di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 36, giovedì, 5 settembre 1968]
Cancogni – Nei tuoi articoli, prima sull’Espresso, oggi su Panorama, tu insisti su un tema: il conformismo.
Benedetti – Mi pare che sia il deno minatore comune dei più disparati fe nomeni, politici, letterari, culturali. Agisce come una tentazione alla quale si resiste fiaccamente.
Cancogni – Come si manifesta que sta tentazione fra gli intellettuali?
Benedetti – In vari modi. Uno, il più strano e pericoloso, è la tendenza ad andare d’accordo con tutti. Mi spiego: l’intellettuale non fa in tempo a farsi una convinzione su un certo problema che subito è attratto dalla tesi oppo sta.
Cancogni – Potrebbe essere effetto di un salutare istinto dialettico.
Benedetti – Volendo essere ottimisti, sì. Ma in pratica è proprio il contrario. La dialettica nasce da vigorose opposi zioni. Nel caso cui ho accennato l’at trazione verso la tesi opposta si tra muta quasi subito in adesione.
Cancogni – Potrebbe essere un lode vole segno di modestia.
Benedetti – Non scherziamo; non si fa cultura né storia con la modestia e la rinuncia.
Cancogni – Se vuoi che ciascuno re sti fermo nei suoi princìpi, ammirerai gli intellettuali di destra. Quella è gen te ostinata, irriducibile.
Benedetti – La tua osservazione è provocatoria. Gli intellettuali di destra non esistono. Sono individui fuori del la realtà. Sono residui storici.
Cancogni – Però, non negarlo, sono più indipendenti.
Benedetti – Destra e sinistra sono af fermazioni approssimative adatte all’e poca aurea del parlamentarismo. Que sto, in Europa. Oggi non significano nulla. La destra culturalmente non esiste; è scomparsa con Hitler e Mussolini. Oggi, siamo tutti figli del la opposizione di ieri, e in questo sen so abbiamo una comune origine progressistica, diffidiamo dello spirito conservatore, del quale abbiamo visto i frutti catastrofici. Ma non ci artico liamo, non vogliamo arrenderci a una verità: che esiste una sinistra diventa ta conservatrice, reazionaria, in una parola autocratica, e che esiste un’altra sinistra, piena di esigenze liberali, la quale però non vuole ammettere che i suoi ex-compagni di strada siano di ventati autocratici.
Cancogni – Quali sono i pericoli che corre la « sinistra » nel suo insieme? Da un lato mi sembra che ci sia lo schieramento autoritario dei Paesi co munisti. E dall’altro?
Benedetti – L’altra sinistra, quella a cui apparteniamo, corre il rischio del la stupidità o almeno d’una colpevole incertezza.
Cancogni – E secondo te quando è nata negli intellettuali liberi questa incertezza che li spinge gli uni nelle braccia degli altri? E innanzi tutto: il fenomeno è solo italiano?
Benedetti – Direi di no. Credo sia universale. In Italia forse è particolar mente accentuato. Se vuoi una data potremmo fare quella dell’8 settembre ’43. Da allora si è vissuti, nella cultu ra, su di un mito: il mito formatosi du rante la guerra di Spagna, quando gran parte dell’arte e della cultura eu ropea si trovò a combattere un’impor tante battaglia, la battaglia contro il fascismo, in maniera unitaria. Si ebbe allora un fronte di sinistra.
Cancogni – Pas d’ennemi à gauche…
Benedetti – Il motto dei radicali francesi diventò allora, in tutta l’Eu ropa, un orientamento effettivo. E non mancava la giustificazione. Si lottava contro una mostruosità, l’hitlerismo, la cui vittoria avrebbe segnato la mor te di tutti noi. Fu un fronte unito per la difesa.
Cancogni – Ma tu hai parlato di mito. Si trattava dunque di un’unità in su perficie. Dov’era l’equivoco?
Benedetti – Questa unità al fondo non c’era. Anzi non c’è mai stata; già al tempo della guerra di Spagna era possibile accorgersene. Fu dunque una finzione; utile, in un primo tempo (perché permise ad esempio la resi stenza), ma pur sempre una finzione, di cui oggi si sconta il passivo.
Cancogni – Lasciamo perdere il pas sato. Saltiamo questi ultimi trent’anni. Vediamo come stanno le cose oggi.
