Apollinaire tra erotismo e religione

di Lorenzo Bocchi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 30 ottobre 1969]

Parigi, ottobre.

« C’era una volpe che aveva sete. Si avvicinò a una fonta ­na… ». Il foglio di quaderno a larghe righe è ingiallito, la scrittura molto infantile, le can ­cellature frequenti. Si trova nella prima sala dell’esposizio ­ne Apollinaire, inaugurata ieri alla Biblioteca nazionale di Parigi. E’ un compito d’italiano del futuro poeta, fatto nel 1885 a Bologna, dove sua madre si era trasferita lasciando Roma. L’autore del Poète assassiné ha imparato la nostra lingua prima di quella francese. A quel tempo risale anche la fotogra ­fia del piccolo Guillaume in compagnia del fratello minore Albert, scattata nello studio del bolognese Roberto Peli. In una altra sala c’è la cartolina po ­stale inviata il 22 febbraio 1918 a Raimondi, nella quale Apol ­linaire rievoca la sua infanzia a Bologna. Se esistesse ancora un dubbio sulla paternità del poeta, la fotografia dell’abate generale dei benedettini don Romaric, fratello del padre pre ­sunto di Apollinaire, bastereb ­be ad eliminarlo, tanto sor ­prendente è la somiglianza tra zio e nipote.

La prima sala dell’esposizio ­ne (che celebra il cinquante ­nario della morte con un anno di ritardo a causa dei fatti del maggio 1968) riunisce tutte le prove dell’ascendenza per tre quarti italiana del poeta nato il 26 agosto 1880 a Roma. Sua madre Angelica apparteneva a una nobile famiglia polacca. Il nonno paterno, Michel Apolli ­naire Kostrowitzky, ex-capitano dell’esercito russo rifugiato a Roma, era stato nominato ca ­meriere di cappa e spada da Pio IX. La nonna paterna era italiana, Giuliana Floriani. Al ­levata nel convento del Sacro Cuore a Santa Trinità dei Mon ­ti, Angelica, di carattere diffi ­cile e di temperamento esube ­rante, non fu un’allieva esem ­plare e il padre dovette ripren ­dersela su richiesta della ma ­dre superiora. Stava cercando ­le un marito quando la venti ­duenne Angelica conobbe in un ricevimento Francesco Flugi di Aspermont, discendente di una famiglia originaria del canton dei Grigioni, bene accolto negli ambienti vaticani per il rifiu ­to di servire il nuovo re d’Ita ­lia (era stato capitano di Fe ­derico II e di Francesco I di Napoli). Il quarantenne Fran ­cesco fece una grande impres ­sione sulla giovane, che fuggì da Roma con lui. La relazione fu tempestosa e d’Aspermont, che non sposò l’amante, scom ­parve nel 1884.

Fu una levatrice a denuncia ­re la nascita allo stato civile, precisando che la madre desi ­derava mantenere l’anonimato. Il piccolo venne registrato co ­me Guglielmo Alberto Dulcini.

Un mese dopo, il 26 settembre, Angelica lo presentò al fonte battesimale come proprio figlio: Guillaume Apollinaire Kostro ­witzky. Angelica amava molto il gioco. Frequentava i casinò; gettoni e amicizia le procura ­vano di che vivere. Nel 1887 si trasferì a Montecarlo con i due figli. Guillaume fu ammesso nel locale collegio Saint Char ­les, probabilmente per racco ­mandazione dello zio don Ro ­maric che vegliava da lontano sui nipoti non riconosciuti. Do ­po un breve passaggio al liceo di Nizza, Guillaume nel 1899 si trasferì con la madre e il fra ­tello a Parigi, dove diventò ben presto il flaneur des deux rives. Angelica, l’avventuriera erran ­te che un giorno era sfata espulsa dal casinò di Monte ­carlo come femme légère, non capirà mai il talento dei figlio e gli rimprovererà sempre le sue amicizie. Gli sopravvivrà di pochi mesi.

