Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Conversazione con Bilenchi. Bello, chi l’ha scritto?

25 Agosto 2015

a cura della Fiera letteraria (Manlio Cancogni)
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 40, gioved√¨, 5 ottobre 1967]

Dal 1941, anno in cui apparve ¬ę La Siccit√† ¬Ľ, Romano Bilenchi non ha pi√Ļ pubblicato nulla di nuovo. Il volume uscito nel ’56 raccoglieva raccon ¬≠ti gi√† Ietti in altre edizioni, fra il ’30 e il ’40. Alcuni di essi erano stati ri ¬≠scritti, √® vero, ma non al punto da passare per opere originali. Dal ’41 sono trascorsi ventisei anni. Considerando che nei dieci anni precedenti Bilenchi aveva pubblicato sei volumi, si dovrebbe concludere che egli abbia ab ¬≠bandonato ogni idea di scrivere. E’ vero? Non √® vero? Prescindendo da questa domanda molti hanno gi√† tirato le conclusioni sul caso di questo scrittore che nel ’41 col suo ultimo racconto aveva, per riconoscimento ge ¬≠nerale, toccato uno dei punti pi√Ļ alti della narrativa fra le due guerre. Di ¬≠cono: Bilenchi ha smesso perch√© dopo ¬ę La Siccit√† ¬Ľ mirava al capolavoro, e mancandogli le forze per farlo, ha smesso di scrivere del tutto. Altri dan ¬≠no una spiegazione pi√Ļ ¬ę oggettiva ¬Ľ del caso. Dicono: Bilenchi ha smesso di scrivere perch√© s’√® reso conto che nello stato attuale della societ√† e della cultura, la narrativa, il romanzo, non hanno pi√Ļ alcun significato, specie per uno come lui che mirava tanto in alto. Nel ’41 Bilenchi era, per i gio ¬≠vani di allora, un maestro. Oggi questa parola √® un anacronismo. La realt√† della societ√† contemporanea non consente capolavori e maestri. Cos√¨ dicono.

Fiera – Che cosa risponde l’interes ¬≠sato?

Bilenchi – In primo luogo vorrei dissipare ogni malinteso intorno alla mia persona. Io fra l’altro non mi sen ¬≠to affatto un caso. Io non ho smesso di scrivere per un atto di volont√† co ¬≠sciente e ragionato. Non ho smesso per il fatto d’avere preso coscienza di una crisi mia, del romanzo della societ√† o, come hanno insinuato alcu ¬≠ni, per un atto di orgoglio, per la consapevolezza di non poter scrive ¬≠re un capolavoro. Tutto ci√≤ sarebbe molto romantico, farebbe di me un personaggio, ma siccome non √® vero non m’interessa. Io non sono un Rimbaud. Non sono la vittima delle mie illimitate ambizioni. Non so nemme ¬≠no io perch√© abbia smesso; √® acca ¬≠duto cos√¨.

Fiera РMa è poi vero che tu abbia smesso, cioè rinunciato persino a pen ­sare allo scrivere?

Bilenchi – Anche su questo punto chiariamo un po’ le cose. Negli anni successivi al ’41, quando secondo cer ¬≠tuni sarebbe maturata la mia fatale decisione, ero nel pieno dell’attivit√† creativa. Stavo lavorando a un ro ¬≠manzo, non meno ampio di Conservatorio di Santa Teresa.

Fiera – Ti ho sentito qualche volta accennarvi. Ma pensavo che si trat ¬≠tasse solo di un’idea, o tutt’al pi√Ļ di un abbozzo.

Bilenchi – Nel ’43 l’avevo finito. Era una storia d’amore fra due cugini che occupava un lungo spazio di tempo.
I due protagonisti si conoscono da ra ¬≠gazzi; hanno su per gi√Ļ la stessa et√†, ma lei √® gi√† donna mentre lui √® anco ¬≠ra un ragazzo; s’innamorano ma il lo ¬≠ro rapporto √® reso difficile proprio da questa differenza di maturazione che li separa. Lei √® gi√† nella vita, lui √® ancora fermo sulla soglia della realt√†, e da quella soglia assiste, torturando ¬≠si per la gelosia, alle esperienze di lei. Anche il ragazzo cresce, fa le sue esperienze, ma dentro gli rimane co ¬≠me un nodo, il ricordo di quell’amore non realizzato.

