Conversazione con Bilenchi. Bello, chi l’ha scritto?

a cura della Fiera letteraria (Manlio Cancogni)
[da “La Fiera Letteraria”, numero 40, giovedì, 5 ottobre 1967]

Dal 1941, anno in cui apparve « La Siccità », Romano Bilenchi non ha più pubblicato nulla di nuovo. Il volume uscito nel ’56 raccoglieva raccon ­ti già Ietti in altre edizioni, fra il ’30 e il ’40. Alcuni di essi erano stati ri ­scritti, è vero, ma non al punto da passare per opere originali. Dal ’41 sono trascorsi ventisei anni. Considerando che nei dieci anni precedenti Bilenchi aveva pubblicato sei volumi, si dovrebbe concludere che egli abbia ab ­bandonato ogni idea di scrivere. E’ vero? Non è vero? Prescindendo da questa domanda molti hanno già tirato le conclusioni sul caso di questo scrittore che nel ’41 col suo ultimo racconto aveva, per riconoscimento ge ­nerale, toccato uno dei punti più alti della narrativa fra le due guerre. Di ­cono: Bilenchi ha smesso perché dopo « La Siccità » mirava al capolavoro, e mancandogli le forze per farlo, ha smesso di scrivere del tutto. Altri dan ­no una spiegazione più « oggettiva » del caso. Dicono: Bilenchi ha smesso di scrivere perché s’è reso conto che nello stato attuale della società e della cultura, la narrativa, il romanzo, non hanno più alcun significato, specie per uno come lui che mirava tanto in alto. Nel ’41 Bilenchi era, per i gio ­vani di allora, un maestro. Oggi questa parola è un anacronismo. La realtà della società contemporanea non consente capolavori e maestri. Così dicono.

Fiera – Che cosa risponde l’interes ­sato?

Bilenchi – In primo luogo vorrei dissipare ogni malinteso intorno alla mia persona. Io fra l’altro non mi sen ­to affatto un caso. Io non ho smesso di scrivere per un atto di volontà co ­sciente e ragionato. Non ho smesso per il fatto d’avere preso coscienza di una crisi mia, del romanzo della società o, come hanno insinuato alcu ­ni, per un atto di orgoglio, per la consapevolezza di non poter scrive ­re un capolavoro. Tutto ciò sarebbe molto romantico, farebbe di me un personaggio, ma siccome non è vero non m’interessa. Io non sono un Rimbaud. Non sono la vittima delle mie illimitate ambizioni. Non so nemme ­no io perché abbia smesso; è acca ­duto così.

Fiera – Ma è poi vero che tu abbia smesso, cioè rinunciato persino a pen ­sare allo scrivere?

Bilenchi – Anche su questo punto chiariamo un po’ le cose. Negli anni successivi al ’41, quando secondo cer ­tuni sarebbe maturata la mia fatale decisione, ero nel pieno dell’attività creativa. Stavo lavorando a un ro ­manzo, non meno ampio di Conservatorio di Santa Teresa.

Fiera – Ti ho sentito qualche volta accennarvi. Ma pensavo che si trat ­tasse solo di un’idea, o tutt’al più di un abbozzo.

Bilenchi – Nel ’43 l’avevo finito. Era una storia d’amore fra due cugini che occupava un lungo spazio di tempo.
I due protagonisti si conoscono da ra ­gazzi; hanno su per giù la stessa età, ma lei è già donna mentre lui è anco ­ra un ragazzo; s’innamorano ma il lo ­ro rapporto è reso difficile proprio da questa differenza di maturazione che li separa. Lei è già nella vita, lui è ancora fermo sulla soglia della realtà, e da quella soglia assiste, torturando ­si per la gelosia, alle esperienze di lei. Anche il ragazzo cresce, fa le sue esperienze, ma dentro gli rimane co ­me un nodo, il ricordo di quell’amore non realizzato.

Fiera – Perciò era un romanzo già concluso, nella sua stesura definitiva? E come lo giudicavi rispetto a Conservatorio?

Bilenchi – A me piaceva di più, pa ­reva più addentro alla vita. Nel ’44 questo manoscritto stava in una cas ­sa nella mia casa di Colle Val d’Elsa insieme ad altri quaderni e libri. Nel luglio arrivarono in Paese i marocchi ­ni. La casa fu svaligiata. In quel tempo io ero a Firenze. Quando tor ­nai a Colle vidi quello che era suc ­cesso. Cercai la cassa, ma inutilmen ­te.

