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LETTERATURA: “Hotel Angleterre” di Nico Orengo (2007)

28 Aprile 2008

di Francesco Improta  

[Da oggi il Prof. Improta inizia la sua preziosa collaborazione alla rivista, del che lo ringraziamo.]

Con quest’ultimo libro, Hotel Angleterre, Nico Orengo conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di essere tra gli scrittori più versatili e originali del panorama letterario contemporaneo. Difficile innanzitutto darne una definizione. Non è un romanzo né un racconto lungo. Non è, insomma, una fiction. Potrebbe sembrare un raffinato gioco intellettuale, un divertissement o meglio un giallo letterario, l’unico con il quale Orengo avrebbe potuto misurarsi, come egli stesso dice in una pagina del libro con un pizzico d’ironia, data la sua avversione per un genere deci ­samente inflazionato da una moltitudine di scrittori sempre più improvvisati e sprovveduti, i cosiddetti nipotini di Camilleri. Ma, a ben guardare, non è neppure questo o, per essere più precisi, non è solo questo, si tratta invece di un viaggio, nell’accezione più ampia del termine, che Nico compie, tra fantasmi, ricordi e suggestioni, alla ricerca delle proprie origini e del senso stesso della scrittura.
La vicenda, raccontata in prima persona, – un po’ controvoglia come si evince dalla nota al testo, più per compiacere gli amici dell’Einaudi che per sua intima convinzione – , la vicenda dicevamo inizia a San Pietroburgo e più precisamente all’Ermitage, dove Nico, insieme alla moglie Chiara e ad altri amici aveva accompagnato Laura Tonatto una creatrice di profumi o come dice Nico “un naso” che voleva dare una dimostrazione pratica della ricchezza e dell’intensità dei profumi che si sprigionano dal vaso di fiori e dal cesto di frutta dipinti da Caravaggio nel suo famosissimo Suo ­natore di liuto, che si trova appunto all’Ermitage. La presenza di questo “naso” ci consente di collegare immediatamente quest’opera al precedente romanzo di Nico Di viole e di liquirizia, dove Daniel, il protagonista, e il suo cane Flop utilizzano entrambi il naso per guadagnarsi da vivere, essendo il primo un sommelier e il secondo un cane da tartufo; poco importa che quest’ultimo non sia molto fortunato nell’esercizio della sua attività, tanto è vero che viene rac ­colto da Daniel dopo essere stato abbandonato dal suo vecchio padrone per scarso rendimento. C’è quindi nell’ultimo Orengo un tentativo di recuperare l’olfatto, di restituire dignità a questo senso che nella nostra cultura e nei nostri costumi non ha mai avuto un ruolo di grande rilievo, e che negli ultimi anni sembra ancora più trascurato se non addirittura atrofizzato. L’olfatto, invece, dei cinque sensi che abbiamo sviluppato, é quello che ci mette in contatto con la realtà nel modo più intimo e profondo. Mentre ciò che percepiamo con il tatto, con la vista e con l’udito viene subito elaborato in conoscenza razionale, le sensazioni olfattive spesso rimangono in noi a livello inconscio, per liberare solo successi ­vamente significati, ricordi ed emozioni. E a ben guardare un legame esiste anche tra quest’opera, L’intagliatore di noccioli di pesca e Chi è di scena!, scritti da Orengo preceden ­temente, per i continui riferimenti intertestuali e per i lunghi elenchi di libri o di spettacoli teatrali in essi contenuti e per il rapporto, talvolta conflittuale, che esiste in Nico tra cultura e natura; dico tutto ciò non tanto per il gusto della erudizione o della citazione, che comunque può essere anche un piacere e che, quando non è fine a se stessa, risulta persino utile, ma perché sono fermamente convinto che per comprendere un libro e l’autore che vi è dietro sia necessaria un’analisi dia ­cronica e  Hotel Angleterre, pur essendo un libro diverso, profondamente originale, come ho detto all’inizio, costituisce pur sempre un tassello della biografia intellettuale e creativa di Nico, una tappa del suo itinerario di uomo e di artista, che si lega concretamente alle tappe precedenti e an ­ticipa, almeno credo non avendo facoltà divinatorie, quelle successive.
Ma torniamo alla vicenda: Chiara e Nico, dopo aver smaltito le fatiche del viaggio e della visita all’Ermitage nell’eleganza severa e discreta dell’Hotel Angleterre (da cui il titolo), il giorno suc ­cessivo in compagnia di una guida, Svetlana, contattata su suggerimento di un amico, vanno a vi ­sitare la casa di Puskin e qui mentre Nico segue distrattamente le notizie e le informazioni di Svetlana riesce a captare una frase detta da una giovane accompagnatrice a un gruppo di studenti in cui si fa riferimento alla penna che Goethe, avrebbe donato a Puskin per ringraziarlo della brillante traduzione da lui fatta di alcune scene del Faust non direttamente dal tedesco che non conosceva ma dal francese che padroneggiava benissimo, penna che, a detta sempre della giovane accompagnatrice, sarebbe scomparsa subito dopo la sua morte.

