di Alessandro Bonsanti
[da “La Nazione”, 23 settembre 1966]
E’ ovvio che il concetto di romanzo storico, nello stesso modo di quello di romanzo sprovvisto d’epiteti, non può essere fisso, ma altrettanto mu tevole del modo d’intenderlo; quanto dire, che ciascun’epoca può avere il suo, e crederlo giusto. Ma è anche vero che si può avere un concetto invec chiato, e non la voglia di mu tarlo; così è forse per questo che ci mostriamo restii ad usarne, proprio perché a cia scuno è rimasto in testa un concetto arretrato di codesto termine, fermo ai prototipi, qual più, qual meno famoso, dell’Ottocento non diversamen te, ad essere sinceri, di quanto non sia rimasto fermo il pro totipo del romanzo tout-court. Invece, se c’è momento in cui il romanzo storico può avere un senso è proprio il nostro, a patto beninteso che ai pia gnoni e ai palleschi si sosti tuiscano, ad esempio, partigiani e nazisti, e insomma qualcosa che ci morda tuttora il fegato, con impostazioni strutturale e stilistica adeguate.
Ora, il romanzo di Arrigo Benedetti, L’esplosione, edito da Mondadori in questi giorni, possiamo chiamarlo a buon di ritto storico, e a buon diritto dobbiamo assegnarlo alla ca tegoria che vede primeggiare sulle vicende private, le pub bliche, in modo esplicito, es sendo cessate le ragioni che possono aver obbligato gli scrittori fra le due guerre a conferire ai casi e ai perso naggi del passato una sorta di mandato fiduciario a interpre tare il presente di allora.
Va riconosciuto che il ter mine di romanzo storico venne già fatto per Arrigo Benedetti, e che l’autore stesso lo accetta in tutte le sue implicazioni; mi pare tuttavia che merite rebbe di esser meglio identi ficato e meglio circoscritto, in quanto lo caratterizza e in quanto lo isola. Non bisogna infatti dimenticare che un al tro termine è stato anch’esso già usato per la sua opera di narratore, quello di corale; de sinato a sua volta a ribadirne l’appartenenza a quella cate goria che vede la storia co stituirsi anima della narrazio ne, la quale si muove da lì. Anche ne L’esplosione esiste un personaggio che parla in prima persona, e si addossa cioè la funzione di espositore e indiretto commentatore della vicenda; particolare che basta di per sé a porre le premesse d’una diffusa coralità, stando quella specie di solista a rap presentare l’anima singola in contrapposizione a quella di una moltitudine. E anche ne L’esplosione il protagonista è un altro, un personaggio che però è visto, osservato e rap presentato a sua volta in fun zione della folla, quasi gli in combesse d’esserne la coscien za; in realtà, sia l’uno che l’al tro, sia lo « storico » che il protagonista, esistono in fun zione dei casi storici, che in loro si calano di volta in volta e si animano e ci vivono dentro.
