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LETTERATURA: I MAESTRI: Alvaro: ieri e «Domani »

29 Maggio 2018

di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 6 marzo 1969]

Rifiorisce l’interesse per Corrado Alvaro. L’editore Bompiani, continuando la pubblicazione degli inediti, ci offre un romanzo incom ­piuto: Domani (pp. 212, li ­re 1500). E in questi ultimi mesi si sono potuti leggere (dopo il bel libro del Balduino, Mursia, 1965) ben quattro contributi critici, opera di giovani o giovanis ­simi. Ludovico Alessandrini (ed. Boria) ha scritto il li ­bro meno problematico e più divulgativo, che è peraltro un profilo efficace e molto leggibile. Senza eccessive pretese di approfondimento, riassume bene l’immagine dello scrittore e può util ­mente servire come introdu ­zione all’opera alvariana.

Maria Ida Tancredi pone invece con vigorosa chiarez ­za i termini del problema critico. Il suo libro, che esce in questi giorni da Vallec ­chi in una collana della fa ­coltà di Magistero di Firen ­ze, è frutto di uno storicismo di solide radici com’è pro ­prio della scuola da cui de ­riva. In sostanza, ella dice, la critica ha sinora còlto nell’Alvaro « l’uomo della crisi », ha individuato le sue contraddizioni, spesso emble ­matiche di un momento im ­portante della nostra cultu ­ra tra naturalismo e deca ­dentismo, ma non ci ha dato ancora analisi approfondite « sul piano stilistico-culturale »; si è guardato di più al suo contributo sociale, o alla « conformazione psico ­intellettuale » dell’uomo Al ­varo che alla sua verità poe ­tica.

Vincenzo Paladino (ed. Le Monnier) parte da una sot ­tolineatura troppo netta del contesto meridionale e cala ­brese in cui situare lo scrit ­tore (la Calabria come « ca ­tegoria etica », la gente del Sud come « negritudine »); ma arriva per questa via tra ­dizionale a una definizione suggestiva e unitaria del suo « pessimismo ». La consueta dialettica tra l’Alvaro paesa ­no e quello « europeo » acqui ­sta per lui « il senso di un itinerario mondano come una immigrazione fallita »; nel suo viaggio « da uno stato di originaria innocenza in seno alla natura al risveglio ama ­ro e deludente nella storia » tutta l’opera dello scrittore si configura come « la storia di una caduta ».

A questa stessa conclusio ­ne, che ci sembra il dato più interessante della critica re ­cente, arriva Domenico Cara (ed. La Nuova Italia), che dei quattro è il prosatore più denso e risentito ma anche il più faticoso. Nel Cara una vena moralistica s’incrocia con una vera natura critica, e forse gli impedisce di ap ­profondirla. Non sono poche le osservazioni, lasciate ca ­dere quasi di passaggio nella foga del discorso (Alvaro â— « lo scrittore dei libri incom ­piuti e imperfetti »; la sua «mimesi lirica »; la «malin ­conia poetica » adoperata «antiromanticamente »; « il suo linguaggio procede per rapi ­menti aforistici, malinconici », ecc.) che appaiono illuminanti.

Ma la posizione del Cara si rivela la più fragile ideo ­logicamente, e forse proprio per un’intima, controversa e non del tutto chiarita affinità con il suo autore. Non accet ­ta la liquidazione suggerita dai critici marxisti di un Alvaro espressione e compli ­ce, almeno per debolezza, di una civiltà borghese vinta dalla storia. E tuttavia, poi ­ché non arriva a riconoscere al pessimismo alvariano (co ­me fa il Paladino) un valore disperato, testimoniale, reli ­gioso e perciò liberatore, e poiché non si fonda (come fa la Tancredi) sulla convin ­zione di una autonoma espres ­sività culturale e morale del ­la ricerca letteraria, il mon ­do del suo scrittore gli ap ­pare affascinante e incom ­piuto, inquietante e non ri ­solutivo. E il suo stesso la ­voro critico si conclude, co ­me egli lo definisce con ter ­mine rivelatore, in « elegia ».

*

E’ chiaro a questo punto che Domani, nel quadro di un dibattito critico così strin ­gente, non è libro capace di aggiungere molto e denuncia di essere fortemente «data ­to ». Fu scritto dal ’33 al ’34; l’autore lo rilesse nel ’53 e lo trovò vitale ma non ebbe modo o voglia di riprenderlo.

E’ tutt’altro che indegno o futile, dirò a scanso di equi ­voci. Dopo un inizio incerto dominato dall’estetismo, la storia della giovinetta Susan ­na sedotta dal bellimbusto acquista toni autentici. E al ­meno tre sono i motivi schiet ­tamente alvariani che vi si intrecciano: 1) «la solitudi ­ne del sesso », cioè la condi ­zione al tempo stesso indifesa e autosufficiente della ragaz ­za che si avvia timida e or ­gogliosa d’indipendenza verso la vita; 2) la «lunga via per diventare donna », cioè la se ­rie dei fatti segreti e gelosi, indecifrabili e sempre allu ­sivi che entrano misteriosa ­mente nella sua esperienza; 3) lo «sciuparsi di tutto », cioè il vivere visto come cor ­ruzione fatale, inganno ine ­vitabile, perdita d’innocen ­za, « storia di una caduta ».

Ma si tratta di un libro chiaramente incompiuto e da rivedere. Benché il Fratelli dica, nella sua nota infor ­mativa, che « conserva qual ­cosa della freschezza d’umo ­re de L’uomo nel labirinto » (che però è di oltre dieci an ­ni prima), mi permetterei di dubitare non già che meri ­tasse la pubblicazione ma la presentazione come libro au ­tonomo e « di consumo ». E’ inutile ripetere qui quali sia ­no le benemerenze di Valen ­tino Bompiani anche come editore dell’Alvaro. Ma, pas ­sato ormai tanto tempo dalla morte dello scrittore, sarebbe utile dare pubblica definizio ­ne al piano degli inediti (let ­tere, scelta di articoli, ecc.) che mancano al corpus com ­pleto delle opere, e accelerar ­ne in modo organico il com ­pimento.

Lo meritano non soltanto la statura dello scrittore Al ­varo, ma anche la sua dram ­matica, intensa e nobilissima figura di testimone del nostro tempo, che persino i giovani in un clima così mutato continuano, con nostra gioia, a rispettare e riconoscere.

 

 


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Bart