Fiera – Non provasti a riscriverlo?

Bilenchi – In un primo tempo ero troppo disperato. E’ più facile scrive ­re una cosa nuova che riscriverne una vecchia. E poi tu sai come nel mio caso sia addirittura impossibile. I miei racconti, o romanzi, chiamali co ­me ti pare, non s’appoggiano a una trama, a caratteri ben definiti come nei personaggi ottocenteschi, e tanto meno a una concezione ideologica. Sono storie che maturano di pagina in pagina di giorno in giorno come la vita, per nessi interni, non per av ­venimenti esteriori. Riscriverle vor ­rebbe dire riviverle. E ciò mi era im ­possibile anche perché avrei avuto bi ­sogno di raccoglimento, di solitudine, mentre in quelle circostanze tutto con ­correva a distrarmi. Volevo vivere e dovevo lavorare. Io non sono mai sta ­to il letterato che si contenta di zap ­pettare il suo orticello non curandosi di quello che accade fuori. E allora, fuori, accadevano troppe cose interes ­santi. Ripresi il mio lavoro di giorna ­lista, prima come caporedattore della Nazione del Popolo poi come diretto ­re del Nuovo Corriere.

Fiera – Dunque non s’è mai tratta ­to di una rinuncia definitiva?

Bilenchi – Nemmeno per sogno. Ho sempre pensato allo scrivere, anche quando non tiravo giù nemmeno un rigo. Mi sono sempre interessato al la ­voro degli altri, ho letto quasi tutto quello che si è pubblicato in questi anni. Ho anche diretto una collana di narrativa. Uno che abbia rinunciato alla letteratura per una scelta di ­ciamo ideologica, non si comporta così. Fa come Rimbaud che di colpo pianta tutto e comincia a occuparsi d’altre cose. Per me insomma la let ­teratura, e in particolare, la narrativa, non è mai morta. Sto scrivendo, ho accumulato qualche centinaio di pa ­gine da cui potrebbe uscire un roman ­zo. Ho in mente altri progetti.

Fiera – Insomma il capolavoro è sempre possibile.

Bilenchi – Che cosa vuol dire que ­sta parola? Non la capisco. Guardiamo al passato, prendiamo certi romanzi, Manon Lescaut, o Dominique o il Wilhelm Meister o Guerra e Pace o Il Dottor Zivago. Ho preso a posta li ­bri che appartengono a differenti epo ­che, a differenti letterature. Potrei ag ­giungerne molti altri evidentemente. Ebbene che cosa sono questi libri che noi chiamiamo capolavori? Sono dei bilanci di un uomo che nella sua vi ­ta ha acquistato un capitale di espe ­rienze. Libri di questo genere, i ca ­polavori, vengono fuori nella maniera più impensata. Sono a volte opera di scrittori che hanno sempre fatto gli scrittori; e magari, come nel caso di Dominique, libri unici. E perché libri di questo genere non dovrebbero es ­sere possibili oggi?

Fiera – Ne conosci qualcuno, in Ita ­lia, negli ultimi venti anni?

Bilenchi – Certo, ce ne sono stati an ­che in Italia. Prendi per esempio il Gat ­topardo o la Signorina Rosina di Pizzuto, o Libera nos a malo di Meneghello. Tutti e tre dei capolavori, nati, come sappiamo, da circostanze differenti.

Fiera – Sia come tu dici. Comunque tu pensi che la realtà d’oggi, politica, sociale, culturale, non porti come mol ­ti affermano delle remore all’attività dello scrittore.

Bilenchi – Le remore della società? Non sono mai esistite. Prendi gli scrittori russi dell’Ottocento. Non mi verranno mica a dire che vivevano in una bella società, propizia per la letteratura. Pensa alla censura. C’era ­no i lavori forzati, allora, mica i Pre ­mi letterari.

Fiera – Dunque tu neghi persino che ci sia una crisi del romanzo.