Il figlio naturale fu un col ­legiale molto pio e il fatto che abbia conservato fino alla morte tanti oggetti di devozione prova un sorprendente dualismo in colui che, parallelamen ­te alla sua opera ufficiale, ha tanto fatto per la letteratura erotica, la sua e quella degli altri, com’è documentato da una vasta vetrina dell’esposi ­zione. Nel 1907 Apollinaire, per sbarcare il lunario, aveva accettato un posto di segretario di redazione alle edizioni Briffaut, specializzate in pubblica ­zioni galanti. Redasse le prefa ­zioni di una ventina di opere libertine (Aretino, Giorgio Baf ­fo, Sade, Mirabeau eccetera) e, siccome doveva recarsi frequen ­temente alla biblioteca nazionale per documentarsi, preparò per questa il catalogo dei libri del suo « inferno ».

I trentotto anni dell’esisten ­za di Apollinaire sono illustrati da seicento documenti, molti dei quali mai esposti perché appar ­tenenti all’importante donazio ­ne fatta dalla vedova, morta recentemente. Impressionante la galleria delle sue poesie (per fortuna l’autore ne aveva ri ­copiate parecchie). Linda Mo ­lina Da Silva, alla quale inviò, senza risultato, versi infuoca ­ti; Annie Playden (la gover ­nante inglese della contessina di Mihau affidata alle sue cu ­re di precettore) amata duran ­te il soggiorno in Renania e che fuggì negli Stati Uniti per rompere definitivamente con l’innamorato troppo focoso (è lei la Lorelei della Chanson du mal aimé); Yvonne D’Albeyron; Marie Laurencin, l’ispira ­trice del “Pont Mirabeau” che gli presentò Picasso e lo ri ­cambiò per cinque anni di pas ­sione tempestosa; la contessa Louise de Coligny Chatillon, al ­la quale inviò alcune fra le più belle poesie e le duecentoventi « lettere a Lou » ; Madeleine Pàgés, incontrata sul treno, che per diciotto mesi, quasi tutti i giorni, riceve da lui lettere e poesie; e infine Jaqueline Kolb che egli sposò il 12 maggio 1918, testimoni Pi ­casso, Vollard e Descaves.

Ancor più impressionante la galleria degli amici. Apollinaire amava tutto quello che era nuovo, il suo ideale artistico era l’invenzione e il suo tempo fu veramente ricco in creazioni. L’esposizione contiene di che fare un museo della pittura dal 1900 al 1918: Picasso, Braque, Marcoussis, Matisse, Modigliani Vlaminck, Villon, Severini, Bissière, Chagall, Picabia, Derain, Dunoyer dé Segonzac, Marie Laurencin, Survage, Robert e Sonia Delaunay, Juan Gris, Gleizes, Duchamp, il doganie ­re Rousseau (con Le poète et sa muse, prestato dal museo di Basilea) e De Chirico (con il Portrait prémonitoire del ’14 che recava un semicerchio bianco attorno al punto esatto del ­la ferita alla testa di due anni dopo).

Viaggio minuzioso attraverso la vita e l’opera di Apollinaire, con diverse « tappe » italiane: le lettere di Marinetti, le « Pa ­role in libertà » con dedica del ­l’inventore del futurismo, i nu ­meri di « Lacerba » sui quali Soffici pubblicò sue poesie, una lettera di De Chirico, « L’uo ­mo finito » con dedica di Papini, la poesia per la signora Tittoni, moglie dell’ambascia ­tore d’Italia e capo-infermiera dell’ospedale italiano di Parigi dove il poeta fu ricoverato do ­po la ferita al fronte. Nell’ul ­tima sala è stato ricostruito l’angolo della soffitta dell’ap ­partamento al 202 di Boulevard Saint Germain, dove Apollinai ­re morì falciato dalla « spagno ­la », il 9 novembre 1918, due giorni prima dell’armistizio. Al sangue del poeta fanno pensa ­re l’elmetto traforato da una pallottola e il numero del Mercure de France che Apollinaire stava leggendo quando rimase ferito, il 9 marzo 1916: le pagi ­ne 374 e 375 ne rimasero macchiate. Tre giorni prima gli era stata finalmente concessa la nazionalità francese. Uno dei più grandi poeti di Francia è stato francese poco più di due anni.

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