Fiera РPerciò era un romanzo già concluso, nella sua stesura definitiva? E come lo giudicavi rispetto a Conservatorio?

Bilenchi – A me piaceva di pi√Ļ, pa ¬≠reva pi√Ļ addentro alla vita. Nel ’44 questo manoscritto stava in una cas ¬≠sa nella mia casa di Colle Val d’Elsa insieme ad altri quaderni e libri. Nel luglio arrivarono in Paese i marocchi ¬≠ni. La casa fu svaligiata. In quel tempo io ero a Firenze. Quando tor ¬≠nai a Colle vidi quello che era suc ¬≠cesso. Cercai la cassa, ma inutilmen ¬≠te.

Fiera – Non provasti a riscriverlo?

Bilenchi – In un primo tempo ero troppo disperato. E’ pi√Ļ facile scrive ¬≠re una cosa nuova che riscriverne una vecchia. E poi tu sai come nel mio caso sia addirittura impossibile. I miei racconti, o romanzi, chiamali co ¬≠me ti pare, non s’appoggiano a una trama, a caratteri ben definiti come nei personaggi ottocenteschi, e tanto meno a una concezione ideologica. Sono storie che maturano di pagina in pagina di giorno in giorno come la vita, per nessi interni, non per av ¬≠venimenti esteriori. Riscriverle vor ¬≠rebbe dire riviverle. E ci√≤ mi era im ¬≠possibile anche perch√© avrei avuto bi ¬≠sogno di raccoglimento, di solitudine, mentre in quelle circostanze tutto con ¬≠correva a distrarmi. Volevo vivere e dovevo lavorare. Io non sono mai sta ¬≠to il letterato che si contenta di zap ¬≠pettare il suo orticello non curandosi di quello che accade fuori. E allora, fuori, accadevano troppe cose interes ¬≠santi. Ripresi il mio lavoro di giorna ¬≠lista, prima come caporedattore della Nazione del Popolo poi come diretto ¬≠re del Nuovo Corriere.

Fiera – Dunque non s’√® mai tratta ¬≠to di una rinuncia definitiva?

Bilenchi – Nemmeno per sogno. Ho sempre pensato allo scrivere, anche quando non tiravo gi√Ļ nemmeno un rigo. Mi sono sempre interessato al la ¬≠voro degli altri, ho letto quasi tutto quello che si √® pubblicato in questi anni. Ho anche diretto una collana di narrativa. Uno che abbia rinunciato alla letteratura per una scelta di ¬≠ciamo ideologica, non si comporta cos√¨. Fa come Rimbaud che di colpo pianta tutto e comincia a occuparsi d’altre cose. Per me insomma la let ¬≠teratura, e in particolare, la narrativa, non √® mai morta. Sto scrivendo, ho accumulato qualche centinaio di pa ¬≠gine da cui potrebbe uscire un roman ¬≠zo. Ho in mente altri progetti.

Fiera РInsomma il capolavoro è sempre possibile.

Bilenchi – Che cosa vuol dire que ¬≠sta parola? Non la capisco. Guardiamo al passato, prendiamo certi romanzi, Manon Lescaut, o Dominique o il Wilhelm Meister o Guerra e Pace o Il Dottor Zivago. Ho preso a posta li ¬≠bri che appartengono a differenti epo ¬≠che, a differenti letterature. Potrei ag ¬≠giungerne molti altri evidentemente. Ebbene che cosa sono questi libri che noi chiamiamo capolavori? Sono dei bilanci di un uomo che nella sua vi ¬≠ta ha acquistato un capitale di espe ¬≠rienze. Libri di questo genere, i ca ¬≠polavori, vengono fuori nella maniera pi√Ļ impensata. Sono a volte opera di scrittori che hanno sempre fatto gli scrittori; e magari, come nel caso di Dominique, libri unici. E perch√© libri di questo genere non dovrebbero es ¬≠sere possibili oggi?