Benedetti – E’ presto detto. Nell’am bito democratico è finito ogni gusto dialettico. Prendi il novanta per cento degli intellettuali italiani (esclusa la destra che, ripeto, è fuori gioco), ebbe ne, se li ascolti hai l’impressione che siano vittime di una visione statica: da una parte un enorme mondo fasci sta, capeggiato dagli Stati Uniti, con Johnson al posto di Hitler, e dall’altro il mondo della libertà, con l’URSS, la Cina, Nasser, Castro eccetera.
Magari non arrivano a giurare che questa libertà sia già realizzata, ma che sia assicurata per un prossimo do mani, sì. Un mondo in marcia verso la libertà. In questo modo gli intellettua li, la quasi totalità, compiono un atto di fede. Dire che l’Occidente e il fasci smo sono la stessa cosa e che il mondo comunista vada necessariamente verso la libertà, non ha nulla a che vedere con la ragione, col senso critico, col giudizio storico. E’ un puro atto di fede.
Cancogni – Dammi un esempio con creto, di come questa disposizione fideistica agisca sull’intellettuale.
Benedetti – X va in Russia…
Cancogni – Perché lo chiami X? Non potresti fare il nome?
Benedetti – Più avanti farò i nomi. Questo è un esempio tipo. Dunque X va in Russia. Torna sotto l’influenza delle impressioni ricevute. Parlando con lui lo trovi disposto ad ammettere che quanto scrive Solzenitsin nell’Ulti mo cerchio è vero ieri come oggi. Poi scrive. E nei suoi scritti non trovi più traccia di quanto diceva. Ti pare che scrivendo il suo sforzo non sia di rife rire le sue impressioni, ma di smentir le, cancellarle, distruggendo nello stes so tempo la sua individualità. E in de finitiva che cosa ne risulta? La dimo strazione che quello è un mondo libero.
Cancogni – Mi sembri ottimista. In realtà l’intellettuale di cui parli, X, non è capace di impressioni individua li. Il carattere saliente di X consiste proprio nella sua incapacità di vedere, di reagire. Non vede la realtà, la pensa attraverso degli schemi preconcetti. In lui c’è come una censura preventi va che non gli fa vedere ciò che con traddirebbe le sue idee. Comunque una cosa è certa: è preoccupato, ha paura, scrivendo, di dispiacere ai suoi amici di sinistra. Il pas d’ennemi à gauche agisce ancora…
Benedetti – Ma dimentica che Gide in Retour de l’URSS fu apertamente critico. Gide reagì alla realtà incontra ta nel suo viaggio. Bene o male non importa; ma reagì, non rinunciò a se stesso.
Abbiamo visto il caso dell’intellettuale in Russia. Lo stesso fenomeno si ripete quando va negli Stati Uniti. Ve de solo ciò che fa comodo alla sua tesi. (Stati Uniti uguale fascismo) nulla di quanto sta a provare la libertà di cui godono gli americani, il dinamismo di quella società. Si dice semmai che quelle libertà sono un’astuzia del fa scismo…
Cancogni – In sostanza ripete le tesi sostenute molti anni fa dai propagan disti comunisti.
Benedetti – Sì, l’interpretazione delle libertà come un’astuzia fascista era una prerogativa dei propagandisti del PC. Oggi non credo che Amendola e Waldeck Rochet o Pajetta si abbando nerebbero a sofismi del genere. Li pos sono usare in sede di comizio non su un piano culturale. Essi sono molto più liberi. La loro funzione di una vol ta, propagandistica, è stata assunta da gli intellettuali.
Cancogni – Che cos’è che li fa agire in questo modo?
Benedetti – Il mito sovietico.
Cancogni – Non credo.
Benedetti – Il mito della forza.
Cancogni – Non credo nemmeno » questa ragione. In sostanza gli Stati Uniti sono più forti.
Benedetti – Sì, ma l’URSS è più vici na.
Cancogni – Non basta. Non è questa paura la responsabile. Diciamo piutto sto che è il mito della storia. La con vinzione che la storia vada in quel senso e che il non adeguarsi significhi restarne fuori.
Benedetti – Rinascono certi miti dell’altro dopoguerra. Allora gli intellet tuali. pur non aderendo ancora al fa scismo, s’erano convinti che il mondo borghese, con le sue istituzioni liberali era finito, che aveva storicamente torto. Allora si stabilì il principio del tor to a priori. Era un atteggiamento fidei stico, generico, astratto come tutti gli atteggiamenti fideistici che rifiutano Un analisi del particolare. Proprio in quegli anni ricordo, Croce irrideva a questo modo di pensare, osservando che il mondo va dove lo portiamo noi, ognuno dando il suo contributo. E invece gli intellettuali si stavano tra sformando da attori in timorosi spet tatori, una specie di entomologi passivi.