Questa notizia ha su Nico un effetto deflagrante… come dice testualmente l’autore “fu l’emozione più forte e la curiosità intellettuale più intensa di tutta la giornata“. È in albergo che Nico, raccogliendo mentalmente tutte le sue conoscenze su Puskin decide di dare inizio a una paziente, scrupolosa, metodica ricerca che avrebbe dovuto portarlo, almeno nelle sue intenzioni, a ritrovare la penna misteriosa e a ripercorrerne il cammino, seguendo analogie, intuizioni, associazioni di idee o altri labili indizi. Comincia così un viaggio denso di intime reminiscenze e risonanze poetiche, una vera e propria quíªte, non molto dissimile, per impegno, energie profuse e sacro furore, a quelle dei cavalieri ariosteschi. Anche qui, come nell’ Orlando Furioso, l’inchiesta è il principio dinamico dell’azione; Nico è impegnato, infatti, nella ricerca della penna e succes ­siva ­mente finirà con il coinvolgere nelle ricerche anche gli amici più cari e fidati, ma questo non è che il dato apparente e superficiale. Il significato profondo della quíªte è nell’avventura sen ­timentale e intellettuale che Nico vive; la sua ricerca è finalizzata al ritrovamento della penna di Puskin ma è soprattutto viaggio di sperimentazione e di conoscenza nel grande patrimonio culturale russo e nel serbatoio non meno profondo, fascinoso e mitologico delle proprie memorie. A ciò si aggiunga il significato specificamente letterario che questo viaggio assume, in quanto l’oggetto della ricerca è una penna, lo strumento, o meglio il simbolo stesso della scrittura, “una scrittura in cammino – dice testualmente Nico – in vagabondaggio tra pagine scritte e da scrivere
A conferma di tutto ciò vale la pena ricordare non solo che l’OrlandoFurioso è tra le letture preferite da Nico e da Pietro Scullino, il protagonista dell’Intagliatore di noccioli di pesca, ma anche che alcune pagine del capolavoro ariostesco sono state tradotte magistralmente da Puskin.
A questo punto, però, non posso procedere oltre con la trama e non tanto per non privare il lettore del piacere della lettura e della scoperta quanto perché è impossibile riassumere, proprio come succede nel caso dell’OrlandoFurioso, le vicende raccontate che affiorano a getto continuo dalle letture fatte, dalla consultazione, diretta o indiretta, di documenti e materiali d’archivio, dalla vi ­sione di pellicole in 16 millimetri, perché ormai introvabili, come Un colpo di pistola e soprattutto dallo scrigno polveroso dei ricordi d’infanzia. Bellissima, a tal proposito, la figura di nonna Valentina che, nelle fredde sere invernali, mentre getta bucce di mandarino nel fuoco del camino, racconta ai nipotini raccolti intorno a sé aneddoti ed episodi, splendori e miserie, ubbie e stravaganti follie della nobiltà russa in Costa Azzurra e nella Riviera di Ponente, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
Come l’invito di Laura Tonatto a San Pietroburgo è per Nico un’occasione per prendere quel volo con destinazione Russia, troppo spesso mancato, una volta per una manciata di minuti, così la ricerca della penna che Goethe aveva donato a Puskin diventa un pretesto per una full immersion in quella storia familiare con cui doveva necessariamente fare i conti. È, quindi, un ritorno alle origini, a quel ramo della sua famiglia, i Tallevič, nobili imparentati alla lontana con i Romanoff, trapiantati in Riviera agli inizi del 1900.
Da qui la ricerca, purtroppo senza esito, perché demolita, della villa sulla collina del Berigo a Sanremo, in via Carducci 2, che era andata in rovina e che la nonna aveva cercato di salvare, chiedendo, con una lettera accorata ma dignitosa, al prefetto d’Imperia di acquistarla, oppure la visita commossa al cimitero della Foce dove si trova la tomba di Josif, bisnonno di Nico e segretario diplomatico di Alessandro II alla corte di Vienna, e di sua moglie Anna Tarassova che, a detta della figlia Valen ­tina, scanda ­lizzava Sanremo facendo il bagno nuda sulla spiaggia dove attualmente sorgono i ba ­gni Morgana.