Fiera РNe conosci qualcuno, in Ita ­lia, negli ultimi venti anni?

Bilenchi РCerto, ce ne sono stati an ­che in Italia. Prendi per esempio il Gat ­topardo o la Signorina Rosina di Pizzuto, o Libera nos a malo di Meneghello. Tutti e tre dei capolavori, nati, come sappiamo, da circostanze differenti.

Fiera – Sia come tu dici. Comunque tu pensi che la realt√† d’oggi, politica, sociale, culturale, non porti come mol ¬≠ti affermano delle remore all’attivit√† dello scrittore.

Bilenchi – Le remore della societ√†? Non sono mai esistite. Prendi gli scrittori russi dell’Ottocento. Non mi verranno mica a dire che vivevano in una bella societ√†, propizia per la letteratura. Pensa alla censura. C’era ¬≠no i lavori forzati, allora, mica i Pre ¬≠mi letterari.

Fiera – Dunque tu neghi persino che ci sia una crisi del romanzo.

Bilenchi – Non √® in crisi il roman ¬≠zo, √® in crisi il mondo. Non si pu√≤ certo dire di vivere in una societ√† stabile come quella ottocentesca, ma che cosa vuol dire? Non bisogna mi ¬≠ca scrivere dei romanzi come Balzac, Zola o i Goncourt. Il romanzo nasce molto prima. C’√® Petronio, c’√® il Don Chisciotte, c’√® il Tom Jones. Non so ¬≠no romanzi? Tutti parlano di societ√†, di nuova realt√†, ma gli scrittori italia ¬≠ni, tranne pochissimi, si sono mai ac ¬≠corti di quello che sta accadendo? Io direi di no. Loro vogliono fare i poli ¬≠tici, fare diagnosi sull’avvenire del mondo, programmano il futuro. Ma questo non √® il loro mestiere. Lo scrit ¬≠tore √® uno che si volta indietro, che ripensa alle cose, ci riflette. A guar ¬≠dare al futuro, seguendo le indicazio ¬≠ni di recenti teorie scientifiche, socio ¬≠logiche, filosofiche ecc., perdono di vista le cose che passano loro sotto gli occhi. Che cos’√® stato scritto del ¬≠l’Italia finora? Non c’√® un romanzo nemmeno sulla guerra ’14-’18. L’Italia √® in gran movimento, c’√® una trasfor ¬≠mazione incredibile nella societ√†, con ¬≠tadini che abbandonano la terra, pa ¬≠stori dell’Abruzzo che vengono a im ¬≠piantarsi su terre nuove, abbandonate da quelli che c’erano prima. E chi aveva sempre lavorato la terra fini ¬≠sce in citt√†, magari a fare il portiere; e tutto questo con dolore, strazi, pa ¬≠timenti, esaltazioni… hai voglia a scri ¬≠vere, hai voglia se la societ√† d’oggi ti fornisce argomenti, materiali. Eb ¬≠bene leggi i romanzi e i racconti che si sono scritti in questi ultimi anni, che si scrivono oggi: dov’√® l’Italia, dov’√® questa societ√† di cui si parla tanto? Ecco le minigonne, i capello ¬≠ni, i nuovi costumi dei giovani. Eb ¬≠bene? Si ragiona, si teorizza, si dia ¬≠gnostica; mai che ci sia uno che sap ¬≠pia descriverli, coglierli nella loro vi ¬≠ta, che sappia fare quello che Fitzgerald ha fatto nel suo racconto Bereni ¬≠ce si taglia i capelli, a proposito della moda della pettinatura alla maschiet ¬≠ta che divamp√≤ negli anni successivi alla guerra mondiale. No, ci√≤ che con ¬≠ta pei i nostri scrittori sono le ipo ¬≠tesi teoriche. Si chiacchiera da venti anni sulla Resistenza, ci√≤ che fu, che avrebbe dovuto essere, che non fu, ecc., ma intanto l’unico libro che l’ab ¬≠bia descritta, fatta vivere, √® Fausto e Anna di Cassola. E naturalmente han ¬≠no detto che era un libro fascista.