Il romanzo racconta la ca duta del fascismo, dal bombar damento di Roma del 19 luglio 1943 alla defenestrazione di Mussolini, e conclude con l’ar mistizio dell’8 settembre e sus seguente fuga della monarchia e del governo badogliano; al cuni mesi della nostra storia recente che hanno pesato tanto di più della loro effettiva du rata, arrecando mutamenti che per prodursi richiesero in altre epoche il corso di più genera zioni. Protagonista della vi cenda è un giovanotto lucche se, un certo Goffredo Aggiunti alquanto succubo della madre ma in cerca di liberazione, che arriva a Roma in compagnia d’una amante, Luisa, donna sposata, ma col marito prigio niero degli inglesi, ch’egli si tira dietro allo scopo di na scondere meglio il suo reale progetto di attentare a Musso lini con la vecchia pistola del padre, fervente squadrista de funto da poco, e fa in tempo ad assistere alle vicende che rendono inutile quel suo pro getto, destinato del resto a restare probabilmente velleita rio. Ma l’altro personaggio che si esprime in prima persona nel prologo e nell’epilogo, sot to cui si nasconde – nella circostanza, un puro e semplice modo di dire – l’autore, ha già offerto gli elementi perché il lettore sappia su Goffredo l’indispensabile e niente più – anzi, semmai, qualcosa di meno – così da far in modo che i suoi casi privati non interferiscano con quelli pub blici, e soprattutto non riem piano uno spazio che è desti nato solo ad essi. E si può dire che in un certo senso sia il personaggio che parla in prima persona nel prologo, a dare la battuta a Goffredo al l’inizio della prima parte, nello stesso modo che il maratoneta consegna la fiaccola al compa gno, e a riceverla in restituzio ne da Goffredo nell’epilogo. Per cui Goffredo diventa a sua volta, oltre a protagonista del la vicenda nella cui persona le sue fila si sdipanano e si addipanano come nell’arcolaio, il testimone, lo storico, dele gando di volta in volta la fun zione primaria innanzitutto al la folla, cioè al coro, in se condo luogo alla storia indi viduata nei personaggi che la fanno – anche se più esatto sarebbe dire che spesso ne ven gono trascinati – il papa, Mussolini, il re… Insieme a questi, altri personaggi sem brano adombrare, sia pure resi a un ruolo concettuale, persone realmente esistite sotto nomi presi in prestito; mentre altri ancora s’indicano con la qua lifica o il grado che rivestono nella professione, così sperso nalizzati da poter essere talora assunti a prototipo d’una intera categoria. Già s’è notato che il procedimento aggiunge ri salto alla coralità dell’insieme; c’è però da chiedersi come essa si configuri, non riuscendo il termine a caratterizzarsi se pre so da solo. Nel tentativo di de finirla meglio, ci accadrà di toccare uno dei punti dove Arrigo Benedetti presenta so luzioni tutte sue, e non solo originali, ma di straordinaria efficacia, raggiunta attraverso un accelerare progressivo dei tempi narrativi e un loro evol vere verso ritmi di schietta na tura drammatica, stilisticamente sostenuti fino al grido.
Mi pare che il procedimento seguito da Benedetti per at tuare artisticamente questa co ralità, sia molto semplice e in un certo senso – ma solo appa rentemente – l’uovo di Co lombo; si tratta d’immergere il personaggio principale e i suoi coadiutori quanto più pos sibile nella folla, lasciarli vi vere il meno possibile da soli e se qualche volta essi, come colti improvvisamente da un bisogno di solitudine, sembra no dimenticarsi della parte che, al riguardo, si sono assunta, ecco intervenire rapidamente uno di quei fatti in cui la folla, scesa in piazza, è sovra na e l’individuo vi galleggia nel mezzo, sbattuto di qua e di là come la barchetta di carta nella grande vasca del giar dino pubblico. L’impressione che il protagonista e gli altri personaggi vi possano sparire sommersi da un momento al l’altro, è dall’autore abilmen te e efficacemente orchestrata col condurli in realtà a smar rirsi l’un l’altro, come può ef fettivamente accadere tra la calca e in un sommovimento di popolo, e col descrivere il loro affannoso ricercarsi e ritrovarsi. Inoltre, sono le reazioni della folla – spesso sem plici esclamazioni popolareg gianti, o grida d’effusione – a dare la replica ai personaggi, con una tecnica che sembra al ludere ai famosi dialoghi dal balcone di Palazzo Venezia. Infine, persino i personaggi storici divengono personaggi co rali esistendo grazie alla folla che verso di loro manifesta i propri umori, come negli epi sodi che hanno a protagonista Pio XII; attraverso quelle fra si tronche, quei pensieri appe na accennati e comunque interrotti a metà, che col loro frammentarismo, oltre a costituire un elemento stilistico originale della prosa di Benedetti, pro ducono quell’impressione di ac celeramento e quasi di preci pitazione nell’avanzare del rac conto che si è già elencato co me una caratteristica, anch’essa precipua, di questo narratore. Altrove, il coro diventa qual cosa di equivalente alla voce pubblica, alla coscienza popo lare, persino alla fantasticata e sentimentale evocazione di es sa, come nelle pagine suggesti ve, in cui la fuga del re da Roma si presenta al personaggio durante la sosta, storica mente accertata, che fece con la regina al ministero della guerra, come una replica del suo ritorno in patria, dopo l’as sassinio del genitore e dopo es ser diventato re sul mare, quarantatrè anni prima.
