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LETTERATURA: Heinrich Heine a Parigi (4a puntata)

21 Dicembre 2009

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Da sempre insofferente alla “miseria tedesca”, una volta appreso che in Francia era scoppiata la rivoluzione, non ci pensa due volte e il 1 ° maggio 1831, non resistendo alla “Forza delle cose”, fa le valigie e si reca a Parigi, considerata “la Mecca dei Liberali”. Taglia così definitivamente i ponti con quella Germania, in cui non riusciva né a integrarsi, né a riconoscersi, e sceglie di buttarsi nell’ambiente variegato, turbolento, ebbro della capitale della Francia. A Parigi dopo un breve periodo di comprensibile adattamento, si schiera con gli ambienti della “sinistra”, venendo così a contatto con la dottrina di San Simon e dei suoi adepti. Convinto di poter contribuire all’inizio di una nuova era, si entusiasma per la filosofia sociale, interpretata da personaggi di esemplare onestà e cerca di approfondire i contenuti di una visione della vita, che, non perseguendo finalità ultraterrene, è intensamente impegnata a propagandare una nuova “religione” centrata sulla ricerca del benessere e del piacere per tutti. La sua diventa una scelta politica e con decisione torna su un tema che gli rimarrà caro per tutta la vita, considerando una sua “missione” quella di denunciare l’abissale differenza tra ricchi e poveri. A Parigi ha l’occasione di respirare finalmente un’aria a lui più congeniale. Di tanto in tanto non può fare a meno di rivolgere un commosso pensiero alla sua amata patria e in una lettera indirizzata al suo editore von Cotta del 1 marzo 1832, cerca di aggrapparsi a un filo di speranza: “Prima o poi la rivoluzione comincerà anche in Germania, è già lì nell’idea, e i tedeschi non hanno mai rinunciato a un’idea; in quel Paese della perfezione tutto verrà portato a buon fine, anche se ci vorrà molto tempo”. Nella capitale francese, dovendosi innanzitutto confrontare con il problema del proprio sostentamento, aveva continuato a lavorare come redattore del “Augsburger Allgemeine Zeitung”, un giornale pubblicato dal suo editore e amico von Cotta, ma segretamente finanziato da Metternich, il potente plenipotenziario austriaco, che, d’intesa con vari ministri tedeschi, avrebbe voluto minare dall’interno la società francese per sobillarla contro Luigi Filippo. Gli scritti che si riferiscono a questa collaborazione, dalla quale gli deriveranno non poche critiche di “opportunismo” politico, saranno raccolti in un volume “Französiche Zustände” (Condizioni francesi). Questo volume, molto ricco di particolari e di lucide osservazioni politiche, assumerà notevole importanza per la storia di quel periodo, poiché offre uno spaccato molto reale della Parigi di quegli anni. Heine, che, pur essendo un rivoluzionario, aborriva la violenza ed era atterrito dalle sommosse e dai massacri cui si era abbandonata una plebaglia inferocita e disumana durante la primavera e l’estate del 1832, avrà modo di esprimersi incondizionatamente a favore di una rivoluzione pacifica che, almeno secondo i suoi fautori, avrebbe progressivamente eliminato le differenze sociali con la forza della fede e della persuasione. Tuttavia il suo “buonismo” gli veniva rimproverato da molti dei suoi colleghi scrittori ed esuli come lui a Parigi. Tra questi il più determinato era Börne, un altro scrittore esule ebreo che gli rimproverava di aver giudicato con troppa comprensione Luigi Filippo “re della borghesia”. La Francia sarebbe diventata la sua seconda patria, anche se non riuscirà mai a impadronirsi della lingua e continuerà a scrivere solo in tedesco. A Parigi tuttavia non si è mai sentito un esule e volentieri si è lasciato contagiare da quell’entusiasmo irrefrenabile che esplodeva in tutte le strade e le piazze, coinvolgendo strati di popolazione appartenente a tutti i ceti sociali. È stata quella una stagione d’intensa partecipazione; tutti sembravano travolti da quell’ondata di ebbrezza libertaria e sensuale che caratterizzava la gioventù parigina. In quel periodo particolarmente intenso egli era, senza saperlo, in perfetta sintonia con un altro Grande della letteratura tedesca, quel Georg Büchner che, nel consegnare all’umanità un dramma, “La morte di Danton”, ambientato nella Parigi della Rivoluzione del 1789, aveva elevato a principio di vita il “piacere”, asserendo: “Chi più gode, proprio costui prega di più”. Anche Heine era fermamente deciso a innalzare il “godere” al rango di massimo ideale da perseguire in terra e a questa tesi rimarrà fedele per tutta la vita. Tra l’altro, affrontando seriamente il tema della rivolta di Lutero, da lui definito “il povero monaco, scelto dalla Provvidenza per spezzare quella potenza mondiale romana, contro cui