Cancogni – In questa rinuncia all’in dipendenza attiva, credi che talvolta influisca un interesse pratico, econo mico…
Benedetti – No, non lo credo affatto. Può essere accaduto, ma il motivo è meno volgare anche se più grave.
Cancogni – Vediamo degli episodi concreti del comportamento di X. Ma dobbiamo ancora chiamarlo così? Non è meglio fare dei nomi?
Benedetti – Certo. Prendiamo ad esempio Calvino. A un certo punto scopre che i premi letterari hanno fat to il loro tempo. Lo scopre non dentro di sé, ma guardando quello che accade fuori, e sentendo il bisogno di ade guarvisi. Mi sembrano poi criticabili certe compiaciute disinvolture. Ecco come un amico interpreta l’atteggia mento di Calvino: « Ha fatto bene a lasciare credere che il Premio “Via reggio” gli interessasse, per poi pote re rifiutare ». Non so se Calvino abbia fatto un calcolo del genere; fosse ve ro, sarebbe vittima di quel leninismo deteriore che purtroppo piace tanto agli intellettuali, e che consiste nel promuovere azioni che sarebbero sleali se non fossero volte ad avvilire la società in cui si vive e che si odia. Lo stesso si dica di Pasolini.
Quando lui parla di industria cultu rale, di neocapitalismo questi concetti astratti, che possono essere tutt’al più delle categorie di comodo, diventano come delle figure fisiche, delle persone reali, esterne alla volontà degli uomi ni. che agiscono in maniera autonoma. Il neocapitalismo è entrato nel salotto Bellonci… così come si parlerebbe del commendator tal dei tali. La realtà, con le sue infinite sfumature, sparisce, si entra in un mondo mitico.
Prendi quel che ha scritto Moravia sull’Espresso, al ritorno dagli Stati Uniti, recentemente. A New York su bisce l’incanto dei grattacieli illumina ti. Poi nella sotterranea ha impressio ni che lo turbano, di contatti, di odori sgradevoli, di folle. Allora decide: nei grattacieli abitano gli attici, nei sotter ranei i minoici, raffigurando due razze in conflitto, da cui scaturirà non sap piamo bene cosa. Sembra che non gli venga nemmeno in mente che nei grattacieli e nei sotterranei s’incontra no le stesse persone, che spesso l’uomo d’affari americano preferisce pren dere il metrò piuttosto che usare l’auto. Che il fattorino che viaggia in metrò. sale anche al 40 ° piano del Woolworth o del Chrysler.
Cancogni – Che cosa vorrebbe dimo strare?
Benedetti – Che la vita americana è stilizzata in certe forme che non han no possibilità di evoluzione, di ricam bio. Si vuol negare a priori la complessità della vita americana.
Cancogni – Ecco un altro aspetto della paura degli intellettuali. La pau ra iella realtà. La « rugueuse realité », è scomoda; si ha bisogno di immagini semplici, riduttive. Altrimenti si è ob bligati a riflettere a pensare. E’ faticoso.
Benedetti – Così succedono gli equi voci più odiosi, come l’anno scorso quando scoppiò la crisi nel Medio Oriente. Perché tanti intellettuali si pronunciarono per Nasser? Perché l’URSS era per lui e contro Israele.
Cancogni – Attenti però a non sopra valutare troppo il fascino dell’Unione Sovietica oggi.
Benedetti – D’accordo, ma la causa prima cronologicamente del conformi smo degli intellettuali fu come s’è det to il mito sovietico. Oggi quel mito specifico non agisce più. Ma è quel mi to che operò la deformazione. E’ da al lora che la mente si abituò a sostituire la vera dialettica cioè lo scontro conti nuo dell’individuo con la realtà, con una dialettica formale, a priori.
Cancogni – Oggi semmai il mito è la Cina, o Cuba, o il Terzo Mondo.
Benedetti – Diciamo un fantasma. Nessuno nega che esista una serie di problemi che possono essere classifica ti, per comodità, con l’etichetta del Terzo Mondo. Ciò che impressiona, ne gli intellettuali è il fatto ch’essi pren dano un’etichetta alla lettera, scam biandola con una realtà. Per cui non ci sono più differenze fra Paese e Pae se, singoli casi concreti. Si dice: il Ter zo Mondo. E’ un atto di fede.