Fiera – Dunque il mondo d’oggi non esclude nulla tu dici…

Bilenchi – E che cosa dovrebbe escludere? Dal punto di vista nostro, degli scrittori dico, √® un mondo straor ¬≠dinario. Certo non √® un mondo tran ¬≠quillo. Direi che sia un mondo che balla. Ma proprio per questo dovrem ¬≠mo esserne lieti. C’√® di tutto, nel bene e nel male. L’unica cosa per cui mi piace la democrazia √® proprio questa: che mette tutto allo scoperto. Quando avevo dieci anni, a Colle, vidi uno sciopero. Ero troppo piccolo per capi ¬≠re che cos’era. Poi per venticinque an ¬≠ni non ne ho visti pi√Ļ. Il peggiore torto del fascismo √® stato questo: di coprire le cose, nasconderle, castrar ¬≠le… Ora tutto vive, ribolle. E’ vero, nel secolo scorso uno andava a letto e sapeva che al mattino avrebbe ri ¬≠trovato la stessa realt√†. Oggi non si √® pi√Ļ sicuri di nulla. Ma lo scrittore non ha nessun bisogno di certezze og ¬≠gettive. Quel che conta per lui non √® la realt√†: √® il suo rapporto con la realt√†. In definitiva sappiamo bene che lo scrittore non ha che un fine: espri ¬≠mere se stesso. E chi ha pi√Ļ creta pi√Ļ l’adopera.

Fiera РRitieni che lo scrittore go ­da di tutta la libertà che gli è ne ­cessaria?

Bilenchi – E quando √® mai stato pi√Ļ libero d’oggi? Non abbiamo chiodi sulla testa oggi. Non c’√® n√© baffone, n√© baffino. E per nostra fortuna non abbiamo nemmeno, alle spalle, una tradizione di narrativa come magari hanno la Francia e l’Inghilterra. Sia ¬≠mo liberissimi.

Fiera – Ma √® pur vero che l’indu ¬≠stria culturale…

Bilenchi – Ecco che ci siamo. Ma chi sono quelli che accusano l’indu ¬≠stria culturale? Durante la mia prati ¬≠ca di giornalista (tieni conto che ora faccio la terza pagina della Nazione) le lettere che m’arrivano di scrittori che chiedono la recensione, che aspi ¬≠rano al premio, sono centinaia. C’√® chi per avere un ¬ępezzetto ¬Ľ si vende ¬≠rebbe l’anima. C’√® chi per un pre ¬≠mio ti manderebbe la moglie a letto. Non ti faccio i nomi. Gente nota, gen ¬≠te che polemizza, che tuona, che ac ¬≠cusa. Pigliano tre premi l’anno e poi accusano l’industria culturale. E chi l’ha inventata?

Fiera – In s√© l’industria culturale √® un fatto positivo…

Bilenchi – Certamente. Vedi all’este ¬≠ro. In America, in Francia, in tutto il mondo civile: l√¨ si tengono ben di ¬≠stinte l’opera di consumo e l’opera di poesia. Esce un libro come Via col vento, se ne vendono milioni di copie, fa molti soldi, ma nessuno pensa che sia un’opera d’arte. L’italiano invece quando fa un pisciatoio pensa all’ope ¬≠ra d’arte. Allora avviene la confusio ¬≠ne. Ma che cosa pretende questa gen ¬≠taglia che ha bisogno di scrivere un libro al mese se no ha paura che la gente se li scordi?
Questa di dar la colpa agli altri, al ¬≠le circostanze, alla societ√† all’indu ¬≠stria, al momento culturale, perch√© non si scrive √® una cosa che anche se fosse vera uno scrittore serio non dovrebbe mai dirla. E poi mi chiedo, che bisogno c’√® di scrivere? Se uno non ne ha voglia tanto meglio per lui. Ci sono tante cose da fare. Sai la gran disgrazia se uno se ne sta zitto o se scrive e mette quello che fa nel cassetto senza pubblicarlo! E invece vogliono scrivere tutti. E se non han ¬≠no nulla da dire s’arrabbiano e se la pigliano con qualcuno. Questo popolo di eroi, di santi e di scrittori.

