di Pier Francesco Listri
[da “La fiera letteraria”, numero 3, giovedì, 18 gennaio 1968]

Firenze, gennaio

Avere 84 anni, essere autore di ver ­si che si intitolano «Ghirlande votive », « Preludi » e « Fiaccole nella tempe ­sta ». Definire oggi la poesia: « Una fiaccola vivente che passa nel mondo ». Non sono certo le credenziali più van ­taggiose per giudicare con unanimi consensi la letteratura contemporanea. Né tantomeno per premiarla di fron ­te al mondo con il più ambito dei premi, perciò mi sento istintivamen ­te solidale con Anders Osterling, pa ­tron del Nobel, che si trova precisa- mente in tale condizione, e sono cor ­so curioso a incontrarlo, stanandolo dal suo clandestino rifugio toscano di questi giorni.

Di lui nessuno, qui, sa nulla. Non credo sia mai stato tradotto in italia ­no. Poeta e saggista, sfido i nostri uo ­mini di lettere ad averne letto un ri ­go. Però ha l’indubbio primato di es ­sere il più oscuro straniero in Italia che abbia, sulla Treccani, quasi mezza colonna di biografia. Me l’ha avver ­tito un amico indignato che il prefet ­to della città dov’è stato ospite non sia andato da Osterling a rendergli omaggio. Vi si legge quanto segue. Anders Johan Osterling è nato a Halsingborg nel 1884. E’ autore di sag ­gi critici e di libri di viaggi; ha tradot ­to Lorenzo de Medici, Carducci, Bla- ke, Shelley, Baudelaire, Mallarmé e George. Ha scritto una mezza dozzina di libri in poesia dove predomina « un istintivo senso della bella forma ». Dal 1925 ha quattro volumi di « opere » stampate dal maggiore editore di Stoc ­colma.

Si sa che ama l’Italia. Dalla sua boc ­ca ho appreso che studiò a Firenze (Pensione Balestri, cinque lire del tempo) prima della guerra mondiale; che gli è rimasta straordinariamen ­te impressa una rappresentazione dell’Otello data da una compagnia di guit ­ti alle porte di Roma (il protagonista ripeteva la scena dello strangolamento di Desdemona fra le richieste del pub ­blico); che Palermo gli ha conferito la cittadinanza onoraria e che Quasi ­modo (Nobel 1959) è il suo amico del cuore. Temo che qui si arresti l’immagine che ha dell’Italia. E le ra ­gioni del suo amore, testimoniate da un sorriso caldo e silenzioso di candi ­do Babbo Natale alto un metro e ot ­tanta, e dall’astuta, paziente dissimu ­lata ricerca di sole, ogni volta che si siede a pranzo o a conversazione.

Ci sarebbero, onestamente, cento co ­se da rimproverargli, visto che com’è noto Osterling è stato per vent’anni segretario dell’Accademia di Svezia, presiede la commissione dei sei che assegna il premio per la letteratura, è l’eminenza grigia, nonostante l’età, di tutta la baracca.

Autenticamente indifferente alle critiche come un uomo della sua età deve essere, Osterling ascolta senza battere ciglio, confuta, si rammarica, ammette, conclude che ogni cosa, in fondo, è umana e quindi sottoposta a errore. Ecco una sintesi di dialogo registrato.

« La crisi del Premio Nobel è dovu ­ta a tanti errori che avete commesso, che ne pensa? ».

« Il nostro giudizio non è sempre giusto, ma è il giudizio della nostra generazione. Lo so bene che ci sono dei Nobel ridicoli ».

« A proposito di generazione, com’è che la commissione ha un membro di 94 anni e quattro altri quasi set ­tantenni? ».

« Sì, siamo vecchi; forse bisognerà rivedere le cose… ».

« E’ vero che, nel giudicare, cerca ­te più di essere equanimi che giusti? Insomma badate a non scontentare nessuno, e più che i valori letterari contano i Paesi d’origine e un’oppor ­tuna rotazione nel Nobel? ».

« Noi dobbiamo cercare uno scritto ­re che aiuti l’umanità, che incarni cioè le tendenze ideali volute dal fon ­datore… Ci siamo accorti che certi Paesi o continenti erano stati sacri ­ficati, per esempio l’America Latina che aveva solo Mistral: ora con Astu- rias abbiamo cominciato a riparare ».

« E Borges? ».

« Ah, Borges, bello scrittore ».

« La storia delle gaffes dei Nobel, lei la sa a memoria: Proust, Kafka, Joyce, Ibsen, Musil, Croce, Broch. Ma lei è abbastanza vecchio per ricordare lo scandalo di Tolstoi candidato dal 1902 per molti anni di seguito e sem ­pre scartato per motivi morali… ».

«Permetta: Tolstoi coinvolge un pro ­blema diverso, lei sa che bisogna es ­sere proposti dall’Accademia di Svezia per ottenere, il Premio. Lui, ufficial ­mente, purtroppo non lo fu ».

« E Cechov, e Rilke? ».

« Non so se Cechov fu proposto. Rilke certamente mai ».

« Penso che abbiate dei rimpianti… ».

« Qualcuno, si capisce. Rimpiango Valéry, ma quando volevamo premiar ­lo, lui era morto. Purtroppo lo statu ­to vieta i Nobel alla memoria… ».

Osterling, ogni volta che profferisco una domanda si china profondamen ­te ad ascoltare a occhi chiusi, poi ri ­sponde un po’ in francese, un po’ in inglese o in italiano, come se parlas ­se d’anime dannate o salvate. E’ dif ­ficile far breccia nella sua olimpica serenità. Dicono che legga molto; si sa che è un integerrimo cattolico.

« Veda » riprende « non abbiamo mai potuto premiare “autori di un libro solo” anche se molto importante. Ri ­cordo il caso di Lee Masters, con il suo Spoon river. Anche Remarque è un po’ un caso del genere… ».

« Provate rimpianti per Remarque? E che cosa pensa allora di Malraux? ».

« Beh, Malraux, per ora è ministro: è già qualcosa, no? E poi sa: ”Il faut attendre”. So che è un discorso sco ­modo per molti, che crea anche delle situazioni comiche, ma è proprio così: ”Il faut attendre” ».

« Avreste il coraggio di conferire per due anni consecutivi il Premio a uno stesso Paese? ».

« No, mai. Ma non si tratta di co ­raggio ».

« E’ poi tanto difficile trovare un grand’uomo all’anno? ».

« Credo che ieri fosse più facile pre ­miare. C’erano uomini di levatura in ­tellettuale e morale al di sopra di ogni polemica, come il grande storico Teodoro Mommsen. Oggi è diverso. D’altra parte riconosco che in altri tempi l’Accademia Svedese era molto molto conservatrice. Oggi non più: mi creda… ».

E’ difficile obiettare a questo vecchio signore inattaccabile e intrepi ­do nelle sue risposte, non c’è che da sapere come la pensa. Per esempio, ri ­cordargli il rifiuto di Sartre. « Cre ­da che io non ho ancora capito il ge ­sto di Sartre. E’ stato illogico. E’ la prima volta che succede un fatto del genere. Bernard Shaw, quando gli fu offerto il Nobel, prima rifiutò, ma poi lo accettò mettendo i denari in una fondazione che sovvenzionava le tra ­duzioni dei libri inglesi nei nostri Pae ­si; Sartre non ha capito che era più opportuno accettare il premio e poi magari destinare le corone a qualche istituzione vicina al suo modo di pen ­sare… ».

La circostanziata polemica del filo ­sofo francese, la sottile ribellione del suo sguardo strabico, bisogna sforzar ­si di farle tornare alla memoria guar ­dando il viso pacifico, morbido e ru ­bizzo di questo vegliardo del Nord che mi assicura di conoscere molto bene perfino la nostra letteratura con ­temporanea, su cui faccio cadere il discorso.

« Montale? ».

« Montale: sì, ottimo ».

« Ungaretti? ».

« Oh ecco, Ungaretti sì ».

Moravia? ».

« … ».

« Alberto Moravia? ».

« Sì, sì… Ma poi, sa, c’è solo un premio all’anno ».

Oggi Osterling è andato a Collodi a vedere il paese di Pinocchio. Ieri ave ­va visitato Pescia: cartiere e garofani. Ascolta episodi di storia patria, assag ­gia piatti toscani. E’ un po’ stanco, lo debilita, tra l’altro quando gira il mon ­do, dover evitare gli scrittori « Eter ­ni Candidati » che per mille vie tra ­verse gli volano incontro. Quasimodo, è l’unica eccezione.

Quando gli chiedo che cosa insomma non funziona nel Premio Nobel, da ­to che nessuna istituzione umana è perfetta, Osterling ha un imprevisto raptus ecumenico di dialogo col mondo:

« L’anno scorso abbiamo fatto un simposio internazionale, chiamando uomini di cultura da tutto il mondo per avere consigli sul Nobel. Siamo legati a uno statuto che ha mezzo se ­colo e che certamente ha bisogno di essere ritoccato. Non sappiamo in che termini e in che modo, ma ci pense ­remo. Sì posso proprio dirle che ci rendiamo conto che qualcosa nel Nobel va cambiato… ».

Poi si alza, bada di non dimentica ­re la terrina souvenir che il trattore gli ha regalato a cena e si allontana, ottantaquattrenne De Gaulle del No ­bel, « fiaccola vivente che passa nel mondo », come la sua letteratura.

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