di Carlo Bo
[da “La fiera letteraria”, numero 16, giovedì 20 aprile 1967]
Azorín è morto e nessu no ne ha parlato. Dico dell’Italia, eccezion fat ta per Rossani che se n’è oc cupato sul Carlino. La cosa non deve stupire, i motivi di interesse sono ben altri e, d’al tronde, Azorín era uscito di scena tanti anni fa, diciamo venti per lo meno. Morire a novantatre anni comporta inol tre questo trattamento, anche quando si sia stati scrittori fa mosi, anzi un nome sacro per diverse generazioni di lettori. Parliamo sempre e soltanto della Spagna, lasciamo da par te l’Italia dove non direi che l’opera dello scrittore spagnolo abbia mai avuto una vera e propria risonanza. C’è stato qualche moto d’interesse fra il trentasei e il quarantacinque, quando la letteratura spagnola aveva in parte ereditato le for tune di quella francese. Han no tradotto qualche libro, io stesso per una collana diretta da Vigorelli presentai le pagi ne famose di Ortega y Gasset dedicate ad Azorín ma insom ma non si andò al di là di un piccolo cerimoniale. Azorín â— ma in fondo anche lo stesso Baroja, il sempre abbandonato e ignorato Gabriel Miro â— non è mai uscito da un piccolo ruo lo di comprimario per un tea tro che aveva trovato soprat tutto nella grande poesia la sua naturale soluzione. Fu piutto sto un nome â— naturalmente lasciamo da parte i lavori de gli specialisti, per esempio quelli ottimi di un Meregalli e un simbolo. Valga l’esem pio di un titolo diventato esem plare di Cancogni, con cui il nostro scrittore pensò di rap presentare nel rapporto Azorin-Mirí³ il suo sodalizio con Cassola.
Ho chiesto a Cancogni l’ori gine del suo titolo e mi ha ri sposto che si era trattato sol tanto di una semplice notizia letta su una storia della lette ratura spagnola, di cui la tra sposizione simbolica di un’ami cizia letteraria. Sarebbe stato inutile continuare, chiedere cioè a Cancogni â— o Cassola â— come avevano immaginato questo misterioso Azorín. Inu tile, del resto, sarebbe stato chiederlo anche a chi conosce va bene lo scrittore. Per con to nostro, non siamo mai riu sciti a uscire dal vago e di tut te le informazioni biografiche, intime, curiose che ci è capi tato di leggere in tanti anni abbiamo ritenuto ben poco di vitale e di utile. Un signore, un conservatore, un poeta del la vita segreta. In piedi all’al ba o ancor prima del primo chirichi dei galli, Azorín si metteva al lavoro, obbediente al suo compito quotidiano e al la razione di tante cartelle. Chi ha curato le sue opere com plete â— nelle edizioni Aguilar – ha sudato sette camicie per mettere un po’ di ordine in una produzione sterminata, nella selva di articoli, saggi, libri, romanzi, novelle, opere di teatro, ecc. In questo Azorín è stato fedele alla grande tra dizione letteraria del suo Pae se ma per lui la cosa ha as sunto un carattere particolare: perché la sua natura era quel la di un raffinato, di un diffi cile ascoltatore delle realtà se grete la regola dell’esercizio quotidiano deve essergli costa ta molta fatica. Eppure di tut to questo non resta traccia di protesta: era la condizione del lo scrittore in Spagna e Azorín ha cercato di soddisfarla il meglio possibile, con la debi ta dignità professionale fino agli ultimi giorni. Certo, gli ar ticoli erano sempre più bre vi, la sua firma appariva sem pre più raramente, i libri non avevano più quel ritmo d’un tempo ma insomma la linea della continuità non è stata mai interrotta né tradita. Se proviamo a confrontare questo difficile e raro operaio della penna con Baroja, ci accorgia mo che, se esistono delle dif ferenze, sono sempre determi nate dalla natura dei loro spi riti, non mai dalla forza del l’applicazione e dalla quantità delle offerte.
In un certo senso, sono gran di documentazioni della Spa gna che usciva dal disastro del ’98 e si avviava a prendere co scienza del suo stato reale in un’Europa completamente di versa per modernità e respon sabilità. E’ chiaro che Baroja portava nel suo gioco una na tura irosa, ribelle, anche se pro fondamente tormentata men tre Azorín â— tolta la prima parte della giovinezza anarchicheggiante â— faceva lo stesso lavoro con una buona dose di impassibilità e di signorilità. C’erano anche per lui queste drammatiche ragioni della sto ria ma, a suo giudizio, anda vano risolte nell’ambito chiu so della Spagna. Di qui la tra ma dei suoi vagabondaggi pro vinciali, alla sorgente dello spi rito spagnolo, di qui il suo eter no dialogo con le grandi e le piccole figure del passato. Con un’immagine potremmo dire che in fondo la sua vera im presa spirituale è stata quella di adeguarsi alla verità eter na della Castiglia, un po’ come l’aver tradotto sulla carta e nel silenzio del suo studio la scel ta originaria che l’aveva por tato dal villaggio natale levan tino, Moní³var, a Madrid.
Niente mondanità, niente co se ufficiali (lo stesso ingresso all’Accademia fu reso vano per protestare contro il no opposto a Gabriel Mirí³), rari i contatti con l’estero. C’è sta to, sì, il soggiorno obbligato al tempo della guerra civile a Pa rigi ma è stato il tempo di maggior passione per la Spa gna, il tempo in cui egli finì di compiere il viaggio alle Ma dri. Si prenda il libro nato dal l’esilio, Pensando en Espaí±a, per avere l’esatta misura di questo geloso amore di novantottista, di uomo della sua ge nerazione che però aveva sa puto dare al senso del dram ma comune una direzione an che più rigida. In lui il dram ma finiva quasi sempre per cedere al silenzio e perdersi nel piccolo intreccio quotidia no dell’articolo da fare del l’umile lavoro.
Per questo lo hanno accusa to, di qui la nomea di « reazio nario » ma sono tutte cose che si perdono fuori dello studio di Azorín. Quando si entrava, quando si aveva davanti l’im magine del lavoratore tranquil lo soddisfatto del poco che ri cavava dal mestiere di pubbli cista (non ha avuto altro, do po che uscì â— al tempo del l’altra guerra â— dalla vita po litica), tutto il dossier di ri chieste che si era messo in sieme nel rumore e nel chias so non aveva più senso. Vale va l’Azorín che faceva la sua passeggiata al Retiro, quando stava a Madrid, o sotto il di luvio, a Parigi quando davan ti ai libri della Senna si chie deva: chi sono? dov’è la Spa gna? Che erano poi le stesse domande di Unamuno. Una muno quando era a Parigi, in esilio, era dilaniato dall’osses sione dal ricordo dei « monti » di Salamanca. Il suo dramma aveva per forza proporzioni gigantesche e allora nasceva l’Agonia del Cristianesimo. Azorín « pensava alla Spagna », continuava cioè a fare quello che aveva sempre fatto anche quando Madrid non era un campo di battaglia e la sua ter ra non sanguinava in modo co sì atroce.
Un dramma diverso, dun que, o meglio una storia pa tetica per altre ragioni, senza donchisciottismi, senza pren dere mai nessuno di petto, qua si insensibilmente passiva. Ma provatevi ad andare sotto, pro vate ad alzare per un attimo il velo e vedrete a quali pro fonde radici fosse legata la fra gile pianta del viejecito, del l’uomo di carta, trasparente dell’ultima parte della sua vi ta. Ecco perché, al di fuori de gli schemi e delle ragioni di comodo delle storie letterarie, anche Azorín si inserisce per fettamente e necessariamente nel grande dialogo degli uomi ni della generazione del ’98 con l’autorità che gli derivava dalla lealtà e dalla continuità della voce. Tutti gli uomini di allora hanno passato la loro vi ta « pensando » alla Spagna, ri cordandone il grande passato e a poco a poco la stessa loro vita finiva per sciogliersi, per fondersi in questo discorso uni co ed eterno. La stessa valu tazione letteraria, critica delle loro opere è condizionata da questo fatto ineliminabile, pro prio come quando l’amore va al di là degli atti, delle pro ve e si fa vita. Azorín non sfugge alla regola e ce lo con ferma alla lettura la parte del la sua produzione che passa per « critica » e che in effetti è soprattutto, soltanto confron to, segno di esame quotidiano, frammenti di un colloquio por tato avanti e alla rinfusa con Gongora e Rosalia de Ca stro, con Bécquer e Zorrilla. Tutto alla fine si ricompone e si definisce, senza squilibri o errori di gusto. Il gusto d: Azorín era fissato dall’immagine della Castiglia, la cultura prendeva il sopravvento sul ri cordo della natura libera di Moní³var.
Sento ancora gli incerti, gli oppositori: ma di quale Spagna parlava Azorín? Un po’ come dire: non ha giustificato l’av vento di Franco? Apparente mente queste voci potrebbero avere una parte di ragione. Potrebbero avere; in effetti la vo ce di Azorín aveva un’altra direzione. Può darsi che l’er rore sia da ravvisare in prin cipio, nella scelta del discor so degli uomini del ’98 ma non nelle conseguenze della realtà. La Spagna a cui pensavano era certo un’altra, era la Spa gna di San Juan de la Cruz e che essi intendevano adoperare contro la Francia di Descartes. Per questo se dobbia mo parlare di illusione, convie ne far nascere, far partire que sta illusione dalla presa di coscienza del disastro, da un at to di orgoglio e di rifiuto della realtà. Nel caso di Azorín. ri cordiamolo, oltretutto la realtà era soltanto e unicamente quella del « pueblo », secondo la giusta indicazione gassetiana, era, cioè, antimoderna o – per essere fedeli allo spirito del Chisciotte â— antirealista.