Fiera – Ma come ti spieghi questo pasticcio?

Bilenchi – Perch√© l’Italia ha smesso da un pezzo di essere un produttore di cultura, intendo dire di cultura primaria come nel Medioevo e nel Ri ¬≠nascimento. Si vive d’accatto. L’avan ¬≠guardia √® un tipico fenomeno d’ac ¬≠catto, balcanico. I Balcani oggi, cultu ¬≠ralmente parlando, siamo noi. Ci son troppi nazisti in giro. Nessuno mi le ¬≠va dalla testa che quasi tutta questa gente che discorre di societ√† e di ci ¬≠vilt√† di consumi e d’industria cultura ¬≠le e di crisi del linguaggio ecc. ecc. siano dei nazisti con una gran voglia di far la pelle a chi √® diverso. Come sarebbero contenti se ci fosse un po ¬≠tere, un comitato centrale che, stabi ¬≠lito una volta per sempre chi ha ra ¬≠gione e chi ha torto, desse il via ai coltelli. Si butterebbero a scannare quelli che non la pensano come loro.

Fiera РTu dunque pensi che lo scrittore vero, non parliamo di mae ­stri o di capolavori, sia uno che non tiene alcun conto delle condizioni in cui è costretto a scrivere.

Bilenchi – Sta a sentire: io nello scrivere non conosco che una cosa: la poesia…

Fiera – S√¨, ma quand’√® che fra tutte le cose che ti vengono in mente tu dici, ecco, questa va scritta? E che cos’√® la poesia?

Bilenchi – Ti racconto un episodio a cui ho assistito questa estate. Ho in mente di scriverci un racconto.
Ero a Viareggio, in un grande nego ¬≠zio di confezioni. Una scala ripida, di legno, portava dal primo piano al se ¬≠condo. Salii di sopra, feci un giro poi tornai indietro. Davanti alla cassa c’erano due signore che parlavano con la cassiera, una ragazza giovane e mol ¬≠to bella. Un’altra ragazza, somiglian ¬≠tissima alla prima, al punto che si potevano scambiare, ascoltava dietro il banco. Erano due sorelle, gemelle evidentemente. Ed era di questo che stavano parlando le due signore. ¬ę Belle come siete, e cos√¨ uguali, di ¬≠ceva una delle due, potreste darvi al cinema, al variet√†; potreste fare una coppia come le Kessler ¬Ľ. Le due ra ¬≠gazze sorridevano imbarazzate e com ¬≠piaciute. ¬ę Magari… ¬Ľ, diceva quella dietro la cassa. A questo punto vidi spuntare dalla scala, la lunga canna di una pistola, puntata in alto e oscil ¬≠lante, e poi, dietro la canna, apparire la faccia rotonda di un bambino di tre o quattro anni. Era stato accucciato tutto quel tempo sui gradini, ascoltando (senza essere visto) e ora si faceva vivo puntando la sua arma di gomma. Era il figlio di una delle due signore. Punt√≤ l’arma verso la ragazza seduta dietro la cassa, e poi, voltandola verso l’altra, dietro il ban ¬≠co, chiese: ¬ę E’ vero che tu sei quella? ¬Ľ.
Ecco, sono momenti come questi con la loro apparente incongruenza che mi fanno sentire la poesia della vita. La poesia c’√® insomma quando senti la vita come il battito di un polso, che sospende intorno ogni al ¬≠tro rumore e concentra la tua atten ¬≠zione solo in quel punto… Perch√© diciamo comunemente che la narrati ¬≠va russa dell’Ottocento √® cos√¨ superio ¬≠re a quella degli altri Paesi? Perch√© senti scorrerci la vita, in Tolstoi co ¬≠me in Dostojevskij o Cecov. Anche nei problemi, nelle angosce di Dostojev ¬≠skij, che in uno scrittore europeo di ¬≠venterebbero astrazioni, se non ad ¬≠dirittura giochi intellettuali, scorre la vita. Parlare di capolavori di opere che influenzano un’epoca o addirittu ¬≠ra cambiano il corso delle cose ha po ¬≠co senso. Anche Mein Kampf ha in ¬≠fluenzato la sua epoca. E che cos’√®, un capolavoro? Ma quando un raccon ¬≠to, un romanzo, una poesia, ti fa sen ¬≠tire, magari per qualche attimo, la vita, allora puoi stare sicuro che quello rimarr√†, che continuer√† a par ¬≠lare in tutte le epoche.