avevano inutilmente lottato gli imperatori più forti e i saggi più arditi”, avrà modo di citare anche un suo famoso detto “Wer nicht liebt Wein, Weiber und Gesang, der bleibt ein Narr sein Lebenslang” (chi non ama, vino, donne e canzone, rimane per tutta la vita un coglione), che riepiloga e rende accessibile a tutti il nocciolo della filosofia luterana. Tra i tanti meriti di Lutero, cui si deve tra l’altro l’introduzione in Germania della libertà di pensiero e soprattutto la prima traduzione della Bibbia in lingua tedesca, quello che   aveva maggiormente affascinato Heine consisteva proprio nel fatto che nessuno prima di lui aveva saputo conciliare spirito e materia. Il poeta, letteralmente travolto dall’euforia generale che caratterizzava la vita della capitale francese, si ritaglia momenti di intenso piacere, resi più piccanti dalla allegra disponibilità di tante disinvolte ragazze parigine, che, precorrendo tempi e tendenze, si erano completamente “emancipate”. Quelle splendide fanciulle confermavano tra l’altro la leggenda secondo la quale tutte le parigine venivano adottate fin dalla loro nascita da una fata compiacente, la Grazia, che tramutava i loro difetti in un irresistibile fascino. A Parigi Heine non si lascia solo sedurre dal fascino di graziose fanciulle, cui non erano estranei i piaceri della carne, ma frequenta anche il salotto della bellissima Principessa Cristina Belgiojoso-Trivulzio, originaria di Milano e costretta all’esilio dopo essere stata condannata per alto tradimento dal regime di Metternich. La Principessa era un personaggio di primo piano dal punto di vista politico, vista la sua convinta adesione al Risorgimento italiano e alla causa dei “Carbonari”, da lei generosamente finanziata. A brillare era soprattutto il suo impegno nella cultura dell’epoca, esercitato con tutta una serie di pubblicazione di articoli   su giornali francesi e su due riviste politiche da lei stessa fondate. Questa nobildonna, brillante e affascinante, che, essendo nata nel 1808, era all’epoca poco più che ventenne, rappresentava   il fulcro e il punto di riferimento del salotto letterario frequentato dal bel mondo di Parigi. Heine, che aveva avuto la fortuna di conoscere la Principessa subito dopo il suo arrivo a Parigi (1831), resta letteralmente ammaliato dal fascino della giovane aristocratica, cui consegna fin   dall’inizio le sue opere già pubblicate e parecchie poesie inedite, tutte contraddistinte da affettuose dediche. La Principessa Cristina, cui di certo non mancavano ammiratori, non era insensibile a quelle attenzioni e, pur non conoscendo bene il tedesco, si era impegnata a leggere quelle composizioni in lingua originale, restando colpita dalla delicatezza e dalla musicalità di quei versi impareggiabili. Tra i due nasce così un’affinità culturale che pian piano avrebbe acquistato contenuti concreti fino a diventare un’amicizia affettuosa, nutrita da frequenti visite e soggiorni di Heine nel castello “La Jonchère” dove la Principessa risiedeva assieme alla Marchesa sua madre. Proprio nel salotto della Belgiojoso Heine avrebbe incontrato il bel mondo dell’aristocrazia francese,   familiarizzando con molti personaggi di spicco della cultura europea. In quella città dove si praticava il lusso e non ci si faceva mancare nulla, il poeta-scrittore avrà modo di     affermare che a Parigi si trovava benissimo: „Se qualcuno le chiede, come sto qui, allora dica: ‘come un pesce nell’acqua’ o piuttosto, dica alla gente che quando nell’acqua   un pesce chiede a un altro pesce come sta, allora questi gli risponde: ‘Sto come Heine a Parigi’ ”. L’esule, costretto a cercare fuori dai confini della sua patria alternative professionali e letterarie corrispondenti alle sue attese, era riuscito nel frattempo anche ad assicurarsi   fonti certe di risorse economiche, cosa che gli avrebbe consentito di superare indenne l’ostracismo prussiano e la conseguente messa al bando delle sue opere. Egli infatti oltre a poter contare su generose quanto puntuali rimesse dello zio Salomon, era riuscito ad ottenere una pensione dal governo di Luigi Filippo, già allora sensibile ai bisogni degli esuli politici, cui presto si aggiungeranno consistenti sussidi del barone Rotschild, un ricchissimo banchiere ebreo, che, avendo economicamente in pugno l’intera Europa, si permetteva di fare il generoso mecenate con artisti di estrazione e di concezioni diverse. Nonostante queste entrate regolari fossero ulteriormente impinguate dai   proventi non trascurabili derivanti dalla sua attività di scrittore e di giornalista, Heine sarà sempre alle prese con difficoltà finanziarie, dato che personalmente aveva un rapporto conflittuale con l’amministrazione delle sue risorse, preferendo vivere sopra le sue possibilità.      