Le implicazioni, i suggeri menti che si possono ricavare dal romanzo di Benedetti non si fermano certo qui; sono an zi di tal natura che si svilup pano gli uni dagli altri in una nutrita prolificazione. Ad esem pio, quel diventar pedine, sem plici elementi di un gioco le cui molle sono altrove – ma dove? perfino la ragione, il ra zionalismo sembrano dissolver si anch’essi tra l’irrazionale rea zione delle folle – delle crea ture esemplificate nel personag gio che parla in prima persona, in Goffredo o in Federico, in Luisa o Concetta. Senza di lo ro, come mandare avanti l’azio ne? E tuttavia, questa le so vrasta talmente che vien fatto di pensare potrebbero sostituir si con creature equivalenti sen za provocare grossi spostamen ti, e soprattutto senza danno. V’è poi il tema nascosto della provincia. Goffredo Aggiunti è un giovanotto provinciale, per il quale Roma – l’ambiente storico dove il romanzo si svol ge – è ancora la capitale, il luogo cioè in cui si sublimano alcune indistinte aspirazioni pe riferiche. Non si può comple tamente capire, a tal proposito, L’esplosione se non rifacen dosi al precedente romanzo, Il passo dei longobardi; Goffre do Aggiunti vien fuori da lì quando parte per Roma con i suoi propositi privatamente mi cidiali, per assistere invece al l’« esplosione » pubblica. E che il romanzo si chiuda senza che i suoi amici possano conoscere la sua sorte, ma soltanto ipo tizzarla – partigiano sui mon ti o in abito talare in conven to – ci offre conferma, tra l’al tro, della forte carica tipica che il personaggio comporta, non essendo egli mai apparso così chiaro – e si vorrebbe dire: fornito di rilievo – come nell’incertezza in cui lo lasciamo, o meglio nella quale egli ci lascia.
Partito dai racconti tra rea listici e psicologici della gio ventù, nei quali però era già inconfondibile la tendenza al l’epica, Arrigo Benedetti, dopo esser passato dalle personali esperienze di Paura all’alba in cui i predetti elementi trovaron modo di conciliarsi felice mente, giunge con la presente opera a un risultato che lo po ne solo nel panorama attuale della nostra narrativa come au tore di un romanzo storico di apparato moderno, dagli accen ti vibranti dell’epopea cui, in assenza del verso, conferisce ritmo essenziale l’uso coordi nante delle voci d’una folla mutevole e passionale. Finora nessun altro libro ci aveva da to della nostra storia recente con pari coerenza e vigore, que sto senso di esperienza ormai collettiva in cui l’individuo, senza cessar d’essere, può annullarsi.
Commenti
Una risposta a “Arrigo Benedetti: “L’esplosione””
Un giusto, meritato omaggio, questo interessante e approfondito articolo, all’opera di Arrigo Benedetti. Credo che questo autore lucchese meriterebbe una considerazione maggiore di quella attribuitagli, per la forza, la corposità e l’originalità della sua opera.
Di grande respiro e di sicuro coinvolgimento il romanzo recensito, che ha ben inquadrato il periodo della storia, ma ha fornito personaggi trattati con sottili ed efficaci risvolti psicologici
Gian Gabriele Benedetti