Cancogni – Conclusione: l’intellettua le ha perso il gusto della realtà.
Benedetti – E’ così. Non a caso si parla di romanzo ideologico, senza ba dare alla contraddizione. Romanzo si gnifica narrare, rappresentare, dare il senso della vita, delle differenze. L’i deologia invece è di per se stessa stati ca, negatrice del vario e del mutevole.
Cancogni – Ma non vi può essere uno scontro dialettico fra le opposte ideologie?
Benedetti – In passato era così. Ma ecco che oggi sopraggiunge quella ten tazione di cui si parlava in principio. Gli avversari sono tentati di trovare i punti d’accordo più che di disaccor do. Siamo al dialogo. Ne deriva una specie di corporativismo culturale, col cattolico che smania di’andare a brac cetto con l’ateo, il neocapitalista con il socialista, il marxista con lo struttura- lista…
Cancogni – Questo conformismo cul turale è una conseguenza di quello po litico. O ha una sua origine?
Benedetti – E’ finita la vita intellet tuale individuale. Oggi c’è il gusto di vivere in gruppi. Così ci si contagia. Roma in questo senso è un modello. E per completare il quadro ecco gli agi tatori che esercitano una specie di ter rorismo che toglie a chi ancora ne conservava un poco, il gusto della li bertà. E’ significativo in questo senso l’atteggiamento degli intellettuali di fronte alle cosiddette nuove scienze.
Cancogni – Perché dici « cosiddette », con disprezzo?
Benedetti – Nessun disprezzo per quelle scienze, sociologia, linguistica, etnologia, antropologia, psicoanalisi ec cetera e per i loro studiosi. Critico l’at teggiamento degli scrittori nei loro confronti. Ho sempre riconosciuto a Moravia oltre al suo valore d’artista, la generosità. E’ un uomo sempre pronto a compromettersi. Ma ora ha assunto una funzione di maestro che lo fa somigliare a una specie di Noè. Ogni tanto Noè metteva il naso fuori dell’Arca (Piove? Non piove? Com’è il tempo?) pronto ad annunciare la buo na novella agli animali che aspettano. Ma fuori c’è solo un velo fastidioso di pioggia che gli impedisce di vedere i contorni delle cose.
Cancogni – Negli ultimi anni ha an nunciato varie buone novelle e vari profeti…
Benedetti – Sì e gli intellettuali, sta vo per dire gli animali, hanno preso le loro dottrine come se si trattasse di nuove religioni, nuove metafisiche. Mentre per gli scienziati quelle dottri ne sono modi, criteri per capire la realtà, rifiutando di attribuire loro un carattere assoluto, gli intellettuali le prendono volta a volta come concezio ni totalitarie del mondo.
Cancogni – Agli intellettuali piace la totalità, non la parte…
Benedetti – Così si fraintendono dei maestri come Marx, Freud, Marcuse, rendendoli unilaterali, non vedendo la loro problematicità. Un uomo come Levy-Strauss è un ricercatore, pieno di dubbi, di riserve. Ma gli intellettua li s’impadroniscono acriticamente di quelle ricerche, le riducono, le sempli ficano, le schematizzano, le strumenta lizzano. Si è perso il gusto del riesa me, del ripensamento. Si preferisce so stituire uno schema interpretativo con un altro. Se uno schema ci pare invec chiato, dopo nemmeno un anno, se ne prende uno nuovo, e così via. Le idee non sono più una sublimazione della realtà, ma un sostitutivo di essa. La realtà è odiata. Povero Machiavelli! Che nipoti degeneri! Dov’è finito il suo gusto quasi plastico delle cose?
Oggi ci si richiama sempre a una concezione generale. Le cose servono tutt’al più come pretesto. E’ la fine del pensiero laico. La realtà non è una co sa in fieri, di cui siamo responsabili, che contribuiamo a fare; esiste già, fuori di noi, e noi dobbiamo accettar la. Così si arriva a tutti i compromes si, a tutte le abdicazioni, a tutte le viltà. Tipico l’atteggiamento degli in tellettuali verso la Cecoslovacchia.
Cancogni – Come lo definiresti?