Una volta portati a termine i suoi scritti relativi alle “Condizioni francesi”, il poeta, fermamente convinto di poter assumere un ruolo di mediatore per una pacifica convivenza e fruttuosa intesa tra i due popoli, quello francese e quello tedesco, si dedica a quella che lui avrebbe considerato come una missione. Egli si crede pertanto debitore di un’iniziativa altrettanto valida nei confronti dell’opinione pubblica francese e si dedica alla stesura di scritti sulle “Condizioni tedesche”. La sua intenzione era di fornire informazioni sulla “sua” Germania, dedicando particolare attenzione alla storia dei tre secoli precedenti. Ecco quindi le due opere “Zur Geschichte der Religion und Philosophie in Deutschland” (Sulla Storia della Religione e della Filosofia in Germania) e “Die romantische Schule” (La Scuola Romantica), che avrebbero voluto offrire ai lettori francesi uno strumento critico e storico di lettura e di conoscenza. Si tratta, come afferma Ladislao Mittner, il nostro più autorevole studioso di letteratura tedesca, “dei capolavori critici di Heine…, capolavori di tutta la critica tedesca dell’Ottocento”. La storiografia   tedesca del tempo tuttavia non accolse con favore questi scritti, la cui stesura, spesso infarcita di sarcasmo e portata avanti sempre con un filo di intelligente ironia, mal si conciliava con gli studi “scientifici” della critica tedesca, sempre troppo severa ad assolutamente incapace di dare alle   pubblicazioni quel carattere leggero e brillante tipico d ella scrittura di Heine. Questa dura presa di posizione ufficiale degli “esperti” ha condizionato il successo di quella iniziativa storico-critica sull’opinione pubblica tedesca. A lenire questo pregiudizio di fondo non è bastato il ruolo che Heine aveva assegnato a Lutero, cui si doveva non solo la lotta contro il feudalesimo e la chiesa a esso asservita, ma anche la nascita della nuova filosofia, che avrebbe dato vita all’Idealismo   tedesco. Una filosofia   che,   a partire da Kant, era diventata rivoluzionaria, per assumere poi con Fichte ed Hegel connotati ispiratori di una nuova politica sociale. In questo quadro storico il Romanticismo, venuto dopo l’Illuminismo che può essere considerato figlio del protestantesimo, rappresentava per Heine una battuta d’arresto, dato che perorava apertamente un consapevole ritorno al passato ed in particolare al misticismo religioso e all’ascetismo medievale. Le opere di critica divulgativa di Heine   contribuirono ad approfondire lo steccato che già divideva gli studiosi tedeschi da quello scrittore che da Parigi, oltre ad aver “osato” improvvisarsi critico della storia e della filosofia tedesca, si era permesso di lanciare strali velenosi contro la cultura e la società del suo Paese. Questa sua “predilezione” professionale, assieme all’attività illegale portata avanti dalla “Giovane Germania”, oltre ad essere considerate potenzialmente pericolose, venivano attentamente monitorate e registrate dalla severa censura “ufficiale”. Era così spianata la strada per duri provvedimenti e l’Assemblea Generale del Bundestag, con un apposito decreto del 1835, oltre a vietare la stampa di opere considerate potenzialmente “pericolose”, decideva di inserire il nome di Heine al primo posto nella apposita lista di proscrizione, che comprendeva membri della Giovane Germania, ebrei ed atei. Come lo stesso Heine aveva previsto persino la Prussia, che sembrava la più inflessibile, deciderà di soprassedere nell’applicazione di quel decreto punitivo, temendo di ricoprirsi di ridicolo con la messa al bando delle opere di un autore nel frattempo molto apprezzato in Europa. Ma si trattava soltanto di una proroga. Quel Bundestag reazionario, espressione di Potentati atterriti, che solo alcuni anni prima (1832) aveva reagito alla “Hambacher Fest”, un raduno di giovani “libertari” cui aveva arriso un successo di partecipazione strepitoso,   vietando la libertà di riunirsi e decidendo un ulteriore giro di vite ad una censura già pesante, non poteva tollerare uno scrittore che non si stancava di ammonire i suoi connazionali, invitandoli a scrollarsi di dosso il giogo di tanti Principi liberticidi. Ratificata la sua condizione di esule, Heine avrebbe dovuto presto rassegnarsi anche all’idea di non poter mettere più piede in Germania. In questo quadro di malessere fisico e spirituale rientra anche la lettera del 29 agosto 1837 inviata allo zio Salomon, con cui c’erano stati dei malintesi, ma che egli si affretta a chiarire dato che non si poteva in nessun caso permettere un raffreddamento di quel rapporto da cui continuavano a provenire “generose” elargizioni. E infatti, nonostante ricorrenti incomprensioni, lo zio manterrà inalterato fino alla sua morte il vitalizio mensile riservato a quel nipote “scomodo”, ma di cui era segretamente fiero. Ma se grazie alla efficacia del suo scrivere – di cui era tra l’altro perfettamente consapevole – riesce a ricomporre varie incomprensioni anche con gli amici più stretti, a preoccuparlo più di ogni cosa restava il suo rapporto conflittuale con le autorità istituzionali della Germania. A testimoniarlo ancora una volta una lettera del 23 agosto 1838, inviata da Granville (Normandia) ad uno degli uomini liberi tedeschi più prestigiosi, anche lui vittima della censura tedesca e costretto a condividere con lui l’amara sorte dell’esilio. Nel rispondere ad un cortese invito di Karl Gutzkow, di certo non annoverabile nella schiera dei “suoi” amici, con cui lo metteva in guardia dal pubblicare poesie “rischiose”, Heine rivendica con la consueta determinazione la sua indipendenza e soprattutto la sua libertà: “… Può essere che Lei abbia ragione nel sostenere che alcune poesie comprese nel II Volume delle poesie  possano essere utilizzate dagli avversari; questi sono tuttavia tanto ipocriti quanto   vigliacchi… Io credo fermamente, in caso di ulteriori edizioni, di non dover rigettare nessuna di queste poesie e le farò stampare in buona coscienza, come avrei fatto stampare il Satiricon di Petronio e le Elegie Romane di Goethe, se fossi stato io ad aver scritto quei capolavori…”.  Il poeta, che   non riusciva a rassegnarsi nel vedere la “sua” Germania ridotta in quelle condizioni di vergognoso asservimento, si rifiutava di accettare l’idea che un Paese dalle tradizioni culturali così prestigiose dovesse rinunciare a perseguire un’idea di Stato indipendente e soprattutto libero. Vengono così compilati ulteriori moniti, nella speranza di provocare una qualche reazione negli spiriti dormienti dei suoi connazionali. Doveva così ben presto avverarsi quanto temuto. La sua indipendenza di scrittore, strenuamente difesa contro tutti, cominciava ad assumere i connotati di una vera e propria sfida temeraria. I suoi attacchi avevano avuto il merito di spingere nobiltà e clero a formare un fronte comune. A questi si aggiungevano adesso i tanti “filistei” tedeschi che, per quieto vivere, avevano piegato la schiena ed erano per questo disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di conservare quella pseudo sicurezza sociale loro “cortesemente” concessa. La sua era pertanto una posizione indifendibile in una Germania “addormentata” e in balia di quella che sarà definita “Die deutsche Misere” (La miseria tedesca). Ormai c’erano tutti i presupposti per una definitiva messa al bando sua e delle sue opere.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Heinrich Heine a Parigi (4a … — 22 Dicembre 2009 @ 04:14

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