Bilenchi – Non è in crisi il roman ­zo, è in crisi il mondo. Non si può certo dire di vivere in una società stabile come quella ottocentesca, ma che cosa vuol dire? Non bisogna mi ­ca scrivere dei romanzi come Balzac, Zola o i Goncourt. Il romanzo nasce molto prima. C’è Petronio, c’è il Don Chisciotte, c’è il Tom Jones. Non so ­no romanzi? Tutti parlano di società, di nuova realtà, ma gli scrittori italia ­ni, tranne pochissimi, si sono mai ac ­corti di quello che sta accadendo? Io direi di no. Loro vogliono fare i poli ­tici, fare diagnosi sull’avvenire del mondo, programmano il futuro. Ma questo non è il loro mestiere. Lo scrit ­tore è uno che si volta indietro, che ripensa alle cose, ci riflette. A guar ­dare al futuro, seguendo le indicazio ­ni di recenti teorie scientifiche, socio ­logiche, filosofiche ecc., perdono di vista le cose che passano loro sotto gli occhi. Che cos’è stato scritto del ­l’Italia finora? Non c’è un romanzo nemmeno sulla guerra ’14-’18. L’Italia è in gran movimento, c’è una trasfor ­mazione incredibile nella società, con ­tadini che abbandonano la terra, pa ­stori dell’Abruzzo che vengono a im ­piantarsi su terre nuove, abbandonate da quelli che c’erano prima. E chi aveva sempre lavorato la terra fini ­sce in città, magari a fare il portiere; e tutto questo con dolore, strazi, pa ­timenti, esaltazioni… hai voglia a scri ­vere, hai voglia se la società d’oggi ti fornisce argomenti, materiali. Eb ­bene leggi i romanzi e i racconti che si sono scritti in questi ultimi anni, che si scrivono oggi: dov’è l’Italia, dov’è questa società di cui si parla tanto? Ecco le minigonne, i capello ­ni, i nuovi costumi dei giovani. Eb ­bene? Si ragiona, si teorizza, si dia ­gnostica; mai che ci sia uno che sap ­pia descriverli, coglierli nella loro vi ­ta, che sappia fare quello che Fitzgerald ha fatto nel suo racconto Bereni ­ce si taglia i capelli, a proposito della moda della pettinatura alla maschiet ­ta che divampò negli anni successivi alla guerra mondiale. No, ciò che con ­ta pei i nostri scrittori sono le ipo ­tesi teoriche. Si chiacchiera da venti anni sulla Resistenza, ciò che fu, che avrebbe dovuto essere, che non fu, ecc., ma intanto l’unico libro che l’ab ­bia descritta, fatta vivere, è Fausto e Anna di Cassola. E naturalmente han ­no detto che era un libro fascista.

Fiera – Dunque il mondo d’oggi non esclude nulla tu dici…

Bilenchi – E che cosa dovrebbe escludere? Dal punto di vista nostro, degli scrittori dico, è un mondo straor ­dinario. Certo non è un mondo tran ­quillo. Direi che sia un mondo che balla. Ma proprio per questo dovrem ­mo esserne lieti. C’è di tutto, nel bene e nel male. L’unica cosa per cui mi piace la democrazia è proprio questa: che mette tutto allo scoperto. Quando avevo dieci anni, a Colle, vidi uno sciopero. Ero troppo piccolo per capi ­re che cos’era. Poi per venticinque an ­ni non ne ho visti più. Il peggiore torto del fascismo è stato questo: di coprire le cose, nasconderle, castrar ­le… Ora tutto vive, ribolle. E’ vero, nel secolo scorso uno andava a letto e sapeva che al mattino avrebbe ri ­trovato la stessa realtà. Oggi non si è più sicuri di nulla. Ma lo scrittore non ha nessun bisogno di certezze og ­gettive. Quel che conta per lui non è la realtà: è il suo rapporto con la realtà. In definitiva sappiamo bene che lo scrittore non ha che un fine: espri ­mere se stesso. E chi ha più creta più l’adopera.

Fiera – Ritieni che lo scrittore go ­da di tutta la libertà che gli è ne ­cessaria?

Bilenchi – E quando è mai stato più libero d’oggi? Non abbiamo chiodi sulla testa oggi. Non c’è né baffone, né baffino. E per nostra fortuna non abbiamo nemmeno, alle spalle, una tradizione di narrativa come magari hanno la Francia e l’Inghilterra. Sia ­mo liberissimi.