In questo viaggio affascinante tra presente e passato, oriente e occidente, tra pubblico e privato, Nico segue tantissime piste che un colore, un profumo, una parola o un vago accenno, comunque sempre labili indizi, sembrano disvelare e approda ora a Mentone a Palazzo Carnolès seguendo le indicazioni di un racconto di Nabokov Una visita al Museo, alla ricerca di una statua di Puskin, ora ai Balzi Rossi per fotografare un cavallo asiatico che era stato inciso sulle rocce ventimila anni prima, al tempo dell’uomo di Cro-Magnon, e a cui nell’Ottocento l’antropologo Prževasl’skij aveva dato il proprio nome; ora sulla collina alle spalle di Nizza e più precisamente nel giardino di Alphonse Kaspinsky, parigino, amico di Balzac, che aveva abbandonato l’impegno politico – era un fiero oppositore di Napoleone III – per farsi giardiniere e ortolano nel clima mite e invitante della favolosa Costa Azzurra.
Procedendo nella lettura, il libro ci si presenta come un vero e proprio gioco di specchi, di cor ­rispondenze, di rimandi e di continui riflessi come risulta dalla vicenda di odio e amore tra Puskin e il suo vecchio maestro Zukovskij che rispecchia fedelmente quella analoga anche se più famosa tra Mozart e Salieri e altri episodi del genere si potrebbero citare. Certo è che in questo percorso così intricato, labirintico, qualcuno lo ha definito borgesiano, il lettore talvolta si perde, barcolla, viene colto da un senso di vertigine, come se avesse bevuto qualche coppa di champagne in più, ma si tratta di una sensazione piacevolissima e io penso che il segreto per gustare fino in fondo questo straordinario libro di Orengo sia quello di lasciarsi andare alle suggestioni letterarie, umane e culturali che emanano da ogni pagina, seguire la musica che si sprigiona da ogni parola. In questo modo il lettore viene coinvolto in prima persona, diventa protagonista-osservatore delle varie vicende, scivolando dallo spazio nel tempo come nel bellissimo film di Sokurov L’Arca rus ­sa, che non a caso è citato in questo libro. Il capolavoro di Sokurov non è l’unica citazione cine ­matografica del testo; confermando ancora una volta interesse sincero e amore profondo per la decima musa, Nico fa riferimento a La Fine di San Pietroburgo (1927) di Pudovkin, a Ottobre di Sua Maestà S. EizenÅ¡tejn, entrambi ambientati a San Pietroburgo, ad Atollo K di Leo Joannon, con Stanlio e Ollio, girato negli stabilimenti cinematografici della Victorine a Nizza, di cui aveva già parlato negli Spiccioli di Montale, che è del resto l’unica altra opera di Orengo che ha un punto di vista omodiegetico, in cui, cioè, io narrante e io agente si identificano; ma in Hotel Angleterre si parla di altri due film: uno della serie di James Bond, il cui titolo potrebbe essere utilizzato come sottotitolo di questo libro “Dalla Russia con amore” (1963) e l’altro è quello a cui abbiamo già accennato Un colpo di pistola, tratto liberamente da un racconto di Puskin. Questo film, girato nel 1942 da Renato Castellani, su sceneggiatura di Mario Soldati, è interpretato dalla bellissima Assia Noris, che, guarda caso, è nata a San Pietroburgo nel 1912, ed è morta a Sanremo nel 1998, dopo aver vissuto diversi anni a Porto Maurizio; a conferma ancora una volta dei rapporti strettissimi e dei legami che esistevano tra la Russia, la Riviera di Ponente e la Costa Azzurra.
Questo libro ci fa capire inoltre come nascono le opere di Nico, un’impressione, non importa se visiva, tattile o olfattiva, gli offre lo spunto per una ricerca lunga, paziente e raffinata che lo porta a costruire, muovendosi tra immaginazione e realtà concreta, tra personaggi viventi e fantasmi del passato, tra figure reali e immaginarie, eleganti architetture che quando sembrano sul punto di essere ultimate si aprono a nuovi interventi e a spazi diversi e più ampi; ne consegue che quel gomitolo di parole che pareva con ­cluso e sigillato si dipana ulteriormente e diventa, come lo stes ­so Orengo dice, una lenza per pe ­scare altri personaggi e per fare affiorare nuove emozioni e signi ­ficati.
Non vi racconterò certo come finisce la vicenda, mi sembra però doveroso anticipare non solo che la conclusione della vicenda, in sintonia con il resto della storia, è fortemente originale e sottil ­mente ironica ma anche che la penna di Puskin, una volta assolta la sua funzione di mezzo, di pretesto per un viaggio nella grande letteratura russa, nella scrittura tout-court e nelle memorie familiari, torna sotto spoglie diverse a essere un obiettivo concreto, un fine, un fine questa volta pienamente realizzato. Certo è che con questo libro delizioso, raffinato ed elegante, supportato da uno stile estremamente ricercato, Orengo ci riconcilia con il piacere della lettura e con la grande letteratura.