Benedetti – Vergognoso, non c’è al tra parola. A Praga, gli intellettuali con la loro iniziativa hanno colmato la mancanza dei gruppi promotori di vi ta civile che in Occidente sono gli in dustriali, i sindacati operai, i partiti, i Parlamenti. E’ stata un’iniziativa grandiosa.
Cancogni – Oggi però il Partito co munista italiano condanna l’intervento russo in Cecoslovacchia. Gli scrittori che faranno?
Benedetti – Non so quali riflessi avrà la critica del PCI. Anche se adottassero un atteggiamento criti co, è grave che gli intellettuali italiani non abbiano mai espresso la loro solidarietà verso l’unione degli scritto ri cecoslovacchi. Oggi, è tardi. Gli in tellettuali italiani non si sono neanche accorti che il congresso degli scrittori cechi del giugno 1967 ha prodotto una rivoluzione perché ha trovato consen zienti gli operai. Quando Novotny, pri ma di essere mandato via, andava nelle fabbriche e accusava gli scrittori d’es sere dei borghesi, gli operai risponde vano, nell’autunno ’67: « Ma sono i no stri figli ». E non lo dicevano solo per ché la maggior parte degli intellettuali cecoslovacchi sono usciti da famiglie operaie ma perché gli operai si rende vano conto del fallimento del marxi smo-leninismo che ha trasformato uno dei Paesi industriali più progrediti del mondo in un Paese miserabile dove esiste un certo tipo di alienazione, tan to per usare una parola che la sinistra salottiera italiana usa volentieri: l’alie nazione per inefficienza. Fabbriche in vecchiate, case costruite da poco tem po e già in rovina, coabitazione, in somma una miseria che rende Praga triste. Come rivincita su questa condi zione, una vivacità intellettuale incre dibile: a Praga c’è qualcosa che fa ve nire in mente non via Veneto, piazza del Popolo o il Boulevard St. Germain, ma Tel Aviv e New York. Fantasia, cultura, spregiudicatezza: questo è quanto i brutali eserciti ora hanno tentato di distruggere: questo era ciò che temevano i russi, e si badi bene i russi lo temono non da oggi, ma da se coli.
Cancogni – Mi accorgo che dici sem pre Russia e non Unione Sovietica. Perché?
Benedetti – E’ naturale. Non stiamo a discutere se in Russia vi sia un nuovo fascismo; fatto è che vi è un nuovo au toritarismo. Tutti i Paesi oggi sono ri cattati dal loro passato. I francesi so no vittime della spocchia nazionalista; il nazionalismo l’hanno inventato loro, no? Noi dello spirito curialesco che non rovina solo il cattolicesimo politi co; anzi, fa vittime in tutti i partiti. Forse, in America non c’è un ritorno di brutalità ottocentesca? Certi roman zi che ho letto per caso, dopo il mio viaggio in Cecoslovacchia nell’aprile scorso, mi hanno fatto capire la costan za quasi ossessiva di talune tendenze. Ho riletto il Processo in cui è lo spiri to burocratico dei Paesi asburgici, ho riletto anche il Castello che rende l’an goscia che l’autorità diffonde appena diventa astratta. Il caso ha voluto che leggessi anche L’Uomo di Kiev di Malamud, nel quale un ebreo americano riprende un mostruoso caso giudizia rio del secolo scorso. Il tema è quello d’una accusa di delitto rituale. Mi ha colpito un fatto: nella Russia zarista lo spirito autoritario incombe sull’individuo in maniera gratuita. Nel ro manzo di Malamud quando il secondi no s’accorge che il carcerato legge i frammenti di giornale che gli ha porto per un bisogno corporale, gli proibisce subito di farlo. Non c’è scampo: quei pezzi di carta non debbono essere let ti, e non se ne dà la ragione. Poi ho letto lo straziante II primo cerchio di Solzenitsin. Non so dire se abbia un va lore letterario. Sarebbe come doman dare se lo straordinario Vaculik che nel giugno del 1967 dette il via alla ri voluzione a Praga sia un buon scritto re. Comunque, è apprezzabile il suo gusto per la realtà, il suo stile piano.
Cancogni – Cosa ti ha colpito di più nel romanzo?
Benedetti – La costante tendenza rus sa a rivedere il passato per cogliere il dolore che non. era lecito avvertire quando le cause erano presenti. E il generico spiritualismo che porta alla rassegnazione. I protagonisti del ro manzo, per quanto ridotti allo stremo dai loro persecutori inumani e assur di, come quelli che un secolo prima opprimevano l’ebreo protagonista del romanzo di Malamud, trovano un an golo di libertà nel proprio animo. Se ne accontentano, quasi ne godono.