Fiera – Ma è pur vero che l’indu ­stria culturale…

Bilenchi – Ecco che ci siamo. Ma chi sono quelli che accusano l’indu ­stria culturale? Durante la mia prati ­ca di giornalista (tieni conto che ora faccio la terza pagina della Nazione) le lettere che m’arrivano di scrittori che chiedono la recensione, che aspi ­rano al premio, sono centinaia. C’è chi per avere un «pezzetto » si vende ­rebbe l’anima. C’è chi per un pre ­mio ti manderebbe la moglie a letto. Non ti faccio i nomi. Gente nota, gen ­te che polemizza, che tuona, che ac ­cusa. Pigliano tre premi l’anno e poi accusano l’industria culturale. E chi l’ha inventata?

Fiera – In sé l’industria culturale è un fatto positivo…

Bilenchi – Certamente. Vedi all’este ­ro. In America, in Francia, in tutto il mondo civile: lì si tengono ben di ­stinte l’opera di consumo e l’opera di poesia. Esce un libro come Via col vento, se ne vendono milioni di copie, fa molti soldi, ma nessuno pensa che sia un’opera d’arte. L’italiano invece quando fa un pisciatoio pensa all’ope ­ra d’arte. Allora avviene la confusio ­ne. Ma che cosa pretende questa gen ­taglia che ha bisogno di scrivere un libro al mese se no ha paura che la gente se li scordi?
Questa di dar la colpa agli altri, al ­le circostanze, alla società all’indu ­stria, al momento culturale, perché non si scrive è una cosa che anche se fosse vera uno scrittore serio non dovrebbe mai dirla. E poi mi chiedo, che bisogno c’è di scrivere? Se uno non ne ha voglia tanto meglio per lui. Ci sono tante cose da fare. Sai la gran disgrazia se uno se ne sta zitto o se scrive e mette quello che fa nel cassetto senza pubblicarlo! E invece vogliono scrivere tutti. E se non han ­no nulla da dire s’arrabbiano e se la pigliano con qualcuno. Questo popolo di eroi, di santi e di scrittori.

Fiera – Ma come ti spieghi questo pasticcio?

Bilenchi – Perché l’Italia ha smesso da un pezzo di essere un produttore di cultura, intendo dire di cultura primaria come nel Medioevo e nel Ri ­nascimento. Si vive d’accatto. L’avan ­guardia è un tipico fenomeno d’ac ­catto, balcanico. I Balcani oggi, cultu ­ralmente parlando, siamo noi. Ci son troppi nazisti in giro. Nessuno mi le ­va dalla testa che quasi tutta questa gente che discorre di società e di ci ­viltà di consumi e d’industria cultura ­le e di crisi del linguaggio ecc. ecc. siano dei nazisti con una gran voglia di far la pelle a chi è diverso. Come sarebbero contenti se ci fosse un po ­tere, un comitato centrale che, stabi ­lito una volta per sempre chi ha ra ­gione e chi ha torto, desse il via ai coltelli. Si butterebbero a scannare quelli che non la pensano come loro.

Fiera – Tu dunque pensi che lo scrittore vero, non parliamo di mae ­stri o di capolavori, sia uno che non tiene alcun conto delle condizioni in cui è costretto a scrivere.

Bilenchi – Sta a sentire: io nello scrivere non conosco che una cosa: la poesia…

Fiera – Sì, ma quand’è che fra tutte le cose che ti vengono in mente tu dici, ecco, questa va scritta? E che cos’è la poesia?

Bilenchi – Ti racconto un episodio a cui ho assistito questa estate. Ho in mente di scriverci un racconto.
Ero a Viareggio, in un grande nego ­zio di confezioni. Una scala ripida, di legno, portava dal primo piano al se ­condo. Salii di sopra, feci un giro poi tornai indietro. Davanti alla cassa c’erano due signore che parlavano con la cassiera, una ragazza giovane e mol ­to bella. Un’altra ragazza, somiglian ­tissima alla prima, al punto che si potevano scambiare, ascoltava dietro il banco. Erano due sorelle, gemelle evidentemente. Ed era di questo che stavano parlando le due signore. « Belle come siete, e così uguali, di ­ceva una delle due, potreste darvi al cinema, al varietà; potreste fare una coppia come le Kessler ». Le due ra ­gazze sorridevano imbarazzate e com ­piaciute. « Magari… », diceva quella dietro la cassa. A questo punto vidi spuntare dalla scala, la lunga canna di una pistola, puntata in alto e oscil ­lante, e poi, dietro la canna, apparire la faccia rotonda di un bambino di tre o quattro anni. Era stato accucciato tutto quel tempo sui gradini, ascoltando (senza essere visto) e ora si faceva vivo puntando la sua arma di gomma. Era il figlio di una delle due signore. Puntò l’arma verso la ragazza seduta dietro la cassa, e poi, voltandola verso l’altra, dietro il ban ­co, chiese: « E’ vero che tu sei quella? ».
Ecco, sono momenti come questi con la loro apparente incongruenza che mi fanno sentire la poesia della vita. La poesia c’è insomma quando senti la vita come il battito di un polso, che sospende intorno ogni al ­tro rumore e concentra la tua atten ­zione solo in quel punto… Perché diciamo comunemente che la narrati ­va russa dell’Ottocento è così superio ­re a quella degli altri Paesi? Perché senti scorrerci la vita, in Tolstoi co ­me in Dostojevskij o Cecov. Anche nei problemi, nelle angosce di Dostojev ­skij, che in uno scrittore europeo di ­venterebbero astrazioni, se non ad ­dirittura giochi intellettuali, scorre la vita. Parlare di capolavori di opere che influenzano un’epoca o addirittu ­ra cambiano il corso delle cose ha po ­co senso. Anche Mein Kampf ha in ­fluenzato la sua epoca. E che cos’è, un capolavoro? Ma quando un raccon ­to, un romanzo, una poesia, ti fa sen ­tire, magari per qualche attimo, la vita, allora puoi stare sicuro che quello rimarrà, che continuerà a par ­lare in tutte le epoche.

Fiera – Ma oltre la vita, ti dicono, c’è la storia…

Bilenchi – E che cos’è la storia? Le date? Le battaglie? Le rivoluzioni? I discorsi di quattro bischeri al caffè? Lo so io come la intende la storia certa gente. Già quando scrivevo Con ­servatorio di Santa Teresa mi dice ­vano, « affrettati a finirlo, perché do ­po non te lo lasceremo fare più ». In proposito l’ho sempre pensata allo stesso modo anche quando dirigevo il Nuovo Corriere comunista. Vivere nella realtà d’oggi, certamente, impegnarcisi fino allo spasimo se il caso. Ma poi te ne vai a casa e scrivi quello che ti pare…

Fiera – C’è poi il problema della lingua.

Bilenchi – Ma non facciamo la bur ­letta. Tutti sanno che si è sempre scritto allo stesso modo, dal Novelli ­no a oggi, cercando cioè le parole più adatte a esprimere quello che si vuole dire. Che cosa sono tutte que ­ste rivoluzioni di cui si parla? Una rivoluzione a freddo, politica o lette ­raria non l’ha mai fatta nessuno.

Fiera – Tu non credi che oggi il capolavoro possa nascere da un at ­teggiamento di contestazione…

Bilenchi – Ma contro chi oggi si do ­vrebbe reagire con tanta violenza? Qualunque enormità tu dica e tu fac ­cia sono tutti lì a dirti bravo, bis. I futuristi erano giustificati. Avevano a che fare con dei benpensanti che si scandalizzavano. I surrealisti subito dopo la guerra, idem. Ma oggi con ­tro chi te la vuoi pigliare? Chi si scandalizza più? No, la rivoluzione in servizio permanente effettivo protet ­ta dagli industriali, dai prefetti, dai professori e dai vescovi, non la capi ­sco. Sì, un’opera può anche nascere da un’esperienza eccezionale, di sfida, di rottura come si dice. Ma non può essere programmaticamente. Per pro ­gramma consiglierei il contrario, sem ­mai, tenersi al centro della corrente, non cercare a bella posta i mulinelli, i vortici, le cateratte. No, credimi, il capolavoro non fa fracasso.

Fiera – E tu come lo riconosci?

Bilenchi – Ti dico un altro aneddo ­to. Riguarda Tolstoi a Jasnaia Poliana. Un giorno passando dietro una porta sente la figlia che legge ad alta voce a un’amica un brano di raccon ­to. Si ferma ad ascoltare, attratto. Poi apre la porta: ”Bello, dice, chi l’ha scritto?”. E la figlia: ”L’hai scritto te babbo”. Ecco, questa è la musica del capolavoro: chi l’ha scritta non la riconosce.

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