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5 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: “Hotel Angleterre” di Nico Orengo (2007) - Il blog degli studenti. — 28 Aprile 2008 @ 08:03

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  2. Commento by marino — 28 Aprile 2008 @ 10:04

    Un pezzo di alta qualità, per uno straordinario libro.
    Grazie Professor Improta.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 28 Aprile 2008 @ 10:38

    Grazie a te, Marino, Parliamone può vantare da oggi un nuovo, importante e bravo collaboratore.
    La rivista dà al Prof. Improta il più caloroso benvenuto.

    Bart

  4. Pingback by Appunti Blog IT » LETTERATURA: “Hotel Angleterre” di Nico Orengo (2007) — 28 Aprile 2008 @ 22:00

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  5. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 29 Aprile 2008 @ 22:41

    Sono ancora una volta a complimentarmi con te, Bartolomeo, per la tua grande capacità di proporci personaggi di indiscusso rielievo letterario e critico, quali il Prof. Improta (il suo “pezzo” è di straordinaria lucidità, di analisi approfondita e di stimolante comunicatività).
    Ancora una volta, se da un lato sento la pochezza dei miei semplici lavori, da un lato provo gratificazione nel trovarmi (non so quanto meritatamente) tra certe importanti personalità del mondo della Cultura. E’ per me, questo, anche uno stimolo a vedere di offrir sempre più il meglio di me stesso.
    Un abbraccio e grazie
    Gian Gabriele Benedetti

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