Cancogni – Pensi che la materia di Solzenitsin sia caratteristica di un pe riodo quello di Stalin?
Benedetti – Purtroppo no. Il caso pre so in considerazione da Malamud, e l’altro degli scienziati ridotti in ignobi le schiavitù, provano quanto sia forte in Russia la tradizione di prepotenza governativa contro l’individuo. E’ una corsa tra l’autorità e la persona singo la. Quella incrudelisce, questa evade, cerca di sperare, poi scopre che porge re l’altra guancia contiene un compen so. Il cristianesimo permea la Russia ed è causa di rassegnazione; quasi si direbbe che coltivando in sé alcuni elementi evangelici, i russi eccitino i prepotenti a commettere i loro sopru si. In Occidente lo spirito evangelico ha avuto un’evoluzione differente, e solo in alcuni momenti della storia ha insegnato a sopportare. A questo pun to devo aggiungere che ho letto anche un altro libro Le armate della notte di Mailer, in cui è la cronaca del tentati vo di occupare il Pentagono nell’au tunno del ’67. Ebbene, mai la sinistra americana aveva compilato un libro tanto patriottico. Vi si respira un sen so di libertà. E’ vero: i poliziotti pic chiano crudelmente, però non in modo diverso di come si picchi a Parigi o a Roma; magari, c’è una buona dose di vergognoso sadismo, e c’è la rabbia di chi non capisce che un americano possa rifiutare di andare a combattere nel Vietnam, però ci sono i cartelli con in sulti a Johnson. Che cosa meraviglio sa: te li immagini gli stessi cartelli da vanti al Quirinale quando c’era Gron chi. Eppure l’Italia era insorta contro Tambroni, sua creatura. In America c’è violenza è vero, e gli americani hanno ragione di protestare; ma c’è la libertà e un uomo resta un uomo. Non ci vengano a dire gli sciocchi che è una astuzia del sistema, magari ag giungendo che l’invasione della Ceco slovacchia è solo un neo in un sistema perfetto.
Cancogni – Forse per invidia, veden do dei colleghi che, contrariamente a quanto accade da noi, hanno un’inizia tiva politica, esercitano un peso nella vita pubblica…
Benedetti – … Si potrebbe dire che non l’hanno fatto per la loro soggezio ne al mito sovietico.
Cancogni – Questo poteva essere ve ro ieri. Ma oggi?
Benedetti – Quindi tu stesso ammet ti che avevano una buona occasione per criticare lo spirito autocratico rus so, magari in nome del maoismo o del lo spirito libertario.
Cancogni – Invece non l’hanno fatto.
Benedetti – Perché la Cecoslovacchia non è un mito come Cuba o il Viet nam che s’accettano emotivamente senza esercitare lo spirito critico. La Cecoslovacchia è reale. E’ un caldero ne dove si bruciano tutti i pregiudizi, che ci obbliga a pensare, ad assumere responsabilità, a superare il luogo co mune della propaganda comunista per il quale chi non è, in ogni occasione, con la Russia è un fascista.
Cancogni – Hai detto, pensare, assu mere responsabilità. Ma è proprio di questo che l’intellettuale ha più paura.
Benedetti – La paura di passare per fascista mettendosi contro la Russia, è stato il motivo principale per cui gran parte dell’intellettualità italiana fu colpita da una specie di paralisi, l’an no scorso, al momento dell’aggres sione araba contro Israele.
Cancogni – Una paura che faceva ac cettare a molti come democratico un regime assolutamente fascista come quello di Nasser.
Benedetti – Ma Nasser è alleato del- l’URSS. Si va sempre per distinzioni schematiche, astratte. Le astrazioni sono comode. E’ la realtà che non pia ce. Perché è contraddittoria, perché non dà risposte assolute, perché è dif ficile da capirsi. Quanto accadeva in Cecoslovacchia faceva capire alla sini stra intellettuale che non siamo più nel ’36, e nemmeno nel ’43, ma nel 1968 e oltre. E anche questo non piace. Co me non piace ai generali rendersi con to che i loro piani studiati un tempo non sono più buoni per il presente.
Cancogni – E’ vero, gli intellettuali sono come i generali; vanno in guerra sempre con le armi del passato.