Fiera – Ma oltre la vita, ti dicono, c’√® la storia…

Bilenchi – E che cos’√® la storia? Le date? Le battaglie? Le rivoluzioni? I discorsi di quattro bischeri al caff√®? Lo so io come la intende la storia certa gente. Gi√† quando scrivevo Con ¬≠servatorio di Santa Teresa mi dice ¬≠vano, ¬ę affrettati a finirlo, perch√© do ¬≠po non te lo lasceremo fare pi√Ļ ¬Ľ. In proposito l’ho sempre pensata allo stesso modo anche quando dirigevo il Nuovo Corriere comunista. Vivere nella realt√† d’oggi, certamente, impegnarcisi fino allo spasimo se il caso. Ma poi te ne vai a casa e scrivi quello che ti pare…

Fiera – C’√® poi il problema della lingua.

Bilenchi – Ma non facciamo la bur ¬≠letta. Tutti sanno che si √® sempre scritto allo stesso modo, dal Novelli ¬≠no a oggi, cercando cio√® le parole pi√Ļ adatte a esprimere quello che si vuole dire. Che cosa sono tutte que ¬≠ste rivoluzioni di cui si parla? Una rivoluzione a freddo, politica o lette ¬≠raria non l’ha mai fatta nessuno.

Fiera – Tu non credi che oggi il capolavoro possa nascere da un at ¬≠teggiamento di contestazione…

Bilenchi – Ma contro chi oggi si do ¬≠vrebbe reagire con tanta violenza? Qualunque enormit√† tu dica e tu fac ¬≠cia sono tutti l√¨ a dirti bravo, bis. I futuristi erano giustificati. Avevano a che fare con dei benpensanti che si scandalizzavano. I surrealisti subito dopo la guerra, idem. Ma oggi con ¬≠tro chi te la vuoi pigliare? Chi si scandalizza pi√Ļ? No, la rivoluzione in servizio permanente effettivo protet ¬≠ta dagli industriali, dai prefetti, dai professori e dai vescovi, non la capi ¬≠sco. S√¨, un’opera pu√≤ anche nascere da un’esperienza eccezionale, di sfida, di rottura come si dice. Ma non pu√≤ essere programmaticamente. Per pro ¬≠gramma consiglierei il contrario, sem ¬≠mai, tenersi al centro della corrente, non cercare a bella posta i mulinelli, i vortici, le cateratte. No, credimi, il capolavoro non fa fracasso.

Fiera – E tu come lo riconosci?

Bilenchi – Ti dico un altro aneddo ¬≠to. Riguarda Tolstoi a Jasnaia Poliana. Un giorno passando dietro una porta sente la figlia che legge ad alta voce a un’amica un brano di raccon ¬≠to. Si ferma ad ascoltare, attratto. Poi apre la porta: ‚ÄĚBello, dice, chi l’ha scritto?‚ÄĚ. E la figlia: ‚ÄĚL’hai scritto te babbo‚ÄĚ. Ecco, questa √® la musica del capolavoro: chi l’ha scritta non la riconosce.

 

 


Letto 1577 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart