi semplici.
Passando così dall’oggetto al suono, la parola acquista via via una sua indipendenza.
È curioso seguire per esempio l’evoluzione della lettera A. Nel 3.000 a.C. corrisponde alla testa di un bue, mille anni dopo, cambiando il supporto della scrittura (dalla pietra alla tavoletta d’argilla, incisa con un bastoncino appuntito) si trasforma in una serie di segni cuneiformi e appare il fonema alef. Intorno al 1.000 a.C., i fenici inaugurano l’alfabeto da cui deriverà quello greco e latino con un’immagine semplificata della testa di bue, inclinata su un lato. Nel V secolo a.C., la prima lettera dell’alfabeto greco ha compiuto una rotazione di 90 gradi e si presenta ben salda sulle sue gambette (le corna del bue).
Nell’ambito della scrittura cuneiforme, uno dei passi fondamentali verso l’alfabeto si compie sulla costa siriana, ad Ugarit (XV sec. a.C.), vicino al porto di Lattakia. Su una collina di detriti, infestata di serpenti e scorpioni, iniziano nel 1929 per conto dell’Istituto di Francia una serie di scavi, tuttora in corso.
Da   uno strato di cenere, profondo un metro, spunta una tavoletta lunga e stretta, ricoperta di 29 segni. Quei segni, rinvenuti nella biblioteca del grande sacerdote del tempio di Baal, formano il primo alfabeto consonantico, che sarebbe più giusto chiamare sillabario.
Al lettore resta il compito di integrare ogni segno con la vocale appropiata. Si tratta, quindi, di un sistema mnemonico, già, però, estremamente semplificato rispetto alle centinaia di ideogrammi dei sistemi precedenti. Questo piccolo tesoro della sapienza umana, lasciato in dote, è conservato come un prezioso amuleto nel museo di Damasco.  

La grande moschea di Damasco  

La grande moschea fu costruita dal califfo el Walid nel 708, là dove sorgeva un tempio romano e la cattedrale bizantina, consacrata a San Giovanni Battista, la cui testa, santa reliquia, è tuttora onorata.
Entrando con le scarpe in mano, non siamo che semplici viandanti su questa terra. Ciò che colpisce è soprattutto la penombra luminosa, quasi un cielo stellato,   luci che brillano tenui, lontane nell’universo carico di segni ed estraneo. Persi e ritrovati, umili oranti con le scarpe in mano. E poi, improvviso, uno sbattere d’ali; qualche piccione è rimasto chiuso dentro e abita ormai nella foresta di travi del tetto.  

Le rovine di Bosra  

A sud di Damasco, verso Bosra, si attraversa una pianura verde di germogli di grano. Su ogni villaggio svettano i serbatoi d’acqua e spesso dei giganteschi silos, emblemi di un paesaggio organizzato.
In questa grande regione agricola, Bosra, famosa al tempo dei Severi, si annuncia con le nere mura di basalto. La cittadella, costruita dagli arabi agli inizi del 1200   tutto intorno al teatro romano, è circondata dal fossato e difesa da robusti bastioni rettangolari, quasi forgiati in un sol blocco. Col tempo la pietra si è ossidata, covando cupi bagliori.  

Il malinconico caos delle rovine, ancora in parte abitate, dove la vita non è tenuta lontana da cartelli e recinzioni potrebbe irritare un archeologo, ma riempie di stoica dolcezza il viaggiatore.
Anche l’infernale bellezza di Bosra cede agli immondezzai, agli asini, ai cortili dove asciuga il bucato.
Dal passato affiora un’istantanea in bianco e nero: mura, archi, colonnati di un grigio patinato che rasenta il blu e poi il bianco delle tuniche orlate d’oro e di porpora; mercanti e magistrati a passeggio nell’aria vespertina. Se immaginiamo per un attimo questo contrasto, Bosra ci lascia dentro un senso di stordimento, una piccola vertigine.
A Bosra, l’hotel Cham ha una taglia più piccola rispetto agli altri alberghi della catena e il fascino di una casa araba.  

Il palazzo sull’Oronte  

Hama si trova circa a metà strada tra Damasco e Aleppo. È una delle città più industrializzate della Siria e   un centro spirituale sunnita. Vi si respira un’aria diversa, più rarefatta, carica di attese e riconoscimenti. Il simbolo della città sono le norie, gigantesche ruote di legno che sollevano l’acqua del fiume Oronte a un livello superiore, alimentando la rete di acquedotti. Ne rimangono in funzione una decina. Come dice Bruce Chatwin nel suo libro Le vie dei canti, grandi civiltà e grandi religioni hanno sempre avuto un debole per l’ingegneria idraulica.
Ad Hama, l’ex palazzo del governatore ottomano, in riva al fiume, custodisce un mosaico bizantino con grandi figure femminili intorno alla tavola imbandita tra un volare fitto di sguardi. È un museo ma soprattutto una residenza, un modello di abitazione.
Tutto rivolto all’interno, si mostra nascondendosi, si svela poco a poco. Non c’è facciata e il portone di legno, all’angolo della viuzza, si apre su un androne spoglio e buio. La distinzione del proprietario, la sua posizione altolocata comincia a manifestarsi entrando nel giardino, all’ombra profumata della grande magnolia.
In un nicchione, su un piccolo podio, sono stati sistemati dei cuscini per fumare al fresco, bere caffè, disputare sui migliori argomenti possibili: l’amore e gli uomini. Salendo la stretta scala di pietra si raggiunge il terrazzo con la fontana. L’accecante rettangolo di sole è chiuso su tre lati dalla sala delle udienze e dalle stanze foderate di legni intarsiati.
La cupola abbellisce il salone mentre, ad una delle estremità, un piccolo belvedere è sospeso sopra i rami fioriti del giardino, lungo la sponda del fiume. In questa casa traspare un tale struggimento per la dolcezza delle ore trascorse in buona compagnia che anche il distacco, il ricordo, la nostalgia possono rifugiarsi dietro le sue mura.
Qui, come dicono i poeti beduini, l’amante ha passato notti insonni «pascolando le stelle ».
Seguiamo l’Oronte che scorre pazzamente da sud verso nord, fino a Shesar, prima di Apamea. Sull’ansa, dove, in alto, sorge il castello della Cresta del Gallo, c’è un platano isolato e una grande ruota di legno che gira lentamente. Le rive basse sono ricoperte qua e la da un’alga soffice, compatta come lana. Il fiume scorre in un letto di calcare che ha cambiato colore ed è diventato simile al fondo di una coppa di bronzo.
I cavalli vi si fermano a bere, restando in mezzo alla corrente.
Per finire, basta evocare i colonnati di Apamea e di Palmira, alle porte del deserto, resti così imponenti e isolati nel tempo da creare un certo sgomento anche   a chi ha in testa i Fori di Roma.
E naturalmente, i castelli dei crociati, che innanzitutto difendevano una terra ferace, una regione fertile , da Aleppo fin giù in Palestina. Una terra che ai piedi dell’Antilibano ricorda se non l’Umbria certamente la Provenza.


Letto 2018 volte.


3 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Grande o piccolo — 12 Luglio 2009 @ 10:07

    […] Prosegue Articolo Originale:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Grande o piccolo […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 12 Luglio 2009 @ 16:13

    Pagina intensa, ricca e puntuale, che ci fa vivere la storia, la realtà e le atmosfere di una terra straordinaria.
    Nel leggere i precisi e spesso poetici riferimenti, pare di respirarne il fascino, di assaporarne lo spirito, di gustarne l’intrinseca bellezza.
    Scolpita in questo suggestivo incanto, tutta la grandezza della civiltà araba
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by enzo ferrari — 14 Luglio 2009 @ 12:53

    appassionante e coinvolgente l’inizio: sembra di essere a tavola con tutti quegli odori forti e penetranti.
    Nel 1984 quando mi recai per lavoro a Lattakia e Damasco, visitai la moschea. Dalla descrizione, nulla mi pare cambiato rispetto ad allora. L’unica cosa diversa è che le scarpe le avevo lasciate all’ingresso, perfettamente allineate con centinaia d’altre.
    Complimenti per il fascino complessivo che si respira.

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